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PIERO CARELLI

Il vizio di pensare

APPUNTI PER UN CAMBIO RADICALE DI PARADIGMA   Appunti, solo appunti, senza alcuna pretesa. L’obiettivo? Incominciare a riflettere sul dopo-Covid a partire dalla lezione del Covid stesso. So bene che tutti (o quasi tutti) stanno attendendo con ansia il momento di tornare “come prima” (un’aspettativa più che legittima), ma è opportuno ripristinare un sistema malato

APPUNTI PER UN CAMBIO RADICALE DI PARADIGMA

 

Appunti, solo appunti, senza alcuna pretesa.
L’obiettivo? Incominciare a riflettere sul dopo-Covid a partire dalla lezione del Covid stesso.
So bene che tutti (o quasi tutti) stanno attendendo con ansia il momento di tornare “come prima” (un’aspettativa più che legittima), ma è opportuno ripristinare un sistema malato che è stato all’origine della stessa pandemia? È opportuno continuare a sposare un modello (economico-sociale) che ha generato disuguaglianze crescenti, un lavoro sempre più precario e multinazionali tanto potenti da condizionare sia la politica che i nostri stili di vita?
Io dico “no”. Ecco, allora, i presenti appunti.
Più che appunti, anzi, sono provocazioni a pensare e a studiare un nuovo “paradigma”, approfittando anche delle risorse messe in campo dalla Next generation Eu.
Studiare, ma con quale bussola?
Io ho provato a utilizzare due “attrezzi” che ho prelevato dalla cassetta della filosofia hegeliana, attrezzi che ho trovato decisamente fecondi.
Magari, qualche lettore si sentirà in sintonia con questa mia “lettura” e la svilupperà.

 

La lezione dimenticata di Hegel e i disastri che ha provocato

Dopo la stagione delle bandiere identitarie, del ricatto dell’aut aut, dell’autoglorificazione dell’Orgoglio di parte (scambiato per il tutto), urge – è la stessa pandemia in corso che ce lo impone ed è lo stesso Recovery Plan da gestire che lo esige – aprire una nuova stagione: la stagione dell’et et, della sintesi.
Tutto è inter-connesso: è questa una delle grandi lezioni di Hegel che noi abbiamo irresponsabilmente dimenticato.
E l’abbiamo dimenticata perché ossessionati dalla ricerca del consenso elettorale.
È questa ossessione che ci ha indotti a dilatare a dismisura la spesa pubblica (il che, di per sé, non è negativo) senza un’adeguata copertura. E così abbiamo costruito con le nostre mani il cappio che ci sta strangolando da decenni.
E così, di deficit in deficit (nel 1973 abbiamo toccato il 10%!), abbiamo provocato una voragine per coprire la quale siamo stati costretti a pagare dal 1992 al 2017, in tassi di interesse, la cifra spaventosa di 2.094 miliardi di euro e ci obbliga ogni anno a bruciare una sessantina di miliardi. Una voragine che ci è costata una serie interminabile di manovre finanziarie “lacrime e sangue” che ci hanno letteralmente dissanguato (nei 25 anni di cui prima abbiamo dovuto risparmiare ben 795 miliardi di euro!). Una montagna di risorse che abbiamo sottratto all’economia reale e a investimenti produttivi: altro che i 209 miliardi del Recovery Plan!
Abbiamo disconnesso quello che è intrinsecamente connesso: gli elettori del presente e le nuove generazioni, le mance elettorali e le conseguenze a medio e a lungo termine (stiamo ancora pagando alcuni miliardi l’anno per le baby pensioni varate nel 1973 e abolite nel 1992).
Un fardello abnorme che la classe politica degli anni ’60 e ’70 ha caricato sulla nostra generazione.
Un fardello che sarà ancora più ingombrante quando si sarà esaurita la copertura europea.
Il tutto figlio di una politica miope, prigioniera del presente. Dissennata.

 

Una doppia miopia all’origine del disastro

Tutto è inter-connesso: una politica di corto respiro può regalare un effimero successo elettorale, ma è destinata a provocare nel medio e lungo termine dei disastri.

Nessuna demonizzazione della spesa pubblica. Dilatarla, anche in modo massiccio, si può e si deve in determinate circostanze, ma ciò che conta è trovare un’adeguata copertura: o con incrementi di entrate (è quanto hanno fatto, dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta, Francia e Germania, accrescendo in modo significativo la pressione fiscale: oltre il 38% e oltre il 41%, mentre l’Italia è rimasta sotto la soglia del 27%) o con una politica di investimenti pubblici tesi ad attivare un circuito virtuoso capace di rifinanziare la spesa stessa (più investimenti, più occupazione, più reddito, più Irpef e nello stesso tempo più consumi con un conseguente aumento del gettito Iva).
Tertium… non datur.
Eppure è proprio questo… tertium che abbiamo scelto e così siamo precipitati nel baratro.
Ma il disastro non è stato solo questo.
Le manovre finanziarie che abbiamo varato, a partire dagli anni Novanta, finalizzate a rimettere i conti in ordine, sono state suicide: non solo non abbiamo imbrigliato – se non per un brevissimo periodo – il debito pubblico, ma abbiamo letteralmente massacrato la nostra economia reale.
Un massacro che abbiamo avuto la spudoratezza di chiamare, con un eufemismo che rasenta il grottesco, “virtù”. Sì, è vero, siamo stati più… virtuosi della Germania (in termini di avanzo primario – senza contare gli interessi), ma così facendo abbiamo depresso l’economia, impoverito gli italiani e sottratto irresponsabilmente preziose risorse alla ricerca, all’istruzione e alla sanità (ci è voluto il Covid perché prendessimo coscienza del male che abbiamo procurato a noi stessi!).
Ricordiamoci: nel 1991 il nostro reddito pro capite era superiore alla media europea e oggi, ancora di più per effetto del Covid, è precipitato (in rapporto agli Usa siamo addirittura tornati al livello del 1950!).
Un doppio disastro.
Una doppia miopia
Già, tutto è inter-connesso, ma la politica non lo sa. O, almeno, ha dimostrato di non saperlo.

 

Un sadismo politico dagli effetti catastrofici

Tutto è inter-connesso.
“Das Wahre ist das Ganze” (la verità è l’intero): così recitava il filosofo Hegel.
Isolare una “parte” (un provvedimento legislativo, ad esempio) dal tutto, altro non significa che fare violenza alla realtà con conseguenze imprevedibili.
Miope, quindi, è stata la classe dirigente degli anni Settanta e Ottanta che ci ha lasciato in eredità una voragine in cui siamo precipitati.
Miope la stessa classe politica che dagli anni Novanta ha curato un malato con tali dosi da aggravarne la malattia.
E miope pure la classe politica europea che, prigioniera del tabù dell’austerity, ossessionata dai conti in ordine, ha imposto ai Paesi più fragili non solo una ricetta economica-boomerang (in economia non esistono ricette applicabili in ogni contesto), ma anche un’umiliazione politica che ha rasentato il sadismo.
Da qui il dramma della Grecia (a prescindere dagli errori dei suoi governi), messa in ginocchio da una troika miope che ha avuto la spudoratezza di dettare minuziosamente le misure da prendere in termini di tagli dei salari, pensioni e sussidi e di incrementi di imposte violando vergognosamente la sovranità di un parlamento con la conseguenza di far crollare il Pil e di aumentare la disoccupazione del 160%.
Il tutto sull’altare di regole rigide figlie di uno stravolgimento della gerarchia dei valori: non le regole a servizio dell’uomo, ma l’uomo a servizio delle regole!
E il tutto sull’altare degli interessi delle banche tedesche, francesi e inglesi che avevano largamente finanziato gli istituti di credito greci.
Un vero e proprio assassinio e, nello stesso tempo, un vero e proprio suicidio politico dell’Europa.
È questa Europa, costituita da arcigni contabili lontani dalle sofferenze della gente comune, che ha infiammato l’anti-europeismo: altro che scaricare le colpe sui cosiddetti populisti!

È questa Europa delle banche che, secondo Yanis Varoufakis, ha spinto “molti esponenti del Partito Laburista in Gran Bretagna” a votare per la Brexit, un evento che ha contribuito alla vittoria di Trump, vittoria che a sua volta ha dato “nuovo vigore ai movimenti nazionalistici xenofobi in Europa e nel mondo”.
Un disastro imponente che ha portato l’Europa sull’orlo dell’implosione.
Tutto è inter-connesso.
Das Wahre ist das Ganze.
È il Covid che ce l’ha fatto toccare con mano.
Ma le ferite permangono. E bruciano ancora.

 

Sacrificati sull’altare dei “Poteri senza volto”

Tutto è inter-connesso: gli stessi diritti “individuali” e i diritti “sociali”.
Et et: chi li separa o privilegia i primi può provocare tensioni sociali difficilmente governabili.
Ne sanno qualcosa, un po’ ovunque nel mondo, coloro che, eredi dei partiti di sinistra, hanno fatto dei diritti individuali la loro bandiera, sacrificando quelli sociali: da partiti di massa, si sono trovati a rappresentare le élite culturali e piccolo-borghesi, perdendo così il contatto con le masse dei… forgotten men, di tutte le vittime della globalizzazione selvaggia e favorendo l’ascesa dei movimenti cosiddetti “populisti”.
Et et: i diritti individuali, infatti, possono affermarsi solo se hanno come pre-condizione i diritti sociali.
Il diritto alla vita e alla salute, ad esempio: mai, forse, come oggi ci siamo resi conto del suo primato assoluto nella gerarchia dei valori.
Il diritto all’istruzione: è la stessa pandemia che ci ha messo di fronte, ancora di più, la profonda disuguaglianza tra i figli di serie A e i figli dei disoccupati, di chi ha un lavoro precario, di chi è in condizioni talmente disperate da svolgere lavori (in nero) sottopagati.
Il diritto al lavoro: un diritto massacrato in questi ultimi trent’anni dal turbo-capitalismo, dal neo-liberismo assurto a dogma e ora dagli effetti sconvolgenti del virus, effetti che manifesteranno la loro forza dirompente quando verranno meno lo stop ai licenziamenti e la copertura europea.
Diritti sociali universali, di fronte ai quali i tanto sbandierati diritti individuali impallidiscono.
Diritti che, grazie alla pandemia in corso, stiamo riscoprendo.
Diritti che, spesso e volentieri – anche con l’avallo delle forze politiche che si presentano come interpreti degli sfruttati – sono stati sacrificati sull’altare di regole scritte dai “Poteri senza volto” (le grandi corporation, i mercati finanziari, il… fondamentalismo del mercato…) e da eurocrati senz’anima.
Regole tutte da riscrivere.
Non è il momento più propizio, oggi, sotto il flagello del Covid, per scrivere nuove regole che promuovano, in luogo di una “competizione cannibalistica”, un’economia della “cooperazione” e della “condivisione”, nuove regole che abbiano come obiettivo primario quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” perché tutti, proprio tutti (anche gli schiavi del XXI secolo che i privilegiati del mondo occidentale fanno finta di non vedere perché fanno tanto comodo, anche le schiave e gli schiavi del sesso costretti a vendere la loro dignità per soddisfare le voglie dei ricchi del pianeta, anche i tanti minori che vengono sfruttati nelle miniere…), liberi dalle… catene, possano diventare davvero “uomini” e quindi godere delle libertà individuali che costituiscono la preziosa eredità del liberalismo?

 

La politica e la logica perversa dell’aut aut

Tutto è inter-connesso.
Hanno ben da dire che i “populisti” parlano alla pancia della gente, che tagliano il mondo in due con l’accetta, che si rifiutano di guardare in faccia alla complessità dei problemi e che cavalcano la tigre di ogni protesta.
Un fatto è certo: sono proprio loro, gli esponenti dell’establishment, ad aver generato, con la loro politica miope e la loro insensibilità di fronte alle sofferenze della gente, i populisti e sono loro che hanno usato strumentalmente l’arma della complessità per giustificare lo status quo.

Loro che, incapaci di cogliere la complessità, hanno inseguito la crescita come se questa non avesse nulla a che vedere con l’avvelenamento del pianeta.
Loro che non hanno capito che la corsa all’accaparramento delle fonti energetiche fossili avrebbe scatenato sanguinose e interminabili guerre con milioni di profughi e di sfollati di cui ancora paghiamo il conto.
Loro che non hanno capito che un’economia senza valori (un’economia senza filosofia) è solo “tecnica” incapace di percepire il dolore che provoca.
Loro che non hanno capito che persino gli opposti sono inter-connessi.
Così “populismo” (se si intende come capacità di parlare alla gente, interpretarne le preoccupazioni e i bisogni, ascoltare la voce di chi è stato ingiustamente scartato dai processi economico-tecnologici in corso), e “tecnocrazia” (la capacità di calcolare le conseguenze nel medio e lungo termine di determinate misure in modo da non scaricare il conto sulle future generazioni): populismo e tecnocrazia, anzi, non solo possono ma devono coniugarsi perché “separati” rischiano solo di portare alla rovina la democrazia.
Così “sovranismo” ed “europeismo”: delegare determinate competenze all’Unione europea – competenze relative a problemi “globali” che sfuggono alla portata delle singole nazioni (dall’emergenza climatica a quella sanitaria fino alla ormai fisiologica emergenza profughi) – significa rafforzare le nazioni e accrescere la loro sovranità.
Così “solidarietà” ed “egoismo”: solo massicci investimenti in Africa (solidarietà) possono davvero soddisfare, almeno nel medio e lungo termine, il legittimo interesse (egoismo) dell’Europa di difendersi dalla “invasione” de migranti.
Et et, ma i politici, quelli che sanno come si governa, i vecchi e i nuovi (talvolta, più i nuovi che i vecchi), sono ossessionati dall’aut aut.
E i risultati si vedono.

 

Il manifesto rivoluzionario del nostro tempo

Tutto è inter-connesso.
È questa una delle grandi lezioni dimenticate di Hegel.
Una lezione che, mutatis mutandis, ha rilanciato alla grande papa Francesco con la sua «Laudato si’» – che io non mi stanco di definire il manifesto rivoluzionario del nostro tempo – e con la sua ultima enciclica «Fratelli tutti».
Un approccio, il suo globale, integrale.
Non esiste una crisi “ambientale” separata dalla crisi “sociale”: «cercare solamente un rimando tecnico per ogni problema ambientale che si presenta significa isolare cose che nella realtà sono connesse e nascondere i veri problemi del sistema mondiale».
Non esiste il «grido della terra» separato dal «grido dei poveri»: sono proprio le aree più povere che soffrono di più a causa della rivolta della terra.
Non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni.
Non si può parlare della neutralità della tecnica perché questa crea «una trama che finisce per condizionare gli stili di vita» e orientare «le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere».
Una logica fino in fondo hegeliana: la stessa economia non può essere separata dalla sociologia, dall’antropologia e, naturalmente, dalla filosofia (in termini di valori).
Proprio perché siamo connessi, «abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri» e «abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi».
Papa Francesco, pur in un contesto completamente diverso, è l’Hegel del nostro tempo.
Un Hegel che ci invita ad allargare i nostri orizzonti, cogliendo la profonda connessione tra economia (un tipo di economia) e ingiustizie sociali, tra tecnica e gruppi di potere, tra misure contro l’avvelenamento e il saccheggio del pianeta e le misure a tutela degli ultimi del pianeta stesso.
Un manifesto, il suo, rivoluzionario.

 

Un cambio radicale di paradigma

Tutto è inter-connesso.
Ma vi è un’altra delle lezioni dimenticate di Hegel: la concezione “rivoluzionaria” della storia intesa come superamento di contraddizioni.
L’inter-connessione del tutto, in altre parole, non è un’arma (l’arma della complessità) per giustificare lo status quo, ma al contrario una premessa per superarlo.
Ma… come?
Nessun assalto alla Bastiglia o al Palazzo d’Inverno.
Nessun furore iconoclastico teso a distruggere per poi ricostruire tutto da zero.
Nessuna palingenesi.
La strada indicata da Hegel è un’altra: superare e, nello stesso tempo, conservare.
Un’idea feconda pure per il nostro tempo.
Non si tratta di armarsi per una nuova spallata rivoluzionaria, ma di andare “oltre” “conservando” il meglio della nostra storia: diritti “individuali” e diritti “sociali”; libera iniziativa privata e primato della politica sull’economia; libera concorrenza e cooperazione/condivisione (una condivisione vera, non alla Uber o alla Airbnb); economia e filosofia…
Non si tratta di demolire, impugnando la bandiera di un nuovo luddismo, lo straordinario potenziale messo in campo dalla rivoluzione tecnologica, ma di coniugarlo con l’umanesimo e con la democrazia.
Et et.
Una rivoluzione che vada oltre la Rivoluzione francese e oltre la Rivoluzione sovietica.
Otre il liberalismo e oltre il socialismo (ma conservando le istanze di fondo di ambedue).
Oltre il neo-liberismo (non negando la positività e la fecondità della libera concorrenza, quando è libera) e oltre lo stesso statalismo.
Oltre.
Andare oltre, sconfiggendo il virus della rassegnazione e del nostro senso di impotenza, vincendo la maledetta tentazione di tornare allo status quo ante Covid come se non fosse stato proprio questo “status quo ante” a generare il presente.
Oltre, conservando ciò che è più prezioso delle nostre conquiste civili e sociali.
Oltre, ma con un approccio “globale”, con una politica dei “ponti” e non dei “muri”
Oltre, a partire da un massiccio investimento nella “educazione alla politica” intesa quest’ultima come l’arte feconda della mediazione (dell’et et) e come l’unica carta che abbiamo per superare le contraddizioni del nostro tempo.
Non saremmo di fronte a un vero e proprio cambio radicale di paradigma?

PIERO CARELLI

16 Ott 2020 in

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