domenica 23 settembre 2018

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La Tavolozza sui Tetti

Conversazione con Gilberto Macchi – Nel suo studio, sui tetti di Crema, con la nostra esperta, Storica dell’Arte, Silvia Merico.

Per incontrare Gil Macchi nel suo studio siamo saliti in alto, a spolverare con lo sguardo i tetti di Crema. Clima romantico-bohemien.

E’ proprio da tale seducente punto di vista che lo sguardo dell’artista si fa ampio e generoso, regalando prospettive sconosciute ai più, in oli, acquarelli, in una vastissima produzione incisa.

Sotto questi soffitti obliqui si raccolgono i frutti di un peregrinare artistico che conduce Gil a scoprire senza sosta nuove materie cromatiche e luminose, rotte sempre nuove alla sua pittura in viaggio, nutrimento per un’espressività curiosa, in un processo creativo vorace di ogni dettaglio interessante captato in giro per il mondo. L’artista dimostra con costanza la sua capacità di rinnovarsi, restando tuttavia fedele ad un modo di fare pittura rassicurante, aderente alla realtà eppure lontano da decorativismi e illustrazioni di sorta e a sperimentarsi con immutabile entusiasmo in situazioni ‘en plein air’, per catturare l’irripetibilità di un momento o di un’intuizione. Egli ha sempre con sé un taccuino o una risma di fogli sui quali annotare fisionomie, composizioni e lineamenti, una riserva di immagini da rileggere e rielaborare anche in un secondo momento. Venezia, Burano, la laguna e ancora i campi provenzali, le spiagge e le marine bretoni, il Meridione d’Italia, l’Egitto, diventano per Gil Macchi salubri bagni di luce, di colore, di atmosfera. Il suo pennello fotografa il mondo, cogliendo in pochi tratti il carattere del soggetto, il volto di un pescatore bruciato dal sole, un cesto di frutta, le spalle ricurve di una merlettaia di Burano, le linee ordinate di un orizzonte tracciato dalle saline, l’intimità di una calle veneziana con la biancheria stesa al sole, i tetti di Crema in una partitura familiare e fiabesca al tempo stesso.

Altre volte, attraverso il disegno, le forme si scarnificano per rivelare un’inaspettata vocazione all’astratto; o ancora, in altre prove, la figurazione si trasforma in impressione, con gli ampi teli stesi a terra dove l’artista agisce con grandi pennelli, lasciando sgocciolare il colore acquoso con la tecnica del dripping in una pittura del tutto gestuale, quasi una danza liberatoria.

Gil Macchi ama giocare con le regole della creazione artistica: è in grado di spostarne i confini, talvolta trasferendo il mestiere dell’incisore nel lavoro del pittore e viceversa, servendosi per una stessa opera di procedimenti meccanici e manuali. Varie sono le tecniche incisorie da lui sperimentate, dall’acquaforte all’acquatinta, dalla maniera allo zucchero alle xilografie con stampa a secco arricchita dall’applicazione della foglia d’argento o d’oro, per passare alle tricromie e ai più recenti lavori realizzati su legno a perdere. Nel suo studio c’è un torchio, centinaia di lastre, gli acidi, strumenti che appartengono all’alchimista che vive in lui e che sa trasformare il mondo in immagini.

“Mi sembra sempre la prima volta –conclude Gil mentre parliamo, lì, sui tetti di Crema –bisogna divertirsi con la pittura, perché il colore dà gioia”. E intanto gli brillano gli occhi.

Silvia Merico

La Redazione ringrazia Angelo Nisi, per la preziosa, disinteressata collaborazione professionale nella realizzazione del video.

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