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IVANO MACALLI

VALENTINO

Cosa l’ossessiona della libertà? “Me lo sono chiesto spesso. Non ho risposte leggiadre”. La dia greve. “Sono per la libertà di non fare un cazzo. Questa è la verità. Non ho voglia di impegnarmi in niente. Mi sono inventato la poesia d’occasione per lavorare poco. La mia conclusione è che la vita o la interpreti

Cosa l’ossessiona della libertà?
“Me lo sono chiesto spesso. Non ho risposte leggiadre”.

La dia greve.
“Sono per la libertà di non fare un cazzo. Questa è la verità. Non ho voglia di impegnarmi in niente. Mi sono inventato la poesia d’occasione per lavorare poco. La mia conclusione è che la vita o la interpreti con un pizzico di fantasia o ti adatti al suo spietato grigiore “.

Da che parte si mette?
“Dello spietato grigiore, ovviamente. Non puoi evadere dalla realtà”.

NONOSTANTE QUESTO…

Mi chiamo Valentino Zeichen, sono nato a Fiume nel 1938 e sono morto a Roma nel 2016 per infarto, seguito ad un ictus, vivendo di stenti, di affetti familiari traditi, di soldi mai guadagnati. Esule istriano mi trasferii con la mia famiglia prima a Parma e poi a Roma, dove sono vissuto per tutta la vita, non facendo assolutamente nulla, se non oziare con impegno e convinzione, sdegnando qualsiasi lavoro, dopo piccoli e saltuari lavoretti. Mia madre si chiamava Evelina.  I miei genitori si separarono che avevo tre anni. Quando ne avevo sette, Evelina morì di tisi: “La vidi l’ultima volta in una colonia marina. Era già autunno. Ci prolungavano il soggiorno. Arrivò sorridente con i suoi bellissimi denti e un pallore spettrale. Poche parole. Convenzionali. Poi l’altoparlante avvertì che le visite stavano per finire. Se ne andò promettendo di tornare. Sapevo che fingeva”.
Mio padre invece amava “i tuffi, il ballo e le scarpe. Aveva una venerazione per le scarpe, soprattutto bicolori. Un sentimento, forse l’unico, che mi ha trasmesso.”
Dopo una vita da sfollati a Trieste ci trasferimmo a Roma dove lavorò come giardiniere del comune e ci fornirono un alloggio nelle stalle di Villa Borghese. Ho passato lì la mia adolescenza. Spesso scappavo di casa. Alla fine papà si risposò e con la matrigna decise, in accordo con il commissario, di spedirmi in un riformatorio”.”Ci rimasi tre anni e studiai da perito chimico”. Lavoro che naturalmente non esercitai mai. La matrigna fu crudele con me, ma fu Lei con “Quel tanto di follia profonda senza la quale non si fa poesia” che mi portò a scrivere.
Fin da giovane amai Breton e Prèvert. Sono stato definito un poeta occasionale perchè ho emancipato la poesia “dall’irrigidimento del necessario, della maniera della serietà generando dall’accidente l’opera d’arte”. Il contrario sarebbe stata la smentita categorica di quanto rilasciato in una intervista di cui ho riportato qualche riga in incipit. Sono stato definito paradossale e dandy, e una fotografia in modo particolare trasmette appunto quell’aura da poeta ottocentesco esule dal mondo, a parte una discreta vita mondana che la società colta capitolina tributò ben presto al mio personaggio. Era se non prestigioso, pittoresco invitarmi a cena.
Di donne molte, defilatesi tutte alle prime camice da stirare, che così nel tempo imparai ad indossarle tolte dal filo steso. Di digiuni parecchio, contemplati nella mia fittizia dieta salutista. Lo dicono anche molti dietologi che è salutare. Per tetto una “mitica “baracca”, ultimo avamposto di un mondo solo in apparenza pittoresco. In realtà duro e povero: “una perla di squallore che brilla di opaca grandezza” diventata più popolare delle mie poesie. Tetti in lamiera, vetri scocciati , un divano sfondato, vecchie sedie di plastica recuperate, piatti di coccio sbrecciati e fogli battuti a macchina sparsi. Niente di pittoresco per viverci, fantasmi, topi, scarafaggi e fastidiosi vicini, pranzi domenicali in cortile con tanti amici, direi intellettuali, ma esotico per amici e conoscenti, o curiosi, a bearsi di una vita romanzata come è sempre la povertà degli altri. Non mi stupirei che ora dopo morto diventasse un museo. Ma la chiudo qui con la mia biografia, come con la critica letteraria, del resto la rete ne è piena, più ancora delle mie poesie. Ora in ospedale, stanco, vecchio e malato, ricevo la notizia della concessione del sussidio Bacchelli, che mai avrei personalmente chiesto, ma che confesso con un sorriso a mia figlia, nata senza matrimonio, che ne beneficerò volentieri. E chiaro che non ci fu poi il tempo di usufruirne. Sono morto prima. Allego a questo testo anche una mia fotografia giovanile: con quella faccia e quel nome avrei potuto fare altro?
ALLORA?

Veniamo al dunque. Perchè il caso di Zeichen mi sembra emblematico di una vita contro, che però, per necessita o viltà diventa istituzionale, dopo aver vissuto per combattere contro un sistema che vorrebbe tutti uguali e diligenti, che però elargisce con pietà cristiana piccoli aiuti un po’ qua e un po là perchè la nostra Repubblica non è vero che è fondata sul lavoro. Lo sappiamo tutti che a spese dello Stato ci campa un sacco di gente, dai pensionati baby ai finti invalidi, dai tanti poveri ai finti indigenti, mafiosi compresi, che costellano l’Italia di nulla facenti. E’ notizia di ieri che il sussidio per un’invalidità al 100% verrà incrementato a 500 euro piuttosto dei 280 precedenti. Poi ci sono le pensioni sociali, una miseria, ma una settimana al mese ci si campa. E poi c’è il reddito di cittadinanza. Non importa se poi gli olandesi, mettiamoci anche Quota cento, ci negano aiuti.

SUSSIDIO BACCHELLI
Conosciamo tutti la legge

Naturalmente le risorse stanziate sono minime, ma ora eminenti personalità della cultura, orientate naturalmente a sinistra, stanno cercando il bandolo della matassa per superare quelle pastoie burocratiche e politiche e chiedere un aumento di fondi destinati alla legge che sempre si rivelano insufficiente a soddisfare il bisogno. Bisogno di riconoscimento a tutti quei personaggi delle arti, della musica, della poesia, dello sport e altro, che si sono distinti dando lustro a questo nostro paese.
E indubbiamente i beneficiari sono stati pochi in questi anni così da poter dire che quei fondi sarebbero comunque irrilevanti per i nostri conti pubblici in bancarotta. Quindi non si toglie niente a nessuno, come sarebbe stato del tutto irrilevante chiedere a Valentino Zeichen se tra una poesia e l’altra non avrebbe potuto trovarsi un lavoro. La risposta coerente la si trova nelle righe precedenti.
Faccio queste considerazioni dopo aver letto un articolo di Manconi, noto paladino dei deboli tutti, che ripercorre l’iter e sviluppi di una legge con dettagliato elenco dei beneficiari, da Alda Merini a Alida Valli, passando attraverso nomi della poesia sconosciuti ai più. Anche Manconi giustifica queste elargizioni, così da non poter obiettare nulla , quantificando la spesa, che significa però che in molti si chiedono come mai ad un invalido e alle loro famiglie un misero assegno mentre ai poeti i più consistenti 2000 euro lordi. Mettiamola così, i poeti sono pochi, gli invalidi moltissimi.

IVANO MACALLI

19 Lug 2020 in Pensiero

14 commenti

Commenti

  • Presenti due visioni, quella della figura di Zeichen, lo spunto e querlla della giustizia sociale. Sulla prima, “una vita romanzata come è sempre la povertà degli altri” esprime per me tutto, la situazione degli intellettuali spiantati e arrabbiati da qualche parte Jack London definì “il vero fango”. C’è poi il sistema dei presunti riequilibri, che fa acqua da tutte le parti. Anche i 280 per gli invalidi, bisogna vedere aggiunti a cosa, perché sono supplementari, li prendeva mia madre, non sostitutivi. E così si arriva a una varietà di elargizioni non rispondenti alle reali necessità e nettamente ingiuste. Una persona molto sincera qui mi ha detto “la vera risorsa è la famiglia, perché in famiglia c’è sempre qualcuno che becca qualcosa”. ma se attingono tutti e nessuno se ne accorge? Badate non sono contro il reddito di cittadinanza o altro, anzi, studi seri condotti nei paesi veramente poveri hanno dimostrato che questa sicurezza stimola la microimprenditorialità. Ma il concetto di “veramen te povero” fa acqua. Non voglio dire che siano finti poveri, ma “diversamente poveri”. Conte ci voleva metter mano, poi gli fanno perder tempo con altre faccende…

  • Già al primo commento il post prende nuove e possibili strade, e va bene così. Adriano, non so a quali studi tu attinga parlando di microimprenditorialità riferendoti forse a redditi di cittadinanza che altrove si chiamano microcrediti e che vediamo in progetti soprattutto di paesi africani. Mi sbaglio? E che vengono di solito impiegati per iniziare piccoli commerci di galline del pollaio tirato in piedi dopo averne comprato una coppia feconda, o un orto con poche bustine di sementi. Altrimenti non saprei dove attingere per trovare conferma al tuo commento. Comunque mi interessa, anche se dubito molto che da noi quel reddito possa diventare un banco al mercato o un piccolo laboratorio artigianale.

    • Era sì un paese del centro Africa, ma categoricamente l’articolo parlava di una somma fissa data a perdere e mensilmente a un campione sui ventimila nuclei familiari. Sicuramnte la notizia mi viene da “Le scinze” e si citavano altre esperienze, già prima di noi. Le conclusioni erano che con la pancia piena ci si sente di rischiare di più, ma quelli erano veri morti di fame!

  • Di Zeichen, Ivano, mi sembra tu abbia dato un’immagine significativa e mi pare che si tratti di uno dei pochi personaggi del nostro recente panorama poetico e narrativo che mantenga una coerenza di fondo tra la propria opera e la propria vita.
    Conosco poco questo autore perché ho tra i libri soltanto la scelta di sue poesie fatta con l’edizione Fazi uscita un anno dopo la sua scomparsa. Ogni tanto, a livello nazionale ma anche locale, ci becchiamo peana critici di roba che tenta di nascondere con l’astrusità la propria inconsistenza poetica. Rincorse narcisistiche tra pretenziosità critiche e poetiche. Invece qui l’apparente semplicità e linearità d’espressione, a volte quasi puerile, deriva da una forte attività, quasi alchemica, di affinamento, sottrazione, affioramento del “chiaro”.
    Sull’assistenzialismo italiano, sgangheratissimo, pesano le ragioni storiche, elettorali, di costume che sappiamo. Ciò che colpisce non è tanto l’entità dello spreco economico, comunque notevole, quanto la cecità delle erogazioni, aggravata dalla carenza, intenzionale o meno, di controlli sulle effettive destinazioni. Il discorso è noto. Zeichen in realtà ha percepito, a titolo assistenziale, ben poco e piuttosto tardi: nulla rispetto a quanto incassato da tanti guitti spacciati per artisti. Per non parlare delle sovvenzioni pubbliche a certi settori.

    • “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”, caro Pietro, non so se sia trasferibile all’indolenza dichiarata di Zeichen che, in coerenza al personaggio, forse più costruito che spontaneo, sarebbe in contraddizione. Io propendo più, come ho detto nel post, per una creazione istintiva, accidentale dei suoi versi. Dante avrà faticato parecchio per scrivere la sua Commedia, non so se il nostro di oggi abbia mai prodotto una stilla di sudore ad imperlargli la fronte. Con quanto dichiarato rispetto al lavoro credo che farsi legare alla sedia non facesse parte della sua indole. Poi ognuno interpreta come vuole, e potrei sbagliarmi. Per il resto sono assolutamente d’accordo con te. In quest’epoca post Covid abbiamo assistito a rivendicazioni di categoria da graduatorie di merito: il mio lavoro è più importante del tuo e richiede una risposta immediata, il tuo può aspettare. Che poi in sintesi è il tema del mio post o una delle possibili letture: come elargire con criterio, e obbligata parsimonia contemporanea, i sussidi economici?

    • La cosa che mi ha colpito di lui è il mettere la libertà non solo al primo posto ma anche il farlo in maniera così drastica.
      Come ti dicevo, non ho molto su di lui in libreria. Però questa cosa esce con forza. E da quel poco che ho letto negli anni scorsi (ma anche molto prima: mi ricordo che già di lui si diceva qualcosa negli anni ’70), la sua vita reale è stata in questo senso piuttosto coerente.
      Il lavoro di sgrossatura, semplificazione e anche di ricerca di un certo effetto dipende pure dal fatto che spesso componeva su commissione. Anzi, lo diceva apertamente e spiegava che anche questo gli consentiva di campare continuando a essere, sentirsi e apprezzarsi come uomo libero. E poi, chi lo sa, tra le dichiarazioni e la verità, anche con gli artisti, non si è mai proprio sicuri. Comunque, una certa ricerca stilistica, magari in opposizione, anche marcata, con le elucubrazioni poetiche di tanti presunti vati del ghirigoro semantico e del messaggio recondito mi pare traspaia abbastanza.
      Sul confronto col sempre volitivo astigiano e sull’assenza di sudori, caro Ivano, d’accordissimo.

  • Adriano, i 280 euro agli invalidi non sono supplementari. Non conosco benissimo la normativa, ad esempio la legge 104 del 92, che effettivamente contempla tante forme di aiuto, tipo indennità di accompagnamento che magari in età post pensione va ad integrare un reddito già esistente. Io parlavo di invalidi fisici o psichici di giovane età che come ancora di salvezza hanno solo la copertura familiare. Comunque mi informerò meglio addentrandomi nei meandri della giungla del nostro sistema assistenziale.

    • Toccato, era l’indennità di accompagnamento che prendeva mia madre.

  • Pietro, ti segnalo un articolo che magari conosci, ma lo invio anche per chi non conoscesse Zeichen e intendesse avvicinarsi ad un poeta che ben rappresenta secondo me lo spirito dei nostri tempi e il disincanto, cinismo o realismo che esprime. Oltre ad una crudezza che fa a pugni con la retorica che ruota intorno ai poeti.
    Oltrettutto io non amo i poeti che, come dici tu spesso sono ” vati del ghirigoro semantico e del messaggio recondito” così da venirmi in mente Nietzsche quando dice che non gli piacciono perchè “non fanno che intorbidire le acque per farle sembrare più profonde”. Da domandarsi a cosa servano insomma, come io ormai mi chiedo se nel mondo contemporaneo possano ancora esistere le arti in genere. Ma si sa, io sono un materialista che crede all’utile e al funzionale invece che all’astrazione filosofica o poetica o artistica che sia. Poi magari incontro Zeichen, e forse affascinato dal personaggio, comincio a leggere alcune sue poesie che magari finiscono col piacermi come mi compiaccio di personalità controcorrente nell’appiattimento contemporaneo.
    https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/03/22/zeichen.html

    • Grazie per la segnalazione, Ivano. Mi pare che l’articolo sia un buon aiuto per avvicinarsi a Zeichen, al nostro Giuseppe Mario, anche per i non addetti ai lavori. Il quale Zeichen, sembra un gioco di parole un po’ stucchevole, me ne rendo conto, ha di certo un suo “carattere” poetico molto preciso e inconfondibile, almeno da quel poco che ho letto.
      Forse citare Marziale è eccessivo ma le scelte formali sono proprio quelle della semplificazione concettuale, della sintesi lessicale e del colpo finale. Penso invece a certi interminabili, fumosi, ondivaghi e noiosissimi esercizi di presunzione poetica di cui siamo periodicamente vittime a livello sia nazionale che locale.
      Per non parlare dell’altro aspetto, citato nell’articolo, quello dei famigerati “reading”. Soprattutto la nostra generazione continua a produrne di sciagurati. Anche qui dalle nostre parti, sia nell’hollywoodiana metropoli milanese che sulla strada dell’orto dietro casa. Pare invece che Zeichen li sapesse fare bene. A volte con una certa ironia. Per un invito a pranzo o per rimorchiare, ovviamente.
      Grazie per il post, Ivano. Finalmente, un “personaggio senza il messaggio del saggio”.

  • Sul tema sostanziale del post, Ivano, forse l’opinione sull’assistenza sociale (distinta dalla previdenza per gli obiettivi e dalla beneficenza per l’obbligatorietà) è collegata all’idea che si ha di società e quindi, nella nostra epoca storica, di istituzione statale e, forse, un domani, di istituzione sovranazionale. Per cui, è chiaro che la materia può offrire spunti tra loro diversissimi e spesso opposti, anche a prescindere dalle specifiche emergenze sanitarie, magari pandemiche.
    Personalmente credo che un certo livello di solidarietà economica faccia parte del corretto ordinamento giuridico e del buon governo amministrativo. Anche se la soluzione a molti problemi (ovviamente non a tutti) dovrebbe risiedere in un lavoro giustamente decoroso e remunerativo. Visto il dettato costituzionale, dovrebbe essere il principale punto di snodo di tutto. Tranne che per chi la pensa come Zeichen o come Di Masi.
    Le cosiddette categorie deboli sono sempre esistite. Solo che tra un portatore di handicap e un soggetto che non ha mai versato contributi e poi si lamenta perché è senza pensione, farei delle differenze. Soprattutto perché la previdenza da noi è obbligatoria. Quindi ci sono i disgraziati che pagano contributi una vita e i “chiagn’ e ffotte” che poi ne beneficiano. Per non parlare di quelli che prendono sussidi simulando invalidità inesistenti o lavorando in nero o rifiutando lavori ritenuti troppo poco smart e glamour. E non mi stupirei se questi parassiti tralalà e tiracampà fossero oggi la maggioranza dei percipienti.
    In generale, tutta l’assistenza pubblica italiana andrebbe riordinata, semplificata e controllata. L’affastellamento e il bric-à-brac di provvedimenti e provvidenze consentono confusioni, scorciatoie e furbate incredibili, con costi enormi. La complessità e la complicazione dei processi operativi facilitano favori, strumentalizzazioni e ingiustizie demenziali.
    Soprattutto, mancano gli accertamenti, le verifiche, i controlli.
    Da sempre, questo è uno dei nostri mali più evidenti. La proliferazione normativa e la burocrazia dei meccanismi clientelari, spesso di natura elettorale, lasciano quasi sempre spazio, nella realtà delle cose e dei fatti, alla latitanza degli organi di vigilanza e all’assenza di riscontri effettivi circa la sussistenza dei diritti e degli interessi legittimi.
    Quanto al recente reddito di cittadinanza, sarebbe contrario al buoncostume parlarne su un blog.

  • Pietro, assolutamente d’accordo con te, anche se esistono casi individuali che necessitano di analisi personalizzate. Le tue ultime righe invece, e purtroppo, rappresentano la sintesi perfetta, come se avessimo tradito o cassato alcuni articoli della nostra Costituzione, che tu giustamente richiami, non solo il primo. Da nessuna parte sta scritto che uno Stato deve essere prima di tutto assistenziale. Ma questa deriva é iniziata molto tempo fa, molto prima degli ultimi provvedimenti “elettorali”. Anzi, tutta la politica ha sempre giocato le stesse carte.

  • Valentino Zeichen ha scritto alcune belle liriche, e viene da un mondo ricchissimo di letteratura, che va da Trieste, e traversa l’Istria, e quella parte che oggi è Croazia. Non ha avuto un apripista come Claudio Magris, che di quel mondo è l’intellettuale italiano di riferimento. E ciò non lo ha aiutato. Zeichen, che m’incuriosì, per un breve tempo, era sì poeta appartato, un poeta vero, anche se un pò compiaciuto, un dandy. Il dandismo letterario, artistico ha dato frutti, pure tanto compiacimento stucchevole. Ma Zeichen ha vissuto di stenti. Perchè se non si sbarca il lunario a fine giornata, o c’è qualcuno che mantiene le tue poesie e lo stomaco, o sono guai, o si vive alle spalle altrui. Certe sue liriche, per come la penso sono poesia vera. Altre mi sembrano un vuoto a perdere, non riescono a scuotermi. Associo Zeichen, che ha trovato nell’editore Fazi un convinto sostenitore della sua opera, a un’altro poeta (inutile, ma di qualità) che è Ernesto Ragazzoni con i suoi “Buchi nella sabbia e pagine invisibili”. La poesia si compra poco, in Italia molto poco, non siamo in Russia; in Italia, si legge altrettanto poco, e non riempie il piatto. Meglio mani che frugano, che restar a guardar le vele, le vele, le vele che passano, lessi un giorno in un diario di un poeta amareggiato.

  • Dimenticavo il vero nome senza considerare Valentino come nom de plume. Che vanifica quanto scritto precedentemente associando un nome al suo destino. Del resto il nome, dal santo martirizzato alla coppia di innamorati di Peinet, da Pascoli a Natalia Ginsburg ha un che di musicale, appunto di poetico, quindi credo di non dover fare differenze tra un nome anagrafico e un nome vocato. No, c’è un bella differenza!
    Peccato, avrei preferito che fosse il suo nome di battesimo. Comunque non poteva sceglierne uno migliore.
    Accidenti, non si finisce mai di imparare. Grazie Pietro per avermelo ricordato.

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