menu

ADRIANO TANGO

Caffaro di Torviscosa: che disastro!

Silvestro ci invia questo pezzo da “Le Scienze” di cui chiede la pubblicazione senza tagli. A gattone che miagola si dice sempre di sì! E traiamo profitto dalle “cassate”, ma poco dolci, del passato, dettate dal maledetto P.I.L.! Eccoci a noi: “Caffaro di Torviscosa, un’eredità pesante e il destino di un territorio di Gianluca Liva

Silvestro ci invia questo pezzo da “Le Scienze” di cui chiede la pubblicazione senza tagli. A gattone che miagola si dice sempre di sì! E traiamo profitto dalle “cassate”, ma poco dolci, del passato, dettate dal maledetto P.I.L.!
Eccoci a noi:

“Caffaro di Torviscosa, un’eredità pesante e il destino di un territorio
di Gianluca Liva

Uno dei principali poli chimici italiani del passato ha causato un inquinamento del terreno tale da farlo includere nell’elenco dei siti d’interesse nazionale da mettere in sicurezza e
bonificare. La responsabilità per il disastro ambientale non è ancora stata accertata e la
bonifica è iniziata tra molte difficoltà e sfaccettature normative

Torviscosa è una piccola cittadina del Friuli, che ospita il sito d’interesse nazionale (SIN) “Caffaro di Torviscosa”,, una delle 42 aree del territorio italiano che risultano contaminate al punto da richiedere il coordinamento del Ministero dell’’ambiente (oggi Ministero della transizione ecologica) per la messa in sicurezza permanente e l’eventuale bonifica…
Torviscosa è un luogo simbolo della storia del Novecento. Si tratta, infatti, di una città sorta tra il 1937 e il 1942 laddove sorgeva l’antico insediamento di Torre di Zuino. Parte del sogno autarchico fascista, Torviscosa si può considerare a tutti gli effetti una company town: una città-fabbrica. Per lungo tempo la sua esistenza è stata legata alle attività della SNIIA Viiscosa,, una grande azienda chimica italiana che avviò gli impianti per la produzione di cellulosa e di fibre artificiali per uso tesile..
Dal rayon alla chimica pesante
Dal secondo dopoguerra, il polo industriale di Torviscosa fiorì e si affermò. Nel 1949, Michelangelo Antonioni girò proprio a Torviscosa il cortometraggio dal titolo Sette canne, un vestito, che descrive il metodo di produzione del rayon, la seta artificiale ricavata dalla cellulosa.
Negli anni cinquanta l’azienda Caffaro di Torviscosa (parte del gruppo SNIIA)) inaugurò l’impianto cloro-soda, per la produzione di composti clorurati. Nel 1961 venne costruita una centrale termoelettrica a carbone, e le attività delle industrie chimiche si ampliarono.
A metà degli anni sessanta, più di 2000 operai lavoravano a Torviscosa. Lo stabilimento Caffaro dii Torviscosa era, allora, una delle punte di diamante della chimica italiana. Nei decenni successivi, seguì una fase di lento e inarrestabile declino che portò, infine, a una riconversione degli impianti e all’’abbandono delle lavorazioni di chimica “pesante”.
Anno dopo anno, i cicli produttivi avevano generato una grave contaminazione dei terreni e delle falde al punto che, con il Decreto ministeriale n. 468 del 2001, l’area venne dapprima inclusa nel SIIN denominato ““Laguna di Grado e Marano””.. La prima perimetrazione del SIIN comprendeva una superficie di più di 100 chilometri quadrati, divisi tra terra e marre. Dopo un iter lungo e dai risvolti controversi, a cavallo tra il 2012 e il 2013 è stata ridefinita la perimetrazione e nel 2017 è stata cambiata la denominazione del sito, da “Laguna di Grado e Marano” a ““Caffaro di Torviscosa”. Oggi, l’area definita
come SIIN copre poco più di due chilometri quadrati.
Le contaminazioni sono di natura tanto diversa quanto grave; insieme compongono un caleidoscopio di varie sostanze, come mercurio, metalli, diossine e altri residui delle lavorazioni chimiche, come le peci benzoiche e le peci tollueniche. Si spazia dalla presenza di rifiuti pericolosi a contatto con il suolo, fino alla compromissione delle acque di falda.
La difficile opera di bonifica
In generale, l’area di Torviscosa è impregnata dalla storia di un sistema produttivo, le cui tracce sono ben presenti sotto forma di contaminanti. Il personale che si occupa della bonifica deve affrontare un percorso difficile e macchinoso, reso tale anche dalla struttura burocratica che governa l’intero processo di risanamento. La responsabilità per il disastro ambientale non è ancora stata accertata ma nel frattempo, tra molte difficoltà e sfaccettature normative, la bonifica è cominciata.
Nel 2013, le autorità competenti errano già arrivate alla versione definitiva di un progetto approvabile e comprensivo di bonifica. Nello stesso anno, il Ministero dell’ambiente e la Regione Friulli-Venezia Giulia avevano siglato un primo accordo di programma che prevedeva l’avvio del progetto di bonifica e la rimozione urgente dei depositi di peci benzoiche: gli scarti delle ultime fasi della produzione dei semilavorati chimici che possono determinare un rischio per la salute umana.
Qualche anno dopo, nel 2016, è emersa la necessità di intervenire sulla barriera idraulica, uno dei Presidi di Messa in sicurezza d’emergenza (MISE) progettata per impedire la fuga di contaminanti dal sito. Con la firma del Protocollo d’intesa del 2016, l’opera di bonifica è stata finanziata con 40 milioni di euro, di cui 35 messi dal Ministero dell’ambiente. È così che la Regione ha intrapreso la gestione delle messe in sicurezza di emergenza che, con l’arrivo di altri fondi, si è tramutato in un percorso di bonifica, sancito anche dal secondo Accordo di programma del 2017. Più di recente, nell’ottobre 2020, è stato sottoscritto un terzo Accordo di programma che include gli interventi già avviati e divide l’intero
processo in nove “schede”.
Le fasi del progetto di bonifica
La prima scheda riguarda l’asporto delle peci benzoiche collocate nell’’area di discarica denominata “area ovest”; la seconda il ripristino e la manutenzione della barriera idraulica; la terza fa riferimento alle opere di completamento e coordinamento delle prime due schede. La quarta scheda consiste nella sistemazione delle opere superficiali delle discariche denominate “E” ed “F”, inserite in un percorso più emergenziale, e che sono uno stralcio del progetto operativo di bonifica del 2013.
La scheda numero 5 è la sistemazione delle restanti discariche interne “A”, “B”, “C” e “D”. La scheda numero 6 riguarda la pulizia del terreno contaminato da peci tolueniche, mentre la scheda numero 7 prevede il risanamento ambientale e la messa in sicurezza di questi specifici terreni. La scheda numero 8 descrive la rimozione dei rifiuti e dei residui, con successivo trasporto in discarica. La scheda numero 9 concerne la rimozione di un secondo deposito di peci benzoiche, denominato “area A1”, in prossimità delle discariche.
Questo è, in estrema sintesi, il processo di bonifica che è in corso nel SIIN di Torviscosa. È un percorso articolato e tortuoso, che sfrutta tecniche sofisticate, come l’air sparging e la soil vapour extraction (SVE). Nei terreni insaturi (privi di acqua), con la SVE si aspira aria per estrarre il contaminante attraverso i suoi vapori. Se la contaminazione riguarda anche la falda, si utilizza l’air sparging in combinazione alla SVE. Per immaginare i due processi, dobbiamo pensare a quando, con una cannuccia, soffiamo aria dentro a un bicchiere che contiene una bibita gassata. Il “ribollire” del liquido fa sì che la bevanda si sgasi. In maniera simile, queste insufflazioni nel terreno fanno sì che i contaminanti emergano dalla superficie per poi essere immediatamente aspirati.
II lavori sono stati finanziati con 48,7 milioni di euro, di cui 40 previsti dal protocollo del 2016 e i restanti derivati dagli stanziamenti per attività che errano già in corso.
Gli atti regionali, per il momento, indicano il 2025 come termine per la conclusione dei lavori. Si tratta di un obiettivo molto ambizioso. I 35 milioni messi dal Ministero derivano dal Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) 2014/2020 e sono vincolati all’avvio entro il 2021 del procedimento descritto nell’ultimo accordo di programma.
Fra dubbi e speranze
Sono in molti a essere scettici, soprattutto per quanto riguarda la data del 31 dicembre 2025 per la conclusione della bonifica. Il risanamento ambientale, infatti, non è un processo produttivo di cui si conoscono i tempi con esattezza. La bonifica è anche un processo empirico, che non sempre si basa su tempistiche calcolate a priori.
Dopo più di ottant’anni dalla sua fondazione e a distanza di vent’anni dall’individuazione del SIIN, a Torviscosa il futuro è ancora incerto. Alcune aree, impossibili da risanare, verranno messe in sicurezza permanente. I materiali contaminati verranno trasportati lontano per essere consegnati a un impianto di termovalorizzazione. Altri terreni verranno bonificati e ci si potrà costruire sopra.
Quando tutto sarà finito, ci si aspetta un grande rilancio del polo industriale di Torviscosa. L’interesse non manca. Quel distretto ha un grosso vantaggio: c’è un impianto per la produzione di cloro che va sfruttato e che servirà per attrarre nuovi investimenti.”

ADRIANO TANGO

21 Giu 2021 in Ambiente

4 commenti

Commenti

  • E’ questo il nord/est iperproduttivo? Pilastro dell’economia italiana o colluso? Vien da pensare che come sempre i soldi si fanno solo disonestamente, qualcuno ci rimette sempre, e senza rivangare vecchi titoli tipo Ilva o simili. Una bomba sociale innescata sta per esplodere, basta vedere i lavoratori della logistica, giusto per stare attualissimi. Giudizio o previsione qualunquista? Può darsi, ma il sentire comune spesso ci azzecca:
    https://www.fanpage.it/attualita/pedemontana-veneta-la-superstrada-costruita-sui-rifiuti-bloccate-i-lavori-e-bonificate/

    • Dicorso ampio: se si confida sul profitto come prima regola il resto è più facile da addomesticare, prostrati a questa divinità. Il prinicipio base putroppo è stato esportato, e non c’è sinistra che tenga, nella competizione, visto che sia a livello mondiale che a scendere nel piccolo locale ovvio che la managerialità spregiudicata produce liquidità e benessere, ma facile così, direi. Io resto uno statalista della vecchia guardia. L’esempio che citi… non mi sorprende, anche se conosco il centro vicentino di Montecchio perché, nelle piccole dimensioni, ha ospitato delle eccellenze, e me lo ricordo come un agglomerato nella ridente via collinare veneta. Forse il principio di non scavar troppo è proprio generale.

  • Adriano, “non scavar troppo è terribile”, gattopardiano. Invece io mi chiedo se dopo il virus, statisticamente ce la siam cavata quasi tutti, non sarebbe questo il momento di trovare nuovi equilibri di giustizia sociale, economica, sindacale? Ricordi quando durante l’epidemia ci chiedevano se ne saremmo usciti migliori o peggiori? La risposta è presto data dalla ragazza straziata dall’orditoio, dalla funivia schiantata sul Mottarone, dal sindacalista ammazzato dall’autista, operaio pure lui. No, non saremo migliori nè peggiori, semplicemente i buoni saranno più buoni e le carogne anche loro di più. Chi vive per il profitto ne approfitterà ancora e sempre di più, colpa la globalizzazione, la frammentazione del lavoro e … la rassegnazione. E scusate la retorica.

    • Concordo, ma non demordo.
      Piuttosto in tema di schifezze soto traccia, quando venne a Crema il giudice De Gennaro (MI) a presentare iol suo libro “Come il nord ha spalancato le braccia alla mafia” feci un po’ di amicizia, e avvertì, fra le altre cose, di non far troppi buchi sotto la tangenziale. Ma nel suo trattato non l’ha scritto, quindi resta una cosa fra noi.

Scrivi qui il commento

Commentare è libero (non serve registrarsi)

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sui nostri contenuti