menu

FRANCESCO TORRISI

Olivetti – Furio Colombo Dieci anni dopo

Oggi, 8 Novembre 2021, Furio Colombo su “FQEXTRA” nella ribrica BOOKSBOOK recensisce così “La macchina zero”, racconto grafico di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, editore Solferino, titolando:

 

Olivetti. La grande storia del primo computer europeo (e la morte tragica che stronca un sogno) “.

Un libro di avventure che ricorda i maghi sapienti di Harry Potter, insediati in un castello in cui tutto è diverso e migliore. Immaginate una fabbrica con le paghe alte, la formazione professionale curata, i rapporti rispettosi e gentili, un grande asilo per i bambini, una grandissima biblioteca, case per le famiglie e uffici per i dipendenti disegnati da architetti di fama mondiale.

Tutto ciò avviene, nel racconto grafico di Rocchi e Demonte, in una piccola città italiana che non offre alcun incentivo: se non un mestiere e la solitaria persuasione (che nessun altro imprenditore italiano condivideva) che il lavoro (accurato, intelligente e ben ricompensato) sia la più importante materia prima. A questo punto della storia – che, come stiamo per vedere, è felice ma anche tragica – compaiono due personaggi che resteranno unici anche dopo la loro fine.

Sono Adriano Olivetti, l’imprenditore che sogna molto e trasforma i sogni in merci e prodotti, disegnati come mai era accaduto e desiderati nel mondo. E Mario Tchou, il giovane ingegnere cinese che prevede, progetta e realizza il primo calcolatore elettronico italiano, europeo, e il solo nel mondo che possa competere con l’unico calcolatore americano, quello della Ibm. Olivetti, che vive nel futuro, crede nel computer che l’ingegner Tchou sta disegnando e riorganizza la sua fabbrica come il luogo e la comunità di una grande attesa. C’entra la più avanzata tecnologia (i transistor), c’entrano gli ingegneri che conoscono e percorrono questo nuovo orizzonte, c’entrano gli architetti che dovranno costruire gli spazi, c’entrano i designer che dovranno inventare le forme, totalmente nuove e diverse.

La “macchina Zero” comincia ad esistere in uno spazio di alcune stanze, al piano terra del Palazzo Olivetti, in via Clerici a Milano. Qui il recensore di questo libro, che racconta la storia grande ma quasi sconosciuta del calcolatore italiano – e dei due personaggi che stavano per cambiare la vita industriale, economica, politica del Paese – deve introdurre se stesso. L’ingegner Olivetti e l’ingegner Tchou mi hanno chiesto di trasferirmi subito negli Usa e stabilire un reticolato di contatti con le università americane, per individuare e portare in Italia giovani dottorandi americani e non americani. Olivetti diceva: filosofi, letterati, sociologi, antropologi, matematici; per formare, insieme agli europei e agli italiani, una “legione straniera” di esperti della nuova tecnologia che stava nascendo.

Era l’inizio del 1959. Nel gennaio del 1960 l’ingegner Olivetti viene trovato morto, da solo, su un treno diretto a Ginevra. Nel novembre del 1961, sulla autostrada Milano-Torino l’ingegner Tchou morì in un inspiegato scontro con un’altra automobile E così la “Macchina Zero” non ha mai cominciato la sua corsa nel mondo. I due maghi della grande fiaba italiana non c’erano più.”

 

Questa sopra la recensione di Furio Colombo sul racconto grafico di Rocchi e Demonte che prende in esame una fase storico politica che avrebbe potuto rappresentare un vero cambio di passo per le politiche del lavoro nel nostro Paese e si concluse viceversa in modo ingloriosamente, drammaticamente, colpevolmente opaco.

Lo stesso Furio Colombo, sullo stesso giornale, dieci anni prima aveva affrontato con un titolo in straordinaria sintonia : “L’Olivetti dei sogni perduti” un’altra speciale recensione di un altro libro a fumetti su Adriano Olivetti (Un secolo troppo presto” di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti, edizioni Il Becco Giallo):

 

Dice un passante dall’aria normale, fermandosi davanti all’edicola: “Vi dico quel che bisogna fare. Bisogna ammazzarli tutti, come hanno fatto in Libia. Tutti, senza stare a guardare. Solo così ci liberiamo di quei parassiti e sanguisughe una volta per sempre”. Il gestore della edicola, che ha fatto politica a sinistra e ha sempre predetto, a volte con furore, dalla sua finestrella in mezzo ai giornali, la caduta di Berlusconi, guarda perplesso.

Destra o sinistra? Vecchia ruggine verso l’inutile democrazia o sdegno emergente per ciò che accade o si viene a sapere e si denuncia soltanto adesso? E come confrontare il livello di rabbia dell’uomo di fronte all’edicola e le frasi, le parole, la voce, degli operai Fiat che escono per l’ultima volta da quella loro fabbrica di Termini Imerese, la fabbrica perfetta che da due giorni non esiste più?

Eppure una cosa in comune, una sorta di saldo legame c’è. Nè il passante dell’edicola di Roma nè i gruppi di operai fra i trenta e cinquant’anni, messi fuori per sempre, hanno un riferimento o un futuro, o un pensiero a cui aggrapparsi. È un vuoto pauroso in un Paese che ha avuto la base operaia più colta e più internazionale d’Europa e personaggi, a volte unici, dalla parte della proprietà e del management, di solito così poveramente rappresentati dai grandi e costosi convegni di Confindustria.

Ne parlo non per cambiare discorso, ma perché c’entra il lavoro, come quello che adesso viene svilito e zittito (che non si sogni di avanzare pretese in periodo di sacrifici e di crisi), c’entra l’impresa, che qualcuno, appena pochi decenni fa ha sognato (e in parte progettato) in modo completamente diverso. Soprattutto c’entra la politica, perché chi si occupava di impresa e lavoro come di un buon legame possibile, sapeva che intorno alla vita organizzata di esseri umani meno infelici bisognava riorganizzare e ridefinire la politica.

E c’entra l’edicola. C’entra perché un editore coraggioso ha appena pubblicato un . I disegni hanno una strana consonanza con i giorni vissuti con Olivetti, mi sento di dire dal momento che quei giorni li ho vissuti. Mi occupavo del personale, che era un impegno grande quanto la finanza ai tempi in cui si assumevano persone come Tiziano Terzani.

Le parole del fumetto sono vere, anche se citate da un documento che si finge sia stato scritto un secolo dopo. È una lunga conversazione che si immagina avvenga tra una giovane laureanda e l’imprenditore di immenso successo che la Confindustria non voleva nei suoi ranghi. È un testo che ci riguarda, oggi, adesso, in questi giorni, con questa politica, mentre infuria il dibattito fra politici, tecnici e strategie di sopravvivenza. Cito pagine di questo importante libro-fumetto (ma forse il più bel testo di politica contemporanea), sequenze di una riflessione lunga e rara, per Olivetti, che non faceva discorsi e preferiva scrivere.

La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza.

Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete. I libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore”.

Ma poi Adriano Olivetti, molto più avanti del suo tempo (siamo nel 1960) ripensa al ruolo dei partiti. “Alla fine del fascismo la maggior parte degli intellettuali vedeva nei partiti uno strumento di libertà. Io no. Sono organismi che selezionano personale politico inadeguato. Un governo espresso da un Parlamento così povero di conoscenze specifiche non precede le situazioni, ne è trascinato. Ho immaginato una Camera che soddisfi il principio della rappresentanza nel senso più democratico; e poi sappia scegliere ed eleggere un senato composto delle persone più competenti di ogni settore della vita pubblica, della economia, dell’architettura, dell’urbanistica, della letteratura”.

C’era nel suo “progetto” (ricordo l’uso continuo di questa parola) il raccordo fra la visione politica della vita e la competenza tecnica per affrontare i problemi. Gli è stato chiesto se tutto questo non fosse utopia, ovvero un ponte lanciato nel vuoto. E ha risposto pensando a un futuro che non è ancora venuto: “Beh, ecco, se mi posso permettere, spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”. [ Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2011 ]

 

Che piacere aver la fortuna di passare attraverso a questi ….casuali incontri, che si susseguono a sottolineare , evidenziare l’intelligente attenzione di chi fa, con sapienza, del giornalismo l’occasione per farti riflettere, per farti riandare ad accadimenti altrimenti destinarsi ad oscurarsi, quando al contrario possono/devono alluminarsi nuovamente del loro potente significato.

Grazie Furio Colombo!

 

 

FRANCESCO TORRISI

09 Nov 2021 in

4 commenti

Commenti

  • Mi pare che Olivetti quando parla dii partiti ne parli in termini di competenze direi tecniche, e su questo mi sento assolutamente in sintonia. Lo scrivivo forse ieri. Ma in questa ” utopia” manca una componente direi fondamentale: la competenza dell’elettorato, più predisposto culturalmente a riconoscere lucciole per lanterne. Per riconoscere un valore si deve essere di valore noi stessi, altrimenti gli abbagli sono dietro l’angolo. Posso anche sentir dire che quella persona é un grande letterato, ma se non ho in me un pochino di letteratura quella capacità io non la riconosco o la liquido con un’alzata di spalle. Ognuno purtroppo ha i governi che si merita.

  • Credo che sia almeno la terza volta che Furio Colombo scrive recensioni, commenti anche alla sua esperienza all’Olivetti, di Adriano Olivetti, dove lavoravano, senza sporcarsi le mani (che le operaie non avevano un cattivo odore, come scrive Ottiero Ottieri, ex olivettiano, come Colombo, e per cambiare aria andava il fine settimana a sciare, a bere drink con le sue amiche borghesi, che avevano tutt’altro profumo), oltre Furio Colombo, Paolo Volponi, Sergio Solmi, Tiziano Terzani. Tutti in ufficio, naturalmente. Adriano Olivetti era yn uomo straordinario e la sua azienda era un’eccezione straordinaria e direi unica. Nel senso che ci fu solo quella. Ne hanno parlato tanto. Ne parla anche chi non conosce cosa vuol dire lavorare nelle ditte private e non pubbliche, perché l’Olivetti è un bel mito su cui aprire il Dibattito. Chi scrive ha lavorato in sette aziende, lontane pianeti dall’Olivetti. E siccome ognuno ha la sua storia e solo quella, che nel tempo perde anche quella, magari può pure discettare su ciò che non sa, perché l’Olivetti è un sogno? Una realtà mai più realizzata, comunque. Ottiero Ottieri è stato più onesto di Colombo nel raccontare quell’esperienza.

  • Le operaie avevano un cattivo odore. Il “non” dimenticatelo. Grazie.

  • A “La linea gotica” di Ottieri, troppo onesto, per piacere ai signori suo pari amanti del Dibattito olIvettiano come il bravo Furio Colombo, borghese serio che però sa niente degli operai che non li frequentava, ma rappresentava la Fiat negli USA, Colombo fece la prefazione. Chissà se ha letto a pagina 54-55 del testo di Ottieri: “Nella vita di oggi c’è un tipo di uomo vicino al primitivo? E chi è? L’operaio e il contadino aspirano più di tutti gli altri alla civiltà complessa e ci stanno dentro….Proprio il borghese, in certi momenti della sua vita, tende verso il primitivo, cerca di somigliargli, evade”. Ma puzza, e così meglio prendersi una breve vacanza con i propri. Ancora: “Aver vissuto, per anni, nell’abbondanza delle cose secondarie…”.
    Ottieri c’entra il motivo per cui l’Olivetti non è stata che un meteorite finito nel cesso. Nella realtà. D’estate, Ottieri andava in barca, e Solmi fini’ in banca, Terzani di fece ka barba e vesti’ di bianco diventando, purtroppo, un santone per imbecilli che fanno i buddisti nel tinello, Volponi ha scritto romanzi che nessuno operaio legge, e Furio Colombo ha fatto il giornalista, oltre che a libro paga della Fiat USA. la realtà piace poco e si racconta poco.

Scrivi qui il commento

Commentare è libero (non serve registrarsi)

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sui nostri contenuti