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SILVIA MERICO

L’arte come cura

  La malattia può diventare un’opportunitĂ  di riflessione sul valore della salute, condizione di cui ci accorgiamo di solito in absentia. L’essere umano è energia e l’organismo si esprime attraverso la complessitĂ  fluida di un insieme che coinvolge anche correnti di emozioni, pensieri, spirito. La malattia stessa deve trovare un senso all’interno di questo equilibrio

 

La malattia può diventare un’opportunità di riflessione sul valore della salute, condizione di cui ci accorgiamo di solito in absentia. L’essere umano è energia e l’organismo si esprime attraverso la complessità fluida di un insieme che coinvolge anche correnti di emozioni, pensieri, spirito. La malattia stessa deve trovare un senso all’interno di questo equilibrio dinamico per favorire l’interazione con qualunque forma di terapia.

 

In realtĂ  la salute è una condizione di equilibrio dinamico che presume un processo costante di sorveglianza, attenzione, cura, l’energia vitale come carburante, la forza interiore come presupposto. Henry Bergson la scorgeva nel desiderio umano di agire, nella volontĂ  di partecipare alla creazione della storia, adattandosi in modo elastico alle vicende della vita e all’ambiente. Essa si legherebbe quindi all’azione creativa, che si nutre di immaginazione e che talvolta conduce all’arte; la quale – di per sĂŠ – non ‘fa guarire’ ma di certo contribuisce al recupero della salute.

 

 

Reduce da una diagnosi difficile, sentivo di aver perso il contatto con la sorgente della linfa vitale, si era verificato un cortocircuito emotivo. Mi percepivo dolorosamente slegata dal resto del mondo, sola, con il mio pensiero fisso, con l’ansia, la paura del domani, ero diventata il centro di un piccolo, lontano, claustrofobico pianeta. Un giorno, piano, molto dolcemente una sconosciuta sensazione si è fatta largo e ha rilasciato il suo tepore, un sollievo indicibile dentro la mia mente.

 

 

Finalmente riuscivo ad appoggiare il mio stanco pensiero su altro da me, su qualcosa di piacevolmente silenzioso eppure tutt’altro che muto, una ‘cosa’ che consolava senza sforzo. Avevo acquistato una scultura, era stato ‘amore a prima vista’ e ora abitava in casa, con me; guardarla mi procurava un nuovo benessere – sensazione che ormai sembrava solo un ricordo – mobilitando energie sopite, anestetizzate dalla sofferenza. Mi parlava, con linee genuine, un dolce profilo, una corporeitĂ  che sembrava venire da molto lontano, attraverso le accidentalitĂ  che lo scultore vi aveva lasciato con la sgorbia. Come è stato possibile che un uomo sia riuscito a imprimere un tale senso di infinito in un oggetto appena creato – mi chiedevo. Questa certezza stringeva la mano alla paura di volare via, di svanire nel nulla.

 

At last di Etta James o I prigioni di Michelangelo sono creazioni non deteriorabili dalle disfunzioni umane, sono sostanze forti, la loro identità resterà tale, qualunque cosa succeda. Appartengono al comune tesoro dell’umanità, portatrici di forme preesistenti di energia che tendono a esprimersi attraverso strutture simboliche; trovano dimora nella materia, generate da una forza universale che ci contiene e ci attraversa. E’ così che riconosciamo un’opera d’arte, convalidata o meno dalla critica e dalla storia: quando vibra di qualcosa di eterno e ha catturato in sé una sembianza di infinito.

 

L’arte può aiutare a colmare quel vuoto di senso, di affettività e di memoria che la malattia scava intorno a sé. La contemplazione della bellezza ci mette in relazione con la migliore cifra stilistica dell’umanità e allo stesso tempo relativizza l’osservatore, i suoi pensieri, nel caso del malato l’angoscia e la paura del domani. In quanto ‘assoluto’, l’arte mi rende un ‘relativo’, definisce il mio limite e parla la lingua che scelgo o sono in grado di comprendere. E allora “coraggio, uomo! sappi apprezzare questa villeggiatura, questo mutare una volta tanto, come l’aria, il punto di vista … ti aiuta a deporre la spoglia, per qualche istante a fingerti Dio”. Questo diceva Paul Klee riguardo all’arte, forma espressiva che possiede enormi potenzialità di rigenerazione, in territori dove “l’anima va a ristorarsi”.

 

Il nostro sistema di cura, anziché integrarla, ha imparato a confinare la malattia al di fuori del ritmo della vita quotidiana. Ecco perché molti pazienti lamentano quella penosa sensazione di ‘invecchiare’ un minuto dopo l’altro in corridoi d’ospedale e sale d’aspetto. Si vive una sorta di estraneità dal flusso del tempo, dal palpito del creato, anonimi prigionieri di un ginepraio di cure, appuntamenti, attese, diagnosi. Come se la vita vera non debba essere contaminata dallo spettro del dolore e, viceversa, il luogo della cura non possa ospitare manifestazioni di vita quotidiana.

 

È un passo significativo verso la guarigione quando gli ospedali offrono spazi dedicati all’arte, regalando alla contemplazione dei frequentatori opere di pittura e scultura o della buona musica -perché non una jam session di ottimo jazz? (cfr. Fondazione Maugeri di Pavia, settembre 2019). Sono il segno della vittoria dell’uomo sulla morte, sull’effimero, costituiscono un simbolo al quale consegnare le umane fragilità.
Sempre Klee, nel saggio Vie allo studio della natura suggeriva: “Si potrebbe ancora ragionare sull’effetto benefico esercitato dall’arte, dicendo che la fantasia, mossa da stimoli istintivi, ci finge situazioni le quali sono più ricche di suggerimenti e incoraggiamenti delle situazioni terrestri a tutti note..”.

 

 

Silvia Merico

 

 

SILVIA MERICO

30 Mar 2020 in

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