martedì 26 Marzo 2019

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Alle porte di Crema

Indubbio che la porta d’accesso fondamentale a una città sia quella orientata verso il capoluogo di Regione, o la Capitale, quindi viale Repubblica e porta Ombriano, sono l’accesso a Crema.

Scontato che, come primo impatto, sia questo il biglietto da visita emotivo dell’atmosfera urbana. Non è come per la tua Roma, dove, quale capitale del mondo, “tutte le strade portavano a Roma”; quindi, caro Pasquino, è qui che ti conduco questa settimana. Ti piace? La visione che ne viene, già accostandoci, è quella di una città con una storia prospera, per la larghezza della via d’accesso, anche se in parte ora destinata a ciclabili, pedonali, aiuole, parcheggi: tutte cose che servono, e servivano anche ai tempi dei commerci con carri, ma cui si poteva rinunciare in caso di assedio. Ed ecco quindi la bella porta, attraverso cui possiamo già avere un assaggio allettante del centro. Ma arriviamoci con calma, tanto sono appena le otto del mattino! E subito incrociamo l’acqua, il Cresmiero che sottende la strada quasi ad angolo retto, con due bellissimi colpi d’occhio a destra e sinistra del ponte, quasi suggestioni lagunari veneziane. Ma quella struttura paleo-industriale a destra cos’è? Bella, andrebbe visitata, e si può anche, ma come? Chi l’ha vista l’ha trovata suggestiva: vecchi meccanismi a turbina, ma subito a monte un sistema di sbarramento dell’acqua per i corpi galleggianti, e all’interno un piccolo museo. Importante, perché la storica centrale idroelettrica ha un grande significato per la caratterizzazione futura di Crema! Dal 1860, e per quasi un secolo, le acque del canale di drenaggio del Moso furono utilizzate per il funzionamento di macchinari a turbina idraulica, e quindi per la prima idroelettrica, quella che ancora vediamo, a servizio della prima vera  industria di Crema, un linificio-canapificio. E la forza motrice dell’acqua era ceduta alle altre più piccole realtà artigiane, secondo regolamentazione di un  consorzio delle rive, il Consorzio Cavo Colatore Cresmiero. Da qui parte il futuro industriale della città, la sua prima vocazione, solo accompagnata da quella agricola. Perché è il genius loci che rende possibile la riconversione, fino all’attuale cosmesi. Non andrebbe secondo voi rivalutata allora quest’impronta del passato prossimo?

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Andiamo avanti: piacevole, la strada, sotto il suo tetto di foglie. Poi, intorno al n. 22, si allarga, nello spiazzo antistante al palazzo del primo grande supermercato, al tempo Standa, anche se aveva avuto già un suo predecessore minore. Poi bei bar, intorno alle 9 signore e persone varie in relax per la prima colazione, (un’ora per cento metri? direte: per osservare si va lenti).

Ma c’è anche chi al caffè preferisce la prima lattina di birra formato magnum! Il solito gruppetto di sfaccendati di mezza età che occupano le panchine. La gente che passa a volte li guarda male, o gira al largo, e so che ci sono state anche proteste, tentativi di allontanamento, ma sono innocui, nemmeno tanto chiassosi, e per me danno un tocco da clochard parigini che non guasta. Già, perché lo sporco c’è, ma di bottiglie di birra, in quantità da grande deposito dei vuoti a perdere, ma lasciate dal popolo della notte, non da loro, che bevono in lattina.

 

Un’ordinanza di consumo lecito solo nei bar o adiacenze, come in altre città, non sarebbe male!

La nuova rotonda, successiva, è fattore di ordine, silenziosità, ariosità. Andando avanti verso la porta apprezziamo gli arredi urbani, belli, ma già deteriorati. Una mano di impregnante, prima che si sfaldi il legno, a chi tocca, pubblico o privato, cioè il Comune o i bar? Penso il primo.

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E poi, purtroppo, torna prepotente l’invasione dei cofani di auto a romper l’incanto d’epoca, ma son sicuro che riducendo il numero di veicoli circolanti si farà di meglio. La zona pedonale ci aspetta, con tutta la sua grazia sinuosa del tracciato stradale, la sua eleganza, la bellezza di Crema, che in questo settore urbano necessita solo dei ritocchi proposti, e di un nuovo progetto turistico per la centrale idroelettrica, per affascinare a colpo d’occhio il visitatore. Già, quello che arriva per la via magna, ma quello che ci si avventura dalla strada ferrata? Per ora impressione squallida, ma fidiamoci ancora dei grandi progetti!

P.S. Parto e per attivare le comunicazioni alla casa tirrenica impiegherò un po’, quindi scusate se tarderò a rispondere.

Commenti

6 risposte a “Alle porte di Crema”

  1. Una buona guida, Adriano, e utili suggerimenti.
    E’ vero che di fronte all’ex Standa spesso stazionano persone che tu dici sono del tutto innocui e danno l’aria da clochard. E’ un fatto, tuttavia, che non poche donne (così ho raccolto) hanno paura la sera a passare in bicicletta in quella zona.
    Una paura del tutto infondata? E’ sicuramente possibile, ma sarebbe utile chiederlo a qualche vigile (sempre che i vigili, oggi, vigilino).

    • Certo, la notte è altro discorso e, come ben sai, avendo la “porta della mia nuova bottega” a quattro passi, già la sera alle 18 d’inverno ho dovuto cogliere la lamentela di qualche Signora Paziente, come se la mia vigilanza si estendesse fin lì! Ribadisco sempre, bene le forze dell’ordine, ma se il cittadino stesso decide di perdere frammenti di territori, che poi confluiscono in isole intere di degrado, sempliicemnte girando largo con lo sguardo altrove, non ci lamentiamo: ii veri agenti osservatori siamo noi! Inoltre, vero, la birra induce all’eccesso, il numero anche, ma soprattutto ne sono responsabili la sensazione di definitiva esclusione dal tessuto sociale e il senso del “perso per perso….”

  2. Grazie Adriano.
    Credo che solo uno come te, Cremasco ma ….d’adozione sia pienamente in grado di apprezzare, fotografare, “fermare” (come hai fatto) cose che chi si è visto la città cambiare …..sotto i piedi, lascia scorrere come in un continuum, in un film del quale non “ferma” i singoli fotogrammi.
    La turbina del linificio! certo un reperto storico di grande significato, peraltro tecnologia ritenuta a torto obsoleta ma viceversa in fase di rivalutazione. Dovessi scegliere anzichè pensare ad una turpe centralina sulla palata, restaurerei, magari conservativamente proprio quella li!
    Amici, dai, “pasquinizzatevi” anche voi!
    Troppo spesso abbiamo gli occhi aperti , ma …..non gurdiamo. Fa bene …. anche alla vista!!!!

    • Penso che per cogliere il particolare si debba essere nati fotografi, e al mondo dei fotografi dobbaimo rivolgerci soprattutto. Ne conosciamo, vero?

    • A questo punto i reperti industriali da salvare sarebbero due: la turbina del linificio e lo scheletro della Ferriera che piace a me. Dovrebbe passare il sottopasso? Ecco, come dice la parola stessa, che ci passi sotto. E che quello diventi un monumento. Non ci sono state solo le guerre e gli eroi, c’è stato un passato industriale che andrebbe ricordato, anche per il benessere che diede alla città, contro l’immateriale contemporaneo che il lavoro lo sta togliendo.

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