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IVANO MACALLI

Ottimismo vs Pessimismo

Il momento storico che stiamo vivendo ci minaccia con apocalissi reali, percepite o presunte e ci mette di fronte a due atteggiamenti possibili: il pessimismo o l’ottimismo, non so quale dei due mettere prima. Coronavirus, minaccia nucleare, cambiamenti climatici, peregrinazioni da un continente all’altro, crisi economica mondiale, crescita zero, recessione, la lista potrebbe essere infinita,

Il momento storico che stiamo vivendo ci minaccia con apocalissi reali, percepite o presunte e ci mette di fronte a due atteggiamenti possibili: il pessimismo o l’ottimismo, non so quale dei due mettere prima. Coronavirus, minaccia nucleare, cambiamenti climatici, peregrinazioni da un continente all’altro, crisi economica mondiale, crescita zero, recessione, la lista potrebbe essere infinita, sono i pensieri ricorrenti, insieme al fine vita che ci accompagna col suo corollario di malattie, deficit di tutti i tipi, rimpianti, ricordi , insomma tutto il funebre anagrafico, come in tutti i periodi storici naturalmente. Le generazioni si susseguono e noi vecchi, dopo aver visto il mondo cambiare, ci troviamo di fronte a scenari difficili da interpretare, e questo vale anche per i giovani, ma con una differenza sostanziale: l’esperienza. Naturalmente per ognuno di noi è fondamentale e questo conduce alle due categorie menzionate. Tutto questo ci pone di fronte alla domanda senza risposta, un po’ alla Catalano, noi vecchi ce lo ricordiamo, se sia meglio essere pessimisti o ottimisti, e se questo stato d’animo, o attitudine, sia o meno modificabile. Naturalmente essere ottimisti aiuta, essere pessimisti è una disgrazia. Ma anche essere ottimisti potrebbe essere una disgrazia se per esempio le circostanze ci fossero avverse. Essere pessimisti invece ci pone di fronte a delusioni attese che non sono sorprese. Perchè nello specifico non c’è metodo che conti. E passata una vita intera a districarsi tra un sentimento e l’altro ci si ritrova appunto senza essere stati capaci di costruirsi un metodo. E a questo punto non cambia molto, sempre per noi vecchi, tra aspettative di vita che si assottigliano e fiducia nel futuro che man mano viene meno. Per forza maggiore. Ma i giovani? In verità questo non vuole essere un testamento spirituale, non avendo niente da insegnare a nessuno, come forse non insegnano altri insegnamenti passati alla Storia e attraverso la Storia. E qui si ritorna all’esperienza. Ma non basta una vita purtroppo, seppur indirizzata da consigli da far risuonare come un mantra dentro di noi, a cambiare ciò che forse non è congenito, anche se alcune depressioni vengono studiate da neuropsichiatri come se la scienza potesse dare delle risposte, ma soprattutto esperenziali. Però, se posso personalizzare, c’è quello che sembrerebbe un aforisma, suggestivo magari, che mi ha accompagnato per molti decenni, che però non sempre ha dato risultati spendibili. Un solo consiglio ai pessimisti, confortati dal pensiero di Montaigne, dal sottoscritto già citato innumerevoli volte, che dice che “ la sua vita è stata piena di terribili disgrazie, che però non si sono mai verificate”. Ecco, se si riuscisse ad applicare questo pensiero all’esperienza di tutti i giorni forse il Coronavirus, l’orologio nucleare, i cambiamenti climatici si affronterebbero meglio. E se si vuol essere anche più banali di così ci dovremmo ripetere continuamente che “finchè c’è vita c’è speranza”. Ma, se quelle minacce la vita ce la tolgono, come si è vissuto? Da ottimisti o da pessimisti? Secondo Balzac il “caso è l’artista più grande”, citando Bacon che si autodefinisce ”ottimista sul nulla” aggiungendo “sono avido di vita, sono avido di ciò che il caso può e lo spero, darmi: ciò che supera di gran lunga qualunque cosa potrei calcolare logicamente”. Ancor di più, alla luce di queste ultime citazioni verrebbe da chiedersi che senso abbia la domanda iniziale. Alla fine anch’io la penso così. Anche perchè, e cito Ceronetti, l’ottimismo è come l’ossido di carbonio che lascia i morti di un bel colorito roseo, con la sua semantica, ma morti sono.

IVANO MACALLI

05 Feb 2020 in Antropologia

17 commenti

Commenti

  • Bacon il pittore, non Bacone il filosofo.

    • Noi che siam vecchi, come dici, mbè, io direi che c’è tempo ancora perché l’inclusione in categoria ci tocchi, direi che un vecchio non si destreggia fra le auto in bici come te, ma lasciamo perdere. E allora noi che finalmente siamo vecchi ci ricordiamo il postadolescenziale? Ma che sollievo essere usciti dal tutto catastrofico, tutto esilarante, tutto ostile, non ho limiti, no, non ce la farò, papà capisce un cas…, che palle la mamma, non amo più, amo di nuovo, amo a giorni alterni. Gran senso dell’infinito e delle cose finite, o Nostro signore se vogliamo, grazie di averci liberato da questa maledizione! Mbé, è questo che mi aspetto dal genere umano, che abbandoni l’adolescenza della propria specie che l’attaglia ancora e si metta al lavoro!

  • Una via potrebbe essere, Ivano, quella di rinunciare a riconoscersi e a definirsi come ottimisti o pessimisti. Per esempio, considerando queste locuzioni come difficilmente ascrivibili alla nostra esistenza, al nostro carattere, al nostro comportamento, almeno in senso generale, complessivo, globale. Non per presunzione, spocchia, iattanza, solo per difficoltà di catalogazione analitica, di classificazione sistemica, di match identificativo.
    Lasciandoci sempre liberi, in modo relativo e situazionale, di ottimismi, pessimismi, indifferentismi e di tutti gli -ismi possibili e immaginabili, potremmo cambiare, con la massima discrezionalità, occhiali cognitivi, sensibilità emotive, esperienze e persino esistenze.
    L’unico vero orologio è quello della life expectancy e sarebbe un peccato privarci, in questo tratto così importante e conclusivo di percorso, della possibilità, di volta in volta, di entusiasmarci e di abbatterci, di illuminarci e di rabbuiarci, di applaudire e fischiare al teatro della vita, come ci piace e ci garba, alla faccia di tutto e di tutti.
    Amleto, col suo essere o non essere, va bene per chi ha tempo per filosofeggiare, non per noi, che possiamo essere o non essere a seconda dell’umore, dell’estro, dell’uzzolo del momento.
    Tempus fugit.

  • Un facile test: guardare un cielo tempestoso con qualche brandello di luminosità ed esprimersi sui programmi con un gruppo di amici, o semplicemente da soli: moltò più evolutivo del classico bicchiere mezzo pieno. Ho risposto involontariamente anche a questo, ho scritto mezzo pieno! L’altro mi ha fatto affibiare da un gruppo di amici l’etichetta di inguaribile ottimista un giorno a Firenze, quando, scrutando un cielo gravido e nero, vedevo dei varchi fra le nubi, ambascerie di un radioso pomeriggio.

  • Sì Pietro, l’ottimismo sul nulla, cioè il caso. E la necessità o inevitabilità dell’affrontare con saggezza la casualità dell’esistenza. E potrebbe essere un buon consiglio per tutte le età, senza le categorizzazioni del mio titolo. Tanto al caso non gliene può fregare di meno delle nostre identità esperenziali o congenite che siano. Anche se qualche cervellone dice che l’ottimismo allunga la vita. Ma all’auto che ti investe, alla malattia o altre sfighe o felicità che incombono chi glielo dice chi siamo e perchè siamo? Quindi cogliere l’attimo, qualunque sia, goderne o soffrirne estemporaneamente perchè in quel momento la vita che ci è data è quella. La nostra. Che forse è più facile a dirsi che a farsi, ma questo atteggiamento è necessario alla sopravvivenza, perchè se fosse vero che l’ottimismo allunga la vita sarebbe vero anche il suo contrario. Bacon nell’ottimismo sul nulla dipingeva forsennatamente corpi deformi, lacerati, contorti, tra guerra e personalità al limite della psichiatria, bocche deformi, violenza, aggressività, defigurazione, annullamento della bellezza, tutto il drammatico umano tra colori vividi e corpi intrappolati in claustrofobiche prospettive. Credendo fortemente nel caso, affidandosi a quello. E forse è per quello che ha vissuto fino ad ottantatre anni, non vecchissimo ma potendo dire che la sua non è stata una morte giovane. Morto famoso, e anche ricco credo, nonostante, guardando i suoi lavori, credo che non si possa dire che sia stato un ottimista. Quindi un gran pessimista fino appunto a de-figurare la realtà, scavando sotto la pelle di ognuno mostrandone le ferite più profonde, e non solo come scelta stilistica. Diciamo allora che alla fine, nonostante una vita anche disperata, gli è andata benone. Che caso, vero?

  • Adriano 14:32 di ieri e oggi. Davvero sei un ottimista che crede che l’avanzare dell’età ci tolga d’impiccio tutto il preadolescenziale? Questa è una grande fiducia nel genere umano, che non ti è nuova, ma io faccio fatica a credere che automaticamente l’esperienza ci renda migliori.

  • La Frase di Tonino (Tonino Guerra, grande sceneggiatore di Fellini, Antonioni, poeta, artista, scrittore) era “Gianni, l’ottimsmo è il profumo della vita, l’ottimismo vola”, e alzando gli occhi a mirar uno stormo di uccelli nel cielo ….un “orco d…” per una schizzata in faccia, dal cielo!
    Ergo, ottimisti si, ma occhio alle schizzate di cacca!!!! (per di più, dal cielo)

    • Francesco, pare che portino fortuna. Anche pestarla pare che porti soldi, come le lenticchie. E tutte queste belle “credenze” la dicono lunga su come gli uomini confidino nel caso e costruiscano il loro destino.

  • Alla festa dell’Unità di fine estate, a Ombrianello, non manco mai almeno una sera, perchè stravedo per i venditori di aspirapolvere, lucidatrici Foletto, e quelle scope alte che catturano la polvere, quelle domesticherie, non proprio in uso dai radical-chic che siamo. A Ombrianello, giro intorno allo stand della Foletto, come i moscerini intorno ai lampioni, ma non m’azzardo mai a chiedere, a provarlo l’aspirapolvere, e quando loro capiscono il mio interesse, e mi convocano sulla pedana della prova-lucidatrice, sorrido, mi scuso, e vado via. Così’, ogni anno. E’ che loro, i venditori Foletto, non sanno cosa mi ronza in testa: mi rammentano un racconto di Raymond Carver, scrittore e poeta americano. Carver si svegliò una domenica mattina, rintronato dall’alcool della sera prima, solo in casa – la moglie, la potessa Tess Callagher, l’aveva lasciato da poco -, una cupa depressione che gli pesava in testa, lo soffocava. Camminò per casa vagando avanti e indietro, in maglietta e mutande, con addosso più di mezza voglia di chiudere i conti, buttarsi sotto un treno, e finirla lì. Abitava in quartiere residenziale silenzioso ai limiti di un bosco. Non un rumore, Solo uccelli di passo, e il vento che annunciava la fine dell’estate. Improvvisamente, squilla il citofono di casa. Carver vede dalla finestra un tizio, con una cravatta d’ordinanza e una targhetta, impugnando un aspirapolvere. Non è un Testimone di Geova, pensa, scocciato, solitamente sono in coppia, e non vanno in giro con aspirapolveri. Carver bestemmia e torna a vagare per la stanza, ma quello fuori insiste a pigiare sul citofono. Sorprendendosi, decide di aprire il cancelletto e lo fa entrare in casa, mentre lo scrittore è ancora in mutande. Il commesso viaggiatore gli sorride e non si scompone. Carver va ai fornelli, seguito dal venditore e si prepara una doppia aringa in padella, senza neanche stare ad ascoltare il tizio, che gli sta spiegando, svelto, la funzionalità di avere un buon aspirapolvere in casa. Terminata la spiegazione, il venditore aspetta una risposta, una qualsiasi: vattene, non mi frega niente dell’aggeggio, vendilo a tua madre, ci penso poi le farò sapere; è corazzato, come lo sono i bravi commessi viaggiatori. Carver gli chiede se ha già mangiato, gli offre un’aringa e un bicchiere di whisky. Dopo un imbarazzato silenzio, i due cominciano a parlare, a raccontarsi, di quando erano ragazzi e il padre – di entrambi – li portava a pescare (successe ad entrambi) con una fiaschetta di whisky, panini imbottiti e una borraccia d’acqua. La chiacchierata si prolungò; ruppe gli argini; la mattinata passò. I bicchieri di whisky furono due o tre. Ma venne l’ora di andarsene, per il venditore, che si alzò, ringrazio per l’aringa, e Carver lo accompagnò alla porta. Quando fu al cancello, lo scrittore lo richiamò indietro. Voglio l’aspirapolvere, te lo compro, gli disse. Il venditore, sorpreso, gli disse che non era il caso, non doveva sentirsi in obbligo, che gli aveva fatto piacere comunque. Carver insistette e tornarono in casa per definire l’acquisto. Nel pomeriggio, lo scrittore restò a guardare l’aspirapolvere e poi si ficcò sotto la doccia. Si fece la barba, rovesciò il resto dell’whisky nel lavabo, e dette un colpo di piede all’aspirapolvere, che partì succhiando polvere stoccata in casa da un bel pò.

  • Il saggio Aristotele, Ivano, predicava la giusta misura (in medio stat virtus).
    Una massima da seguire sempre? Non credo.
    Una cosa pare certa: sia l’ottimismo alla Leibniz che il catastrofismo rischiano di condannarci all’immobilismo. Solo chi vede luci e ombre sente il dovere di rimboccarsi le maniche per allargare il più possibile il fascio di luce e ridurre il più possibile il cono d’ombra.
    Ma forse non è sempre così. Così scrive il sociologo Ulrich Beck, scomparso nel 2015: “Oggi sono in molti a pensare che i predicatori di catastrofi siano gli ultimi realisti, che cioè la valutazione più attendibile della situazione sia quella offerta dal pessimismo catastrofista”.
    Una provocazione forte.

  • Cassandra stava sulle balle perchè spesso ci azzeccava. Noi, uomini di fede, speriamo sempre che piuttosto che partecipare ai grandi momenti della Storia si bandiscano dal creato profeti e profetesse, recuperando quel realismo della virtù nel mezzo, che appunto si oppone al catastofismo che lascerebbe spazio solo a quei gesti apotropaici da tamarri frequentatori di bar sport. Credo che di spazio per intervenire ne rimanga, e lo dice uno che nel de-genere umano non ha mai nutrito molta fiducia. Se non ora quando? Comunque mi pare di intravedere un certo movimento.

  • Marino, imperscrutabile sempre come il caso agisca. In balia di quello, i natali sono il primo, la nostra vita é determinata da quello. E non c’e niente di più ovvio. Non si scelgono paese, ceto, famiglia, latitudine, aspetto fisico, intelligenza. Nonostante questo in alcuni la boria alberga sovrana, al limite del ridicolo, come se ognuno di noi si facesse da solo, magari suscitando invidie motivate o meno dalle proprie frustrazioni o aspirazioni, raramente ammirazione. Ci si dimentica appunto dei natali, per chi é nato male, passando la vita covando rancori che magari e spesso sfociano in disastri irrimediabili. L’alternativa sarebbe convincersi che ad ognuno è data la propria vita, non un’altra e saggiamente conviverci. Ma questa è difficile filosofia applicata. Al contrario l’ammirazione per gli altri molte volte può essere da stimolo a migliorarci. In tutto questo naturalmente si declinano ottimismo e pessimismo, effetti imprescindibili e immodificabili. Tutti ci facciamo i conti, tribulando in un avvitamento che contempla appunto i tre aspetti, dovendoci definire, classificare, perché siamo sempre lì a farci domande e cercare risposte in una ricerca spasmodica, come se fosse obbligatoriamente doveroso. Naturalmente i più deboli, o forse i più saggi, soccombono realisticamente al caso.
    Mi si potrebbe obiettare che in questo modo la deresponsabilizzazione conseguente farebbe da controcanto al tentativo di riscatto da parte dei volenterosi. Perchè le possibilità sono solo due. Ma spesso, dovendo scegliere tra le due strade si sceglie la prima, la più comoda, così da dire “per caso sto bene, per caso sono malato, per caso sono bello, per caso sono intelligente e forse per questo sono anche colto, per caso ho un buon o pessimo lavoro, e per caso ho ucciso mia moglie. Che per caso era una rompicoglioni. Giustificarsi a se stessi diventa quindi l’unica consolazione per pacificarsi di fronte alle nostre malefatte, tanto l’ha deciso il caso.

    • Ivano, sono solo parzialmente (ma in modo determinante) d’accordo con te: è vero, ognuno ha delineato un suo percorso di vita, ma non è un “percorso obbligato”, delimitato da barrire invalicabili!
      E’ un percorso “dedicato” si, ma che offre con continuità bivi, biforcazioni che ti/ci coinvolgono ….”hic et nunc”, in tempo reale, nella scelta in prima persona.
      Nessun fatalismo quindi, ma coinvolgimento nella responsabilità di scegliere!
      Ritengo che una visione simile ci faccia sentire interpreti della propria vita, inserita in un orizzonte universale fuori da angusti limiti di spazio/tempo, affrancati da condizionamenti più o meno ….”fideistici”, magari sfruttabili dai “furbacchioni” di turno!

    • I natali contano e non contano? Certo. Possiamo filosofeggiare quanto si vuole su ciò. Portare avanti un discorso e dire che cosa? Chi parte indietro ha più stimoli per recuperare, e magari va avanti poi come un treno? Mentre chi parte avvantaggiato rallenta perchè la vede facile, un attimino meno complicata, la portaerei, dove transita per realizzarsi? I destini individuali sono imperscrutabili, ma l’aiutino non è una cattiva cosa. Anzi. Ma abbassiamo i toni, e cambiamo passo: credo che natali e denari fanno una bella coppia; e sono pronto a scommettere che chi ha avuto discreti natali e tiene discreti denari, non lo ricorda affatto, quando filosofeggia. Che noia, parlarne, con tanti problemi in corso d’opera, no? Eppoi tutti hanno avuto problemi, giusto? Quindi pari siamo? Anche no.Magari al fortunato per i natali e i denari gli vengono gli occhi umidi quando va al al cinematografo per vedere il film-storia dedicato agli sfigati-sfortunati; o si reca alla sala polivalente per il convegno sulla povertà – altrui – bello attento; e prende appunti e sottolinea che bisogna mettere in campo politiche per la redistribuzione della ricchezza, o quella cosa lì. Tutto giusto. Ma le parole servono, o servono i denari?,E averli è meglio, in saccoccia, questa è l’unica certezza, il resto è un sacco di balle, il resto è un dire, per far prendere aria alla bocca.. Ma chi ce l’ha gonfia, la saccoccia, non lo dice, e pensa che non è così gonfia, la sua saccoccia. Comunque, non dovendo tirare avanti la carretta, ma soltanto il discorso, la filosofia viene meglio. Si è meno stanchi.

  • Francesco, i figli di laureati che arrivano a laurearsi sono 75 dei cento in partenza, i figli di non laureati, partendo in cento arrivano in dieci. Dando per scontato le opportunità iniziali, possibilità di iscrizione, clima culturale, sociale ed economico fanno la loro parte, eccome. Poi i casi rari ci sono sempre, e in questi decenni naturalmente se ne sono visti, magari non rarissimi. Ma mi pare che ora tutto stia cambiando nonostante l’obbligatorietà scolastica. Poi se vogliamo dare per scontato che non è vero che stesse opportunità corrispondano ad uguali risultati anche questo è vero. Ieri sentivo un piccolo dibattito in televisione dove si ribadiva che anche il sempre citato Don Milani parlava di promozioni per tutti solo per la scuola dell’obbligo, ma poi basta. E qui si ritornerebbe a parlare del livello culturale della scuola italiana, ma non è questo il tema. Anche se in tema si rischierebbe di finire in un vicolo cieco, perchè al di là delle statistiche si sa come finiscono le speculazioni intellettuali che non vanno mai oltre il proprio parere con la sua discrezionalità. Di fatto, ritornando al Caso, se pensiamo alla nostra generazione, o vicina, noi siamo cresciuti nel boom economico e lontani dalle guerre. Chissà cosa succederà ai giovani di oggi. Quelli che non stanno nelle stanze del potere naturalmente. Ci sono generazioni che subiscono la sorte più di altre. Che poi nelle macerie qualcuno riesca anche a costruire è altra questione. Ma alla fine tutti questi discorsi, oltre ad essere scontatissimi, anzi banali, ci rimandano sempre alle opportunità.

  • Naturalmente il caso fa a pugni con le cospirazioni, vedi “La fine del mondo” di Adriano. Perchè per i complottisti a tutto c’è una spiegazione, magari la più fantasiosa possibile, ma tant’è, la libertà di pensiero è quella. Il Coronavirus non può essere un semplice virus. Gli infetti, poverini, uno per uno, sono nel mirino di qualcuno. Nessun Caso.

  • Marino, ricordi Ladri di biciclette? La scena dove i ricchi fanno la barba ai poveri? E la beneficenza di tanti film neorealisti? E la beneficenza contemporanea? Tra banco alimentare e farmaci raccolti per chi non se li può pagare si è ritornati a quei tempi. Le cause? Infinite. Quei tempi sono tornati con tanti ricchi che con i loro soldi potrebbero sfamare il mondo intero, che però non può più essere sbarbare i barboni. Succederà qualcosa, anche da noi, e in questo caso faccio io la Cassandra della situazione. Non si può più andare avanti così, neanche ad essere ottimisti.

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