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GIORGIO CINCIRIPINI

Dipendenza da smartphone: è solo lavorativa?

Vi segnalo questo articolo di un docente della Bocconi, Massimo Magni

https://www.lincmagazine.it/2017/04/18/intossicazione-smartphone-distruzioni-duso/

 

che tratta la dipendenza da smartphone durante l’arco della giornata, ed in particolare al di fuori dell’orario di lavoro.

 

Hanno fatto un’indagine su 600 utenti.

Interessanti solo le percentuali di quanti guardano le nuove notifiche del telefonino entro 15 min dalla sveglia e entro 15 min prima di coricarsi …

 

Le conclusioni dell’autore è che la commistione tra vita lavorativa e vita privata-famigliare non è solo legata a ‘policy’ aziendale!  Ma è il risultato di una regola non scritta allo interno della famiglia.

 

Le ricadute sono sicuramente negative: non solo stress (che è molto ben studiato in quanto è una malattia con un suo tasso di morbilità!) ma anche – aggiungo io – l’uso di visori blue prima di dormire dà disturbi del sonno, che a sua volta … sono una patologia con ricadute diversificate.

 

E’ la famiglia che deve dare delle regole.

 

Si deve controllare la tanto decantata flessibilità dell’ ”anytime, anywhere” che si è trasformata in un “all the time, everywhere”!

GIORGIO CINCIRIPINI

13 Dic 2019 in lavoro

7 commenti

Commenti

  • Giorgio, io credo che oramai la “dipendenza da smarphone” sia assai più generalizzata e travalichi i soli aspett/implicanze lavoro/vita privata.
    Basta guardarsi in giro camminando per la strada.
    E’ un “grande fratellino” sempre pronto nel palmo della nostra mano, con immagini luminose, di per se irresistibilmente attrattive, magari in movimento, al quale non solo non si sa resistere ma che diventa una “protesi connaturata” per i bambini che se lo ……succhiano col latte materno!
    Come viene/verrà sfruttata e da chi, questa dipendenza?
    Mala tempora currunt, e currunt etiam a ….rottadicollum!!!

  • Ego sum dipendentissimus, sed non me accortus sum dannorum.

    • Anche se in famiglia dicono di sì.

  • Si tratta di una fase intermedia che prelude alla comunicazione diretta che sarà quasi telepatica. Allora il vero problema non sarà di pericolosità fisica di aparecchiature, ma di depersonalizzazione, cioè labile distinzione fra pensieri nostri o altrui introdotti, e relative manipolazioni. Ciò richiederà un’opportuna igiene mentale. Intendiamoci, parlo di un ipotetico futuro che forse la specie non vedrà!

  • Temo, Giorgio, che in quasi tutte le professioni lo smartphone non possa più essere evitato. La possibilità di una trasmissione della sola fonia e non anche degli altri flussi di dati è ormai limitata ad ambiti lavorativi molto ristretti. Per lavorare, lo smartphone serve. Più comunicazione, più business. Più business, più quattrini.
    Resterebbe però da chiedersi quanto invece si possa vivere, e bene, senza smartphone al di fuori del contesto lavorativo, ipotizzando una certa capacità di perimetrazione dell’area professionale rispetto alla vita personale, familiare e del tempo libero. In pensione poi, sarebbe ancora meno difficile.
    Forse è proprio lì, fuori ufficio, fuori negozio, fuori azienda agricola (il fuori fabbrica non c’è più da quando non ci sono più le fabbriche, se non le ultime agonizzanti, almeno nei paesi avanzati), che possono esistere spazi di manovra per ridurre la dipendenza da smartphone e, anzi, con un poco di buona volontà e magari di fortuna, per riuscire a guarirne in modo soddisfacente.
    In fondo, si potrebbe affrontare il problema come con altre dipendenze, dal fumo all’alcool, dal gioco alla droga. Sempre che lo si voglia. Esistono infatti anche tossicodigitali felici, come esistono pure fumatori, alcolisti, giocatori, drogati felicissimi, almeno fino ai primi guai fisici seri.

  • Grazie Pietro. Il tuo ragionamento può funzionare: difatti anche dal punto di visto normativo e di limiti di esposizione si ben differenzia tra tempi lavorativi e tempi ‘di vita’. Aggiungo che da quello che si legge l’Internet delle Cose ha una priorità temporale a realizzazioni in ambiente lavorativo. Anche se credo che l’industria punti ad un mercato a 360°!
    stiamo replicando storie già viste come ad es. per il fumo passivo … la ricerca (indipendente) con la sua produzione di lavori scientifici ha dei tempi di trasferimento alle aree decisionali (blocco della produzione o commercializzazione) pari a tanti anni. Ahimé dovremo al solito attendere che anche i dati epidemiologici si trasformino in percezione pubblica che possa fare pressione sui decisori (politici). In conclusione: quanto morti ci vorranno ? quanti sono i morti per il fumo passivo ?! amianto ?

  • Condivido, Giorgio, ci vorranno ancora parecchi morti e feriti.
    Però non volevo sembrare troppo un luddista antidigitale.
    È l’eterna storia dell’uso e dell’abuso: prima di accusare il mondo crudele, ciascuno di noi potrebbe provare a segnare il confine tra l’utilità oggettiva e la dipendenza soggettiva (so che è molto difficile). Comunque, il percorso dei digital addicted segue quello di precedenti forme di sudditanza psicofisica, con forti marcature di ceto sociale e censo economico.
    I disordini alimentari, l’alcolismo, le droghe e le altre patologie sociali diventano normalmente più diffuse tra i poveri che tra i ricchi, i quali hanno mezzi e consapevolezze tali da limitarne l’effetto. Così sta accadendo per le patologie digitali. Dopo la presa di confidenza popolare, la loro diffusione sta già colpendo le fasce più indifese della popolazione. Fatto salvo, come abbiamo detto, il loro necessario utilizzo in ambito lavorativo. Anche se ricordo come, al di sopra dei CEO, i massimi vertici corporate non utilizzassero direttamente l’ICT ma “dicessero” a chi di competenza che cosa fare usando l’ICT. Anche i faraoni dettavano agli scribi e non disegnavano geroglifici.
    È l’eterno ritorno delle modalità diffusive delle varie psicopatologie sociali nel corso della storia. Mentre i poveri si ammalano, dall’oppio allo smartphone, i ricchi si curano. Fino alla dipendenza successiva. È il ciclo della vita, che si manifesta anche attraverso le disuguaglianze sociali, familiari e individuali rispetto alle dipendenze patologiche.
    Come il fumo, l’alcolismo, la droga, la prostituzione e tutto il restante repertorio delle patologie da indigenza economica e cognitiva, in un prossimo futuro anche l’abuso personale e compulsivo di tecnologia digitale sarà, per ennesima ingiustizia, una faccenda da poveracci.

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