domenica 23 settembre 2018

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La privacy: sempre più demolita dall’informatica

Mark Zuckerberg , fondatore e amministratore delegato Facebook, chiede perdono per gli 87 milioni di profili di Cambridge Analytica violati. Ma tutti i provvedimenti nuovi di sicurezza, tutte le ammende, non sposteranno il problema, perché il difetto è in noi stessi. Cose americane, direte. Sicuro? Sentenze per cessione di dati sensibili di cittadini, custoditi su supporto informatico, qui, a Crema, ce ne sono state già decenni orsono. Il tempo è passato, non pregiudico la privacy, e in ogni caso non c’è mai stato occultamento del procedimento, ma è vero, e i dati erano tanti!

D’altra parte non ci rendiamo conto del cambiamento di significato della parola privacy, di piccole rinunce, o aperture, che dovremo fare, e, al contrario, di una comprensione nuova, necessaria, dello zoccolo duro dell’inviolabile. E già, perché tutti vanno subito a pensare al sesso, su cui in realtà c’è già molta più plasticità di giudizio, mentre il muro contro l’inaccettabile, umanamente e socialmente, si sta delineando. E allora tutti spero si trasformino in poliziotti per le cose gravi e molti in confessori comprensivi per le piccole leggerezze! Perché ancora non abbiamo imparato a convivere con questa “tutela della privacy”!

Un esempio? Domenica un’amica di gioventù, sposata e trasferita negli U.S. mi recupera dopo oltre 40 anni tramite Facebook e per lo stesso canale mi chiede consigli per un grosso intervento ortopedico alla nipote. Il fatto è, che, comunque vada, la pregiudicherà fisicamente! Ma è roba da Facebook? Mi procuro una linea telefonica sicura e le chiarisco che così rischia di precluderla da molte possibili occupazioni lavorative richiedenti prestanza fisica, perché quei dati resteranno indelebilmente un suo marchio!

“Non ci avevo pensato…” la giustificazione. E se non ci pensano i cittadini di quel postaccio dove i fatti illeciti avvengono, noi qui, più decentrati?… Non sto violando niente, impossibile risalire alla fonte.

Ma il problema si allarga, perché le blockchain, di cui tanto parliamo, saranno estese come uso a ben altro che la sola finanza: atti notarili, copyrigt, documentazione dei Comuni, certificazioni di qualità, Istituzioni accademiche, e via dicendo, tutto quanto può essere certificato e custodito circolarmente anziché da un singolo garante, fra l’altro esoso. Ma, mentre è molto difficile rubare soldi, violare la catena dei passaggi economici P2P, a detta di Natalie Smolenski, esperta del ramo, non è affatto impossibile:  indagando basta scoprire il primo accoppiamento chiave di criptaggio-identità, le altre si apriranno a catena. Difficile per noi profani, ma, mettiamo, i documenti del titolare di un patrimonio testamentario occultato, di una diga certificata, anagrafici, sanitari sono alla portata di esperti cacciatori. Certo, il sistema migliorerà, ma la questione è sociologica.

 

E allora ecco la mia posizione di sempre: visto che diverremo sempre più “pubblici” alleniamoci a distinguere ciò che realmente per noi è essenzialmente intoccabile e ciò su cui ci si può fare anche una risata, perché il giudizio altrui può anche servire a correggere piccole difformità di comportamento che noi stessi non vorremmo, oppure opporci, ed essere un’occasione per innescare un cambiamento di costume, ma per le cose grosse meglio che la Società si muova in blocco, anziché dissotterrare l’osso dal buco sotto la sabbia quando è troppo tardi. Insomma etica e costume sono evolutivi, approfittiamone per migliorarli!

 

Non sono un dotto, ma, tanto per dimostrare che ho dei precedenti, e non sono un folle filo orwelliano isolato, cito da uno dei miei preferiti:

Viviamo in modo tale che essere visti all’improvviso significa essere colti in fallo. Ma a che serve nascondersi ed evitare gli occhi e le orecchie del prossimo?

                                                                                                          Seneca lettera 43 libro V

Commenti

20 risposte a “La privacy: sempre più demolita dall’informatica”

  1. Facebook, non c’è scusa che tenga. Non c’è niente da fare: quando qualcosa è gratis è perché la merce siamo noi.

  2. Vedi Ivano
    gli studi sugli adolescenti non sono così concordi sulla dannosità del sitema, se usato corettamente. In particolare emerge a due anni di studio un buon risultato sul’empatia. Ma ci vuole un sistema di polizia! E poi, torniamo al dilemma: ma che abbiamo da nascondere mai?
    O sono gli altrri che ci vorebbero omologare secondo un modella standard e se ce ne allontaniamo ci colpevolizzano? Certo, far mercato di dati, come, ripeto, è successo anche a Crema, è materia giuridica, ma noi, se parliamo di cose sulla linea ella normalità delle noste vite, cosa dobbiamo temere?
    Per esempio io temo che l’imagine non uscirà mai, resterà un articolo bigio, vendetta dell’informatica!

  3. Nell’ambito della storia umana esiste anche una storia della Compassione. È un elemento che ci ha seguito nei nostri processi evolutivi e nello sviluppo delle nostre reti neuronali. La Compassione è oggi un fenomeno diversificato per territori e culture. È curioso come, sempre più spesso, da quando la società globalizzata dello spettacolo e dell’intrattenimento si è fatta digitale e onnivora, venga manifestata Compassione verso le vittime dell’ICT e dei media, violate nella loro privacy e in altri loro diritti soggettivi a causa della pervasività delle nuove tecnologie e dell’invasività dei nuovi centri di controllo globali.

    Non provo alcuna Compassione per chi oggi asserisce violazioni della propria sfera individuale e dei propri dati personali o sensibili. Se è impossibile schermare del tutto la propria esistenza rispetto all’ICT e al signoraggio digitale, è tuttavia possibile ridurre entro limiti di sufficiente salvaguardia il proprio perimetro di rispetto e ciò che si ritiene non condivisibile con altri. Ovviamente, esistono condizioni essenziali e precise per riuscirci, di natura attitudinale, comportamentale, organizzativa, operativa. Non c’è bisogno di ricorrere ai sempre più diffusi manuali di guerriglia contro le tecnologie dell’informazione e della comunicazione per rendersi conto di quanto si possa fare per diminuire drasticamente le violazioni e offrire quasi solo blank fields a puntatori e search engines.

    Avere Compassione dei media-dipendenti e dei web-addicted, dei compulsivi dei selfie, del continuo messaggiare e delle incessanti esternazioni sui social, che possono trovare poi gli affari loro messi in piazza o in qualche archivio chissà dove, è come compiangere una pornostar che si lamenta perché il pubblico l’ha vista nuda.

  4. L’ultima mi è piaciuta particolarmente, in quanto calzante. Ma segnalo anche “Non provo alcuna Compassione per chi oggi asserisce violazioni della propria sfera individuale e dei propri dati personali o sensibili” Isolarsi totalmente dall’osservazione è già impossibile. Ogni aggiunta tecnologica peggiora il quadro, ma ciò non toglie che fra la tolleranza el “vezzo” individuale e la persecuzione orwelliana dobbaimo costruire dei parametri nuovi. Conosco personalmente le persone che hanno ceduto dati in passato, con dispiacere ho saputo di miei amici ortopedici arrestati a Milano per altri motivi, ma pensate che non si sentano dei perseguitti? Ma che colpa hanno se il mondo gira così? O che merito ho io se ho avuto un padre dalla mentalità integerrima che mi ha imprintato? Deve divenire un bene condiviso in rete!
    Vedete, per un capriccio del sistema la copertina non è stata assunta, siamo usciti in grigio! Ebbene, è una pagina grigia! Ma è anche una svolta: facciamoci un’opinione, perché nulla può restare graniticamente come prima. Bisogna reagire con criteri nuovi, riazzerano e ristrutturando i parametri di giudzio.

  5. Grazie, Adriano, per l’ennesimo stimolo.
    Siamo, è vero delle “merci” (come dice Ivano) nei social, ma come sostengono tutti gli altri, siamo noi che ci offriamo come merci mettendo… in pasto a tutti la nostra privacy.

    Personalmente frequento un’unica comunità: CremAscolta.
    Mi permetto una semplice considerazione.
    Che cosa abbiamo fatto noi in questi cinque anni? Non abbiamo condiviso tra amici, come in certi social, foto e video privati, ma abbiamo comunque svelato a tutti tutto ciò che che abbiamo di più intimo: le nostre convinzioni su ogni ambito, dalla politica alla religione, dalla sessualità alla bioetica…
    Non abbiamo nessun Grande Fratello, non abbiamo alcun “algoritmo” che ricostruisce automaticamente i nostri profili (che potrebbero essere venduti a terzi), ma un fatto è certo: se qualcuno avesse interesse a leggere tutto quanto abbiamo scritto in cinque anni ricostruirebbe la nostra personalità che nessun algoritmo riuscirebbe a realizzare.
    Le nostre idee sono diventate un libro “aperto” a tutti. Ci siamo… denudati liberamente, convinti che “dialogare” con altre persone che entrano nella stessa piazza sia un arricchimento per tutti.
    Nessuno, è vero, ha interesse a studiarci, ma chi ci garantisce al 100% che nessuno ci abbia “spiato”?

  6. Hai ragione, Adriano. Così come la nostra invisibilità rispetto alle leggi fisiche, anche la nostra invisibilità rispetto alle tecnologie dell’informazione e comunicazione è probabilmente cosa impossibile. Per lo meno, sino ad ora in pochi l’hanno raggiunta, spesso però a costo di notevoli rinunce alle abitudini e ai vantaggi dell’esistenza contemporanea. Il punto è infatti quello di riuscire a ridurre il più possibile la propria tracciabilità sociale e le proprie orme nelle interazioni e nelle transazioni correnti che avvengono nella vita di tutti i giorni, senza però un’eccessiva corrispondente riduzione della qualità e del valore di questa stessa vita quotidiana.

    Credo che sia possibile raggiungere un punto di equilibrio molto proficuo in questo senso, beninteso sempre che non si sia affetti in modo irreversibile da determinate sindromi o patologie, come quelle della dipendenza da comportamenti compulsivi esibizionistici in campo ICT, della psicolabilità cronica dovuta ai fenomeni di sovraesposizione all’overload interconnettivo, della oligofrenia endemica nei contesti di ossessione eidolica (selfie e altre foto-fissazioni).

    Insomma, fino a quando le droghe pesanti dell’allucinazione digitale non hanno distrutto in modo irrecuperabile le sinapsi neuronali, è possibile perimetrare il proprio territorio personale in modo, se non proprio inviolabile, almeno poco violabile. Occorre naturalmente gestire in modo attento le possibili tracce lasciate dalle proprie attività sociali, economiche, lavorative, ludiche, locomotorie e via dicendo. Le difficoltà maggiori in quest’opera di difesa e tutela non derivano tanto dai sistemi informativi interconnessi via fibra o cloud ma dai sistemi dinamici di monitoraggio visivo via satellite e, in parte minore, anche da quelli locali a postazione fissa. Tuttavia, anche lì esistono accorgimenti. Insomma, la guerra tra gli avversari e i fautori della “invisibilitas”, aspirazione antica e onorata, è solo agli inizi.

  7. Vedo che da cime diverse ci avviciniamo a un punto di equilibrio fra i due opposti della corazza e dell’esposizione. L’esibizione è fenomeno, patologico, diverso: una sorta di liberazione esagerata che ricorda l’amore libero degli anni 70, in cui normalissime comitive i adolescenti si lanciavano in promiscuità di pessimo gusto, innaturali. Sapete che parto sempre dalla biologia, perché l’uomo, anche se sovra-biologico, non deve, se vuol restare sano, opporsi alla propria base biologica. E l’evoluzione ha fornito tutte le creature sociali di “neuroni a specchio” che permettono di vivere l’esperienza altrui come propria. Quindi l’interconnessione delle vite è fisiologica. Ma l’uomo ha altre connotazioni comportamentali, ad esempio il pudore, a partire da quello del proprio corpo, e quest’esigenza di copertura è sconosciuta qualsiasi altra specie, lì dove ripeto sempre che studiando l’etologia troverete tutti i comportamenti umani che consideriamo verbalmente, con leggerezza, contro natura. Ora, da dove nasce il pudore? Direi da una non accettazione. Ma un bambino, a cui deliberatamente si insegna il senso del pudore, perché non dovrebbe accettarsi? Cosa ha mai fatto di male nell’essere nudo? Forse e giusto porgli dei limiti, potrebbe ad esempio destare appetiti di pedofili, che comunque esistono anche in altre società animali, ma dicendogli di coprirsi gli poniamo il primo seme della non accettazione. E quindi ti nasce una ridicola moda del nudismo. Ridicola perché nell’isola di Filicudi degli anni ’80, tutti ustionati da un sole feroce, ma rigorosamente nudi per conformismo al costume locale, facevamo solo ridere.
    Scusate la sbrodolata, ma sento che a piccoli colpi di spugna ci stiamo avvicinando a una società più interconnessa e comprensiva. Se un punto di equilibrio, sempre dinamico, chiaro, si raggiunge, si eliminano anche gli aspetti deteriori, in quanto inutili, le morbosità, e così via.
    Sarebbe bello raggiungere un grado di neoinnocenza in cui possiamo mettere in atto il motto di Seneca “a che serve nascondersi ed evitare gli occhi e le orecchie del prossimo?”, non succederà, ma piccole nuove liberazioni vanno comunque incoraggiate: banalmente questo vuol dire ridurre il peso dei dati commerciabili, e basare la propria autostima su un giudizio più ampio di quello della valutazione personale e della ristretta cerchia di confidenti-confessori. Ragioniamo anche sul bullismo cui può portare la rivelazione di un dato. ma non si sgretolerebbe immediatamente se intimamente potessimo sentire di poter rispondere “e allora?” Non sarebbe auspicabile dare un colpo di spugna a un sempre maggior numero di vergogne e concentrarsi su aspetti realmente esecrabili?
    Guardate i sei arresti di ortopedici di ieri, tutti ex miei amici: quelli non si vergognavano affatto, perché in quel mondo le tangenti si discutevano liberamente a tavola (non io, educato da mio padre proprio a questo specifico senso della vergogna), eppure non c’è delitto più esecrabile non solo di prender soldi non dovuti, ma di conseguenza trattare dei Pazienti come fonte di reddito operandone il più possibile, anche i sani. Credete che Crema ne sia sempre stata fuori? Sbagliate: diciamo che qualche soggetto col vizietto nel piccolo è stato più facile da smascherare e convincere a uno spontaneo allontanamento, ma si trattava di rispettabilissime persone per la Società, persone che sarebbero arrossite fino alla punta dei capelli se un colpo di vento avesse scostato una tenda mostrando cose di sé del tutto innocenti, mentre dentro erano marci fino al midollo. E allora non ci inganniamo: ci saranno sempre meno posti dove nasconderci, quindi iniziamo a standardizzare nuove pesature dei comportamenti.
    Scusate la lungaggine.

  8. Soltanto noi non nati digitali abbiamo comunque gli strumenti per “perimetrare il nostro spazio personale”, come dice Pietro, mentre ad altri tale possibilità e’ preclusa. Qualche giorno fa, ad esempio, in coda in un ufficio pubblico, osservavo un bimbetto nel passeggino di forse 8-10 mesi la cui giovane madre, per poter chiacchierare indisturbata con l’amica che le stava accanto, aveva pensato bene di piazzargli davanti agli occhi lo smartphon che, orrore!, il neonato col ditito gestiva benissimo girando l’immagine e attivando/disattivando l’audio. Mi chiedo come potra’ “salvarsi” la generazione di domani. Che poi, il progetto mondialista prevedeva esattamente questo: la tecnologia al servizio del controllo planetario. Esperimento riuscito.

    Ora le questioni sono essenzialmente due: come separare la tecnologia “cattiva” da quella “buona”, che ovviamente esiste; come spiegare alle ultime generazioni (tutte fidelizzare) che vivere non significa stare incollati a un display h 24. In entrambi i casi, tocca a noi poiche’ siamo i soli in grado di cogliere le differenze. Se in passato i nonni potevano stare tranquillamente in poltrona, oggi questo privilegio (ammesso che lo fosse) non e’ concesso. Siamo stati fin troppo “tranquilli” prima.

  9. Non escludo – continuo con la mia provocazione – che qualcuno (per dei fini oscuri) ci abbia già classificati come… lepenisti, sfascisti, comunisti, anarchici, omosessuali, atei, agnostici, bigotti, reazionari…
    In cinque anni abbiamo spalancato il nostro libro, su tutto.

  10. Ho avuto sotto mano uno studio di una sociologa che rivaluta i social nell’implemetare l’emopatia degli adolescenti: una cosa fatta a questionario e punteggio su liceali a intervalli di due annni. Non mi chiedete la fonte, mi passa tanto di quel materiale sotto gli occhi!
    Tuttavia devo dire che è una voce controtendenza, tuttavia ha una pretsa di scientificità, non puzza di pregiudizio. Io sarei cauto, sto più con Rita.

  11. Mamma mia maestro! Io altro che spalancato, ho abbattuto addirittura le pareti. I sistemi informatici mi avranno classificato come “inclassificabile”. Sì, siamo osservati e ho già riferito un episodio: dopo una mia affermazione di viva amicizia a livello internazionale mi sono trovato oscurato, nell’incomunicabilità, per due giorni. Suggestione? Non credo. Quando sono stato “clonato” anni addietro sono stato un sorvegliato speciale, nel senso che ogni operazione procedeva con il ritardo dei controlli del tempo, per mesi, eppure la vittima ero io!

  12. Adriano, siamo stufi marci dell “influencer” di turno (sociologi, economisti, psicologi, nullologi, etc.) che dicono la loro “dati alla mano”. Nella societa’ liquida si puo’ affermare una cosa e il suo esatto contrario ottenendo uguali attenzione e seguito. Cio’ che davvero conta, pero’, sono i fatti concreti, i giovani delle ultime due generazioni, quindicenni e trentenni, stanno meglio o peggio dei loro predecessori non ancora eterodiretti dal mondialismo tecnologico? Non so, fate voi.

  13. Zuckerberg oggi, al senato americano, non ha solo parlato del suo impegno a difendere la privacy, ma anche a combattere le fake news e le propagande avvelenate.
    Un’assunzione di responsabilità encomiabile, ma… non si tratta di parole, al vento, pur nobili? Sarà forse più facile, in qualche misura (lo dico paradossalmente), difendere la privacy che abbattere le fake news!

  14. Rita mi parla di “influencer” di turno (sociologi, economisti, psicologi, nullologi, etc.) che dicono la loro “dati alla mano”. Nella societa’ liquida si puo’ affermare una cosa e il suo esatto contrario. Verissimo. E il bello di questi studi, se almeno questo ha una sua attendibilità, ma qui vi parlo di metanalisi su un serissimo testo quale “Homo deus”, ormai un classico futurologico, se non sbaglio la citazione, dicevo, l’autore conclude che è proprio quello che vogliamo: arrenderci placidamente e ridurre lo spazio decisionale individuale. Quindi saremmo spacciati, ma il bello delle proprietà emergenti dalle situazioni critiche è proprio la loro imprevedibilità. E non vi anticipo l’auspicio personale.

  15. C’è tempo…
    Se ci rapportiamo dai tempi del Big Bang a oggi come fosse un anno,
    l’homo sapiens sarebbe apparso due minuti fa,
    Gesù Cristo cinque secondi fa,
    una vita,due decimi di secondo.

  16. Poiche’ la fine del Ciclo, o Grande Anno, s’avvicina, saremo spacciati senz’altro. Tuttavia questa non e’ la prima distruzione che coinvolge l’umanità, ne’ sara’ l’ultima.

    Qualcuno comunque sopravvive sempre, e va avanti, questo solo conta, al di la’ di ogni egoismo. Personalmente, non sono affatto preoccupata.

  17. ….ma, mi chiedo, siamo davvero “in tanti” a sentire questo bisogno di difendere la nostra “privacy”?
    Social (ovviamente face book in testa), isole dei famosi, grandi fratelli, n trasmissioni TV (anche di mamma Rai, che paghiamo col canone) testimoniano, incentivano tutt’altro: sciorina i fatti tuoi, nei più intimi particolari, fatti vedere e se sei donna per lo meno accavalla e disaccavalla come si deve e se sei uomo metti bene in mostra il rolex!
    Privacy?
    Ma se non blateri i fatti tuoi al telefonino (che ti sentano bene tutti, mi raccomando), vestita/o in modo da non lasciare proprio nulla all’immaginazione, non sei nessuno!
    Privacy?
    Ma chi ci pensa?
    Ostentazione, quella si! Esagerazione! Vogarità sguaiata e urlata! E soprattutto guardarsi bene dall’approfondire alcunchè, galleggiare su tutto “spazzando” tutta la “spazzatura” (e ce n’è tanta, troppa!) che ci circonda!
    Uno che ho amato/continuo ad amare dice (in musica) “L’importante è esagerare”! https://www.youtube.com/watch?v=W68kG1PptPY
    L’informatica? Certo Adriano, lei fa la sua parte e, dato che la mutazione attualmente in atto per il bipede è quella dell'”homo economicus”, ha creato lo sterminato “data base” che consente di nutrire i suoi appettiti (dell’homo), predisponendogli anzi gli aperitivi più stuzzicanti, proprio quelli che puntano diritto ai suoi …”gusti”, che, giustappunto grazie alle capacità potentissime dell’informatica, sono catalogati fin nei minimi “dettagli”, anche quelli …”non dichiarati”, inespressi esplicitamente, ma ….”trasparenti” al numero di clik!
    Cuntent brambila?
    Figurarsi la Privacy …..e via a firmare clausole (scritte in piccolo/piccolo) perchè ci hanno fatto una bella “leggiona”, sulla PRIVACY!!!!
    Fintatno che non ci mettono un cip sottocute, magari mascherato da ….”vaccinazione”, noi pochi “pensanti” possiamo ancora salvare almeno i nostri ricordi (cfr “Blade Runner”) , personalmente me li tengo stretti, e li ….”frequnento” anche, fin tanto che ce la faccio!

  18. Questo sì che è un parlar da ingegneri! E calzante il paragone della pornostar di Pietro Martini!
    E allora il problema del si fa ma non si dice” non esiste più? Seneca ava giuste dritte per niente? Volevo solo evidenziare che, mnel momento in cui l’informatica scoperchia le pentole, e noi l’assecondiamo entusiasti, un po’ come quei ragazzi post-sessattontini stupidi e cretini, val la pena di fare un risettaggio delle cose di cui davvero vergognarsi e di quelle su cui fare spallucce. Un momento di antipocrisia su cui è inutile pensare che tutto torni come prima, e non mi sembra nemmeno auspicabile! Mettici la faccia è stato sempre uno dei miei temi, ma aggiungerei sappiamo come coalizzarci contro chi fa l’imbecille e mette alla berlina chi ha il coraggio di esporsi. E l’educazione molto conta, anzi, tutto. Per questo siamo ancora essenziali, per insegnare a non sprecare energie a fabbricare paraventi di carta velina, ma indirizzarle verso la valorizazione delle libertà AMMISSIBILI e l’azione comune contro chi supera il limite invalicabile, e sono proprio quelli a non avere il senso della vergogna, e spesso tutto il nostro rispetto sociale. Insomma, dove pore l’asticella non lo possiamo decidere che tutti insieme, con il comportamento palese e con calibrati giudizi condivisi. Se poi le cose stanno già così, allora chiedo scusa della perdita i tempo, ma le acque le vedo ancora torbide, e cremascolta è uno dei filtri antiparticolato.
    Parafrasando il vecchio detto “non c’è nessuno più ricco i chi non ha niente” direi che non c’è nessun riccco spirituale più di chi niente ha da nascondere. tutto qui.

  19. L’informatica è informazione automatica. In tutte le epoche le informazioni sono state importanti, soprattutto quelle basate sui dati personali e sensibili, quelle più invasive della privacy. Niente di nuovo. Il fatto che oggi esista anche una modalità automatica nel trattamento delle informazioni (ieri analogica, oggi digitale, domani vedremo) e che strumenti molto più potenti possano essere utilizzati in proposito rende la partita informativa sui vari terreni di gioco molto più agguerrita. Ma, come sempre, i mezzi sono diversi, i fini sono gli stessi. La partita dell’informazione come potere segue l’evoluzione della nostra specie. Tutto deriva dalla nostra biologia, dalle nostre volontà aggressive, anche riguardo alle nostre rapine cognitive, alle nostre effrazioni informative.

    In ogni epoca questa partita si fa particolarmente dura su quei terreni di gioco che le condizioni storiche rendono più rilevanti. Un tempo, ad esempio, il terreno di gioco religioso era molto importante, per conoscere convinzioni e comportamenti più o meno aderenti al dettato confessionale, anche con modalità inquisitorie. Oggi, ad esempio, in un mondo che ha il denaro come top rank valoriale, conta soprattutto il terreno di gioco delle transazioni economiche, per conoscere le abitudini di spesa, gli orientamenti all’acquisto, le attitudini al consumo, anche con artifici commerciali. Per questo la caccia ai dati derivanti dalla tracciabilità delle operazioni di pagamento e dei movimenti finanziari è estremamente aggressiva.

    Difendersi è possibile, come dicevo nel precedente commento, forse non del tutto ma in buona, anzi ottima parte. Possibile e anche piuttosto divertente. Magari partendo proprio dal terreno delle transazioni economiche. Ma, poi, trincerando e munendo altri terreni della propria esistenza. Il concetto di privacy non ha senso se non viene integrato in un contesto esistenziale di sicurezza individuale e di gruppo. Questo concetto di security comprende i vari processi di difesa fisica, logica, informatica, relazionale in genere. Anche qui, nulla di nuovo. Da sempre, persone di ogni età, estrazione sociale e orientamento culturale lo fanno e ci riescono. E poi, in un mondo come l’attuale, sempre più popolato da cretini digitali e babbei esibizionisti (perfetto il commento di Francesco delle 13,12), la cosa può dare ancora più soddisfazione.

  20. Perfetto, e la difesa è una via, ma a me interessa di più il fenomeno della accresciuta visibilità come occasione di ricalibraggio etico: cosa è realmente intollerabie, certe “furbate” attuali che sono in realtà veri reati abietti, e cose che sono solo costumi indivifduali, e possono essere derubricate dal capitolo del malcostume. E non parlo del solito sesso!

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