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MARINO PASINI

Fra angeli poveri sotto i cieli di Crema

  Bisogna essere non in pace con il mondo per cantare come Sergio Endrigo, muovendo la mandibola a destra, a sinistra, Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, e tu sei lontana, lontana da me, in bicicletta a stortacollo per le viuzze di Santa Trinita, saltando la Dottrina del sabato pomeriggio alla parrocchia. Bambino in punta di spilli,

 

Bisogna essere non in pace con il mondo per cantare come Sergio Endrigo, muovendo la mandibola a destra, a sinistra, Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, e tu sei lontana, lontana da me, in bicicletta a stortacollo per le viuzze di Santa Trinita, saltando la Dottrina del sabato pomeriggio alla parrocchia. Bambino in punta di spilli, forse già un pò scettico sull’Onnipotente che poteva annegare in un tazzone Moplen di acqua bollente, per travagliati spiriti, sulla terrazza di una casa di Via Suor Maria Crocefissa di Rosa, condivisa con un fratello, e due angeli poveri che volare non potevano. Forse l’età, l’ulcera, i conti da saldare, chissà, sotto i cieli de Crèma, i poveri sono poveri uguali che a Parigi. O forse no. I Dik-Dik, traducevano male dall’inglese, Gianni Morandi cantava sopra le righe muovendo la testa, zizagando a destra, a sinistra (in piena guerra, così fredda che a Crèma arrivavano carrettate d’umidità), con “i Beatles, i Rolling Stones”, mentre  scarafaggi col vestito della festa, che consumavano le scarpe vascheggiando, già imparavo a conoscerne, in un’epoca che stava tramontando, anzi, fracassando al suolo, pietre che rotolavano disturbando il sonno della provincia bigotta, il  mondo dove diventavo uomo, o qualcosa di simile. La prima Messa della domenica da chierichetto fu, per me, l’ultima Messa in latino. Grazia Domini nostri iesu Christi et communicatio, che non capivo niente o quasi; coni di luce che filtravano dall’alto, particelle di polvere che roteavano, la fila di fedeli per l’Ostia benedetta, che tornavano ai banchi a mani intrecciate pensando alla tribolazione dei peccati. E alla fine della Messa il vociare allegro fuori Santa Maria delle Grazie, i bambini che si rincorrevano nella piazzetta, padre Cigolla che s’infilava in bocca il sigaro spento, e passeggiava per il corridoio dei Comboniani con le fotografie incorniciate delle Missioni alle pareti. Ragazze con ceste di banane sulla testa, bimbi dagli occhi grandi e scuri, curiosi, a frotte quasi uno sopra l’altro per starci nell’istantanea, il prete dalla barba anche quella stanca, perchè ne avrà viste di cose, in Uruguay, Paraguay: poveri, stracci, gente silenziosa in coda per un tozzo di pane, un dottore, mentre io andavo nervoso per i vicoli de Crèma a fare niente. In chiesa facevo vento con la catenella del turibolo,  l’odore penetrante dell’incenso, che svaporava sull’altare – e anni dopo, con l’amico Giovanni, un lunedì d’inverno quando Crema spariva anche dai lampioni stradali, e  vive erano solo le luci azzurrine dei televisori, alle finestre, tirammo tardi pensando a come rubare il turibolo e l’incenso e farci una stordita pazzesca, magari in ascensore.

 

Bisogna essere stati ragazzi, le sere d’inverno, a Crèma, girando in tondo, nebbioni che stendevano lenzuolate grigie anche sul campanile del Duomo, sentirsi sperduti sul Serio, l’umidità vigliacca che striscia sulla schiena, i capelli bagnati anche se non pioveva, con le anime perdute neanche una in vista, che dicevano: presente!  S’incontravano rari passanti, infagottati che sparivano di fretta, e si finiva la serata al solito bar, uno dei pochi aperti fino a tardi, si entrava anche per scaldarsi, fuori un mortorio ghiacciato che spezzava il respiro. Bisogna essere stati ragazzini nell’afa di luglio, gli amici benestanti al mare, alle seconde case, in campeggio, in albergo, traditori, vigliacchi dicevo, a lasciarmi solo con  Giovanni a gironzolare a scappare dalla calura. Pùlver continuava imperterrito ad accumulare carta e ferri vecchi che poi vendeva a peso, Giacomo metteva la seggiola al contrario,  davanti alla porta di casa, per un bigòlo d’aria che non c’era, tirava fuori il pacchetto di Serraglio, le sigarette piatte senza filtro che s’aprivano a spinta e guardava a casaccio, anche il corollario di mozziconi che accumulava intorno ai piedi infilati nelle ciabatte. Mia madre combatteva l’afa con un fazzoletto bagnato sul collo, papà sbuffava le gocce di sudore che colavano dal naso, imprecando contro l’estate, il caldo, sognando le montagne che tanto gli piacevano ma che, per una ragione o per un’altra, non ci andava mai. Uno sfogo, d’estate era il “Ri”, un fosso nei pressi della ciclabile dei Mosi, dove ora c’è un B&B, col nome forestiero, Country House. Con Giovanni, che vendeva frutta al mercato con il padre, andavamo spesso al “Ri”. Lui si metteva in posizione di loto, meditava, parlava di monaci tibetani, letture di cui si era impasticcato, mentre cercavo d’imparare a restare a galla, nell’acqua del fosso che  arrivava all’ombelico, e lo mandavo al Diavolo, gli spruzzavo l’acqua addosso. Qualche anno prima si poteva ancora svernare, d’estate, sul Serio, sotto il ponte che collega la cittadina con le Quade (Castelnuovo) e San Bernardino (borgo di campagna che fu municipio fino al 1919). il Serio era la spiaggia di città, anche se pochi s’avventuravano in acqua; c’era chi si tuffava dal ponte della ferrovia. Li guardavo tuffarsi tenendo gli occhi chiusi. Vicino casa c’era il Vacchelli, ‘l canàl, il canale voluto dagli agricoltori, dai proprietari terrieri cremonesi per raccordarsi  al Naviglio di Cremona, trapassando una bella fetta di territorio cremasco. E meno male che ci fu questa usurpazione di territorio, perchè il Vacchelli divenne il mare, il mio mare. Mi tuffavo senza paura nell’acqua gelida, la corrente che trascina, e se non stai attento a uscire in fretta ti ritrovi lontano in pochi secondi, e c’è poi da tornare indietro a piedi, fuori dall’acqua. Mi lavavo nel canale, pure lo shampoo, e anche altro,  pensando che fosse acqua pulita, anche se vedevamo carogne di animali che scorrevano veloci sulla superficie dell’acqua, per andare a impiantarsi, a sbattere, insieme a bottiglie di plastica, detersivi contro il muretto di viale Santa Maria della Croce che interrompe la corsa.

 

E l’estate era troppo lunga aspettando il ritorno dalle vacanze degli amici di scuola, con la palla del sole che potevi anche stare a guardarla senza accecare, del colore giallino di un uovo al tegamino, il fondo dei campi sfumato dalla foschia, sopra i tetti delle cascine, mentre, poi, finalmente arrivavano i temporali; poi le serate fresche che annunciavano l’autunno, sotto i cieli di un bianco sporco che potevan durare settimane, per nuàltre da Crèma. Oggi, ancora passeggio, a volte, sul canale Vacchelli, la testa persa altrove, senza provar nostalgia, per gli anni perduti, senza vedere più la mia città come il paesaggio morale dentro cui srotolare i giorni; e forse anche per questo, sotto i cieli di Crema, è arrivato il momento di osservare la città dove son cresciuto per quello che è: senza inganni, passioni, o sovrapporla ad altri luoghi. Consapevole che Crèma è in piena decadenza e che difficilmente questo lento spegnersi lo si potrà fermare, dopo gli anni delle grandi fabbriche, come l’Olivetti, l’arrivo di una succursale universitaria, il Tribunale, l’autonomia ospedaliera, l’allargamento della Paullese, tutte le scuole superiori, però una crescita di popolazione minima, per infrastrutture precarie, per una ferrovia vergognosa da paesino di campagna.

MARINO PASINI

31 Ago 2019 in La città

17 commenti

Commenti

  • Ricordi anagraficamente coincidenti. Anche i luoghi, intimi in questo caso. Nel Ri anch’io mi bagnavo tra madalene e qualche topo. Una porticina, attraverso il muro di cinta, finito il portico, e credo un paio di gradini a far da trampolino. La Casinasa esiste ancora, magari malmessa la parte dove abitavano i miei nonni, quella ad ovest, non ricordo se ultima o precedente verticale di stanze, nell’ala non b&b, e una parte abitativa di muri gialli e bianchi, che mi stupisco ancora in piedi. Che chissà perché mai recuperata. Ci passo spesso, e la fotigrafo, anche se la vista è ormai interrotta da un brutto e grigio muro di cinta dove tanti decenni fa c’erano piccole rimesse e la ghiacciaia. Rimangono, non solo nei ricordi, il portico con la pompa dell’acqua, immagino, la stanzone piano terra diviso da una stramesa. All’ingresso un camino, non usato neppure in inverno, con appeso alla catena il pentolone con l’acqua in fresco. Oltre la stramesa la grande cucina col grande tavolo, un fratello di mia madre faceva il sarto, metro di legno, gesso bianco, e lì ci passavamo l’inverno, i giovedì che all’epoca non si andavava scuola. E allora io e mia sorella, a piedi, da via Indipendenza intraprendavamo, pioggia, neve, nebbia, il lungo viaggio per la cascina, come una vacanza tutte le volte. In tanti, coi cugini, in quello stanzone, a salire e scendere per quelle scale interne, di legno, due camere una sopra l’altra, fino alle travi del portico dove oltre i vetri era appeso il frigorifero di allora, telaietto e reticella per conservare burro e latte. In attesa del ritorno dell’estate per rincontrare le madalene nell’acqua forse pulita del Ri. Nome che avevo dimenticato.

  • Qualche errore, data l’ora, scusate, e qualche imprecisione. I muri gialli e bianchi, venuti dopo, sono solo confinanti coi miei ricordi. Ed è normale che esistano ancora. I vecchi muri invece hanno intatti i colori del tempo. E con la vecchiaia che avanza tante cose tornano alla mente. Insieme alle fotografie in bianco e nero.

  • Ci credereste che questo racconto può è essere traslato in buona parte delle località dell’epoca, ovviamente escludendo i centri urbani maggiori, ma giusto i loro centri, non le periferie. Togliamoci il canale e mettiamoci il Reno ed eccomi a Bologna nel 58, o il bosco ed eccomi a Manziana (Roma) nel 54. Poi le cose sono cambiate, vero. Io fra i primi preadolescenti ho iniziato a fare le vacanze, ma solo perché i militari (quale era mio padre) avevano un villaggio estivo a Milano Marittima, non perché all’epoca fossimo abbienti: un solo stipendio, da capitano, 120.000 lire, e due figli. Ma in quel villaggio vacanze c’era il bocciolo del cambiamento, che le forze armate avevano intuito, come altre abitudini di vita che ora non sappiamo più di dover loro, ad esempio la prima colazione. Bene, affermato il concetto che, in teoria tutti avevano diritto alle vacanze, l’adeguamento dell’economia a questo nuovo standard di vita era quasi scontato, con un’inversione di rapporti causali che a qualcuno può far arricciare il naso. Ma è così, restava solo da vedere come fare, ma bisognava riuscirci. Qust’inversione di rapporti è sotto gli occhi di tutti a esempio in medio oriente: rima sono entrati gli standad europei e poi si è mossa la leva produttiva, turismo massimamente. Beh, è stato facile, ci siamo riusciti mangiandoci il capitale invece di vivere di usufrutto: il nostro mondo. E allora lo vorrei ancora il sudore nel coppino (zona fra collo della maglietta e schiena), e gli scarti dei materiali dei cantieri in rapida moltiplicazione per adeguare l’economia alla nuova sbornia di esigenze per far le cerbottane.

    • Ringrazio Adriano Tango e Ivano Maccalli per i loro commenti al testo “Fra angeli poveri sotto i cieli di Crema”. Se ho mosso qualcosa, sono contento. Se ho fatto cilecca, da barlafùs, pazienza; se sono arrivato con il mio scritto anche a chèi da Bagnòl, che prima i ta la dà e poi i ta la tòl, prima te la danno poi la vogliono indietro, li saluto. O agli amici pamòi de Vàià, di Vaiano, perchè i luoghi comuni vivacchiano ancora, alzando il gomito con il vinello cremasco, o il Campari soda, o lo Spritz. Ai cremuunesi, che hanno una gran bella città, per chiedere perdono per le mie cattiverie sono andato di recente a piedi lungo il Po, sul fianco delle loro canottieri dove fanno sport e relax i sciùri de Cremuna, fino dove finisce la città, ammirando il “deserto verdissimo” dove è facile anche perdersi e stordirsi nel mare di granoturco, o nei baracchini al di là del fiume, già terra piacentina. “Sotto i cieli di Crema” è un omaggio a “Sous les toits de Paris”, Sotto i tetti di Parigi, un vecchio film di René Clair. Ne approfitto per parlar d’altro: domani parte il “Mi-To” a Milano e Torino, importante rassegna di musica classica, contemporanea, anche barocca. Tre-quattro concerti ogni giorno per tutto settembre. Per chi ama la musica, ci sono concerti anche a 3-5 euro, e Milano è vicina, per chi può, un’occasione ghiotta.

  • Condivido, Marino, la tua amarezza, ma proviamo a guardare avanti: è del tutto velleitario pensare che CremAscolta possa dare il via a una squadra che, considerando gli studi (anche autorevoli) degli ultimi anni e le proposte ivi avanzate sul futuro di Crema, elabori qualche idea in proposito? Non si tratta di scrivere un libro dei sogni su tutti i fronti: basterebbe concentrarci su uno (pensiamo al progetto Ricerca applicata) o, comunque pochi temi.

    • Allora parliamo di passato e futuro? Crema ha antecedenti di tutto rispetto e un’alta opinione di sé, se non la sminuiamo proprio noi, quindi ce la può fare nella grande corsa che ormai vede le città costrette a rivaleggiare spietatamente, peggio che nel medioevo, perché ora si parla di vero cannibalismo, finanziario. Non lo dico io, lo insegnano ai corsi, anche alle lezioni UNI-Crema!
      Dov’è la soluzione? Fare della propria debolezza logistica una carta, nella proposta commerciale di beni immateriali, alla pari delle città del su, che soffrono dello stesso problema. L’importante non è solo crederci, ma considerare ciò il minimo accettabile nel proprio futuro. Da una produzione di beni non lesivi dell’ambiente si avvantaggiano poi tutti. L’ho visto succedere nella vita delle persone, non v’è motivo per cui non valga per le città, e molte forze sono già all’opera. Cremascolta certo può dare un supporto di coordinamento, ma soprattutto aiutare a drizzar la schiena!

  • Aggiungo, Marino, un’altra ipotesi di lavoro (oltre al progetto Righini): quella di un Centro di eccellenza nazionale sulla cosmesi (e tutta la sua filiera).
    Come forse tutti sanno, il nostro territorio è diventato un vero e proprio distretto della cosmesi a livello nazionale: perché allora non puntare a un tale centro che sia il punto di riferimento per tutti gli operatori del settore in ambito nazionale?
    So che è un’ipotesi che è stata già lanciata: si tratta di vagliarla e magari di perfezionarla.
    Non c’è qualcuno dei nostri lettori che ha delle competenze in questione?
    Dobbiamo continuare (o tornare a svolgere) il nostro ruolo di “costruttori”: no?

    • Penso che questa non sia una buona proposta, mi sembra anzi un’idea “provinciale” (senza offesa), dato che se ne parla di questi tempi sul blog. Ricordo che la stessa osservazione era stata fatta in una delle conferenze sull’economia (non ricordo l’ospite, comunque si presentavano dati sulle imprese cremasche). Si diceva: si tratta di un settore a basso livello tecnologico, che presto non sarà più competitivo in un Paese sviluppato come l’Italia (sempre che vogliamo esserlo). Già adesso, non è un caso che tale settore non si sviluppi a Milano, ma in una provincia dove il lavoro costa meno.

    • Caro Piero, tutto giusto, speriamo si faccia il Centro di ricerca nazionale, internazione, l’eccellenza del prof. Righini, fossi Arvedi, chiuderei un occhio che il Centro è previsto a Crema e sarei generoso, come ho fatto per Cremona, per rivitalizzare il rapporto, anche perchè senza Arvedi, Cremona avrebbe le palanche da spendere come Lentate sul Seveso, all’incirca, non molte di più. Comunque, l’importante è che gli allievi del Centro di ricerca prevedano di arrivare a Crema con la propria vettura, o quella di mamma e papà, non con i mezzi pubblici. Da Pavia, tocca prendere la corriera a Lodi, quando c’è. Da Piacenza, c’è il rischio che d’inverno si perdano tra Montodine, Castiglione, Bertonico e finiscano in camporella, o che perdano la strada; da Brescia, tocca aspettare a Treviglio, lo stesso travaglio degli universitari cremaschi che vanno alla Cattolica bresciana; da Bergamo cercheranno il diretto per Crema che non c’è più, o la corriera che dopo dieci fermate o più, prima o poi arriva a Crema. Da Milano devono sperare che il trenino Nord che hanno cambiato a Treviglio, non si rompa a Casaletto Vaprio, o la stanga di Capralba vada giù (e non è detto); da Cremona dubito che verranno perchè non si sa se prendono volentieri lezioni in una scuola cremasca, pur se foresta. Quindi, come ha detto in un’intervista proprio oggi la signora Magda Antonioli, una seria, della Bocconi, le infrastrutture sono la cosa primaria per tutto. Per Milano, diceva. Per Crema, no? Se Milano ha bisgono di infrastrutture che le ha già belle potenti, Crema che ha una ferrovia inguardabile vuole avere un Centro ricerca con allievi che arrivano alla stazione ferroviaria, e si guarderanno intorno dicendo: ma è questa la fermata del Centro di ricerca internazionale che vengono pure dalla Corea del Sud?
      Crema ha meno abitanti di Voghera, quasi la metà di Vigevano, e Treviglio, quando Piero Carelli sarà anziano, saprà, probabilmente, che Treviglio supererà Crema come numero di residenti (per il momento, non manca molto), e nonostante sia una brutta città, senza storia,senza un centro storico, Treviglio diventerà più appetibile di Crema, anche per centri di ricerca internazionali, perchè ha collegamenti seri e capillari, e una stazione ferroviaria degna di una città.

  • E i tuffi dalla sponda del fosso in mezzo metro d’acqua,
    e il segno umido della moto sull’asfalto ad asciugare,
    e la corsa a casa a sdraiarsi sul telo al sole,
    col panino della mamma e i topolini appena scambiati…
    …Che tempi…

  • P.S.
    Pamoi da vaia.

    • Da ragazzino non sapevo dove fosse Vaiano Cremasco, non credo di averci mai messo piede, allora. Nemmeno Palazzo Pignano, o Casaletto di Sopra. Eppure, Crema è una piccola città di 34mila anime che conta forse neanche per un terzo degli abitanti del suo territorio. Ci sono quaranta-cinquanta comuni, quasi tutti, che fanno spesa a Crema città, le scarpe, le mutande, pure il caffè miscela arabica il sabato e la domenica. Ma i cremaschi di città, che si credono superiori, culturalmente, anche se lo dicono solo sottovoce, gente storicamente e generazionalmente urbana di sottoprovincia, non sa quasi nulla de Bagnòl, de Vàià, di Cumignano sul Naviglio, o di Fiesco. Ho conosciuto cittadini di Crema che se dovevano cambiar casa, tracciavano i confini: al massimo: Santa Marèa o Umbrià, pitòst fo divorzio. Bagnolo Cremasco, un chilometro da Ombriano, non andava bene, nemmeno ora. Figurarsi “i pamòi de Vàià”. Stessa cosa succede a Lodi, che ha avuto cose culturalmente rilevanti, pure per lo sport, ben prima di Crema che attende ancora un palazzetto dello sport, che invece c’è a Treviglio, o a Montichiari, per lasciar stare la ferrovia (che tanto non la raddoppieranno mai, perchè è un costo, e lo sviluppo è altrove, sui treni veloci sui passanti che non passano da Crema). I lodigiani di città chiamano i santangiolini, di Sant’Angelo Lodigiano, un grosso paese della loro provincia, “i pacchisti”, perchè in passato, non pochi santangiolini facevano gli ambulanti con pacchetti di mercanzie. Luoghi comuni? Certo, ma molto frequentati, se si ha a che fare con certi ambienti, non solo il passare il proprio tempo con universitari, o i pochi letterari, perlopiù frustrati di provincia. Crema è surclassata dai suoi paesini che la circondano e che la frequentano. Milano, per fare un esempio, è quasi la metà, per numero di residenti rispetto all’area metropolitana, che raggiunge i quattro milioni. Crema, meno di un terzo. Quindi, forse bisognerebbe chiamarci cremaschi che ascoltano, piuttosto che Crema ascolta, sempre che si conoscono e si frequentano Spino d’Adda, Trigolo, e Vailate. E si sa come arrivarci. Basta chiedere ai commercianti del centro cittadino, che lo sanno da anni, che una buona parte del loro fatturato lo fanno con i “paesani”, quelli di campagna che vengono in centro a fare acquisti, nonostante molti di questi svernano anche con la nonna nei supermercati all’esterno del centro. E’ una bella esperienza passare la domenica pomeriggio all’iper di Cremona Po, che è una grande paese dei balocchi per i paisà che trascorrono il pomeriggio, con famiglia al seguito; una folla variopinta, e ti domandi dove svernano “gli urbani”, chissà.

  • Beh, a Vaiano abbiamo due palazzi dei conti,
    in mezzo c’è la chiesa che guarda a nord con uno dei campanili più alti del cremasco…
    Abbiamo perfino la piscina…

  • Giusto Graziano; per l’appunto, Vaiano è un paese di oltre quattromila anime se non sbaglio; se ci mettiamo anche solo Bagnolo e Offanengo siamo già a metà degli interi residenti di Crema città. E delle faccende di campagna, i loro problemi, le loro fasènde, frega niente a nessuno, a quanto pare. E lo dice chi scrive, che è un fan delle grandi città,che dovrebbe importargli un fico secco di pamòi e chei da Tùrlin Vimercat:; che in campagna, cremasca, va solo per una boccata d’aria. Stammi bene.

  • Marino, il problema delle infrastrutture è il problema dei problemi, per Crema!
    Raccontano che il nodo ferroviario di Treviglio dovesse essere costruito a Crema, ma che i Cremaschi abbiano preferito non …..essere disturbati!
    Nella sostanza, pare che siamo ancora a quel punto!
    L’abizioso progetto Crema 2020, che pure era estraneo a quanto poteva o no accadere alla linea ferroviaria “fuori Crema” definiva un cronoprogramma ” …..L’inizio del progetto è stato fissato verosimilmente a luglio 2015, stimando in 30 giorni la durata del processo istruttorio interno a Fondazione CARIPLO. La fine, invece, è stata posta ad agosto 2017 (di cui gli ultimi 3 mesi rappresentano la fase di collaudo delle opere realizzate): la durata di 25 mesi rappresenta la complessità e l’ambizione del progetto….” siamo all’agosto 2019!
    Ma non è questo il punto, anche se in ritardo, ci arriveremo.
    E’ l’utenza dei servizi che, stanti le considizioni della “rete” ….. non ci arrivera’ a Crema.
    Problema di “santi in paradiso”?
    Problema di insufficiente convinzione a pestare i pugni dove si deve per arrivare ad avere una infrastruttura accettabile?
    Sta di fatto che, se nn hai un’automobile (e la pazienza di stare cmq in coda) …….

    • Caro Francesco, nonostante parlo spesso del provincialismo che ci appartiene, che è una malattia, ho studiato, ho cercato di documentarmi della storia della nostra provincia, di Cremona, di Crema e di come siamo arrivati alla situazione attuale, a differenza di tanti innamorati della “bella” Crema, ma che non sanno nemmeno che guai abbiamo combinato, nel passato, non sanno che Crema era naturalmente la strada per la Serenissima, il territorio naturale per farci un percorso ferroviario fino a Venezia. Perchè siamo, perchè eravamo comandati dai proprietari terrieri, dagli agricoltori, ma chi aveva potere politico provinciale non voleva una linea ferroviaria che avrebbe significato più forestieri, più popolazione, per il cremasco. E siccome la mentalità prevalente è quellam contadina, meglio: antimodernista, svilupparsi, non interessava. Si preferiva vivacchiare nel proprio brodo, e bastava una ferrovia campagnola che agganciasse Cremona e Treviglio. Punto. E hai ragione, anche nel periodo fascista ci fu chi provò a chiedere un raddoppio ferroviario (allora forse era ancora possibile), ma a proprietari terrieri cremaschi e cremonesi, che al fascismo davano finanziamenti, anche ai picchiatori, ciò significava altra usurpazione di territorio fertile; quindi dissero di no. Questo è quello che ho trovato nella documentazione. Se qualcuno ha carta che canta migliore della mia, mi fa piacere; ho tantissimo da imparare, e aono pronto a smentire quello che sto scrivendo. Non sono uno studioso di storia locale, ma di altro, ma qualche scartafaccio l’ho letto. Ho parlato di recente con dei politici cremaschi e mi hanno confermato che non ci sono speranze, provavilemten, per un raddoppio ferroviario, perchè è un costo, e l’indirizzo è verso le ferrovie veloci, e i passanti, che a Crema non passano, come ho già scritto. Ma sono convinto che molti sono contenti così a bearsi nella inconsistenza, irrilevanza. Con la differenza che non succederà come per Giuseppe Conte, che può passare dalla sera alla mattina, dall’irrilevanza, dall’essere considerato un gioppino, una marionetta, al diventare insostituibile (lo dice il New York Times, non Marino Pasini che è un “pirla” qualunque), Crema resterà irrilevante, impalpabile a tenere con fatica il poco che ha, sperando di non perdere anche quello. A proposito: ci sono classi di scuola media superiore, come è capitato al Liceo Linguistico, a Crema l’anno scorso, dove non c’era uno studente di città. Tutti di campagna. Meno male che la campagna ci sorregge, altrimenti perderemmo anche altri pezzi.

  • Nel testo ci sono alcuni errori, evidenti, di battitura. Ho scritto di getto, senza rileggere. Mi scuso con i lettori

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