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FRANCESCO TORRISI

Nazionalizzare l’Ilva è il solo modo per fermare la macchina assassina

Un battagliero amico che con lodevole continuità periodicamente mi sollecita su temi di rilievo socio/politico, stavolta lo ha fatto su un tema tanto geograficamente decentrato rispetto a Crema (che ascolta!) quanto pervasivo per la mia coscienza di uomo e cittadino Italiano. L’ha fatto inviandomi il pdf di un articolo di MARCO REVELLI ( storico, sociologo,

Un battagliero amico che con lodevole continuità periodicamente mi sollecita su temi di rilievo socio/politico, stavolta lo ha fatto su un tema tanto geograficamente decentrato rispetto a Crema (che ascolta!) quanto pervasivo per la mia coscienza di uomo e cittadino Italiano.
L’ha fatto inviandomi il pdf di un articolo di MARCO REVELLI ( storico, sociologo, politologo, accademico, giornalista) del 17/11/19, articolo che personalmente mi sento di condividere e che riporto di seguito, facendolo mio in questo post.
“Taranto. Fin dagli anni ’60 la storia dello stabilimento è piena di morti. Dentro e fuori la fabbrica. Ogni discussione sul suo futuro non può prescindere da questo dato di fatto.
Marco Revelli
17.11.2019
L’Ilva di Taranto è una gigantesca macchina assassina. La cifra di tutta la sua storia è la Morte (la «morte industriale» canterebbe Guccini). Da questo dato durissimo, e inconfutabile, non può prescindere ogni discussione sul suo destino (sul suo passato, sul suo presente, e soprattutto sul suo futuro): dal fatto che quello stabilimento uccide.
Uccide chi ci lavora dentro: i «suoi» operai (farebbero bene a rifletterci i sindacati che non dovrebbero difendere solo i posti di lavoro ma anche i lavoratori e le loro vite). Ne sono morti 208, per «incidenti» sul lavoro, dal primo, Giovanni Gentile, il 1° agosto del ’61 quando la fabbrica era ancora in costruzione all’ultimo, Cosimo Massaro, il 10 agosto del 2019; altre centinaia e centinaia sono morti più lentamente, divorati dal cancro, dai linfomi, dalla leucemia (tra i dipendenti Ilva di Taranto, certifica l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, si registra il 500% in più di malati di cancro rispetto al resto della popolazione).
E uccide chi ci abita intorno: gli sfortunati bambini dei quartieri Tamburi e Paolo VI, minati nella salute fin dal ventre materno, e i 200.000 cittadini di una città presa in ostaggio da una fabbrica feroce. «Qui – scrivono le madri e i padri organizzati nell’Associazione genitori tarantini -, le malattie iniziate in gravidanza raggiungono il 45% in più della media regionale; qui, l’eccesso di mortalità entro il primo anno di vita è superiore del 20% rispetto alla media regionale; qui l’incidenza tumorale nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni è del 54% in più, mentre la mortalità infantile raggiunge un +21%, sempre rispetto alla media». Sono dati agghiaccianti, confermati e certificati dal Ministero della salute col «Rapporto Sentieri» giunto nel 2019 alla sua V^ edizione, il quale per l’area di Taranto trabocca di «eccessi», cioè di percentuali di ammalati superiori alla media per una lunga lista di patologie mortali.
Il resto, certo, è importante: i posti di lavoro a rischio, il contributo di quello stabilimento al Prodotto interno nazionale, il ruolo dell’Italia di grande produttore… Ma viene dopo, quei numeri che sono vite. E che se letti con l’attenzione che meritano, come la descrizione di una vera e propria strage di innocenti, dovrebbe-ro bastare per mettere a tacere ogni fautore dello scellerato «scudo penale» – un’aberrazione giuridica oltre che morale – e della assoluta priorità della produzione d’acciaio, costi quel che costi. Eppure li abbiamo visti in questi giorni, politici degli opposti schieramenti, opinion leader delle molteplici testate, raffinati uomini di legge dai clienti facoltosi, discettare di priorità assoluta da dare alla produzione, di eccellenza italia-na nell’acciaio in Europa, di necessari «bilanciamenti tra salute e lavoro», di Mittal da trattenere magari concedendole quel che vuole, come se un punto di Pil valesse centinaia di vite. E come se la Costituzione, all’art. 32, non qualificasse quello alla salute come un «fondamentale diritto», mentre il «lavoro» che pure essa tutela non può essere il lavoro che uccide, pena il suo degrado a «lavoro schiavo».
E allora è il caso di dire alcune cose chiare sulla questione.
In primo luogo che i sette anni trascorsi dal primo sequestro dell’area a caldo dell’Ilva da parte di una giudice coraggiosa, Patrizia Todisco, e segnati da ben 13 decreti «salva Ilva», compreso quello sciagurato del primo governo Renzi che istituiva l’«immunità penale» per Commissari e successivi acquirenti, sono trascorsi stiracchiando la produzione e trascurando in modo indecente gli interventi a tutela di salute e ambiente. Tant’è vero che, all’ombra di quello «scudo», l’Ilva ha continuato a inquinare, che i bambini di Tamburi continuano a non poter giocare all’aperto e quando tira vento nemmeno andare a scuola, che la diossina continua a uscire dalle ciminiere dell’area a caldo, e che tumori e linfomi continuano a mietere vittime.
In secondo luogo diciamolo che Arcelor Mittal è un padrone che è meglio perdere che trovare. Un gruppo dalla vocazione predatoria che con molta probabilità fin dall’inizio della trattativa non aveva nessuna inten-zione di gestire l’Ilva ma al contrario di fingere di acquistarla per suicidarla, e così eliminare un concorrente fastidioso (l’inchiesta aperta dalla magistratura milanese ci dice che più di un indizio porta in questa dire-zione). Sarebbe masochismo mettere nelle mani di gente simile la salute dei cittadini, il lavoro dei dipen-denti e la produzione dell’area.
In terzo luogo: quello stabilimento, nato male, nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, sessant’anni fa, oggi è un malato pressoché incurabile. Certo non curabile con i criteri «di mercato» che qualunque privato applicherebbe. Per renderlo compatibile con vita e ambiente dovrebbe essere ristrutturato da capo a piedi: riconvertito a nuove produzioni. O modificato radicalmente con tecnologie «pulite» (supposto che esista-no). Per questo la caccia al prossimo acquirente sa di chiacchiera. Nessun privato si assumerebbe un tale onere, se non con intenzioni «sporche». Ricondurlo pienamente sotto proprietà pubblica – «nazionalizzarlo» se si vuole usare la parola proibita -, magari coinvolgendo, almeno una volta per Dio!, l’Europa in un grande piano di bonifica e recupero, per poi, solo a quel punto, ridotto nella condizione di non nuocere, «restituirlo al mercato» a un giusto prezzo, mi sembra l’unica opzione seria sul tavolo.

Chimneys

Infine, vorrei che non si dimenticassero mai – mai! – le parole con cui i Genitori tarantini hanno presentato il loro flash mob «Albe e tramonti», realizzato a luglio per ribadire che «Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino» e per ricordare «qualcuno che l’alba non potrà più rivederla»: «Ci sono albe e ci sono tramonti incredibilmente affascinanti. E ci sono, poi, tramonti che lasciano nel cuore una notte senza fine. Tramonti che non avremmo mai voluto vivere, ma che si ripresenteranno grazie alla spietata crudeltà propria degli infami».”

Confido che uscendo dagli slogan e dalle facili “archiviazioni” (del genere “pensiero sinistro”, locuzione che considero irrispettosa e fuorviante per chi voglia approcciarsi con serena oggettività fattuale al confronto di idee) si apra un braistorming su un tema che drammaticamente coinvolge tanta parte dei nostri connazionali, prima ancora che “….noi che viviamo sicuri delle nostre tiepide case….”!

FRANCESCO TORRISI

17 Nov 2019 in Ambiente

14 commenti

Commenti

  • Bramosia del denaro. Ieri, giornata dei poveri, l’ha ricordato anche Francesco, non il nostro, al quale io aggiungo un futuro non ancora iniziato, ma che prima o dopo trasformerà per tutti il cibo che mangiamo e l’acqua che beviamo in quell’oro sciagurato del mito antico che priverà tutti di ciò che solo è importante: vivere. Se si credeva alla crudeltà del capitalismo di un tempo ora quel tempo appare all’acqua di rose, nonostante sfruttamento estremo, miniere, ciminiere dicarbone, ricordi Dickensiani, dove il ricatto velato ( di un tempo) del mangiare piuttosto che morire, ha ora raggiunto una tale violenza che pare non lasci scampo. Stiamo assistendo ad una nuova lotta di classe, “quella dei ricchi contro i poveri” (Revelli). E quel ricatto diventa sempre più cruento, protratto in questi anni, con potere inimmaginabile ai tempi del padrun da le braghe bianche, le statistiche del nostro questa volta Francesco, che ci consegnano all’uovo oggi piuttosto che alla gallina domani che non vedremo più, sono, non c’è bisogno di ripeterlo, drammatiche. Bellissime le parole poetiche in neretto che non so se di Francesco o di Revelli contro la follia di chi convertirebbe tutta l’area in coltura di cozze. Mai come ora ci troviamo di fronte ad un’impotenza che non ha precedenti, dove nessuno è in grado di andare oltre il cappello a cilindro del prestigiatore, né i politici, poveri incapaci, che comunque spazio di azione non ne hanno più, né forse noi uomini comuni capaci di pigiarci come sardine, ma incapaci di andare oltre le scatolette, purtroppo, come se il risveglio fosse privilegio di pochi contro i molti. Nessuno ha ancora capito che sono i molti a fare la differenza, augurandoci che le avanguardie di oggi siano preludio all’alzare la testa di tutti oggi, o almeno domani, vittime inconsapevoli, nonostante le molte manifestazioni che si stanno svolgendo in molti paesi del mondo che forse, vivendo situazioni ancora più estreme delle nostre, e forse il bisogno di partecipazione si sta risvegliando. Noi forse non siamo ancora messi così male, anche se quel tempo si sta minacciosamente avvicinando. I ricchissimi e i potenti sono pochi, noi gente comune molti di più, senza inutili fazioni che dividono, per evitare che a distanza di molti anni ci si debba ancora chiedere “ se questo è un uomo”. Cominciamo a ri-ricordarcelo. Abbiamo ormai, noi gente comune, una grande responsabilità, prima di sentirci dire dai nostri figli che non abbiamo fatto niente, supinamente complici di chi avremmo dovuto combattere. Insomma, recuperare, ribaltare la lotta di classe di Revelli.

  • Ivano, le parole riporrtate da Revelli sono dei Genitori tarantini, tragicamente coinvolti e drammaticamente colpiti, che hanno presentato il loro flash mob!
    Revelli, nei suoi tre punti che cita con chiarezza, concretizza quella che nella tua conclusione scrivi “… recuperare, ribaltare la lotta di classe…” e credo che quello che lui mette come “in terzo luogo” sia ciò che possiamo/dobbiamo fare (e non sto a ripetere le sue parole e le sue …., “sacrosante” esclamazioni!).

  • Taranto come Bagnoli a Napoli? Dismetterla e… In effetti appena laureato ebbi una supplenza al’INAIL di competenza della ferriera di Napoli, e ho subito visto cosa la lavorazione del ferro fa all’inerme essere umano già per quanto ineccepibilmente correlabile, e allora di casistiche di malattie respiratorie e tossici manco ci si preoccupava. Facciamo senza quel punto e mezzo di PIL?

  • Taranto come Bagnoli a Napoli? Dismetterla e… In effetti appena laureato ebbi una supplenza al’INAIL di competenza della ferriera di Napoli, e ho subito visto cosa la lavorazione del ferro fa all’inerme essere umano già per quanto ineccepibilmente correlabile, e allora di casistiche di malattie respiratorie e tossici manco ci si preoccupava. Facciamo senza quel punto e mezzo di PIL?

  • Diciamo che dagli Anni Sessanta ad oggi il tempo e il danaro per sgomberare i quartieri Tamburi e Paolo VI trasferendo i residenti altrove ci sarebbero anche stati. All’Italia sarebbe costato infinitamente di meno di quanto costerà lo smantellamento dell’Ilva, dopo il quale NESSUNO dall’estero verrà mai più ad investire nel Belpaese (che poi è l’obiettivo che ci si era prefissati) e i tarantini torneranno a fare i pescatori di cozze e frutti di mare. Non ricordo chi, ma un grillino gongolante una castroneria del genere l’ha anche detta.
    La nazionalizzazione, come tutti sappiamo, non avverrà mai. La UE non lo permetterebbe (dovrebbero saperlo gli europeisti convinti) e le fabbriche, una alla volta, dall’Italia se ne stanno andando tutte. Me ne andrei anch’io se fossi un imprenditore. Cosa facciamo, le nazionalizziamo in blocco? Facciamo gestire a uno Stato che stenta a gestire se stesso Ilva, Alitalia, Whirlpool, Mercatone Uno, e compagnia bella? Con quali danari? Quelli che mancano persino per “aggiustare” i territori? Via, siamo seri.

    • Rita, per “essere seri”, come tu concludi, quale percorso alternativo a quanto propone Revelli ( che io ho condiviso)?

  • Delle cozze ne avevo parlato io alle 09:38. Segno evidente che Rita non legge. Brutta cosa i pregiudizi. Consapevole di innescare nuove provocazioni…Distinti saluti

    • No, quando il minestrone è troppo carico di verdure non lo leggo. E’ la verità. Se uno parla delle cozze, comunque, non è che poi nessun altro ne può parlare. O, almeno, credo.

  • Caro Franco, tutto è molto logico, ma ti immagini le opposizioni che putiferio farebbero se lo stato, cioè noi, facesse il lavoro sporco per poi restituire la struttura al mercato? Il punto è: quest’acciaio serve o no? Se serve io uno sforzo per non decomplessare il sistema Italia lo farei. Capite cosa intendo per decomplessare? In altri termini tenere alta l’offerta di prodotti. Pur rimanendo fautore dell’offerta di beni immateriali, che non necessittano di infrastrutture, e prontamente mettono a frutto il genio italiano, mbeh, anche l’acciaio, pesa un po’ troppo, ma ha un bel contenuto tecnologico! E il peso si risolve con il fatto che la struttura è in riva al mare, motivo in più, oltre alle famiglie necessitanti di reddito, per lasciarlo lì. Il problema è di scelte impopolari con le quali questo governo è costretto a sporcarsi l’immagine, visti gli aguzzini da cui è circondato. E noi, quanto siamo disposti a ridurre il nostro tenore di vita, comunque ancora alto, per il rilancio del paese?

    • Verissimo Adriano, ma Zingapiddi, l’immagine se la sta sporcando con lo ius soli!
      Sporcare per sporcare qui si tratta di operare per i nostri “tarantini” (absit iniuria con l’omonimo caro, ai tempi al Berlu: “…Stasera ho due bambine, una giornalista e una brasiliana” !)

  • Franco, la frittata ormai è fatta. La politica (se così si può chiamare) ha avuto un mucchio di tempo per fare qualcosa e invece è stata a guardare. E continua, tra l’altro!!! Mentre 10mila famiglie stanno per essere messe sul lastrico il PD-folle parla di “ius soli”. Davanti a cotanta idiozia, davvero, non ci sono parole.
    Adesso, certo, i buoi sono scappati dalla stalle. Ma ammettendo di poter ancora fare qualcosa, e a mio modesto parere: 1) andrebbe rimesso il criticatissimo «scudo penale» (che sarà pure discutibile ma nessuno oggi si lancia più in battaglia per fare il kamikaze); 2) andrebbe accettato il dimezzamento degli organici (meglio 5mila disoccupati che 10mila); 3) si dovrebbe iniziare quanto prima il processo di trasferimento delle famiglie residenti nelle zone rosse.
    Anche da noi, a Genova, i geni degli Anni Sessanta avevano costruito il Ponte Morandi sopra un intero quartiere. Ora centinaia di famiglie abitano altrove e le case saranno presto abbattute. C’è un’altra scelta? Non mi pare. Se chiudiamo l’acciaieria, il giorno dopo chiudiamo l’Italia. E i burocrati dello Stato che fanno i manager dell’acciaio sul mercato internazionale, te li vedi? L’ipotesi è semplicemente assurda.

  • Bonificarlo e basta.
    L’hanno fatto in Germania con la Ruhr (andate a vedere Essen!).
    I posti di lavoro nell’immediato si perderanno, ma se ne guadagnerebbero altrettanti, forse, investendo nella bonifica e nel trasformare l’area in un territorio attrezzato con servizi… green.
    E’ verso il green che dobbiamo andare, non avere la nostalgia di lavori dell’Ottocento.
    Nel frattempo? Di sicuro lo Stato dovrà garantire una “protezione sociale” a chi perderà il posto di lavoro.

    • L’acciaieria di Napoli, Bagnoli, è posta in un sito mozzafiato, con Nisida, isola con accesso auto via ponte, giusto di fronte. Località turistica per eccellenza, e tale doveva tornare, con timore della zona turistica dalla parte opposta, il positanese, che ne temeva la concorrenza. Non è successo niente di simile nel corso di tutta la mia vita. Perché Taranto dovrebbe fare eccezione? Volendo essere proprio utopistici si inizino prima ad attuare politiche di deflusso della popolazione verso zone sotto abitate dove si possa impiantare un’economia, e poi si applichi un programma misto: riedificazione di qualcosa di più piccolo, ecocompatibile, tanto da porci nelle strette adiacenze una struttura turistica: come le anatre nel laghetto del reattore nucleare, per intenderci, a dimostrazione della compatibilità ambientale. Con che soldi?: una tassa mirata, che serva solo a quello, una raccolta fondi, qualsiasi cosa non rientri nel calderone.

  • Lo Stato siamo noi e non vedo per quale motivo noi dovremmo pagare le deficienze della polica, non solo ma soprattutto meridionale, che attualmente governa l’Italia. Che dio ci aiuti.
    Anche a Taranto come ovunque ci saranno migliaia di alloggi vuoti, si comincino a trasferire (in fretta) le persone a rischio e si ammetta la disfatta. Un minimo di dignita’, cribbio! Non e’ onorevole far pagare agli altri i propri errori, poi per forza le istituzioni mancano di credibilita’.
    La Germania non fa testo, bonifiche e ricostruzioni le abbiamo pagate in buona parte tutti noi europei, ma in regime di austerity queste cose, ormai, non si possono piu’ fare.

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