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TIZIANO GUERINI

Dialogo di un folletto e di uno gnomo

Preambolo : Il dialogo è una riscrittura tratta dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi che comprendono ventiquattro prose, scritte in gran parte da un Leopardi poco più che ventenne. Ebbero diverse pubblicazioni. Le principali: alcune nell’”Antologia” del 1826, altre dall’editore Stella in Milano nel 1827, altre ancora, postume, nell’edizione “Opere” dell’editore Le Monnier, FI, nel

Preambolo : Il dialogo è una riscrittura tratta dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi che comprendono ventiquattro prose, scritte in gran parte da un Leopardi poco più che ventenne. Ebbero diverse pubblicazioni. Le principali: alcune nell’”Antologia” del 1826, altre dall’editore Stella in Milano nel 1827, altre ancora, postume, nell’edizione “Opere” dell’editore Le Monnier, FI, nel 1845. Composte per lo più in forma di dialogo, aprono la poetica intima e spesso polemica di Leopardi “ad una prosa dal respiro universale e intensamente umano”. Scoprono un Leopardi filosofo quale poi sarà intensamente nello Zibaldone.

 

 

Folletto: Come mai sei qui, o gnomo? che ci vieni a fare in questo mondo all’aperto?

Gnomo: Mio padre mi ha spedito quassù perché è molto preoccupato dal fatto che da un po’di tempo da noi non si vedono più in giro quei furfanti degli uomini. È in sospetto che stiano preparando qualche scherzo dei loro; o forse non scavano più in cerca di metallo prezioso perché magari è tornato di moda il baratto o usano solo carta moneta; oppure è stata approvata una legge che mette al bando l’uso del denaro.

Folletto: gli uomini? Non sapete che sono tutti morti?

Gnomo: che mi vuoi dire?

Folletto: gli uomini sono tutti morti: la loro razza si è estinta.

Gnomo: ma è una notizia strabiliante e com’è che nessuno ne ha dato notizia?

Folletto: Sciocco: ma se sono tutti morti ti aspetti la notizia sui giornali?

Gnomo: è vero. Ed ora come faremo a sapere le ultime novità?

Folletto: Quali novità? Che il sole è sorto e tramontato, che fa caldo o freddo, che è piovuto o nevicato o ha tirato un forte vento? Ora, venuti meno gli uomini, la fortuna, senza più benda agli occhi e fermata la ruota, guarda quello che accade alle cose del mondo senza più intervenire. Non ci sono più regni o imperi che nascono e muoiono, non più guerre, e tutti gli anni scorrono tutti uguali fra di loro.

Gnomo: Non potremo più sapere che giorno è perché non si stamperanno più calendari.

Folletto: Non per questo la luna cesserà il suo percorso in cielo.

Gnomo: I giorni della settimana non avranno più nome.

Folletto: I giorni scorreranno ad uno ad uno anche senza chiamarli per nome, e quelli passati non torneranno più indietro, come del resto accadeva prima, anche se li avessero richiamati.

Gnomo: Non si potrà tenere il conto degli anni.

Folletto: Ci spacceremo per più giovani di quanto sia il tempo passato, così ce ne preoccuperemo di meno e anche da vecchi non aspetteremo la morte da un giorno all’altro.

Gnomo: Ma come è accaduto che il genere umano sia scomparso del tutto?

Folletto: In parte facendosi gli uomini guerra fra di !oro o facendo naufragio, in parte attuando il cannibalismo, alcuni suicidandosi, altri per inedia, alcuni rompendosi il cervello sui libri, altri per stravizi, infine molti comportandosi contro natura e attirando così su di sé ogni sfortuna.

Gnomo: Nonostante tutto non riesco a convincermi come possa essere accaduto.

Folletto: Eppure sai bene anche tu che un tempo ci furono degli animali di cui oggi non troviamo che resti fossili. Eppure quelle creature non erano così esperte nel farsi del male come invece lo sono gli uomini.

Gnomo: Hai ragione, al punto che mi piacerebbe che qualcuno di quella canaglia degli uomini potesse ora resuscitare e vedere che tutte le cose della Natura, nonostante la loro assenza dal mondo, durano e vanno avanti come prima, mentre gli uomini credevano che tutto il mondo fosse stato fatto e continuasse a durare solo per loro.

Folletto: E non volevano capire che invece tutto il mondo è fatto per i folletti.

Gnomo: Non dirai sul serio?

Folletto: Certamente: dico sul serio!

Gnomo: Devi essere impazzito: tutti sanno che il mondo è fatto per gli gnomi.

Folletto: Ma che dici? Voi vivete sottoterra quindi a che cosa vi servirebbero il sole, la luna, l’aria, il mare, le campagne…?

Gnomo: E allora cosa servirebbero a voi le miniere d’oro e d’argento e tutta la gran parte della terra che è di gran lunga maggiore della sola sua superficie?

Folletto: Non mi sembra il caso di litigare fra di noi, dal momento che sono convinto che anche le lucertole o i moscerini penserebbero che il mondo è fatto ad uso e consumo della loro specie. Ciascuno rimanga del proprio parere. Per conto mio se non fossi nato folletto sarei disperato.

Gnomo: Anch’io lo sarei se non fossi nato gnomo. Eppure grande era la presunzione degli uomini che, fra le altre cose, avevano l’ardire di calarsi sottoterra per impadronirsi della roba nostra dicendo che apparteneva al genere umano e che la Natura l’aveva sepolta per fare loro uno scherzo e per vedere se avessero trovato il modo di scoprirla e di portarla in superficie.

Folletto: Non c’è da meravigliarsi perché grande era la loro arroganza. Ogni cosa che fosse al mondo erano tutte al loro servizio e, secondo loro, non avevano alcuna dignità per se stesse. Peraltro ogni vicenda che riguardasse gli uomini diventava una rivoluzione, e i loro fatti storici fondamentali, quando invece in tutto il mondo vivevano creature ed animali in quantità enorme ben maggiore degli uomini, che neppure si accorgevano delle loro imprese.

Gnomo: Anche le zanzare e le pulci erano fatte per servire gli uomini?

Folletto: Si, avevano la funzione di esercitare gli uomini alla pazienza.

Gnomo: Infatti, se non era per le pulci in quale altro modo avrebbero potuto esercitare la loro pazienza…

Folletto: E i porci, dicevano, non erano altro che pezzi di carne a disposizione dell’appetito degli uomini, ed erano vivi perché non imputridissero.

Gnomo: Se gli uomini avessero avuto un po’di sale in zucca mai avrebbero detto simili spropositi.

Folletto: Un’altra cosa é da dire: nel mondo ci furono e ci sono infinite speci di animali che gli uomini, che si dicono loro signori, non conoscono e mai conobbero; o perché vissero e vivono in luoghi dove l’uomo mai mise piede, o perché tanto piccole da non poter essere viste. La stessa cosa può dirsi Delle piante. Capita che ogni tanto, puntando il cannocchiale, che scoprano delle stelle mai prima note: subito si affrettano a dar loro un nome e a iscriverlo fra le loro proprietà, come se le stelle fossero in cielo solo per illuminare le faccende notturne degli uomini.

Gnomo: E quando, d’estate, certe notti, le stelle cadono, avranno immaginato che è so!o per loro.
Folletto: Eppure ora che gli uomini sono tutti scomparsi, alla terra non sembra mancare nulla: i fiumi continuano a scorrere e il mare non pare che voglia prosciugarsi solo perché non serve più alla navigazione.

Gnomo: E le stelle e i pianeti continuano a sorgere e a tramontare e non sembrano orfani di nulla.
Folletto: E il sole non solo non si è spento ma nemmeno si è oscurato.

 

 

DIVERSAMENTE LEOPARDI
Oltre le illusioni (la poesia) e il nihilismo (la filosofia)

 

Un Leopardi ironico, beffardo, paradossale ma anche lucidamente speculativo. Che Leopardi è quello delle “Operette Morali”? Dimenticate ciò che di solito si racconta di lui a scuola: triste, deforme, misantropo, pessimista…Dalle “Operette” esce un Leopardi completamente diverso: ironico, beffardo, allegorico, serio ma fantasioso, paradossale ma razionale. Del resto fu lo stesso poeta di Recanati a rimproverare aspramente chi faceva derivare la sua visione lucidamente drammatica della Natura, dalle sue condizioni esistenziali e di salute. C’era e c’è ben altro. C’è tutto un primo abbozzo della sua riflessione ontologica sul “nulla” che caratterizza il fondo ultimo, l’ estrema profondità del pensiero filosofico occidentale fin dalle sue origini greche. Un ‘nulla” che ben lontano dall’essere ciò che il termine indicherebbe, cioè esattamente ” niente”, diventa invece la ragione ultima, la spiegazione del ” divenire” di tutte le cose, del loro continuo “diventar altro” e soprattutto di quel diventar altro che sarebbe il loro definitivo finire, come intende affermare la fiosofia degli ultimi due secoli. Dove vanno a finire tutte le cose che finiscono? Tutte le cose sono avvolte dal nulla, “solido nulla” come lo definisce lo stesso Leopardi nei “Pensieri”. Un ” nulla” quindi, con una funzione precisa, determinante per spiegare la realtà, un nulla che diventa qualcosa, un luogo, un ente, un “ciò che è”. La visione di Leopardi sulla realtà quindi non è un vuoto pessimismo, un generico sentimento, men che meno una finzione letteraria: è la lucida visione razionale del continuo ” diventar nulla” di tutte le cose; una visione che caratterizza il pensiero dell’Occidente e ne organizza la vita. Leopardi è l’ultimo grande poeta-filosofo.

 

 

Venire al mondo

Se il dialogo fra il folletto e lo gnomo parla della scomparsa dell’uomo dalla faccia della terra, è perché c’è stato un momento in cui l’uomo è venuto al mondo. E la Natura c’era già! Ecco perché la sua scomparsa non muta il corso della Natura. Qual’è allora il ruolo e il rapporto dell’uomo con la Natura? Eccetto l’uomo tutti gli altri esseri viventi dimostrerebbero di avere comportamenti dettati dal puro istinto. Ciò che è certo è che invece l’uomo vuole aver coscienza di quello che accade dentro e fuori di lui. Il “venire al mondo” dell’uomo è allora anche il comparire nel mondo della coscienza di sé dell’uomo, del suo sforzo di capire e sopratutto della convinzione di poter agire nella realtà che lo circonda. Nella consapevolezza che la vita dell’uomo come quella di tutti i viventi è condizionata dalla necessità esistenziale, ineludibile, di mantenersi in vita, di prevalere su ciò che la contrasta, e quindi necessariamente di far violenza contro la potenza della Natura, distruttiva di ogni singola cosa. La Natura è nello stesso tempo ciò da cui dipendiamo e proprio per questo, è anche ciò nei cui confronti facciamo consapevolmente o istintivamente violenza per lo spavento che ci prende di trovarci in mezzo alla precarietà delle cose, al loro continuo diventar nulla. Una contraddizione alla quale g!i uomini primitivi, e, sia pure in forme diverse, poi tutti gli uomini, hanno risposto con un diffuso e confuso senso di colpa, e con la conseguente necessità di attuare un comportamento riparatore: il sacrificio di espiazione. La violenza consapevole dell’uomo nei confronti della Natura è stata affermata e vissuta dall’umanità dapprima elaborando il Mito, poi attraverso la filosofia dell ‘Assoluto, oggi con la filosofia nihilista che sostiene e sospinge il pensare e l’agire senza limiti della scienza e della tecnica.

 

 

La fine del genere umano come realistica finzione

Una profezia facile quella della fine del genere umano! L’Ostacolo demoniaco-divino che per millenni ha ostacolato l’apparire dell’umano nel mondo, ha dovuto essere abbattuto perché ci potesse essere il passaggio dal non-umano all’umano. L’ Ostacolo, in realtà, si è solo arretrato e ha continuato ad incombere sull’umanità. Alla fine la Natura tornerà a dominare indisturbata, come già testimonia il ritorno della vegetazione fra le rovine dei templi abbandonati.

 

 

Morire e finire nel nulla

” Gli uomini sono tutti morti” dice il folletto. Il tono del dialogo è scherzoso, ma l’argomento è serio. In realtà nulla di ciò che è stato vien meno. L’essere non si dissolve, non può disperdersi nel nulla. Il morire al ” mondo separato”, cioe’ a questo nostro mondo, significa aprirsi all’apparire del “tutto” e alla nostra presenza al “tutto”. Cioè acquisire il nostro autentico e definitivo significato.

 

L’ essenziale

Giacomo Leopardi non poteva che essere un solitario. Non tanto per il suo essere poeta, quanto per la radicalità della sua visione filosofica. Leopardi vede subito l’essenziale, confinando il resto nella dimensione, pur importante, delle illusioni. Un passaggio do!oroso, drammatico: arrivare all’essenziale gli preclude la possibilità di vivere ” la normalità” della vita. E cos’è ” essenziale”? È il “nulla” che da ultimo caratterizza tutte le cose, ogni istante di vita delle cose e dell’uomo: questo nega a Leopardi la continuità dell’esperienza, la visione ” normale” della realtà. La vita vissuta viene dal poeta sacrificata all’urgenza della analisi filosofica sull’essenziale. Con una sola eccezione, che però non cancella la regola ontologica del “divenire”: la capacità del genio di avere e trasmettere grandiose illusioni. Leopardi finisce così con il vivere, nella poesia delle vane illusioni, lo stretto lembo di vita che gli rimane possibile. Nessuna razionale liberazione nel suo pensiero dal dramma del nulla. Gli rimane solo, con la poesia, l’illusione di lenire un po’il dolore, o di illudersi di fuggirlo, come aveva sperato fino dal tempo del suo giovanile tentativo, fallito, di fuggire dal palazzo paterno.

 

Oltre la categoria del nulla: l’eternità degli essenti.

L’importanza di vivere nella distrazione di un continuo duraturo presente. Non è quello che tutti facciamo? Lasciare che le cose vivano ancora per un po’; considerarle vicino a noi che ci accompagnano mentre anche noi crediamo di continuare ad essere noi stessi, in un mondo definito, limitato, isolato: il nostro mondo. Non parrebbero esistere alternative fino a quando giunge la morte per cacciarci definitivamente nel nulla, o in un mondo diverso. Le religioni positive cercano il riscatto dal nulla – che pure sappiamo aver dominato con la sua ossessione, la nostra esistenza terrena e continuerà dopo di noi a dominare il mondo – proponendo una vita ultraterrena. Anche la fi!osofia si è occupata della morte dell’uomo cercando di dare scacco al nulla. Nietzsche ha tentato di farlo con la dottrina “dell’eterno ritorno”: tutto diviene ma nessuna cosa può diventare definitivamente nulla, nemmeno la dimensione del passato che pure pare proprio essere ” definitivamente passata”. Chi ha voluto con l’affermazione radicale del ” divenire” superare razionalmente ogni assoluto, si è ritrovato a larlare di eternità! Superare razionalmente la categoria del nulla è possibile solo togliendo le cose dal dominio di tale categoria e quindi affermare il loro esistere eterno e spiegare il divenire non come il passaggio delle cose, divenendo altro, verso il nulla, ma secondo le reali categorie offerte dall’esperienza del loro apparire e scomparire. La visione sensibile della realtà c’è la mostra come parte dell’essere, nella sua totalità. Nulla e niente potrà mai cancellare le cose dalla loro evidente partecipazione all’ essere. ( e qui il nulla non ha proprio nessuna funzione perché è definito nella sua negazione).

 

Teoria e prassi

Il processo di sfuggire con la prassi alla stringente realtà teoretica è presente fin dalle prime elaborazioni filosofiche platonico- aristoteliche. Già con la riflessione metafisica greca infatti è chiara la circostanza del prevalere della dimensione di esperienza del Relativo rispetto alla dimensione razionale e strumentale dell’Assoluto. Il vero fine della affermazione teoretica dell’Assoluto nella filosofia occidentale è quello di giustificare la realtà empirica diveniente, altrimenti abbandonata al nulla. Questo, mi pare, a Leopardi è chiarissimo, ed è al di fuori di questa ipocrisia che si pone la sua lucida visione. Ed è appunto questo abbandono della realtà al nulla che – andando oltre la traccia che Leopardi ha lasciato – risulta oggi inaccettabile. Giordano Bruno, Benedetto Spinoza, Federico Nietzsche…sono il percorso della contro-metafisica oggi rappresentata dal linguaggio di verità cui ha dato voce Emanuele Severino.

 

 

 

DI FRONTE AL TEMPIO – Appendice di Piero Carelli

 

 

Un omaggio a un gigante del pensiero, l’ultimo grande metafisico dell’Occidente, il filosofo – da poco scomparso – tanto elogiato quanto incompreso: Emanuele Severino.
Un omaggio pure a Leopardi e a un altro pensatore forte, Baruch Spinoza, la cui filosofia fa da sfondo al dialogo leopardiano di un folletto e di uno gnomo.
Tiziano Guerini, l’autore del lavoro qui proposto, è uno (credo) dei pochi lettori di Severino in grado di liberarsi dalla “opinione” dei più ed entrare nel Tempio della Verità. Ha, quindi, tutte le carte in regola, per condurci alla lettura severiniana di uno dei più celebri dialoghi leopardiani delle Operette morali, un dialogo che presenta uno scenario tutt’altro che improbabile se pensiamo a quanti danni ha provocato al pianeta l’uomo moderno: l’estinzione della specie umana.
Uno scenario che rappresenta bene il “divenire” della vita sulla Terra e, insieme, la staticità del pianeta che permane identico a se stesso.
Ora, come interpretare tale divenire (il divenire di tutte le cose)? Come interpretare il nascere e l’estinguersi delle specie dei viventi?
Emanuele Severino nega categoricamente che possano provenire dal nulla e ritornare nel nulla in quanto è logicamente impossibile che il nulla diventi qualcosa (qualcosa che “è”) e che qualcosa che “è” diventi nulla.
Siamo di fronte al problema dei problemi della metafisica, un problema che secondo il filosofo di Brescia, è stato colto nella sua radicalità e nella sua profondità da quel genio filosofico, oltre che poetico, che è stato Leopardi.
Tiziano Guerini, con maestria e con un tocco di leggerezza, ci fa da guida, fino alla porta del Tempio: la Verità è troppo abbagliante per essere vista dai mortali!
Nello stesso tempo, l’autore, in modo indiretto, prendendo lo spunto dal dialogo leopardiano, ci lancia un monito: spetta a noi e solo a noi arrestare la folle corsa dell’uomo moderno verso il suicidio della specie.
La Terra non ha bisogno dell’uomo. Ne ha fatto a meno per miliardi di anni e potrà farne a meno per altri miliardi.
Un monito attualissimo nella sua drammaticità.

TIZIANO GUERINI

04 Mag 2020 in

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