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ADRIANO TANGO

Smart working: vi sta piacendo?

1905 – Venezia: Roberto Nevilis inventa l’home work per I suoi studenti, e ora è pratica integrativa allo studio in sede istituzionale in tutto il mondo. E lo smart working? La sua concettualizzazione vien fatta risalire alla crisi petrolifera del ’73, quando tuttavia il sistema informatico non era ancora maturo per supportarlo; ma ancora una

1905 – Venezia: Roberto Nevilis inventa l’home work per I suoi studenti, e ora è pratica integrativa allo studio in sede istituzionale in tutto il mondo.
E lo smart working? La sua concettualizzazione vien fatta risalire alla crisi petrolifera del ’73, quando tuttavia il sistema informatico non era ancora maturo per supportarlo; ma ancora una crisi, bruciando i tempi, lo ripropone.
I vantaggi constatai, al di là della sua azione vincente di barriera alla diffusione dell’epidemia, sono stati immediati. E così, improvvisamente, nel precipitare degli eventi, ci siamo trovati di fronte a un laboratorio sociologico sperimentale di enormi dimensioni, tale da permetterci di tirar già le somme su tanti aspetti; alla prova dei fatti, e non secondo opinioni.

Evidenti la più facile differenziazione degli orari di lavoro, l’abbattimento dei costi gestionali fissi d’ufficio (climatizzazione, illuminazione, manutenzione…). In termini di risparmio dei costi di trasporto quotidiani per il tragitto casa-lavoro, di tempo per gli stessi, e di inquinamento e viabilità, abbiamo trovato una verità nascosta sotto uno strato sottile ma tenace di abitudini: prima ancora di rinnovare il parco auto con modelli meno inquinanti è d’obbligo iniziare a non usare l’automezzo per spostamenti quotidiani inutili.
Dal punto di vista della soddisfazione lavorativa molti hanno apprezzato la ridotta occasione di conflitti. Se ne è avvantaggiata inoltre la gestione familiare, anche se, in una prima accezione, non è avvenuto altrettanto per l’armonia coniugale. La sensazione di un’altra epidemia, quella di coppie scoppiate per la convivenza protratta, nel mio giro di conoscenze e amicizie è stata palpabile.
Si è detto che comunque ad averci guadagnato sarebbe stata innanzitutto la parte erogatrice del lavoro, ditta o struttura pubblica che sia.
Sicuro? E il famoso “senso di appartenenza” che da decenni si cerca di incentivare con momenti di aggregazione, giornalini vari, promozioni quasi in stile tifoseria?
In linea teorica se ne avvantaggia poi la mole di lavoro stessa, data la possibilità di decentramento in sedi disagiate. E la lista dei pro e dei contro vien lunga, ma dal punto di vista individuale, a noi, questa cosa è piaciuta? E perché sì o no?
Chiaro che ora si andrà verso un’ibridazione di modalità espletative, e il peso percentuale da attribuire al nuovo sistema di interazione lavorativa sarà sempre e comunque un problema politico-gestionale calato nelle diverse specificità.
Per quanto mi riguarda nel giudizio vado a spanne, secondo esperienze raccolte fra familiari e amici, e la presenza nella casa di vacanze di due smart workers, figlio e compagna, mi fa sembrare questa soluzione miracolistica.
Ma quando poi vedo mia “nuora”, quando stacca per il fine settimana, rovinarselo per le crisi di mal di testa, mi accorgo che il sistema va bilanciato come minimo.
E i primi report medici mi indicano che il problema non me lo sto ponendo solo io.
Che la concentrazione continua al monitor e a stimoli bombardanti protratti siano nocivi ci era già noto, ma qui si pongono altri problemi situazionali di amplificazione.
Il tema è già all’attenzione del Centro cefalee dell’Humanitas, ad esempio.
Di Tullo, il responsabile, trova una convergenza di fattori che facilitano l’insorgenza delle crisi: stress da prestazione nuova e generale relativo all’incertezza del periodo e bombardamento mediatico in merito, sedentarietà, eventuale cattiva ventilazione degli ambienti, sensazioni olfattive domestiche permeanti, alterazioni del ritmo sonno veglia data la constatata tendenza a riprendere l’attività produttiva anche con una terza sessione serale.
E già, in un certo senso, vivendo sul luogo di lavoro, non si stacca mai!
Anche sui vantaggi in termini di economia da parte dell’azienda c’è da chiedersi quanto saranno bilanciati da una perdita di progettualità e di senso di appartenenza.
Nel cambiamento quasi totale di vita cito solo, visto che la protesta dei gestori sta coinvolgendo l’opinione pubblica, la lamentazione di esercenti di bar e ristoranti prossimi ai luoghi di lavoro, che possono dimenticare i pienoni di orario pausa; certo, vero, ma troveranno dei sostegni per la ripartenza in altri luoghi o settori, ma nelle virate strette è risaputo che qualcuno casca sempre in acqua!
D’altra parte consideriamo anche che in fin dei conti se proprio nella Silicon Valley, culla dell’informatica, si è compreso il significato della domiciliazione fisica di più aziende e relativi lavoratori posti in prossimità, per una contaminazione reciproca di idee, dobbiamo riflettere sull’effetto a lungo termine dell’isolamento.
Certo, isolamento fittizio si potrà dire, perché se timidamente entro in uno dei due uffici domestici che ospito, non saprò mai se mentalmente i miei lavoratori anglo-parlanti siano in quel momento in Cina o in Scozia, in quanto con quei paesi connessi (citazione di Paesi non casuale, ma basata sui loro racconti sull’andamento della giornata). Se poi parlano senza sosta vuol dire che stanno tenendo lezione, o una conferenza, e allora non mi resta che allontanarmi ancor più in punta di piedi.
Per orientarci, per fortuna, abbiamo già degli studi teorici precedenti su cui basarci, che dicono che circa la metà del lavoro può già essere svolto senza spostarsi, e io spero che il bilanciamento finale rispetti almeno questa percentuale.
Ma a voi come piacerebbe? A Crema cosa conviene?
Direi, dati i pessimi collegamenti conviene proprio che resti com’è ora, e come!

ADRIANO TANGO

28 Lug 2020 in lavoro

32 commenti

Commenti

  • Bellissima analisi. Da alcune dichiarazioni ricavo che molti lavoratori preferirebbero il ritorno in ufficio, fosse anche solo per la socialità. Il lavoro domestico, come ben dici, ha portato come conseguenza del lock down, ad una aumento del 30% delle richieste di separazione.

    • Per le separazioni direi alcune dopo un imprecisato periodo di intolleranza reciproca ben mascherata anche con gli amici! Un caso mi ha colpito: una coippia che condivideva anche il lavoro, e forse proprio l’assenza di una finaloità lavorativa per condividere gli spazi ha rotto le regole del gioco!
      La socialità: sì, un diritto dell’uomo, ma non è biologicamente necessario passare tanto tempo insieme, sia pur per lavoro. Caccia, raccolto etc riuniscono il gruppo quasi ritualmente. E in tema di ritualità c’è poi la confraternita religiosa che comporta la condivisione totale di spazi e tempi, ma è una scelta particolare, spesso una fuga dal mondo.Poi venne l’industria, e tutte le chiavi inglesi e gli operai messi in fila insieme, ma è un’altra anomalia. Il gruppo stabile si realiizza in genere per far fronte a una grossa sfida ambientale, bellica,lavorativa… Pensiamo al clan per i Vichinghi come alla comune di Lipari per i Greci, uniti contro la natura ostile i primi come contro gli Etruchi pirati i secondi. La mia vita si è svolta in equipe, ma l’articolazione dei compiti era tale da sparpagliare la gente su ampi spazi. In Ospedale spesso non incontravo le stese persone per più giorni, ma la sfida del compito infido stringeva il legame e la gerarchia, che infatti si disfa appena finito il lavoro, o con la pensione, quasi con sollievo e un pizzico di nostalgia. Penso si debba tornare per un sano rapporto lavorativo a un modello di stampo artigianal contadino: locali di lavoro privati e momenti di incontro comuni frequenti in sede, come i contadini alle fiere o ai mercati. e qui c’entra in gioco la produttività! Google paga due ore libere dal lavoro purché trascorse in luogo lavorativo, incoraggiando anche l’uso di sostanze psicotrope, contando sulla stimolazione dell’ideazione. Nulla di strano: mecvcanismo comuyne alla muta come ai calciatori. In pratica c’ è poco da inventare e tanto da imitare. In madre natura!

  • Concordo. Una certa mitizzazione mediatica del tele-lavoro è in ogni caso comprensibile o per lo meno tollerabile dopo le soluzioni, vere o presunte, comunque in parte effettive, offerte da questa modalità lavorativa durante la fase più difficile della pandemia.
    Certo, adesso le cose vanno riconsiderate in un contesto meno di emergenza, sempre sperando che tra non molto ci si ricaschi di nuovo.
    Sappiamo che uno dei problemi consiste nel fatto di non aggravarne i lati critici, che ci sono senz’altro, e di valorizzarne invece gli aspetti di proficua opportunità, che pure esistono e che possono essere ulteriormente sviluppati.
    Come sempre, prima che una questione tecnologica, si tratta di una questione organizzativa. Dipende da come vengono strutturati i processi lavorativi e da come poi gli stessi vengono resi migliori dagli strumenti tecnologici, in questo caso con particolare attenzione alle soluzioni TLC (ma non solo).
    Il discorso potrà forse dare fastidio sia ai fautori di un’ideologia scientista e tecnicista, sia agli avversari della scienza, del progresso e dell’umana evoluzione, ma anche questo è solo uno strumento, solo un mezzo, né buono, né cattivo, e dipende soltanto dal suo concreto utilizzo il fatto di portare più o meno danno o più o meno vantaggio.
    Le coppie che si sono separate per essere state troppo insieme la dicono lunga sulle dinamiche di coppia che al giorno d’oggi sembrano caratterizzare la vita coniugale.

    • Vedo che c’è sostanziale convergenza. Quanto ho scritto in risposta a Ivano in parte risponde anche a te Pietro. L’ideazione richiede vicinanza fisica (questione di ferormoni?), mentre la routine produttiva comporta concentrazione individuale. Pensiamo al ruolo della cabina nei giochi televisivi. E tuttavia siamo di fronte a una tecnologia che ci fa connettere anche a distanza, come le api. Ma come ogni bottinatrice ha il suo alveare così ogni elemento del meccanismo produttivo necessita di un logo (la vecchia arma dell’araldica) e una sede. L’ipotesi di un giusto equilibrio nel modello artigianal contadino per me è una buona traccia.
      Comunque i vantaggi della cessata migrazione abitudinaria quotidiana sono stati talmente eclatanti da indurci a spingere per il mantenimento almeno parziale del modello domiciliare. Ovviamente ci serviranno nuovamente case grandi e tante postazioni! E il mercato si riequilibrerà avendo comunque qualcosa da vendere!

    • Certamente, Adriano. E sarebbe interessante progettare questo cambiamento in modo consapevole, professionale invece che dilettantesco e, soprattutto (e qui viene davvero il difficile), in modo qualitativo oltre che quantitativo. Le soluzioni tecnologiche possono senz’altro influire sui modelli organizzativi. Succede da sempre, è risaputo e, oltretutto, parecchio sfruttato, dalla ruota al computer. Ma la possibilità che in ambito lavorativo sia il processo organizzativo, in senso dinamico (non la struttura organizzativa statica). a guidare le acquisite innovazioni ICT può fare la differenza in senso qualitativo, con un effetto leva molto più forte di quello derivante da mere logiche quantitative. Crisi vuol dire scelta ed è in questi momenti che va realizzato il cambiamento organizzativo. Altrimenti reinventiamo il taylorismo in versione TLC e le tabelle di cottimo in versione domiciliare. Insomma, ci vuole inventiva manageriale e spirito creativo applicati alle nuove realtà lavorative. E grande, percettivo, intuitivo senso della situazionalità. Se no predichiamo il win-win e lo smart-smart e altre supposte pariteticità e intanto tiriamo alle persone le solite vecchie fregature, camuffate da novità digitali.
      La riflessione non può che partire dai Capi, ben formati aziendalmente e comunque definiti nel lessico imprenditoriale (AD, CEO, Top Executives e via dicendo).
      Adriano, pensa anche soltanto all’eterno tema della “leadership”, su cui campano non poche società di formazione manageriale ma che, effettivamente, ha rilevanza notevole.
      Tele-leadership? E come si fa? Questione di pixel? Riflettiamoci seriamente.
      Chi si cimenta, non da domani ma da oggi stesso, nella tele-motivazione, nel tele-team building e in tutto il resto in versione tele-released?
      Terribile affrontare certe situazioni da poveri di spirito, andando a rimorchio dei fatti già accaduti o del politicante di turno, in genere lavoristicamente analfabeta.
      Bellissimo affrontarle accettando la fida di un nuovo mondo lavorativo da costruire.
      (Ahi, mai dire mondo nuovo, adesso saltano fuori quelli del brave new world, e del big brother, e del farhenheit 451, però forse no, magari adesso finisce in spartachismo).

  • “reinventiamo il taylorismo in versione TLC e le tabelle di cottimo in versione domiciliare” esattamente un aspetto deteriore di quanto sta accadendo. Il “ne parliamo questa sera dopo cena” del capo per intenderci, che poi toglie il sonno e la pace familiare. La centralità direttiva, fosse pure un re Travicello. ma speriamo di no, è una prioprità assoluta, e per questa sorta di plagio ci vuole vicinanza. Notato come i collaboratori imitino addirittura la maniera di soffiarsi ilò naso del capo? e non è un male. Tuttavia ciò non è incompatibile con l’idea di un capo ubiquitario, che ti può chieder ragione comparendo sul monitor in ogni momento, anche se lo vedrai fisicamente di meno.

  • Il lavoro da casa, “da remoto”, che bella cosa, e come le cose cambiano!
    Il futuro che arrivava, è partito da questo: una Remington Ten Forty manuale, gemella delle famose macchine per scrivere Olivetti. L’acquisto avvenne a rate, cartoleria Tevenè, e l’istruzione, serale, ci fu alle Scuole Canossiane di Via Benvenuti. L’embrione del dattilografo da remoto, a Crema, nacque alle Canossiane? Forse.
    Il perfezionamento scolastico (perchè poi da remoto si facesse più alla svelta) avvenne in Piazza Trento e Trieste, la piazza del monumento con l’arciere senza la freccia, che colò sudiciume per trent’anni, fino a che fu deciso con ordinanza comunale di ripulirlo. I tasti della tastiera andavano coperti con pezzi di scotch nero, e bisognava imparare i tasti a memoria. Scrivere senza guardare la tastiera, con dieci dita. Il metodo, assai raffinato, era musicale: tre tasti alla volta: tipo A-S-N-; M-N-O, con intonazioni e drammaturgia nel sollevar la bacchetta, da parte del docente. La scelta del metodo non era casuale ma permetteva un movimento corale delle mani, dall’alto in basso, da sinistra a destra. Il docente, non so se proprio fosse un esperto musicale, ma si grattuggiava le orecchie, a volte con la bacchetta, e usava proprio quella, come un vero professore d’orchestra. Veniva dal sud, aveva vinto un concorso, e al sud ritornò, perchè si era liberato un posto da insegnante di dattilografia, se ricordo bene nel Salento. Grazie a lui divenni un bravo dattilografo che batteva rapido sulla tastiera, come un pianista, e potevo guardare le gambe delle compagne di banco, anche tra le loro gambe mentre le dita volavano sulla tastiera, con pochi errori di battitura. Divenni uno bravo, in dattilografia, mentre andavo malissimo in stenografia (ma la stenografia da remoto non si usa ancora).
    Poi arrivo’ la macchina per scrivere elettrica; pure quella contabile, che era bella grossa, col carrello lungo che quando partiva da sinistra a destra faceva vibrare il tavolo e sembrava un proiettile da cannone in partenza. La poesia era terminata, entrava in scena il calcolo a macchina, la Partita Doppia, i conti che debbono tornare.
    Dopo la dattilografia elettrificata arrivò quella elettronica, e i tasti bisognava sfiorarli, non più pestarli, altrimenti scrivevi invece che Salvini, Saaaalviiiiini, e bisognava cancellare col bianchetto; anche se alcune macchine avevano il cancellatore automatico, ma non funzionavano sulle copie a carbone. Non avevamo, allora, la fotocopiatrice.
    Alla SLO, ex-Bonizzoni venditore del ghiaccio, di Via Diaz, usai, poi, un prototipo di computer, che era un macchinone Honeywell per conteggiare le bombiole di ossigeno, acitelene, propano che uscivano e entravano dallo stabilimento. Era una macchina rettangolare lunga lunga, con un display minuscolo dove uscivano dei dati, che di volta in volta caricavamo nell’archivio con una tastiera, allora, moderna e differente dalle solite tastiere.
    Alla CMS di Bagnolo Cremasco ero, oltre il portacaffè, il centralinista, l’addetto al telefax. Non da remoto, o.il portacaffè serve sul posto. Con il telefax si poteva dialogare in contemporanea. Bastava scrivere e poi digitare “cancelletto”, un tasto con l’icona del campanello: voleva dire che si attendeva una risposta. Si poteva inoltrare lettere, ordinazioni, conferme d’ordine via telefax, anche prescrivendole su una banda perforata. Terminata la “preiscrizione del messaggio”, si reimpostava la banda perforata che come d’incanto partiva, quando non s’ingarbugliava.
    Poi arrivarono i primi computer massici che bisognava essere Primo Carnera per portarli a spasso. La tastiera era diversa dalla macchina per scrivere tradizionale e tutta la mia grossa esperienza, la rapidità andò a farsi benedire.
    E oggi ci sono meravigliose macchine piccole che fanno diavolerie, e che permettono di lavorare “da remoto”. Le cose cambiano, non c’è dubbio. E con i tanti colleghi che ho avuto, a decine, penso che sia una buona cosa non dover sopportare uno “stronzo” dalla mattina alla sera. Quasi tutti i santi dì, per anni, uno così, o una così rende il lavoro poco piacevole.

    • Indubbi vantaggi del remoto? Fra l’altro riaccendi una vecchia curiosità: ma la tastiera perché non va in ordine alfabetico? Penso questione di frequenza di battitura dei singoli tasti. Per questo?

  • Apprezzo la tua domanda, Adriano, perchè la tua curiosità è di una spanna migliore della nostra saccenteria di scriba da poco, quando facciamo “gli esperti di qualcosa”, e invece abbiamo letto, magari, due articoli, o forse uno, senza nessun studio adeguato. Non ti so rispondere; ma avanzo un’ipotesi da dattilografo, del passato.
    Forse si è cercato un metodo internazionale, nella disposizione della tastiera. Oggi, la tastiera del computer mi costringe a usare la mano sinistra con quattro dita, mentre uso solo l’indice della mano destra.
    Come ho già scritto, e mi ripeto, scusandomi, con la vecchia tastiera non più in uso delle macchine per scrivere manuali o elettroniche ho scritto tanti fogli politici del “Collettivo” cremasco, che finivano sempre, che piovesse o no, con la dicitura “Per il Socialismo”. Potevano piovere cani o gatti, o finire in galera fior di dissidenti dell’Est, ma i miei capi liceali militanti marxisti, e benestanti, avevano l’occhio puntato verso il sole dell’avvenire. Tutta spazzatura, tutta teoria sprecata, tutta roba per farsi largo ed arrivare al dunque, un buon posto da qualche parte: giornali, partiti, amministrazione pubblica, gestione di teatri, far carriera politica.
    Ma essere stato un bravo dattilografo mi garantì il primo posto alla prova di dattilografia al Centro Addestramento Reclute di La Spezia: nessun premio, nessuna medaglia, ma una destinazione privilegiata alla Direzione dell’Arsenale Militare di La Spezia, con niente turni di guardia, orario estivo ridotto, e il privilegio sommo di dattiloscrivere articoli di un capitano di fregata, esperto di filatelia navale. Un quadrimestrale patinato che non leggeva nessuno, ma era voluminoso, splendente di foto a colori, delle storie delle navi da guerra, poi francobollate per i collezionisti.
    Certe scuole basse permettono, a volte, anche loro, vantaggi inaspettati. A diciassetta anni fui assunto prontamente da un’azienda di Sergnano come battitore a macchina. A quell’età, mentre altri ancora stavano con le dita nel naso, studiando sì o studiano no, portavo a casa la micchetta, con tanto di bollini. Al tempo non del lavoro da casa, o a casa, ma del lavoro d’ufficio.

    • Mi stupisce, Marino, che tu parli di tuoi “capi liceali marxisti”. Ma a che cosa ti riferisci e a quale periodo? Mi sembra che tu abbia citato in passato una scuola non di “liceali” (che hai definito “Segretarie”) che però non ho capito quale fosse (ragionieri? geometri? un’altra?) e che mi sembrava quella in cui, come in altre, fosse arrivata la contestazione del ’68. Avevi citato un’assemblea al museo, tempo fa. Scusa la domanda ma non capisco che cosa succedesse in questa situazione dei “fogli politici” (erano cose al “ciclostile”, come si diceva mezzo secolo fa? e chi erano questi “capi” con cui tu oggi, almeno mi sembra, te la prendi?). Grazie, Marino, nel ’68 avevo 15 anni e di sicuro mi sono perso molto.

    • Pietro: io ne avevo 25 e, al Poli da qualche anno (pure troppi! compresi quelli …..diluiti alla “Casa delle studente”, soprattutto con bigliardo e carambola!) quindi non direttamente coinvolto in città col “movimento”, e, proprio per questo, con la possibilità di seguirne i “movimenti” con distaccata comprensione!
      E la cronaca “dal di dentro” che ne fa Marino, ti assicuro, è impietosamente ….. somigliante!
      Di più, a casa mia capitava magari a cena, più di una volta Don Bonomi (buon anima!) e le……. campane che sentivo suonare, quindi (incidentalmente abitavo proprio davanti alla chiesa di San Pietro !!!!!) erano ….plurime e aggravate!!!

  • I contributi personali di Marino traboccano sempre, assai piacevolmente in vero, di richiami forti alla “vita vissuta”, che davvero non è stata una “vita qualsiasi”, ma una vita della quale è stato, comunque, “personaggio e interprete”!
    Il quadretto di lui superdattilografo (lui si, davvero “proletario”), che batte speedy i fogli politici del “Collettivo” cremasco, passatigli dai ” capi liceali militanti marxisti, e benestanti ( si,quelli che poi, nel week end andavano a fare ……”i picchetti agli sky lift” !!!!! ndr: love Mario Riva) che finivano sempre, che piovesse o no, con la dicitura “Per il Socialismo”, soprattutto per chi, come me, quegli anni li ha “attraversati” è di una godibilità totale!
    Quanto a brother Adriano, l’argomento tasti/tastiera, per …..amor di patria, dovrebbe proprio glissarlo ! In toto. So io , perchè!!!

    • Ma appunto brother Franco, mi chiedevo se è colpa mia o della tastiera: se me ne progettassi e facessi costruire una ergonomica solo su polpastrelli Tango forse gli errori di battitura… No, proprio no. Questione di crapa fra le nuvole!

    • Sei gentile come sempre Francesco a passar sopra che non dovrei farne una questione personale e privata, sempre, ogni volta. Il brodo, e dai e dai si fa insipido a raccontare ogni volta la stessa storiella. Non frega a nessuno se sono stato proletario: mica sono il solo, e sui proletari e sottoproletari, visto che ci sono vissuto in mezzo, ne conosco bene anche le miserie, quelle mentali.
      Ma ne approfitto per ricordare uno che faceva ringalluzzire i comunisti italiani, del PCI, negli anni ’70-80, parlo di Pietro Ingrao. Renato Mieli, ebreo, padre di Paolo Mieli, per diversi anni dirigente del PCI settore informazione, ricorda nel suo “Deserto rosso”, l’autobiografia pubblicata dal Mulino, chi era Pietro Ingrao. Una brava persona che non capiva niente di politica, che fu direttore dell’Unità durante gli anni della rivolta ungherese del ’56, talmente incapace di autonomia, che fece pubblicare sull’Unità titoli e articoli rivoltanti dedicati alla rivolta ungherese, che era manovrata dagli americani, che andava schiacciata. E non si fermò solo a questo. Renato Mieli ricorda quanto inconsistenti, tutti finalizzati a difendere il partito, l’Unione Sovietica sempre e comunque, i pensieri di Pietro Ingrao. Il quale, nelle sezioni del PCI negli anni ’80 passava per quello con le idee fresche, meno legate all’ortodossia. Solo negli ultimi anni, Pietro Ingrao, dopo aver capito niente di politica per tutta la vita, ha scritto un’autobiografia titolandola “Volevo la luna”. Un titolo che gli fa onore. Almeno da vecchi si capisce di non averci capito niente, della realtà. Ingrao potrebbe stringere un gemellaggio con Rossana Rossanda, un’altra icona della sinistra comunista, che pubblicò un libro dal titolo “I viaggi inutili”; titolo perfetto, perchè non ci aveva capito una mazza parlando dei paesi dell’Est satellici dell’URSS, della Cina, di Cuba. E per farsi curare finì in una clinica svizzera. Anche mia madre doveva farsi curare, ma non son riuscito a farla andare più lontano da Soresina, quando era ancora in funzione l’ospedale. Anche il mio viaggio fu inutile, e invece quello della Rossanda, forse, solo in quel caso, molto utile.

  • RAPIDA INDAGIRNE: “La risposta – Il bello è che Christopher Sholes lo ha fatto apposta: ebbene sì, quando ha scelto come disporre le lettere, ha fatto in modo che la velocità raggiungibile non fosse troppo elevata. Questo per evitare che il suo prodotto, ossia la macchina da scrivere, si inceppasse facilmente”-
    ECCO PERCHE’ NON MI STA DIETRO E MI SI IMBIRLANO I DITI!

  • Rapida, l’……”INDAGIRNE”, ma fruttuosa, fratello!
    Eccomunque, troppo comoda avere li a disposizione una sfilza di parole tutte noiosamente scritte giuste! Meglio assai lasciare un pochetto di spazio alla fantasia ……”al potere”? Si certo anche (e soprattutto!) al potere!
    E Marino: sai, uno il “personale” magari lo usa come gossip, come illustrazione del suo ego, oppure come messa in comune di esperienze di vita vissuta appassionatamente, autenticamente!
    E queso secondo caso, è quello che mi coinvolge, mi da qualcosa di nuovo, mi consente di “mettere su degli occhiali” diversi da quelli che uso di solito. Ed è quello che mi interessa! E alora gli dico ….”Mersì”!

    • Sono pienamente d’accordo con te, Francesco. E grazie per aver cortesemente richiamato quelle tue esperienze, al “Poli” e anche qui da noi, con le varie “campane”. Se ti sei diplomato al Da Vinci nel 1961 (sei andato a scuola a 5 anni?) hai potuto in effetti avere una “distaccata comprensione” di quei fatti così controversi e quindi una capacità di giudizio di maggior prospettiva.
      Proprio perché condivido con te l’apprezzamento per questo “mettere in comune esperienze di vita vissuta appassionatamente, autenticamente” di Marino, mi sono permesso ieri di porgli quelle poche domande, con sincero interesse e grande attenzione a quanto vorrà eventualmente rispondere.

  • Tornando al tema del post, Adriano cita “studi teorici precedenti su cui basarci, che dicono che circa la metà del lavoro può già essere svolto senza spostarsi”. Immagino si riferisca all’Italia, però non sono sicuro. In pratica, significherebbe che tutte le parti in causa, in termini lavoristici (datori di lavoro, lavoratori, fornitori, clienti, insomma tutti i soggetti coinvolti nella produzione, commercializzazione e fruizione di beni e servizi) avrebbero interesse a sviluppare, in tempi brevi, questa soluzione organizzativa e tecnologica, almeno sino a quel limite del cinquanta per cento, beninteso a seconda della funzioni, dei comparti e delle attività effettivamente gestibili attraverso il lavoro a domicilio.
    Tutto il sistema dei trasporti finalizzati al pendolarismo ne risulterebbe modificato. Così pure le problematiche legate all’impatto di tale movimento giornaliero di persone a livello urbano, extra-urbano e su lunghe distanze. Per non parlare di tutte le altre notevoli conseguenze che ne deriverebbero.
    Sarebbe un cambiamento strutturale di buona parte della società che lavora, produce, vende, consuma e cerca di bilanciare il lavoro con il resto della propria esistenza (work-life balancing, si diceva anni fa). Certo, ne nascerebbero nuove criticità e nuovi elementi da prendere in considerazione. Ad esempio, l’ambiente domestico, alcuni aspetti dei sistemi relazionali familiari, le abitudini alla socialità e al contatto umano diretto. Anche gli ambienti di lavoro e i contesti aziendali e professionali ne uscirebbero parecchio modificati, vista la riduzione del personale quotidianamente presente sul luogo di lavoro. E magari pure l’indotto dei servizi correnti intorno alle sedi lavorative.
    Per cui, se veramente è assodato che metà del lavoro può essere fatto da casa, non resta che attendere una rapida realizzazione di questa soluzione, vista la sua convenienza.
    Le cose stanno così o sono più complicate? E, qualora lo fossero, perché?
    Questo in Italia, se ho ben capito.
    E a Crema?

    • Scopro oggi che i miei due smart workers di casa hanno letto il mio post sulla spiaggia dopo il bagno di fine lavoro (bagno notturno, lavorano molto di più!). Personalmente li ho guidati a una negazione del modello solo smart work in base a espressioni usate e fatti della loro vita:
      Vedendo delle immagini di imprevisti tecnici sul lavoro, potenzialmente pericolosi, avete affermato che “a noi non succede”, ma “noi” per intendere l’azienda, ve l’ha insegnato il lavoro istituzionale in carne ed ossa in quel luogo!
      Inoltre, quando mi portate in casa comuni amici vostri coetanei per la metà, sono vostri colleghi. Come avreste socializzato senza delle mura aziendali e un logo comune?
      Inoltre, iperconnessi col mondo, quando parlate di contratti o proposte a titolo di chi parlate? Sapete di “appartenere” a una struttura, che magari maledicete, ma che identificate con dei fabbricati.
      Certo, anche un’email è dientificativa, ma…
      Se parliamo di beni intellettuali condivisi, la cosa più immateriale esistente forse, istintivamente ci configuriamo CERN, VIRGO, cose e luoghi fisici.
      Serve riassumendo un mix equilibrato e gestito nella transizione da personale qualificato nella ricerca di occasioni di consolidamento del senso “tribale” di appartenenza.
      Lascaimo stare che poi ognuno si senta sul mercato del lavoro pronto “per qualche dollaro in più” a passare alla concorrenza, ma se è stato Alfaromeo porterà sempre in mente un biscione col bimbo in bocca (alias mostro Taranto del lago Gerundo che così, dopo un inciso viscontiano, ha girato il mondo sul muso di scattanti automobili… Ma a Crema, chi ci penserebbe mai guardando “Il laureato” e il suo duetto?).

    • Caro Pietro, ti ringrazio, fare domande è segno di interesse, curiosità, dubbi, critiche, e lo apprezzo.
      Chi erano i capi marxisti liceali? Al Collettivo di Crema erano Massimo Teoldi e Renato Strada, ma il mio capo per cui dattiloscrivevo era Sorini, credo si chiamasse Fausto che poi se ne andò via da Crema, come Teoldi, e divenne, se non sbaglio, dirigente di Rifondazione Comunista a Bologna.
      Le Segretarie d’azienda era il nome gergale, che usavano tutti, per l’Istituto Professionale per il Commercio, sito in Piazza Trento e Trieste, dove ora c’è il teatro. C’erano corsi biennali e triennali. Si diventava dattilografi, nel biennale, oppure, nel triennale, si diventata addetti alla contabilità d’azienda. Dattilografi che tenevano anche i conti. Perchè la chiamavano “la scuola delle Segretarie”? Perchè nella realtà, le più diventano segretarie d’ufficio, cioè battevano (non sulla strada) ma sulla macchina per scrivere. Quando frequentai quella scuola gli iscritti maschi erano una decina in totale su oltre trecento iscritte. Puoi immaginare, l’imbarazzo. La prima settimana del primo anno, durante la pausa, non uscivo dall’aula nel cortile porticato. Troppe ragazze. Mi sentivo “un pirla”, mi vergognavo, per la scuola, per la povertà, che non sapevo mettere un tassello nel muro quindi alle Marazzi, l’altra scelta possibile per una scuola rapida e poi subito al lavoro, non andava bene, non per me. Credo che in molti non capiscono cosa voglia dire. Quasi tutti voi che leggete avete fatto scuole superiori serie, non le Segretarie, e credo non v’importi un accidente, giustamente, e fra tre secondi avrete già dimenticato l’imbarazzo di un maschio a studiare stenografia e dattilografia in mezzo a un mare di ragazze.
      Oggi, quella scuola esiste ancora, ma ha cambiato nome, e corso di studi e si trova di fianco al liceo artistico a San Bartolemo dei Morti. I dattilografi non servono più; ma è sempre la feccia che la frequenta, eccetto le dovute eccezioni che ci sono sempre. Non ero un’eccezione. Ero la feccia.
      I fogli politici erano quelle due paginette – spesso una sola fronte/retro – con tutta una serie di contumelie, di proteste, di sfoghi contro l’America, la Scuola, il Capitalismo, il Sistema, i controrivoluzionari, i reazionari, i nemici del proletariato, insomma.
      Ma non ho frequentato per molto tempo la sinistra rivoluzionaria cremasca, il Collettivo. D’istinto capì come stavano le cose, ma non sapevo spiegarle. Mi staccai presto dal movimento studentesco – ero molto giovane: nel ’72 avevo 15 anni, ma di lì a due anni dopo ero già in azienda, e i sogni erano già finiti nel cesso. Sono rimasto, da allora un socialdemocratico, con poche speranze, conoscendo l’ambiente, ma sempre di quella pasta, perchè la sinistra è il mio mondo mentale, nonostante tutto; uno di sinistra che passa metà del suo tempo a battere il chiodo contro la sinistra ipocrita di ieri e di oggi che è tanta, perchè l’ipocrisia è frequente, è faccenda italiana, storica, una malattia.

  • I ristoratori di Milano , a altre città, che campano con la pausa pranzo hanno ben ragione di preoccuparsi.

    • Ivano non possiamo condizionare la nostra società a poche figure! Ci saranno altre opprtunità, e un accompagnamento alla riconversione.

    • Caro Ivano, sollevo, restando seduto e sollevando niente, un problema che chi ha la pensione assicurata e magari cospicua non ha durante questa emergenza, quella di avere clienti che acquistano, che bevono, che mangiano. Perchè insisto sempre con le questioni private? perchè tutti quando parliamo siamo condizionati dai nostri problemi, anche le nostre fortune, che non sono uguali a quelli di altri, che magari di fortuna non ne hanno. Se qualcuno di noi avesse acceso un mutuo e aperto un bar poco tempo fa e non ha dietro una famiglia, un gruzzolo da parte, può solo sperare di far innamorare una donna ricca. E viceversa. Una soluzione valida, scacciapensieri, che permette di fare belle analisi, dopo. Anche di farsi una bella vacanza, in montagna, o nella campagna bella, non la nostra, o al mare, durante le emergenze nella seconda casa senza grossi problemi

  • Circa la questione della tastiera persona competente mi ha confermato che nel 1864 Christopher Sholes inventò la disposizione QWERTY, venduta alla Remington e in seguito risultata quella vincente, in quanto è quella che offre migliori garanzie di non interferenza fra le barrette portacaratteri durante la battitura. Il tutto in base a un compromesso fra la disposizione dei caratteri nelle varie lingue.
    Capito quante curiosità saltan fuori dissertando?

  • Adriano, era solo un piccolo esempio, anche se questo Covid ci ha insegnato un sacco di cose di cui forse potremmo fare a meno, ma rinunciare a qualcosa si paga inevitabilmente in termini di posti di lavoro. e ho osservato che lavorando da casa ai dipendenti viene chiesto molto di più sia in termini di prestazione che di tempo. Molti me lo stanno raccontando. Se in un’azienda con metà personale alternato alla cassa integrazione, magari impiegatizio, registra che il lavoro viene svolto comunque si ridimensiona senza stare a valutare che chi è in servizio si deve tirare il collo. Prendere o lasciare quindi. Però questo a me fa pensare ad un possibile ridimensionamento. Accompagnare alla riconversione invece, hai presente quanti corsi o corsini che le varie associazioni o sindacati hanno organizzato negli anni illudendo i poveri iscritti di chissà quale prospettiva lavorativa? Hai presente adesso via smartphone quante proposte di lavoro da casa ti arrivano promettendoti chissà quali guadagni? Io dico che in questo cambiamento, anche senza Covid, se la prospettiva fosse quella, credo che si dovrebbero pesare bene i pro e i contro. Anche se credo che si debba mettere in conto che tutte le generazioni hanno nel tempo affrontato cambiamenti che ora definiamo epocali. Sono sopravvissuti loro? Sopravviveremo anche noi, ma non è automatico che sarà nè peggio nè meglio. Difficile da dire cosa succederà e l’inquietudine è giustificata. E comunque sia tu che Pietro avete già posto domande che definirei fondamentali. Repetita non iuvant.
    P.s.: Smart working e revisione di tutte le dinamiche economiche, lavoro compreso, vanno paralleli. Nessun tema economico va affrontato da solo, ma questo lo sai anche tu.

    • Ivano mio, ma è chiaro che dobbiamo attivare tutte le forze in campo, sindacati in testa! Teniamo presente che inoltre questa conversione verrebbe a coincidere con il via della nuova era del cyberlavoro, e questo lavoro interessera primariamente le funzioni frontali (vendida al banco, informazione…). La Nestlè ne ha già ordinati 10.000 di questi cosi, i miei giovani, ma forse l’ho già detto, si son trovati di fronte una bonazza come hostes di terra, che era sintetica… Questo vorrà dire nuovi orari, nuova tassazione, e in un mondo in cui gli orari di lavoro di contrarranno, mentre tutti e due ne abbiamo rilevato von lo SW l’ampliamento e peggio ancora, l’estensione a fasce destinate al riposo con alterazione dei ritmi. Si riparte da zero in ogni caso!
      Vero, la dirigenza se ne sta approfittando, come non bastasse aver tagliato i costi, le alternative per i settori che più soffriranno non si vedono, per ora, e con l’assistenzialismo non si può proccedere in eterno, ma ripeto, non può essere più un meccanismo solo sussidiario da attivare all’emergenza.
      Per i ristoratori vedo già un punto di forza: sono titolari di licenza, quindi basta non concederne altre e favorire gli spostamenti, forse. Le infrastrutture hanno bisogno di punti di ristoro. La vertenza con i distributori di carburante è stata risolta anche dando loro la licenza di vendita di altri beni, quindi il mercato c’è. Una mia idea e niente più, ci mancherebbe!

  • Grazie a te, Marino, mi hai spiegato cose che non sapevo e ho capito che cosa fossero le “Segretarie” (qualcuno potrà dire che ero tra i pochi a non saperlo e forse avrebbe ragione). Guarda che è stata una scuola storica. A parte il plurisecolare Ginnasio, è tra le più risalenti nel tempo, visti anche i cambi di nome e destinazione di altri istituti (ad esempio, le magistrali divennero tali nel 1935, prima erano le cosiddette “normali”, istituite subito dopo l’Unità). Lo scientifico è del 1939. Oggi le “Segretarie” sono diventate, insieme ad altre cose, l’Istituto di Istruzione Superiore Sraffa, che ha un’offerta formativa articolata in corsi quinquennali con diploma. Ha persino “assorbito” l’altra storica scuola “Marazzi”, che ha però mantenuto una sua autonomia organizzativa e didattica. Sono state, per Crema, scuole molto importanti.
    Caro Marino, ho capito che tra il ’69 e il ’72, magari ancora un po’ nel ’73, negli anni della contestazione studentesca a Crema (poi ci sono state solo fiammate a combustione episodica e in esaurimento progressivo), c’erano anche queste dinamiche al vostro interno, con ruoli operativi come il tuo e, da quanto ho inteso, anche con ruoli “direttivi” (i “capi”). Molto interessante. Ho raccolto negli anni alcuni di questi “volantini” (e inoltre bozze di manifesti, anche alcuni elenchi interni, con appunti e note) derivati forse, a volte, chissà, dai tuoi lavori di preparazione. Pensa che coincidenza sarebbe! Certo, un buon archivio, pure su cose avvenute quando la gente di allora è ancor oggi in circolazione, torna sempre utile. Le scuole di Crema, poi, sono una miniera di documentazione d’archivio incredibile. Comunque, nel ’72 mi sono diplomato e quindi ho quattro anni più di te. Mi sa che eri l’unico, però, delle “Segretarie”, a quindici anni, a battere a macchina per quei “capi” del liceo. Infatti, non mi sembra che girassero da quelle parti molte persone dei vari Istituti di Crema (ITIS, agli inizi, geometri, ragionieri, altri), nonostante certi tentativi di “coordinamento studentesco”. Forse qualche maschio delle magistrali (allora ce n’erano ancora diversi), però anche lì ho saputo che ci si “coordinò” molto poco. Marino, eri una “mosca bianca” tra tanti “capi liceali” (rossi)?
    Grazie ancora.

    • Caro Pietro, “la scuola delle Segretarie” fu storica? Del resto, una signora su questo blog ha scritto che “ho imparato a scrivere grazie alla scuola delle Segretarie”. Quindi lo sarà, forse. Andiamo per ordine. Fu storica perchè era l’unica scuola dove le donzelle erano obbligate col grembiule nero, mente i maschi no? I maschi sono sempre fortunati. Ammazzano, picchiano le donne, e pure, alle “Segretarie” andavano vestiti senza grembiule, mentre le femmine dovevano indossarlo. Ci sono tante storie per cui i maschi hanno avuto e hanno ancora cose e modi per cui vergognarsi, rispetto alle femmine, la cui vita è meno libera, più difficile, e anche più rischiosa.
      Dalle “Segretarie” non ho imparato niente. Era una pessima scuola. Una scuola per ultimi di ogni classe.
      Non giriamoci tanto attorno. A nessuno genitore viene voglia di iscrivere la propria prole all’Istituto Professionale per il Commercio, se lo fa, è perchè non ha altre alternative, per vari motivi. Chiedilo agli insegnanti. Quelli che hanno avuto classi alle Professionali, le ex-Segretarie, e al liceo Classico sanno bene la differenza di apprendimento, di comportamento. Poi c’è la mania di chiamare ogni scuola “liceo”, perchè tutti vorrebbero i propri figli al liceo. Liceo Classico, Scientifico, Linguistico, delle Scienze Sociali, Musicale. Manca solo il Liceo delle Segretarie. Non ci raccontiamo balle. Tutti ci tengono alle belle scuole. E le Segretarie erano scuole magre, grame, da ridere. Il mio caso non fa statistica. Esami da privatista a Cremona. Aggancio con la quinta Ragioneria serale a Lodi, con l’unico scopo, lavorando, di arrivare comunque all’università. Studi universitari a Urbino, sempre lavorando. Fra i frequentatori delle Segretarie conosco qualche persona che poi si è iscritta all’università (rarissimi casi). Parlo di Economia e Commercio, che era l’indirizzo collegato. Il punto di arrivo. Sono stato l’unico, credo, l’unico Segretario (fai conto che molti si vergognano di ricordare che vengono da lì, e potrei citare due mie conoscenze), a occuparsi poi di Letteratura e Storia.
      Ma non frega a nessuno delle Segretarie, dei “capi marxisti di ieri”, delle fortune che si hanno L’umiltà non è frequentata. E tutto quello che si è avuto, si è avuto, ed è sempre meno di quello che si sarebbe voluto.

    • Grazie per la tua risposta, caro Marino. Mi ero fatto un’idea molto meno negativa di certe realtà scolastiche locali, rispetto al tuo giudizio così severo. D’altra parte, in casi come questo è mia abitudine ascoltare con interesse l’esperienza e l’opinione di chi, diversamente da me, certe cose le ha vissute dal di dentro. Per cui, non insisto nel mio elogio degli attuali istituti che hanno ereditato quelle scuole. Pensavo più che altro alla loro rilevanza sociale, anche prima della media unica, soprattutto dopo la liberalizzazione dei percorsi universitari. Ma non insisto. Oltretutto, farei perdurare un “fuori tema” rispetto all’argomento del lavoro a domicilio.
      Quanto ai tuoi “capi liceali”, se ritieni la cosa di nessun interesse, vedi tu. Lo sketch della dettatura di certi testi, come tu ce l’hai rappresentato, comunque non era male.

  • Sono andato fuori tema? E’ così. Mi scuso. Pietro non ha frequentato, a suo tempo, la scuola delle Segretarie, cioè l’Istituto Professionale per Il Commercio. Ha fatto bene. Come scuole ce n’erano di meglio, ieri e anche oggi. Bravo Pietro. Ma allora perchè quel brutto stupido di chi scrive non ha frequentato, a suo tempo, qualcosa di meglio? Perchè non ha fatto almeno lo smart working scolastico per tirarsi su il morale? L’ha fatto, dice. Si faceva le ripetizioni da solo, di letteratura e altre corbellerie. Nel doposcuola. Lo smart working lavorativo, cioè il lavoro da casa è invece roba decente, ottima, che manda in crisi i bar nelle grandi città, ma “pasiensa”, faranno altro, i baristi. Cos’altro? Apriranno un’edicola? No. Una libreria? Nemmeno. Tornaranno a lavorare nei campi? Una buona idea. Oppure punteranno un compagno/a di vita benestante, che è un’idea migliore ancora.

  • Tornato fra avarie varie e piogge battenti innanzitutto scopro dal vostro epistolario che siamo scadenzati di quattro anni in quattro, e io sono il nonno. Vedo che il discorso si amplia, e per un blog è giusto così!

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