martedì 14 agosto 2018

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Insetti a tavola: moda o necessità?

Sentiremo sempre più parlare dell’entomofagia
Con il termine “entomofagia” si intende un regime alimentare che prevede anche il consumo degli insetti, considerati di conseguenza un vero e proprio “alimento”.
Per i Paesi come il nostro (dove per tradizione non si sono mai consumati), potrà sembrare una pratica inusuale, che suscita ribrezzo, ma in realtà molte popolazioni li consumano abitualmente.
Nel mondo si stima che siano consumate 1900 specie di insetti e circa due miliardi di persone si nutrano di: coleotteri, bruchi, api, vespe, formiche, cavallette, locuste e grilli.
La grande novità per il nostro Paese, e il motivo per il quale in qualità di Dietista ho pensato di postare un articolo dedicato a questo delicato argomento, è che dal primo gennaio 2018 anche in Italia è entrato in vigore il nuovo regolamento Ue che riconosce gli insetti come “nuovi alimenti”, aprendo di fatto alla loro produzione e vendita.

 

Il cibo del futuro secondo la Fao
La FAO già da diverso tempo sta chiedendo ai vari Paesi di sfruttare le potenzialità che derivano dal loro consumo, sia come cibo umano, che per la nutrizione animale, fondamentalmente per due ragioni:
1) un aspetto NUTRIZIONALE: gli insetti rappresentano un cibo nutriente, i cui valori nutrizionali variano ovviamente a seconda della specie considerata. Dall’alto contenuto proteico (come carne, pesce, uova), contengono anche omega 3, calcio, ferro, vitamine… e potrebbero quindi contribuire a sfamare una popolazione mondiale in crescita.

2) Un aspetto AMBIENTALE: forse molte persone tra di voi ignorano il fatto che anche ciò che mangiamo determina un alto impatto sul pianeta, al pari di industrie e trasporti. Per tale motivo oggi dovrebbero esser promosse Diete “Sostenibili”, ovvero a basso impatto ambientale, sicure, sane e in grado di ottimizzare le risorse, per garantire una vita sana alle generazioni presenti e future.
Gli allevamenti di insetti sembrano soddisfare tali requisiti:
– la produzione di gas serra che deriva dal loro allevamento è più bassa rispetto a quella del bestiame convenzionale;
– necessitano di molta meno acqua e terreni, perché gli spazi che occupano sono inferiori;
– inoltre gli insetti possono essere allevati con scarti derivati dall’agricoltura o dalla lavorazione di altri alimenti, risolvendo quindi anche il problema dello smaltimento dei rifiuti organici;
– hanno un alto rendimento di conversione, ovvero usano solo 2 kg di mangime per produrre 1 kg di carne, i bovini invece ne richiedono molti di più.

 

E gli italiani cosa ne pensano?
Da una recente indagine è emerso che in Italia sono favorevoli al loro consumo:
– soprattutto i più giovani;
– gli uomini in misura maggiore rispetto alle donne;
– le persone con un alto livello di istruzione più di quelle meno istruite;
– coloro che sono abituati a consumare cibi etnici, perché hanno viaggiato molto all’estero,
– e coloro che sono sensibili ai temi della lotta alla fame nel mondo e del rispetto dell’ambiente.
Personalmente credo gli italiani faticheranno ad abbandonare le proprie abitudini e ad accettare la presenza nel piatto di grilli e cavallette. Infatti secondo un sondaggio commissionato dalla Coldiretti sembra che siano contrari al consumo di insetti il 54% degli italiani.
Ci vorrà tempo per digerire questa novità e per cambiare i nostri schemi mentali, perché come sosteneva l’antropologo Marvin Harris solo gli alimenti “buoni da pensare” potranno esser valutati dalla collettività come nutrimento.
Chi li considera sporchi e disgustosi, non dovrà temere, perchè gli insetti “commestibili” verranno allevati in condizioni di sicurezza e dovranno ovviamente rispettare tutti i requisiti igienico-sanitari che la legge impone.
Le persone più curiose si domanderanno che sapore hanno e vorranno capire perché molti li definiscano una prelibatezza. A questo non posso dar risposta, ma sembra che non sia facile associarli ad un sapore noto, anche se c’è chi segnala che la camola del miele ricorda il sapore della mandorla, la locusta quello di un crostaceo e le formiche messicane i semi di zucca tostati.
I meno temerari potranno valutare di avvicinarsi a questo nuovo mondo, gradualmente, evitando per i primi tempi l’assaggio di insetti “interi”; per loro sarà possibile acquistare prodotti preparati con le farine di insetti, che verranno utilizzate per arricchire ad esempio i prodotti da forno (biscotti, barrette….).

 

Larve vs fagioli?!
Se il consumo di insetti troverà il consenso dei consumatori nei prossimi anni (un po’ come è già accaduto al sushi), o no, non spetta a me stabilirlo. Quel che è certo è che tematiche quali la fame nel mondo e la salute del pianeta, rimetteranno sempre più in discussione il nostro stile di vita e le nostre scelte alimentari.
La Fao, nel 2016, aveva per tali motivi acceso i riflettori su un’altra categoria di alimenti, i legumi, chiedendo ai vari Paesi di promuoverne il consumo, in quanto sono: super-alimenti dall’ottimo profilo nutrizionale, la fonte più concentrata di proteine del regno vegetale, ricchi di micronutrienti e fibre, privi di colesterolo e glutine, a basso impatto ambientale, in grado di incrementare la fertilità del suolo, facili da conservare e trasportare, economici e presenti nelle diete e nella storia di tutte le culture.
Nell’attesa di capire se e come si svilupperà l’entomofagia in Italia, varrebbe la pena di seguire il consiglio della Fao e inserire, 2-3 volte a settimana, lenticchie, ceci e company, il pianeta e la nostra salute ne saranno grati.

Elena Piovanelli – dietista

Commenti

22 risposte a “Insetti a tavola: moda o necessità?”

  1. Perché no? D’altronde ci volle del tempo anche per il consumo di patate. E in tutti i casi l’educazione alimentare è tra le più difficili. Mangiando in mensa con i bambini osservo che il piatto più gettonato è la pasta in bianco. Diffidenti, alcuni piatti non li assaggiano neppure. Un progetto frutta della Regione Lombardia ne prevede la distribuzione, anche di verdura, ma molta rimane a marcire in classe. Stiamo anche aderendo ad un progetto Diabete che non so a cosa servirà. Ma comunque, se fosse per la sostenibilità, dovremmo arrivarci. Da parte mia, se capitasse l’occasione, li assaggerei molto volentieri.

  2. Non starei tanto a interrogarmi se l’entomofagia è giusta o sbagliata, fa schifo e basta. Non è che dobbiamo per forza accettare tutte le stupidaggini che piovono dall’alto e rispondere sull’attenti “ottimo e abbondante” per far guadagnare soldi a qualcuno, complice la Fao. Ricordo tempo fa un amico patito di panzane new age che dopo l’ennesimo seminario, stavolta di urinoterapia, voleva convincermi della validità della teoria secondo cui bere la propria pipì in certi periodi dell’anno (primavera-autunno) aumenterebbe la resistenza del corpo a determinate malattie, tra cui l’invecchiamento. Devi provare, mi diceva, con un po’ di limone al mattino a digiuno non senti neppure la differenza. Non c’è come convincersi che una tal cosa fa bene.

    Dobbiamo sponsorizzare i “nuovi mestieri”, non essendocene più altri, per cui bisogna sostenere le start-up che si occupano di creare cibi a base di farina di grilli o di altri insetti commestibili che presto saranno disponibili anche in Italia? Prego, facciano pure, io morirò mangiando farinata (viva i legumi, meno male che ci sono) e lasagne al pesto. Non mi convinceranno mai della bontà dell’obiettivo, in apparenza “legittimo”, di risparmiare al pianeta lo sfruttamento delle risorse ambientali. Tutte balle. La smettano piuttosto con le “loro” monoculture distruttive e con le porcherie chimiche che fanno cadere a pioggia sulla terra.

    Visto di cosa ti occupi, Elena, lo saprai meglio di me, ma ho letto da qualche parte che, visto il veganesimo dilagante, si sta “lavorando” all’introduzione nei punti vendita e sulle nostre tavole di carne e pesce artificiale capaci di smorzare i sensi di colpa. Non ho capito bene di cosa sono fatti. Mi sembra comunque un’idea perfettamente in linea con l’orizzonte post-umano del Transumanesimo che si pone come dottrina “spirituale” del mondialismo. E buon appetito, vado a prepararmi i pizzoccheri.

    • Rita macini insieme un sacco di punti di vista, pro e contro. Tutti siamo diffidenti, ma che per la bistecca non c’è più spazio ci è chiaro! Ed è chiaro anche a te appassionata di un alimento di ceci dai mille nomi regionali, panella, cecina, farinata…
      Non capisco perché tu ci debba vedere per forza una forzatura da parte di qualche interesse industriale: è solo il primo tentativo di adegamento ai tempi, una correzione ai guai e guasti peggiori più evidenti! Un adeguamento culturale verso la comunicazione interetnica, se vogliamo. A me fanno uno schifo pazzesco, anche quando vivevo dove li mangiavano fritti e croccanti, ma se ti proponessero una trota nutrita di cavallette invece che di gamberetti, cosa dispendiosissima per l’ambiente?

    • Immancabilmente quando un nuovo alimento viene introdotto sul mercato c’è una strategia industriale che lo sostiene, se così non fosse il consumismo sarebbe finito da un pezzo visto che non facciamo altro che comprare cose di cui non abbiamo bisogno.

      Se gli insetti (non perché sono più piccoli della mucca) avranno “minori costi ambientali” è tutto da vedere. Aspetta che partano gli allevamenti intensivi, poi ne riparliamo. Sempre quando l’uomo va ad alterare un equilibrio naturale succede qualcosa di … spiacevole. Ad esempio, un certo tipo di scarafaggio, di quelli insomma che vorrebbero farci mangiare, depositando le uova negli alberi da frutto distrugge i meli.

      Da non sottovalutare anche la provenienza (cinese) degli insetti commestibili, che combinazione fanno parte proprio dell’economia del futuro che dispone e s’impone, sempre più aggressiva. E poi, chi si fida? Gli insetti che troveremo al supermercato saranno transgenici o paratransgenici? In entrambi i casi, mi sembra di capire, si tratta di risultati della manipolazione del DNA in laboratorio. E noi dovremmo mangiare quella roba lì? No, grazie.

      Proprio adesso ch’eravamo così contenti che sull’etichetta della pasta c’è finalmente la provenienza del grano … prossimamente dei pomodori, arrivano gl’insetti dalla Cina.

  3. Grazie, Elena, per il tuo contributo “sapiente” (si vede che sei del mestiere) e nello stesso provocatorio per i nostri gusti (o meglio per il nostro immaginario sull’alimentazione).
    Passerà molto tempo (oggi a pranzo ne ho parlato con mia moglie che mi ha subito fermato tanto gli faceva schifo solo a parlarne), ma se davvero gli insetti hanno le caratteristiche nutritive di cui parli e se hanno minori “costi ambientali”, prima o poi, dovremo assuefarci.
    Sarà per noi una contaminazione con altre culture, ma questa volta – se comprendo bene – non si tratta di una cultura imposta dall’Occidente ricco e sprecone, ma di Paesi che abbiamo sempre considerato in qualche misura inferiori.
    Leggo con piacere il consiglio finale: giusto per prepararci.

    • In merito alla questione “effetti collaterali” (dei quali non ho parlato nell’articolo, vorrei sintetizzare alcune questioni.
      Gli insetti sono animali, e come tutti gli animali possono ospitare microrganismi di vario tipo o causare allergie:
      1) affinchè gli insetti siano autorizzati, ed entrino in commercio, le aziende produttrici necessiteranno di una autorizzazione da parte della Commissione Europea, seguendo quelle che sono le linee guida richieste dall’EFSA (ente per la sicurezza alimentare).
      Gli esperti specificano che l’eventuale presenza di pericoli nei prodotti alimentari e nei mangimi derivati da insetti dipenderebbero da:
      – metodi di produzione e da ciò con cui gli insetti vengono nutriti;
      – dalla fase nel ciclo di vita nella quale gli insetti vengono raccolti e dalle specie di insetti (vi sono anche insetti nocivi che di conseguenza non verranno considerati “commestibili”);
      – nonché dai metodi utilizzati per la loro successiva trasformazione.

      2) Per quanto riguarda il rischio di allergie alimentari: ad oggi non sono state registrate reazioni allergiche agli insetti più comunemente consumati nel mondo se non qualche difficoltà per chi è sensibile alla chitina (un componente dell’esoscheletro degli insetti, che può comunque esser rimosso prima del consumo).
      Per precauzione molto probabilmente saranno sconsigliati a coloro che sono allergici ai crostacei e a chi presenta diverse tipologie di allergie (per ovviare i rischi di reazioni crociate).
      Concludo sottolineando il fatto che in una recente nota del ministero della salute si specifica che attualmente in Italia non è stata ancora ammessa alcuna commercializzazione di insetti ad uso alimentare.

  4. Mi sono, tempo addietro, un po’ interessato all’argomento. Va bene: quando ero in Madagascar mi piovvero un giorno cavallette in testa e sui piedi da tute le parti, e vidi che la gente era felice, le mangiava crude, le scopava e ammassava in sacchi per l’essiccagione… Mai provato a mangiarne una, ma ci riuscirei con una certa dose di autosuggestione. La cosa che mi lascia perplesso, e mi fa un po’ schifo, è che le imprese zootecniche già pronte alla coltura sono le stesse che producono esche da pesca (sbaglio Elena?) Ora, far la fine di una trota…
    Ribadisco, per farci il palato meglio un passaggio intermedio non, come già accade, tramite gallette misto frumento, ma per mangimi alimentari per pollame o itticoltura.
    Rita non si rompe nessun equilibrio: Mowgly della giungla vien descritto mentre scorteccia un albero e mangia locuste! E poi, ma scherzi il risparmio d’acqua e mangimi? Guarda che ne avevo una gigante da bambino che portavo al guinzagio con un filo di cotone, e so cosa mangiava e quanto beveva. Non l’ho mangiata, ma liberata dopo qualche giorno, indenne. Intendiamoci, tutto ciò deve servire a risparmiare risorse, non a far moltiplicare ancora più umani tossici pe l’ambiente!

  5. ….in family, Elena, su “lenticchie, ceci e company” ci siamo già da tempo!
    Per gli insetti ….vediam come butta neh!
    Cmq, grazie per lo ….stimolante post!

  6. Percepisco una strisciante rassegnazione: se proprio dobbiamo … evvabbé!

    Perché, dobbiamo? Tra i cavalli di battaglia dei promoter, oltre al decantato valore proteico dei suddetti insetti, c’è l’affermazione secondo cui “la farina di grillo potrà essere utilizzata nell’industria alimentare al posto di prodotti derivanti da macellazione di carni.”

    Locuste e scarafaggi cosa sono, roccia?

    Dappertutto si dice che gli allevamenti intensivi d’insetti sono il nuovo business alimentare del futuro. Non c’è dubbio, che siano un business. Nel contempo viene sottolineato il rischio di potenziale insorgenza di pericoli microbiologici qualora gli insetti vengano nutriti con sostanze per mangimi non autorizzate (chi fa i controlli nei paesi del sud-est asiatico?).
    Più che una risorsa, mi sembra il cibo della disperazione.

    • La richiesta d’acqua di granaglie e legumi sta aumentando con l’aunmento di Co2 (provato).
      L’insetto vive di pochissimo. I nostri scarti vegetali gli bastano anche come liquido!

  7. Ricordiamoci anche che il rapporto col cibo, oltre che culturale, è emozionale, psicologico. Basta scorrere le statistiche dei disturbati alimentari, tra anoressia, bulimia, obesità, diabete. Poi ci si son messe anche le intolleranze alimentari, e qui il business è imponente. E quante balle, non conoscete nessuno che mai assaggerebbe un formaggio? E che magari preferirebbe una frittura di locuste?
    E’ il nostro rapporto col corpo che è ormai una follia, da quello che ingeriamo a quello che mostriamo fuori, con un culto della perfezione fisica che non tollera più un mal di pancia che subito si ricorre ad esami clinici o pseudo all’insegna del “devo essere intollerante a qualcosa che ho mangiato”, quando sappiamo benissimo della forte relazione tra cervello e intestino, ad esempio. Poi non importa se scoperta un’intolleranza il mal di pancia continua, allora via con altre indagini, per arrivare a dire che questo culto della perfezione fisica ha ormai qualcosa di patologico. Indaghiamo quello, e poi potremo mangiare con tranquillità sia i formaggi che le cavallette senza nessuna repulsione.

    • Le intolleranze, come saprà bene Elena, non sono “percepite” ma “reali” e dovute alle porcherie contenute nel cibo. Una per tutti: la farina, glutinata a dismisura per essere resa commercialmente più invitante. Oggi la pasta è talmente imbalsamata che non scuoce quasi più, e quella roba lì finisce nella nostra pancia.

      L’umanità non è nata con noi ma c’è da milioni di anni. Quando l’uomo si è nutrito di locuste, grilli e cimici? Forse, nei periodi di grandi catastrofi naturali. E noi, probabilmente, siamo dentro una di questa. Anche in quei periodi c’è sempre stato tuttavia chi poteva permettersi di mangiare dell’altro, e sarà così anche stavolta: da una parte i consumatori del vino d’annata e del Dop, dall’altra gli sfigati che per sopravvivere devono ingoiare gl’insetti cinesi manipolati geneticamente e allevati in serre dove regna la chimica. Anche questa è selezione della specie, l’importante è non dichiararlo.

  8. Un piccolo estratto da un articolo del Corriere della sera,contro la perentorietà di certe tesi:
    “Ma come dimostrare queste intolleranze? «Non è facile — spiega Pastorello —. Mentre per la classica intolleranza al lattosio (del latte), l’unica finora riconosciuta come tale e dovuta alla mancanza di un particolare enzima (lattasi) ci sono test specifici, nel caso del malassorbimento dei carboidrati non si può dimostrare la mancanza di qualcosa. Si potrebbe pensare a un Breath test, un test sul respiro, come quello per le intolleranze al lattosio, per misurare la produzione di idrogeno provocata dalla fermentazione dei carboidrati, ma è tutto da studiare».

    Nel frattempo è consigliabile abolire i carboidrati dalla dieta? «Eliminarli per un limitato periodo di tempo – continua l’esperta – può servire per convincere una persona del problema. Poi, però, vanno introdotti, anche a costo di qualche sintomo che una persona dovrà imparare a tollerare. Una dieta equilibrata non può prescindere da questi alimenti». Non solo, ma il frumento è anche ricco di vitamine e certi fruttani funzionano come prebiotici per la flora batterica intestinale, favorendo l’equilibrio fra batteri benefici all’organismo (lattobacilli e bifido batteri) e quelli che potrebbero avere effetti negativi per la salute. Come dire che il capitolo delle intolleranze alimentari, fino a qualche tempo fa quasi negato dalla medicina ufficiale perché non rientrava negli schemi delle allergie vere, viene ora preso in considerazione anche dalla ricerca e richiederà un nuova alleanza fra medico e paziente per quanto riguarda la cura.

    Attualmente la nomenclatura internazionale inserisce le intolleranze da malassorbimento dei carboidrati nel gruppo delle ipersensibilità agli alimenti cosiddette “non- immunomediate”. Spiega Pastorello: «Le ipersensibilità si suddividono in immunomediate (quando interviene il sistema immunitario) e non-immunomediate. Fra le prime ci sono le vere allergie ai cibi (in questo caso il sistema immunitario produce anticorpi IgE) e le ipersensibilità cellulo-mediate dove intervengono cellule del sistema immunitario (è il caso della celiachia). Fra le non-immunomediate, che, cioè, non coinvolgono il sistema immunitario, ci sono quelle da intolleranza al lattosio, quelle da malassorbimento dei carboidrati e le sindromi sgombroidi». Queste ultime colpiscono chi mangia tonno o pesci della famiglia degli sgombroidi poco freschi, che producono putrescina: quest’ultima blocca la degradazione di una sostanza presente nell’organismo, l’istamina, con conseguente calo di pressione, nausea, crampi e altri sintomi. È la stessa sostanza contenuta nei formaggi e nei vini rossi, che, secondo certe classificazioni, provoca la cosiddetta intolleranza farmacologica ai cibi.”

  9. Rita, non da adesso, ma da sempre: “Gli insetti edibili (per la FAO sono poco meno di 2000) rappresentano, da molto tempo, una fonte alimentare in molte aree geografiche. Un consumo tutt’altro che marginale visto che interessa almeno 2 miliardi di persone. Solo per le cavallette viene stimato un consumo superiore alle 10 tonnellate annue in paesi come Thailandia, Messico e Algeria, mentre il consumo di termiti a scopo alimentare arriva nel solo Zaire a più di una tonnellata al mese, mentre bruchi e farfalle raggiungono le 3 tonnellate all’anno in Messico.”

    • E’ quello che ho detto anch’io: a tavola dei poveri cristi insetti, sulle tavole altolocate caviale e champagne. Tutto regolare, come da copione. E del resto, qualcuno dovrà pur mangiarli ‘sti insetti, sennò gli allevamenti intensivi a cosa servono? Negli Anni ’50 non avevano forse convinto le famiglie medie occidentali a mettere in tavola almeno una volta al giorno (!!) la fatidica bistecca? Siamo ancora lì, non è cambiato nulla. Business is business.

      Sulle intolleranze alimentari c’è molto da dire e bisognerebbe aprire un capitolo a parte. Anche sulla maggiore “velenosità” degli alimenti negli ultimi decenni ci sarebbe molto da dire. La storia è lunga e dolorosa. Insidiosa, soprattutto, perché causa d’innumerevoli malattie.

    • Nella questione dobbiamo considerare anche lo svantaggio culturale – competitivo a cui la repulsione in tema ci espone come occientali. Essere già adattati a a vecchie ma rinnovate alimentazioni è un vantaggio. Teniamo presente che l’attuale allevamento intwensivo sarà presto insostenibile per dispendio di acqua, sarà limitato in quanto crudele, ma soprattutto rappresenta un rischio di diffusione di zoonosi (trasmissione di malattie animale – uomo) enorme. Tutte le malattie occidentali sono di derivazione zoonotica per la cultura dell’ellevamento. Gli americani originari non ne soffrivano in quanto cacciatori.
      In realtà penso che il passagggio intermedio insetto – pesce – uomo sia il compromessso di avvicinamento culturale migliore. L’itticoltura con nutrizione a gamberetti è estremamente più lesiva per l’ambiente della pesca, e la resa quantitativa è bassa. L’uso di trinciati di insetti allevati saebbe naturale (da sempre il pesce fa i salti per catturare insetti) e vantaggioso, oltre che nutrizionalmente sano.

  10. Le cavallette arrostite le ho mangiate e non sono male. Penso che, anche in questo caso, la qualità e il gusto del piatto dipendano dalla specie scelta e da come la si cucina. Arrostite secche, con l’aggiunta di un filo d’olio extra vergine e una spruzzata di pepe, possono essere un buon esempio di “tapa” o di starter leggero, accompagnate da un bianco molto secco e ben freddo. Se nei tre giorni successivi si ha a che fare solo con la propria bicicletta, all’aria aperta (molto aperta) e in posti poco antropizzati, come ad esempio il pianalto e le rive del naviglietto, allora si possono gustare con burro e aglio o molto trifolate. Inoltre, certi vermi in alcuni formaggi sono da tempo immemorabile una prelibatezza. Credo che una opportuna fase propedeutica agli insetti sia l’aver sperimentato, nell’ordine, serpenti, rane e lumache.

    Il problema, mi pare, è quello di poter scegliere tra gli insetti quelli che si preferiscono. E, soprattutto, di non dover mangiare per forza insetti e Tavernello mentre altri pasteggiano a foie gras e Krug. Finché l’insetto resta uno sfizio, come il diploma di rattlesnake eater di ritorno dal sudovest, ci può anche stare e anzi potrebbe persino fare figo. Se invece intere popolazioni sono condannate ai bacherozzi mentre altrove si degusta e si smandibola molto diversamente, la faccenda è ben altra. Personalmente sono tutt’altro che marxista ma una cosa è la sperimentazione sulle papille gustative, un’altra quella sulle soluzioni di politica nutrizionistica applicate con cogenza sociale ed etnica.

  11. Pensando di fare cosa gradita ai lettori del blog, socializzo il seguente contributo.
    Fino agli anni ’60 circa – terminata la giornata lavorativa durante stagione estiva – per i giovanotti di Ombriano era consuetudine recarsi lungo le rogge (Alchina, Acquarossa, Comuna etc.) con sapone e salvietta sottobraccio per fare il bagno. Era quella una delle circostanze in cui venivano catturate le libellule (i spusù), che mondate dalle membra indesiderate, venivano gustate crude, come una vera e propria ghiottoneria. Dopo essere stato catturato, al povero odonata venivano strappate ali, testa e addome. Trattenuto per le zampe, ciò che rimaneva dell’insetto era il torace, contenente una muscolosa polpa rosea, equiparata al tonno (al tù di spusù), una lecconia che veniva mangiata in un sol boccone.
    Il tutto viene descritto nel sottostante componimento dialettale, tratto da una raccolta inedita scritta a due mani, dal titolo ” Bestiario e dintorni in vernacolo cremasco”.

    I SPUSÙ
    (Le libellule, Libellula)

    Appartenenti al sottordine degli Anisotteri, la struttura d’insieme delle libellule è molto più robusto di quello delle damigelle: l’addome, meno sottile, ha sovente sezione triangolare, talvolta è depresso, e il capo, di forma sferoidale, porta grandi occhi globosi, quasi sempre toccantisi nella regione dorsale. Il volo, rapido e zigzagante, è potente e impetuoso, grazie ai robusti muscoli del torace cui è affidato il compito di muovere le quattro ali membranose caratteristicamente allungate. Il brano, oltre al comportamento dell’insetto, descrive come lo stesso venisse un tempo cercato dai giovanotti locali, per gustarne le sua prelibata polpa rosa (tonno) contenuta nel torace.

    Adrè a le rìe da l’Alchìna Lungo gli argini dell’Alchina
    an mes ai cares e ’l giaù tra i carici e il giavone
    sia al dubàs che la matìna sia al mattino che al pomeriggio
    giràa ’nà möcia da spusù volavano tantissime libellule

    Annànc e ’ndrè, lur i gulàa Volavano avanti e indietro
    chel da dì! i’era mai pòs perdinci! Non erano mai stanchi
    e tòt ’ntùrne i nàa a lugiàa ed osservavano tutto intorno
    per pudì ’mpienìs al gòs per potersi riempire lo stomaco

    Quant la fam l’era scudìda Quando la fame era appagata
    i sa fermàa a pusà ’n po’ si fermavano un po’ a riposarsi
    sö i masagàt, o nà raìda sulle mazzesorde o i rovi
    coi du ugiù fora dal cò con i grandi occhi sporgenti dalla testa

    E quant lur, forse i durmìa E quando loro riposavano
    anà quai dù ga nàa a tìr qualcuno gli si avvicinava
    i spusù i la sera mìa le libellule non lo sapevano
    da iga finìt, da fa i so gìr che avevano finito di volare

    con du dic, ià ciapàa Con le dita venivano prese
    e le ’n mà, a stö spusù e catturata, a questa libellula
    vià la cràpa i gà schintàa gli strappavano la testa
    e con chèla apò i’ugiù e con essa anche i grandi occhi

    strepàt cua, sampe e ale Strappato coda, zampe e ali
    i’era prunc da fa ’n bucù erano pronti da mangiare
    me va’n cünte mia da bale io non vi racconto frottole
    i la ciamàa, ’l “tù” dai spusù. lo chiamavano “tonno” delle libellule.

    • Uno spaccato di vita campestre, grazie.
      Però è terribile, mi ricorda i miei amichetti che facevano cose turpi con lucertole e altri animaletti indifesi. La violenza è insita nella natura dell’uomo, c’è poco da fare. Rassegnamoci.

    • Grazie, sia per la composizione poetica che per il richiamo a quel passato.
      In effetti, quello delle libellule è un esempio molto vicino a noi di entomofagia.
      Da bambino passavo alcuni brevi periodi estivi nella zona della Torre, tra Pianengo e Crema, e avevo fatto amicizia con altri ragazzini delle cascine vicine. Uno di loro catturava le libellule per mangiarne, dopo le rituali ablazioni, la parte della polpa, durante le spedizioni della nostra banda tra la Morgola e il Rino.
      Inutile dire quale ammirazione suscitasse.

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