menu

ADRIANO TANGO

C’è un mondo prima e dopo il Coronavirus?

Thomas Friedman, autore ed editorialista, ha affermato sul New York Times: “C’è un mondo a.C. e un mondo d.C. Prima del Coronavirus e dopo il Coronavirus” Certo, e anche noi tutti, qui in Italia, abbiamo sottoscritto “Mai più come prima!”, ingenuamente, ma il noto personaggio, che carte ha più di noi per affermarlo? Il 17.1

Thomas Friedman, autore ed editorialista, ha affermato sul New York Times:
“C’è un mondo a.C. e un mondo d.C. Prima del Coronavirus e dopo il Coronavirus”
Certo, e anche noi tutti, qui in Italia, abbiamo sottoscritto “Mai più come prima!”, ingenuamente, ma il noto personaggio, che carte ha più di noi per affermarlo?
Il 17.1 vi portavo a conoscenza di un estratto (Saggi – negazionismo) da un più ampio studio, pubblicato altrove, dal titolo “Le costanti comportamentali delle epidemie (fra storia e letteratura)”, che vi risparmio, anche perché più noioso, e senza voler competere comunque per statura, rispetto all’opinione del saggista americano.
Diciamo che in sintesi lì sottolineavo le riedizioni comportamentali perpetue, in peggio, se peggiorano i fattori di rischio, data una costante voglia di obliterazione, di non voler fare esperienza.
Ma siccome di me e del mio pessimismo non ne potete più vi evito i dettagli.
Insomma, il succo è che, da quando se ne parla, cioè da quando una storia, anche da cantori con la cetra, esiste, succedono sempre le stesse cose.
Ma visto che lo dice Friedman, gli diamo una sbirciata?
Non so, magari ci da un punto fermo sugli errori più grossi da evitare…
Già, e che dice Friedman? Tento una sintesi del suo pensiero:
2004 , pubblica Il mondo è piatto, sulla crescente interconnessione globale.
E ora ci avvisa che tutto questo ha portato una grande crescita economica, ma quando le cose vanno male quell’andar male viene trasferito subito agli altri. Bella scoperta!
E poi, dice, il virus è come uno strozzino, ma… “Sarà la mobilitazione degli scienziati, dei professionisti della medicina, dei professionisti dei disastri, degli esperti ambientali [a salvarci]. Io tifo sia per il ‘big government’ quanto per i ‘Big Pharma’. Loro possono salvarci davvero”.
E va bene, ma parla di armi di difesa: aerei incursori più veloci = contraera più dotata di automatismi e sensori… e così via in un crescendo infinito, e la “sua arma” sarebbe la potenza dei sistemi informatici, della ricerca, contro quella del virus di aggiornarsi continuamente.
Molto yankee: tu spari con la Colt automatica a tamburo, io ti rispondo col Winchester, e avanti così in un crescendo di armamenti.
Ma mica mi chiedo in tutto ciò, chi ha sparato per primo, perché l’ha fatto?
Al minimo miope direi, e di futuro vero non ho ancora sentito parlare. E non ho niente contro questo autorevole pensatore, salvo il fatto che risente innocentemente della propria “americanità”, di una cultura delle toppe da paese dei balocchi.
In conclusione auspica poi un’azione di soccorso sociale immediato, teso all’Individuo, alle situazioni locali, e qui non ci piove, ma aggiungo, solo negli States questa può apparire una rivoluzione! Ma meglio tardi che mai. Tuttavia, questo sarebbe il dopo?
Il problema reale è nella riduzione del rischio. Perché la rivoluzione necessaria è sociale, comportamentale, antropologica, non di riallocazione di risorse, ma di riduzione di sfruttamenti, in tutti sensi, in ogni senso, dall’individuo alla geologia: universale!
Il pericolo incombente nacque con la cultura stanziale agricolo pastorizia, dodicimila anni fa. Con tutti i suoi innegabili vantaggi di evoluzione culturale, certo, ma bisogna rendersene conto e dire come stanno le cose, perché vivere in tre in due metri cubi di navicella spaziale è possibile, ma per poco e con innumerevoli precauzioni, perché il sistema è fragile.

Credetemi, dopo aver seguito a ritroso alcuni virus e i loro vettori fino alla protostoria (presumibilmente, secondo mie interpretazioni almeno), ne sono sempre più convinto.
Ma invece no, nonostante gli slogan enunciati tutti in fondo vogliono tornare come prima!
Non penso a grandi strappi, che sarebbero regressivi, ma ideiamo una civiltà che viaggi meno sul filo del rasoio, altro che macchine per battere in velocità i virus, magari dopo solo qualche centinaio di migliaia di morti, altro che auto elettriche e simili panacee.
Anche queste cose, come un cerotto sulla ferita, per evitare mostruosità che si sono viste in un passato anche recente, certo, per la carità immediata verso il nostro prossimo sono sacrosante, ma se al genere umano ci teniamo veramente, e soprattutto alla sua grande cultura, allunghiamo lo sguardo.
Pessimista? So di non sbagliarmi.

 

Ma allora, dopo i tuoi bla – bla – bla, che vuoi fare? state pensando.
Giusto: penso a un tavolo di studio e discussione, proposte secondo le competenze individuali, suddividendo i temi senza perdere di vista le connessioni generali.
Credetemi, questo ennesimo cerotto, se non andiamo al cuore del problema, avrà l’adesivo di vita breve.

ADRIANO TANGO

04 Mar 2021 in Società

10 commenti

Commenti

  • Contenti? Niente corni magici!

    • Mi prendo la (dovuta) responsbilità di chiedere scusa, a nome dei frequentatori abituali di questa piazza, al nostro illustre ( spiega treccanica: “illustre agg. [dal lat. illustris «chiaro, luminoso, evidente, insigne», comp. di in-1 e *lustrum «luce» (cfr. lustrare «rischiarare, illuminare»)]”) Presidente, per il colpevole silenzio che abbiamo riservato a questo post, tanto carico di spunti a impegnative (troppo impegnative?) riflessioni, anche per tutti noi stessi!
      Certo, la motivatissima proposta “operativa” (da “scienziato applicato”) che lui ci fa, nelle conclusioni è di quelle che ….fanno tremare le vene ai polsi: “…..penso a un tavolo di studio e discussione, proposte secondo le competenze individuali, suddividendo i temi senza perdere di vista le connessioni generali.
      E’ il motivo vero del nostro colpevole silenzio?
      Credo proprio di si!
      Paradossalmente più “facile” stare a gingillarsi (oddio!) con un “AstraZeneca si/no” o con un pronostico rispetto ad una eventuale pervicace riedizione di (sic!) “Letta stai sereno”!
      Perchè alla fini fine il punto è che “….Ma invece no, nonostante gli slogan enunciati tutti in fondo vogliono tornare come prima!”
      E nei “tutti” credo proprio siamo tentati di rifugiarci anche noi, ed il nostro silenzio, in proprosito è stato ….cantatore assai.
      Lungi da me un intendimento del genere: armiamoci e ….partite!
      Come diceva ( e titolava) il Gramsci Antonio: Odio gli indifferenti ?!?

  • E ti rispondo in musica amico mio: “Era già tutto previsto…”
    E non riprendo la parola, ma la do a una lettura appena terminata: “Ma non dobbiamo adagiarci sugli allori, perché non è ancora finita.” (da “1918. L’influenza spagnola: La pandemia che cambiò il mondo” di Laura Spinney). Al tempo c’era un passa parola sul tacere e minimizzare, una guerra tremenda in corso, ma adesso che alibi abbiamo? Solo quello delle tre scimmiette. E alla possibile obiezione “ma noi che possiamo fare” rispondo come sempre a proposito di politica: “fai come se fossi tu il decisore”. E poi, visto che ci ascoltano delle persone, motivo in più per eleborare dei modelli di fattibilità basati su motivi di cambiamento validi e presupposti di attuabilità, che vuol dire in poche parole “ce n’è per tutti!”

    • E ancora, stessa fonte, ripescata dopo:
      “Secondo la relazione pubblicata nel 2016 dalla Commission on Creating a Global Health Risk Framework for the Future (Ghrf) – un gruppo internazionale di esperti indipendenti convocati dalla US National Academy of Medicine –, c’è il 20% di probabilità che nei prossimi cento anni si verifichino quattro o più pandemie, e un’elevata probabilità che almeno una sia di influenza”. In sostanza abbiamo due gruppi virali almeno a spartirsi la torta: ortomixovirus e coronavirus, e una società che ha da sempre imparato che le norme comporttamentali, igienistico-urbanistice, sono l’uica difesa, il resto cerotti per la bua, ma ora se n’è dimenticata. Ragazzi ho motivo personale di frequentare l’Ospedale, fin quando non mi pescano e rispediscono fuori: è tremendo, un girone infernale. Tranquilli, sono vaccinato, non sarò il vostro untore, che poi informaticamente non passano!

  • Caro Adriano, a proposito di stanzialità, coltivazione e domesticazione, ogni tanto mi capitano tra le mani libri per i quali, tutto sommato, e non solo a causa delle pandemie, si stava meglio prima di fare gli agricoltori, i pastori e gli allevatori, cioè quando si era cacciatori, magari persino quando si era solo raccoglitori. Di sicuro, siamo tutti d’accordo che il peggio era prima ancora, quando si era non cacciatori ma cacciati.
    Tornando a oggi, mi pare che la sovrappopolazione faciliti, ovviamente, il contagio pandemico.
    Ma che, in aggiunta al nostro numero ormai esorbitante, giochi molto anche la dislocazione abitativa. Gli insediamenti urbani sempre più estesi e popolati sono un ottimo terreno di diffusione per virus e batteri. E che la mobilità esasperata, la peregrinazione sistematica e il nomadismo compulsivo siano un altro fattore di notevole successo per lo sviluppo di concatenazioni epidemiche incontrollabili.
    Per cui, se il “prima” era fatto di proliferazione riproduttiva senza freni, concentrazione metropolitana abnorme e ipercinetismo territoriale continuo, forse il “dopo” dovrebbe indurre a contenere l’eccesso di natalità nel mondo, a distribuire la popolazione residente in modo più equilibrato e a non favorire certe sindromi di iperattività locomotoria planetaria.
    Certo, poi si tratta di capire bene se esista davvero un rapporto di causalità scientificamente dimostrabile, un nesso eziologico provato e assodato, tra l’effetto pandemico e la causa ambientale, come ad esempio tra spillover e degrado ecologico, il che non mi sembra oggi sicuramente accertato e pacifico nella comunità scientifica.
    Quanto ai vaccini, mi sembra che tanto il “prima” quanto il “dopo” ci dicano la stessa cosa: nella partita a guardie e ladri con virus e batteri, meglio non stare dalla parte dei ladri (di salute e di vita)

    • Sono convinto, Pietro, che giochi un ruolo da protagonista qella che tu hai chiamato “sindrome di iperattività locomotoria planetaria.”!
      Questo continuo “‘scecherare” i più diversi visrus e affini con provenienze assolutamente disparate da un capo all’altro del mondo, credo abbia assai poco a che vedere con il …. “progetto iniziale” dell’Homo!

    • Caro Pietro, che si stava meglio prima dell’agricoltura lo sapevano gli uomini stessi: dove la caccia era ricca, sino a tempi recenti per alcuni gruppi, di agricoltura mancoe hanno voluto sapere, rimanendo in ottima salute.
      Del resto il conto delle ore lavorative pende a favore della caccia, e così i benenessere medio delle Comunità.
      Tuttavia, dopo aver stermiato intere specie a livello continentale, con effetto isola di Pasqua, all’uomo non restava altro da fare, e dopo la meccanizzazione agricola resterà ancor meno.
      Vedremo se scatta un po’ di buon senso molto presto, perché a ogni pandemia è sempre seguita un’ondata di prolificità, e i politici di tutto il mondo, con l’eccezione che mi risulta dell’Amministrazione cremonese, la incoraggiano. Ora il problema è che si può vivere anche pigiati un’astronave, ma ingegnerizzando l’organizzazione in tutti i dettagli. Dai miei studi la natalità cadrà fra un secolo, ma questa fascia intermedia è ad altissimo rischio. Quindi per ora si deve vivere di compromessi: una nuova urbanistica innanzitutto, mascherina sui mezzi di trasporto per sempre, caccia agli errori più grossi. Prima cosa vietare gli impianti unici di climatizzazione di edifici, navi… incubatrici giganti. E poi laboratori in allerta permanente, servizi di attesa infettivologica come i vigili del fuoco o ogni altro servizio di urgenza. Dedicherò a questi temi il prossimo anno, visto che non pubblico più nemmeno i romanzi che ho già pronti.

  • Se la natalità cadrà solo tra un secolo, Adriano, purtroppo nel frattempo saranno già cambiate molte cose.
    Se è così, non invidio gli europei, gli italiani e i cremaschi del 2121. A meno che si salvino, in qualche modo, non so come, da questo nefasto e funesto effetto topaia. Magari un modo lo trovano. Lo spero per loro, cioè per i nostri nipoti e, soprattutto, per i nostri bisnipoti e trisnipoti.
    Chissà se le prossime pandemie, ritenute da molti scienziati sempre più inevitabili, anche per le ragioni che sappiamo, agiranno a favore o contro certe dinamiche demografiche e dei loro effetti statistici.
    Ad esempio, se a causa del contagio epidemico si intensificassero i processi di mortalità di questo o quel decile, di questa o quella classe di anzianità, ne risulterebbero conseguenze fattuali sia sulla massa critica dell’intera popolazione, sia sulla sua composizione per fasce di età e quindi sulla fluttuazione dell’invecchiamento. E quindi, di nuovo, sul risultato demografico complessivo in una certa unità di tempo.
    La guerra colpiva soprattutto i giovani maschi abili (intendo in senso militare e quindi, per molti versi, anche lavorativo e sociale). Le pandemie prossime venture potrebbero invece (e già quella presente ne sembrerebbe, almeno per ora, un esempio) avere un effetto di diradamento demografico diverso, se non addirittura in parte opposto. Con questo non sto empiamente e sciaguratamente dicendo che le anziane femmine inabili (sempre nel senso detto sopra), che oggi occupano i percentili maggiori nella life expectancy, almeno nei paesi più civili ed evoluti, potrebbero veder arrivare il loro turno. Per amor del cielo, ci mancherebbe. Viva le nonne, che dopo le mamme sono l’asse portante della nostra comunità nazionale e municipale. Dico solo che il rapporto tra pandemie e demografia (sempre tenendo conto dell’altro elemento della fecondità), un rapporto da sempre esistente e non sempre studiato in modo approfondito, potrebbe essere un fattore importante da prendere in considerazione ai fini del “prima” e del “dopo” di cui stiamo parlando.

    • Adesso che ci penso, se fossi un complottista (non lo sono, anche perché non sono molto abile a fare il complottante: i grandi complottisti sono spesso piccoli complottanti, anche sul web), magari proverei a valutare se l’attuale pandemia non sia un complotto dei giovani contro i vecchi.
      Uno spunto narrativo potrebbe essere che di Covid muoiono soprattutto i vecchi e che intanto i giovani se ne fregano di questa moria di vecchi e anzi ci danno un gran dentro con la loro ostinata e beffarda movida, assembrandosi, contagiandosi, facendosene un baffo, tanto stanno bene lo stesso, e poi contagiando i vecchi che capitano loro a tiro, i quali poi vanno giù come le mosche. Sì, potrebbe non esserci solo colpa, potrebbe esserci dolo, anche premeditazione, quindi una congiura. Un complotto, appunto.
      Sì, se fossi un complottista, comincerei a ipotizzare un complotto dei giovani contro i vecchi.
      Certo, se fosse così, forse i vecchi potrebbero chiedersi se i giovani hanno qualche ragione per volerli far fuori.
      Magari si scoprirebbe che qualche ragione ce l’hanno.

    • “Chissà se le prossime pandemie, ritenute da molti scienziati sempre più inevitabili, anche per le ragioni che sappiamo, agiranno a favore o contro certe dinamiche demografiche…”
      Il legame fra thanatos ed eros è storicizzato. La biologia? I pesci si traumatizzano per farli ovulare, l’impiccato come ultimo atto, idem… diciamo produce il biancospino.
      “i giovani se ne fregano di questa moria di vecchi…”
      Quando Cremascolta propose il concorso novellistico per giovani due racconti su trentasette parlavano di caccia al vecchio. Altro che fregarsene, ci vogliono morti!
      Amico mio, vale sempre il mio principio della navicella spaziale, quale la terra è: più stringi gli spazi e più devi ingegnerizzare le modalità. Salvo che poi la navicella resta a secco di risorse, e allora…
      Vorrei che un gruppo come il nostro, ancora ben variegato nelle ridotte dimensioni, si dedicasse a una visione del futuro, cose urgenti da fare, progetti e visioni…

Scrivi qui la risposta a Pietro Martini

Annulla risposta

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sui nostri contenuti