giovedì 24 maggio 2018

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L’AI prenderà il controllo del pianeta?!

Salve amici di CremAscolta,

i lavori per aggiornare l’interfaccia, anche in base al vostro prezioso feedback, occupano parecchio del mio tempo, quindi mi perdonerete se ripubblico qui un post che mesi fa caricai sul mio blog personale (dai, tutto sommato per voi è come nuovo :D). Spero offra uno spunto interessante…

La ricerca nel campo dell’AI (Artificial Intelligence) e delle sue applicazioni nei servizi (assistenti virtuali come Siri, Cortana ecc.), nella meccanica (i robot umanoidi o non), purtroppo nell’industria militare, ci avvicinano passo dopo passo ad un mondo nuovo, un luogo dove gli umani non sono più la specie più avanzata che determina la sorte del pianeta.

Di fronte a questa prospettiva sorgono molte domande. In questo post voglio riflettere su questa:
L’intelligenza artificiale può avere il libero arbitrio?

Mi viene in mente un esempio:
immaginiamo un dispositivo che accende o spegne una lampadina con un nostro comando diretto, per esempio tramite un interruttore. È evidente che tale dispositivo non decide cosa fare, ma rispetta una nostra precisa volontà.
Complichiamo le cose; invece di un interruttore immaginiamo di programmare il dispositivo per calcolare uno alla volta i decimali della radice di due (essendo un numero irrazionale i decimali sono infiniti numeri ordinati con un ordine casuale) e accendere la lampadina in caso di numero pari, spegnerla in caso contrario. Per quanto riguarda i primi numeri è facile determinare quale sarà l’esito ma man mano che si procede all’infinito non sapremo più quale sarà il prossimo numero prima che il robot lo calcoli e decida cosa fare. Quindi, non potendo più prevedere l’esito, dal nostro punto di vista il robot avrà deciso in autonomia.

Qualcuno potrebbe considerare opinabile questo ragionamento. In effetti l’esempio presenta un robot molto semplice che esegue un algoritmo altrettanto semplice, basato su una singola variabile (i decimali della radice di due).
Se però facciamo uno sforzo di immaginazione possiamo considerare dispositivi e algoritmi più complessi, che possono eseguire migliaia di operazioni basandosi su infinite variabili fornite dalla programmazione iniziale, oppure dall’autonoma raccolta e interpretazione di informazioni tramite sensori.

Possiamo concludere che quando i dispositivi sono complessi e le variabili in gioco sono molte, è impossibile prevedere le decisioni dell’intelligenza artificiale quindi, dal nostro punto di vista, è il robot a decidere.
Con ciò non intendo necessariamente che il robot possa decidere con coscienza, ma che con certezza non è più chi lo ha programmato a decidere.

Non voglio concludere con nessuno scenario apocalittico del tipo: “L’intelligenza artificiale prenderà il controllo del pianeta e si rivolterà contro gli umani!!!”, bensì con un ulteriore spunto di riflessione.
Se è vero che il robot in questione non è più controllato da chi (o a questo punto da cosa) lo ha programmato, possiamo davvero dire che sia in grado di prendere decisioni autonome, o è semplicemente un ignaro schiavo del codice su cui si basa? E questo “schiavo” non somiglia molto ad un essere umano?

Commenti

22 risposte a “L’AI prenderà il controllo del pianeta?!”

    • Nulla di nuovo sotto il sole. L’industria degli anni 70 introdusse un sistema che credo si chiamasse P.O., che consisteva nell’introdurre una parola a caso in un fascicolo di istruzioni d’uso, per trarne le connessioni possibili: es. frigo-bambino. Il bambino può restare chiuso nel frigo!
      La ricerca sulle armi automatiche di difesa, non dico di che schieramento planetario, ha istruito un sistema informatico al comando di far fuoco contro i carri armati nemici, mediante la somministrazione di migliaia di immagini. Il sistema a temine aveva capito che doveva sparare sui carri più infangati o comunque sporchi, perché quelli del “nemico” erano in foto più sporchi. In conclusione, visto che siamo già in grado di chiudere un circuito con un comando mentale, tutto si gioca sull’etica e sull’interfaccia, non meccanica ormai, nel prossimo futuro, ma integrata.

  1. In risposta ad Adriano.
    A prescindere dal titolo ad effetto, mi chiedo se possiamo dire che una macchina decide, in altre parole se ha il “libero arbitrio”, che è un concetto che va oltre l’analisi meccanica di immagini e parole.

    Il comando mentale o l’analisi di immagini è pur sempre un comando dato da un programmatore, che può dare esiti inaspettati se progettato male.

    La mia cerca di essere una riflessione più ampia. Dire che una macchina può decidere non è una tesi assodata né scontata, mi sembra di capire che anche tu la condividi. Mi piacerebbe sapere quali sono le tue argomentazioni in merito.

    Riprendo poi la domanda con cui concludo l’articolo. Come uomini pensiamo di poter decidere, ma se accettiamo che anche una macchina lo possa fare, in che modo dovrebbe essere diversa da noi? Non siamo che due modelli della stessa cosa; e se noi siamo stati/saremo in grado di creare un nostro “nuovo modello”, è logico pensare che qualcuno (di decisamente poco divino) abbia creato noi.

    Mi rendo conto la questione diventa molto astratta, ma ritengo comunque interessante sapere cosa ne pensi.

    • Caro Mattia ci sono due punti in sospeso:
      1 La grida attuale che viene dalle neuroscienze nega anche a noi il libero arbitrio. Ho già dimostrato come un sistema deterministico (noi) non potrebbe sopravviere in un sistema indeterministico (la realtà) senza libero arbitrio. ma la moda non passa e io non ho abbastanza voce.
      2 La macchina pensante non ha, nè tende ad avere autocoscienza, quindi concezione di profitto personale. ecide solo per eseguire il programma. ben diverso se a qualcuno venise in mente i inculcarle l’istinto di sopravvivenza. L’autocoscienza, come l’etologia ci insegna, prevede un mnimo di intelligenza, e quello all’IA non manca, ma anche una capacità di autoconfigurazione, un’osservazione esterna simulata. Il dito indice, lontano dal viso, ci ha aiutato a definire noi-mondo. L’abitudine umana di “palarsi a soli, mentalmente o verbalmente, è una chiara espressione di bifoccalità che coinvolge massimamente l’emisfero destro. Ciò è emerso dall’utilità di poter mandare un piccvolo avatar in una situazione ipotetica e prefiguare soluzioni a problemi futuri. L’IA è atemporale e affronta problemi contingenti. In realtà siamo molto spaventati, ma la prossima e sempre più stetta simbiosi saà la nostra salveza. Oh… poi sempre possibile che una volta apparentati la parte più forte decida di disfarsi di quella più flaccida, biologica!

    • Sempre a Mattia. Se poi ci vogliamo mettere anche un pizzico di metafisica, ma sicuro che l’uomo, e gli altri animali “pensanti” siano depositari solo della coscienza di se stessi? Anche su questo punto lascio in sospeso questa mia “suggestione-suggerimento” ma la citazione di filosofi a sostegno è facile. La evito.

  2. Chi non ha coscienza immediata e istintiva della incolmabile distanza ontologica che c’è fra un uomo e una macchina, è come un cieco dalla nascita, a cui nessun discorso potrà mai far capire che cos’è un colore.

    • Invece di screditarmi, perché non prova a spiegarmi questa differenza che non vedo? Sarebbe d’aiuto sapere cosa, a quanto pare, vedono quasi tutti.

    • Bruno ” non so se parli di ontologia con il tuo idraulico….”
      Sono partito citando ironicamente un interlocutore (si usa ancora il “maschile” per l'”impersonale”? mah….) che ti è caro, per cercare di stemperare l’aggressione verbale con la quale hai ritenuto commentare le pacate, intellligenti argomentazioni del nostro giovane (fortunato lui!) amico Mattia.
      Professore Cordani (non l’avevo più fatto, dopo la ….diffida) davvero ritiene che siffatto approccio sia ontologicamente coerente rispetto ad una corretta interlocuzione tra “chi sa” (è convinto di/ritiene sapere) e chi “non sa” (si ritiene non sappia)?!?
      Eppoi un conto è parlare di “macchina” pensando alla “macchina a vapore”, un conto parlare di “macchina” avendo come riferimento “AI” !!!!
      Personalmente, collocandomi nella fase storico/socio/culturale che sto vivendo, non mi sento proprio di mettermi tra coloro che abbiano “coscienza immediata e istintiva della incolmabile distanza ontologica che c’è fra un uomo e una” …. AI! E tanto meno mi sento di collocarmi tra i “ciechi dalla nascita”!
      Epperciò: ….ragioniamola!

    • Si Bruno, un uomo medioevale ti capirebbe. Mentre io vorrei tanto crederti, nonostante abbia sull’argomento tanti dubbi e nessuna certezza. Guardandole da fuori ho spesso l’impressione che queste «opere sante» (le invenzioni tecnologiche dell’uomo) comincino a brillare di luce propria, e da qui allo «scappare di mano» il passo è breve. E’ già successo, e certamente il fatto che l’umanità abbia trasformato Scienza e Tecnicologia in neo-divinità non fa dormire sonni tranquilli.
      Dovremmo avere ben chiaro in mente ciò che stiamo facendo ed essere consapevoli dei nostri limiti. Arrivati ad un certo punto, serve il coraggio di fermarsi, di dire basta. Gli uomini di una volta erano strutturati sulla prospettiva più elevata possibile, la prospettiva di dio (in senso sovraconfessionale, ovvio), sapevano che grazie alla loro volontà potevano diventare loro stessi dio. Ma noi? Qual’é la nostra prospettiva? Cosa può fermarci? Oppure, l’AI è già una manovra di avvicinamento a dio? Non so, sono perplessa.

  3. Hai buttato lì, o meglio qui, un argomento non di poco conto, caro Mattia.
    Bruno ha ragione quando dice che la distanza ontologica fra l’uomo e la macchina è incolmabile. Ma, io mi chiedo, quale uomo? C’è un abisso forse ancora più incolmabile tra l’uomo in quanto tale e l’uomo attuale. L’uomo medioevale, o rinascimentale, o chi ha costruito i più grandi monumenti dell’umanità, può essere considerato allo stesso livello del cretino contemporaneo che vive in simbiosi con il suo smartphone? Forse non è un caso che le macchine, in un certo senso, stiano prendendo il sopravvento su di lui.

    E’ un fatto anche – parlo in generale, non mi riferisco a chi ha ancora la forza di porsi certe domande – che l’umanità si stia rassegnando a sentirsi inadeguata di fronte alla macchina: se un treno deraglia la colpa non è dello scambio difettoso ma dell’errore umano. Perché l’uomo, nello spazio delle macchine, cioè dell’esattezza e della calcolabilità, è proprio questo: un errore.

    http://www.nexusedizioni.it/it/CT/robotizzazione-e-immigrazione-quale-futuro-per-gli-esseri-umani-5679

    • ….grazie Rita, soprattutto per il link che hai ….”buttato li”, a fine del tuo commento e del quale raccomando vivamente a todos los amigos l’attenta lettura!
      “Lega”(ops!) in modo (almeno per la mia ottusa, rallentata, giurassica considerazione della realtà e delle prospettive) sorprendente, due temi all’apparenza (ma solo all’apparenza!) distanti tra loro: ROBOTIZZAZIONE & IMMIGRAZIOENE/EMIGRAZIONE !!!!
      Se il ‘900 è stato definito il “secolo breve” , non riesco nemmeno ad immaginare cosa si potrà dire di questo secolo che …inaugura il 2000’ ……se il buon giorno si vede dal mattino !?!?

    • Rita, non sono d’accordo. La “distanza ontologica” fra un uomo e una macchina rimane in ogni caso infinita, quindi incolmabile. Sto parlando di “essenza metafisica”, non di comportamenti che, ne sono ben cosciente, possono a volte rendere indistinguibili i due soggetti. Mi si chiede di argomentare ulteriormente; potrei farlo, ricordando ad esempio che una macchina di Turing è costituita da una penna-sensore che legge dati (binari) su un nastro potenzialmente infinito e non riesco proprio a capire come un oggetto simile possa avere un senso dell’Io, ma non lo farò, perché lo ritengo totalmente inutile. Sono sicuro che un uomo medievale (categoria alla quale sarei onorato di appartenere) mi capirebbe e mi approverebbe, incredulo all’idea che si possa sostenere il contrario.
      PS. Qui sopra mi si accusa di gettare discredito su qualcuno, accusa per me incomprensibile. Quando si parla di argomenti seri (e questo lo è) bisogna essere molto chiari nell’esporre la propria posizione.

    • Il dibattito, tutto fra addetti ai lavori, si sposta anche sulle possibilità di “trasfusione” di una personalità umana in una “macchina” cosa che nessun serio ricercatore vede impossibile, ma su cui ci sono incolmabili distanze nei tempi di attesa. In questo caso parlo di interi trattati, libri editi, ma che dissertano, ripeto, sui tempi, non sulla possibilità. Quindi, implicitamente, gli addetti ai lavori annullano la distinzione fra i due sitemi pensanti. Ovviamente questo gioco mentale non è fine a se stesso, ma un passaggio per la migrazione intergalattica, ad esempio.
      Per me resta un gioco, perché la macchina ricevente, cambiando l’interfaccia con l’ambiente, cambierebbe rapidamente personalità, ma l’ipotesi annulla comunque ogni resistenza discriminatoria.
      E scusate le R e le D che la mia tastiera non batte, ma a rileggere e correggere poprio non ce la faccio. La cambierò

  4. Quindi se il sottoscritto afferma che vi è una distanza incolmabile tra l’Uomo e la macchina, ottiene reazioni incredule e la richiesta di argomentare meglio. Se invece si afferma che sarà possibile trasferire la personalità di un essere umano in una macchina, la cosa passa via liscia giacché “nessun serio ricercatore la vede impossibile”. Come diceva Chesterton, verrà il tempo in cui si dovranno sguainare le spade per affermare che il cielo è blu e le foglie verdi. Comunque, dopo 50 anni dedicati allo studio ho scoperto che non solo come ricercatore non sono bravo (ma questo già lo sapevo) ma non sono neppure “serio”.

  5. Indubbiamente, rimaniamo sbigottiti di fronte ai progressi che negli ultimi anni ha fatto l’Intelligenza artificiale: pensiamo, ad esempio, a software guidati da sofisticatissimi algoritmi che “decidono” meglio (così si dice) di un qualsiasi esperto umano del settore il migliore investimento possibile (avendo in pochi secondi una miriade di informazioni su tutte le piazze del pianeta che un uomo non sarebbe in grado di raccogliere); pensiamo alle famose armi che sono del tutto “autonome”, armi che, secondo alcuni ottimisti, farebbero meno vittime di quante ne farebbe l’intervento umano perché le decisioni umane non sono necessariamente tutte “razionali”, mentre un software sceglierebbe sulla base di un calcolo preciso di tutte le variabili sul tappeto; pensiamo al robot Watson dell’Ibm che nel 2011 ha battuto i due campioni del quiz più polare negli Usa, Jeopardy!.

    Sia chiaro: fa bene Bruno a sottolineare l’abisso che vi è tra un uomo e un robot: ciò che un robot “decide” lo fa sulla base di uno specifico programma creato dall’uomo; un robot non ha e non può avere una “coscienza” o “consapevolezza” (rimane una macchina anche quando… decide); un robot, proprio perché non ha libertà, non ha alcuna responsabilità.
    Da qui i problemi giuridico-morali collegati alle cosiddette “decisioni” dei robot: chi sarebbe “responsabile” se un’auto che si guida da sé – grazie all’intelligenza artificiale – dovesse per errore provocare una vittima? Quale responsabilità potrebbero avere delle “armi del tutto autonome”, in caso di errori?

    Siamo di fronte a uno scenario che per certi versi ci “meraviglia” e per altri ci “inquieta”.

    • Quelle di Piero sono parole di buon senso. A proposito della tesi per cui un computer può decidere meglio di un essere umano, sentite cosa dice Carrai (amico e collaboratore di Renzi): «Stiamo lavorando con uno scienziato di fama internazionale alla creazione di un “algoritmo verità”, che tramite artificial intelligence riesca a capire se una notizia è falsa”. Comincio ad avere qualche sospetto.

    • Sospetti probabilmente fondati, Bruno. Anch’io sono morta dal ridere quando ho sentito qualcuno dei “Carrai boys”, non so più chi tra loro, insinuare il dubbio del complotto solo perché due siti pro M5S uno del movimento “Noi con Salvini” hanno gli stessi Google id per il controllo del traffico e la pubblicità. Mentre Orfini rincarava la dose dicendo che Lega e M5s “dovranno dare spiegazioni” sulle connessioni tra i loro siti (???) e internet era inquinato dalle bufale (ovvero le notizie che non piacciono a loro), Richetti, in riferimento alle prossime elezioni, ammoniva “occhio alla disinformazione pilotata da Mosca”. Da non credere.

      Questi “depositari della verità” sono sicuramente più pericolosi dell’AI, ne siamo tutti consapevoli. Così come le tue affermazioni sono certo più reali di chi avanza dubbi, che forse vengono perché siamo cresciuti un po’ tutti a pane e fantascienza. E perché, ovviamente, non abbiamo una vera cognizione di causa. Proprio qui è utile l’insegnamento di chi “ne sa”, e magari i commenti a questo post sono un contributo alla causa.

  6. Mi ricordo di quando si parlava dei robot come omini di acciaio che facevano dei lavori impossibili con i loro potenti bracci (non braccia) che avevano dei muscoli non si sa come conformarti.
    I motori brushless erano ancora lontanissimi perché i magneti permanenti sinterizzati non offrivano caratteristiche all’altezza della situazione.
    Ora la gente che legge qui sopra ha capito solo che un robot “ha dei bracci”.

    Bene, per capire cos’è l’intelligenza artificiale in robotica (ma direi in informatica) occorre avere molte informazioni sulle reti neuronali e/o sugli algoritmi di “apprendimento”.

    Proprio qui qualcuno avrà notato lo stridore tra “algoritmo” accostato al concetto di intelligenza, ma fa niente.

    Parlare di intelligenza artificiale, non può essere un discorso che si basa sulla comune concezione di “intelligenza”.
    Occorre fare analisi che devono essere ben riferite al dispositivo di cui stiamo parlando, altrimenti parliamo con la stessa approssimazione cinematografica con cui ancor oggi la gente pensa ad un robot : tipo MaizingaZeta.

    Fatta questa premessa siamo molto lontani da saper creare macchine che “sfuggono dal controllo” di chi le ha programmate.

    Diciamo invece molto più realisticamente che siamo capaci di progettare sistemi che riducono in schiavitù un numero elevato di persone a favore di chi le ha costruite e di cui ne detiene un ferreo controllo.
    Un esempio?: “google”
    Solo uno per sudditanza (volevo dire dominio) pubblica.
    Lì c’è “un po’ di AI”, ma è perfettamente sotto controllo e ad utilità privata.
    Ciao

  7. Mi permetto di usare questo spazio per una considerazione che, pur non avendo attinenza con l’Intelligenza artificiale (fai bene, Giacomo, tu che te ne intendi a fare precise puntualizzazioni), ha a che vedere comunque con tecnologie digitali. Mi riferisco a quella che viene battezzata come la seconda fase di Internet, vale a dire la blockchain.
    Non si tratta né di Intelligenza artificiale né di robot, ma come Intelligenza artificiale e robot sta creando le basi per una rivoluzione dagli effetti inimmaginabili oggi.
    Oggi, è vero, il primo… prodotto è rappresentato dai bitcoin (una moneta digitale che in questi ultimi giorni ha registrato un vero e proprio record di valutazione – 19.000 dollari, poi sceso a 15.000), ma le applicazioni pare saranno molteplici.
    Questo, almeno, a leggere le pagine di Nòva de Il Sole 24 ore.
    Siamo di fronte a una innovazione (la blockchain, non i bitcoin) che dovrebbe generare effetti – secondo alcuni – superiori per certi versi a quelli realizzati finora da Internet. E’ la seconda fase di Internet, una fase che potrà produrre nuove opportunità (più, forse dell’Intelligenza artificiale), ma anche, probabilmente, nuovi rischi.

  8. E’ dal corso sulla globalizzazione promosso da CremAscolta che ho scoperto i bitcoin e confesso che ho subito dimostrato una forte curiosità.
    Non ho alcuno strumento per comprenderne la natura tecnica (ho sentito in questi giorni un mio ex allievo che stava “estraendo” un bitcoin o una frazione di bitcoin), ma mi colpisce il fatto che sia più diffuso di quanto potessi immaginare (conosco un amico di Crema che da tempo fa bonifici in bitcoin; sento oggi che vi è addirittura chi paga un caffè con frazioni di bitcoin).
    Mi colpisce, cioè, come un fatto sociologico, oltre che economico: vedere la febbre dei bitcoin come una volta c’era la febbre dell’oro, una febbre che oggi, a quest’ora, alla Borsa di Chicago ha portato un bitcoin alla quotazione di 18.000 dollari.

    E mi colpisce qualcosa che fino a poco tempo fa sembrava inconcepibile: una valuta (la chiamano “criptovaluta”) che non ha a che fare con nessuna Banca centrale, con nessuna sistema creditizio.
    Una valuta, cioè, creata come “alternativa”, “trasgressiva” e tendenzialmente “democratica” perché non sottoposta a commissioni che rappresentano una rapina della banca.

    Oggi, nel giorno della quotazione dei futures alla Borsa di Chicago vi è chi ne fa un elogio sperticato e chi, invece, ci vede dietro una grande truffa e vede il rischio – proprio perché si tratta di un mercato non regolamentato da alcuna Autorità (o Banca centrale o Stato) – di una grande bolla speculativa.

    Non sono in grado di entrare nel merito del dibattito.
    Certamente, mi sorprende che una valuta che all’inizio del 2017 valeva 1000 dollari oggi sia salita a quota 18.000 e che quindi un suo possessore abbia guadagnato in così poco tempo così tanto: sento oggi che una impiegata ha investito un quantitativo modesto di euro poco tempo fa e oggi, grazie alla crescita impetuosa della sua valutazione, ha potuto acquistare una panda.

    Una cosa credo sia certa: un qualsiasi mercato ha bisogno di essere regolamentato (il premio Nobel Stiglitz ironizza sulla “mano invisibile” di Smith dicendo che siamo di fronte a una mano “invisibile” semplicemente “perché non c’è”).
    Leggo che la Cina regolamenterà in bitcoin in circolazione nel proprio territorio.
    E’ questa la strada da percorrere? O è il mercato “alternativo” dei bitcoin che è in grado di “auto-regolamentarsi”?
    C’è qualche blogger che mi viene in soccorso?

    • L’uomo e’ il piu’ avido degli animali, come ben sappiamo, ed e’ quindi “normale” che quando gli si prospetta la possibilità di centuplicare i suoi guadagni si fiondi nell’impresa a capofitto. Giustamente hai citato la febbre dell’oro, che induce a una semplicissima considerazione: quanti cercatori si sono arricchiti?, nessuno, anzi sono morti quasi tutti disperati. Mentre, all’epoca, si arricchirono i banchieri che all’inizio della “corsa” acquistarono l’oro da quei poveri disgraziati.

      Temo che finira’ cosi’ anche per i bitcoin, che comunque rispetto allo scorso anno hanno fortemente diminuito i loro utili. I “grandi’ investitori, compresi Stati e banche, sapranno quando ritirare la manina mentre i “piccoli” la lasceranno nella tagliola. Non la chiamerei democrazia.

  9. Non so, Rita, se sarà una bolla speculativa o no (un qualsiasi bene può accrescere o ridurre il suo valore a seconda della domanda e dell’offerta: è già accaduto nei giorni scorsi che la quotazione dei bitcoin abbia superato 19.000 per poi scendere a 16.000 e poi risalire a 18.000).
    Ciò che mi stupisce è il fatto che il fenomeno è più diffuso di quanto potessi immaginare. Perfino a Crema.
    Scopro che è Rovereto la “Bitcoin Valley ” con diversi negozi che accettano bitcoin, con commessi che vengono pagati interamente con bitcoin e con un negozio che fa da cambio-valuta (tra euro e bitcoin). Tutto è nato da una startup di alcuni giovani trentenni.
    Ma anche a Milano e a Roma sono numerosi i punti di vendita che accettano bitcoin per i pagamenti.

    La cosa che mi colpisce, poi, è il fatto che dei super-menti matematiche abbiano inventato, grazie alla blockchain, i bitcoin che, se riesco a capire, non si tratta altro che di numeri, di formule matematiche che si “estraggono” grazie a un software potente (lo chiamano mining).
    E mi colpisce pure che alla Bicocca ci sia già un insegnamento che ha come oggetto non tanto i bitcoin quanto il “linguaggio” (lo chiamo così) con cui si è generata la valuta virtuale in questione.

    Una domanda: c’è per caso a Crema una startup che sta operando in tale ambito?

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