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IVANO MACALLI

NEPPURE MACHIAVELLI

NEPPURE MACHIAVELLI “Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questo interrogativo, che il pensiero storico lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi.“ Albert Camus. A questa asserzione fa da controcanto Norberto Bobbio che dice: ”Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non

NEPPURE MACHIAVELLI

“Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questo interrogativo, che il pensiero storico lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi.“ Albert Camus.
A questa asserzione fa da controcanto Norberto Bobbio che dice: ”Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli.“
Ma ecco Sartre. Per anni amici, a volte in disaccordo, Sartre e Camus, rispetto al tema su due binari differenti. Sartre a giustificare la violenza, Camus contro la repressione. Nonostante le simpatie comuniste, Camus non accettò la nuova posizione di Sartre che, nei primi anni Cinquanta, arrivò ad affermare ne I Comunisti e la pace che solo la rivoluzione marxista-leninista guidata dal Partito poteva garantire all’uomo la piena libertà. Infatti, ne L’uomo in rivolta, Camus rifiutò categoricamente l’idea che una rivoluzione, qualunque ne fosse lo scopo, richiedesse di sacrificare la vita umana (come è successo nei Gulag). Si aprì una frattura insanabile fra i due.
Di questi dissapori la stampa francese ne parlò a iosa suscitando in Francia un vivacissimo dibattito.
Naturalmente tutto questo è un pretesto per ritornare sul pezzo. E non saprei da che parte cominciare se non con esempi che magari esulano dalla nostra esperienza diretta, ma che vedono sempre tutti noi di fronte al dilemma.
Il mio pensiero? Il fine mai giustica i mezzi, quando i mezzi sono la privazione della libertà umana, la coercizione, la tortura, la violenza in genere. Perchè sembrerebbe che non esistono mezzi pacifici se la posta in gioco è magari la libertà di una nazione, la fine di una democrazia, la sopraffazione dei forti sui deboli. Un tempo erano le ideologie che giustificavano scelte politiche anche violente che poi alla luce della Storia si sono poi rivelate nefaste. In verità sempre ci sono oppositori che profeticamente raccontano il possibile evolversi degli eventi, ma appunto in qualità di oppositori si sono viste negate quelle libertà di qualche riga fa con censure, provvedimenti, leggi, esili che il senno di poi hanno smentito nella loro necessità. Nei regimi totalitari questo è sempre avvenuto e ancora adesso è attualissimo. I dissidenti in Cina come in Russia vengono annientati, carcere o morte. Ma questi sono discorsi grandi come il mondo, anche se nella sfera privata di ognuno di noi, fosse familiare, scolastica, politica e sociale tutto viene ricondotto all’autoassoluzione del “ma io credevo di fare del bene”. A questo punto è d’obbigo ricordare Bobbio e ripetere che ”Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli.“ Questa potrebbe essere la morale rilettura di tanti nostri comportamenti e da qui, di esperienza in esperienza, correggere i nostri errori. Ma nessuno ne è capace. Un padre sempre crederà di avere agito bene, un politico forte dell’investitura abuserà del suo potere, e qui siamo al macro, e ci metterei le guerre buone e quelle cattive, quelle “bonariamente” chirurgiche, le strategie monetarie internazionali, la Grecia economica strozzata per ripagare il debito, per alcuni tutta la politica conunitaria, per altri la dittatura sanitaria, quello che si vuole insomma. Mio chiodo fisso, al centro c’è sempre l’autorità e il bisogno di protezione che ognuno di noi ha, fino noi stessi a giusticare, sotto la voce inconsapevole di tante sindromi, che chi decide per noi lo fa solo per il nostro bene. Salvo ravvederci quando il danno è fatto, ma a quel punto è difficile rimediarvi sia per chi ha esercitato il mezzo, ma anche per chi, grazie a questo, ha subito miseramente, ed erroneamente il bene. Quindi, si ribaltino le categorie temporali, si anteponga il futuro al passato. Camus aveva ragione!

 

IVANO MACALLI

06 Gen 2021 in Politica

7 commenti

Commenti

  • Fai bene Ivano a citare Albert Camus, che nel litigare con Jean Paul Sartre, era solitario o quasi a sinistra, perché allora, metà e fine anni ’60, lì funzionava e girava a pieno regime la mentalità ortodossa filo-sovietica e filo-cinese, e Camus era uno che si interrogava sempre delle ragioni dell’avversario.
    Albert Camus è un icona francese, oggi; e dilagano le tesi di laurea, gli studi a lui dedicati, in tutto il mondo. Forse, Camus è l’ultimo intellettuale rispettato, non insultato a differenza di altri, perché le sue origini sono povere, molto povere. Non possono dargli addosso che era un radical-chic; anche se, di recente, in Francia c’è chi lo attacca, ora, dopo la pubblicazione presso l’editore Gallimard della corrispondenza con l’amante di Camus (non l’unica) Maria Casares, dicendo che era nato povero ma si era accasato bene poi fra i benestanti. Ritengo “La peste” non solo il suo libro migliore, ma un opera fondamentale, uno dei grandi libri in assoluto. Consiglio anche la corrispondenza tra Camus e Nicola Chiaromonte, un intellettuale italiano che apprezzo molto, una sorta di Camus italiano.
    Sono stato in pellegrinaggio alla sua tomba, a Lourmarin, nel paesaggio francese che sembra Toscana, dove Camus da neo-benestante teneva la seconda casa.
    Il fine non giustifica mai i mezzi, ma ci sono rare eccezioni, come in tutte le cose. In politica, e in altre faccende.
    Ivano cita anche Norberto Bobbio. Quando era in vita acquistavo “La Stampa”, alle volte, sperando di leggere i suoi editoriali. Bobbio soffrì molto quando il “Panorama” di Berlusconi scovo’ una sua lettera giovanile che implorava il Duce di permettergli di studiare all’università, con salamelecchi lacrimosi, mentre altri intellettuali antifascisti erano saliti in montagna per combattere il fascismo. Bobbio si vergognava di quella lettera. Lui era uno studioso. Biblioteche; stufa d’inverno; ammasso di libri ovunque; villetta che vede le colline verso il Museo del Risorgimento. Niente fango, l’umidità del bosco, il rischio di crepare per una pallottola. Ma anche se Bobbio non era un coraggioso, è stato un grandissimo intellettuale. Da leggere e rileggere.

  • Eccezioni, è vero, ma non mi sembra un concetto condivisibile, e i distinguo purtroppo relativizzano. Non conoscevo questo aspetto di Bobbio, e comunque credo poco alle integrità morali. Magari avremmo avuto uno studioso in meno, ma una persona corretta in più. Il mondo avrebbe fatto anche a meno di Bobbio. Ci sono esempi di tanti, uomini comuni o celebri, che per le loro idee hanno sacrificato la loro vita. Capisco anche che sia un concetto filosofico dalle mille sfaccettature e la vita reale di esempi ce ne somministra tutti i giorni. Del resto siamo nel tempo del relativismo, così che tutte le valutazioni assumono quel carattere arbitrario che comunque la si pensi presta il fianco ad innumerevoli giustificazioni. Non so Marino.

  • Ivano e Marino, io credo che tutto quanto si può elaborare in merito, passi, per ognuno di noi, attraverso il “filtro” dell’etica e della morale alle quali, appunto ognuno di noi fa riferimento!
    Credo quindi che a nulla valga definire dei criteri validi per ….oves et boves et cetera.
    Una volta che la finalità sia di un qualche riguardo, la scelta del mezzo più opportuno finalizzato al raggiungimento della stessa spetta al singolo (e solo ed esclusivamente a lui!) che decide di metterlo in atto (il mezzo).
    Altre “giustificazioni”, io credo, sono, proprio in quanto tali, fuorvianti ed illusorie.

  • “Relativismo” dici. Dopo la pirosi gastrica di un pezzo così pregnante, e relativo Glaviscon (è un complimento eh!), inizio la riflessione che continuerà intimamente, visto che sento i miei punti fermi traballanti, per fortuna!
    E a proposito di punti fermi, tu sei stato un educatore. Non che il popolo sia bambino (o forse sì? Sempre meglio che bue!); ma la prima scossa alle mie convinzioni l’ha data mio figlio, il primo, quando, divenuto padre, è entrato in contrasto con me circa l’educazione da dare ai suoi bambini, addebitandomi una serie di colpe nei suoi confronti.
    Sarà vero? Culturalmente sì, perché ero plagiato dai predecessori su un modello vecchio: sfianca il cavallino e quando giace introduci i nuovi schemi comportamentali. Ma avrei sbagliato in ogni caso, con qualsiasi bambino, in tutte le circostanze? Quanti popoli circondati da nemici nella storia han dovuto la propria salvezza all’obbedienza assoluta! E per ottenerla hanno sviluppato religioni e leggende varie, archetipi minacciosi risvegliati ad hoc.
    E allora mi viene un diplomatico ma sostanziale “dipende dalle circostanze”. Che poi anche Franco forse si avvicina al dubbio.
    Secondo interrogativo: ma tu, quando l’hai scritto, lo sapevi che l’America si apprestasse alla sua pagina più indecorosa, epilogo di un processo pericolosissimo, una pagina forse risolta di un’avventura tragica per l’umanità?

  • Che il fine giustifica i mezzi in Italia vuol dire che nelle banche sono non pochi gli assunti su raccomandazione, perché i genitori sono conoscenti dei direttori, dirigenti delle banche. Cosi funziona nei giornali, e in tante altre mansioni considerate “di qualita’”; con un buon stipendio e status sociale. Sono legioni che lo fanno, lo praticano. La scusa è che nessuno vuole che i propri figli, tanto bravi, debbano lavorare nelle rosticcerie. C’è sempre pronta una scusa valida perché il fine giusfifica i mezzi, senza bisogno di scomodare i Massimi Sistemi; la Grande Filosofia. Un popolo di “carciofini sott’odio”, rancorosi e furbastri, come li chiamava Longanesi per giustificare la scelta di simpatizzare per il fascismo. Ieri, e oggi, il sovranismo: altri “carciofi sott’odio”.

  • Cosa ci vuoi fare Marino. Tutti fanno tutto “a fin di bene”.

  • Sì Adriano, l’avevo già scritto, e nella pagina più nera della Stria americana credo che concordiamo tutti che sia il fine che il mezzo erano sbagliati. Rispetto al ruolo degli educatori invece credo che ricalcare vecchi modelli familiari sia altrettanto sbagliato. Il fatto di percorrere una strada non esclude che ce ne possano essere altre, è questo l’errore che genitori ed insegnanti fanno, con l’aggravante che sempre di più ci rimettono i discenti, non i formatori che possono anche sentirsi rinfacciare questo o quello, e magari rivedere le proprie convinzioni, ma è troppo tardi, il più delle volte il danno è fatto.

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