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SECONDO GIACOBBI

Parliamo ancora di progresso?

Come è noto l’idea di “progresso“, cioè l’dea che la storia dell’uomo si caratterizzi per una intrinseca spinta evolutiva, tendenzialmente migliorativa, e, per alcuni, addirittura quasi meccanicamente automatica e necessaria, è nata all’inizio del Settecento, quando si è conclusa la famosa querelle che aveva animato la vita intellettuale europea a partire dagli Anni Ottanta del secolo precedente.

 

La querelle, come è noto, si concluse con il trionfo di quanti sostenevano la superiorità dei “moderni“ sugli “antichi“. L’Illuminismo diede grande spazio all’idea di progresso, soprattutto inteso come progressivo incivilimento della società, liberazione del pensiero, crescita progressiva della conoscenza. Ma fu l’Ottocento il secolo in cui l’idea di progresso si trasformò in un autentico mito ideologico. A determinarlo concorsero vari fattori: la rivoluzione industriale, in primis, l’espansione coloniale, il progresso tecnico-scientifico, fattori che fecero dell’idea di progresso un’autentica fede, capace di condizionare e organizzare gli atteggiamenti mentali e le credenze oltre che degli scienziati e degli intellettuali, delle stesse grandi masse dei comuni cittadini. L’idea di un progresso ineluttabile e, in sé, buono e migliorativo, entrò così nel senso comune, e i pochi che ne contestarono lo statuto concettuale furono visti come “reazionari“, nemici dell’umanità. Tra questi pochi mi piace ricordare il nostro coraggioso Leopardi, che irrideva alle “magnifiche sorti progressive“ dell’uomo.

 

Il Novecento ha messo in crisi, specie tra i filosofi, il mito del progresso. Due guerre mondiali, la minaccia atomica, la polveriera ecologica inducevano a pessimismo. Ma, soprattutto, la decostruzione del mito ne evidenziò, oltre alla grossolanità e ingenuità concettuale, la componente ideologica. E tuttavia, a partire dagli Anni Novanta del Novecento, l’idea di progresso riprese fiato. A determinare questo fenomeno è stata, più che il dibattito filosofico-culturale, l’azione straordinariamente attiva e capace di condizionamento sociale di alcune grandi Agenzie socio-culturali (uso l’espressione “agenzia“ nel senso che danno a questo termine la sociologia della cultura e la psicologia sociale). La più potente, anche economicamente, è stata Silicon Valley, intesa non solo come straordinario centro di produzione di nuove tecnologie, ma anche come centro di orientamento dei comportamenti sociali e individuali.

 

Per avere riscontro di una simile potenza di condizionamento basta ormai la semplice osservazione quotidiana: la quasi totalità degli individui, specie nelle grandi città, cammina ormai non più guardandosi intorno o concentrati sui propri pensieri, ma con lo sguardo fisso sullo smartphone o con l’orecchio ad esso incollato. E’ una evidente psicopatologia sociale. Ma i paladini di Silicon Valley hanno celebrato i vantaggi di tali innovazioni tecnologiche e sociali: più informazione, più contatti, più interazioni e così via.

 

Più, più, sempre di più. L’esaltazione di un simile “progresso” si basa su di una operazione mentale, assolutamente fallace, che evidenzia e isola alcuni effetti, anche innegabilmente positivi, delle nuove tecnologie, sottraendoli però ad una valutazione di “ bilancio “ ( costi/benefici, effetti a breve / effetti a lunga scadenza ). Come psicologo clinico, non posso che constatare anche gli effetti nefasti: la comunicazione è diventata più superficiale, compulsiva, reciprocamente controllante, fatua e con effetti negativi anche sulle dinamiche relazionali e sui processi mentali. Sta entrando in crisi quello che chiamiamo il “pensiero lento“ e il pensiero “autoriflessivo”, così importanti per la vita individuale e sociale degli umani. Questo, per me, è regresso non progresso.

 

Una seconda “agenzia”, ancor più potente economicamente, è rappresentata da quelle grandi forze del capitale finanziario e multinazionale, che ha generato il fenomeno a cui si dà il nome di “globalizzazione“. Anche in questo caso si è riusciti a orientare non solo gli atteggiamenti culturali e politici di grandi masse, ma anche a creare un nuovo senso comune, che lo stesso mondo intellettuale non ha saputo mettere in discussione, facendosene al contrario assorbire e, a sua volta, condizionare. Anche qui una valutazione critica adeguata deve valutare costi ed effetti a lungo termine.

 

Oltre allo scandaloso riaprirsi e dilatarsi del ventaglio delle differenze e sperequazioni economiche, si sono attivati processi a cui dobbiamo far risalire effetti ormai dirompenti. Anche la pandemia che ci sta sgomentando, è stata resa così distruttiva da processi legati alla globalizzazione: il moltiplicarsi degli scambi commerciali, il moltiplicarsi degli spostamenti planetari di individui e di popoli, la crescente urbanizzazione, che ci fa entrare in contatto più direttamente con specie animali portatrici di virus trasmissibili all’uomo. Ma anche in questo caso l’atteggiamento mentale, individuale e collettivo, che è stato alimentato sino all’affermarsi di un senso comune indiscutibile ed auto-evidente, predicava essere la globalizzazione un fenomeno inevitabile, prevalentemente positivo, dunque progressivo.

 

Infine c’è una terza “ agenzia “ che si differenzia dalle prime due perché affida la sua potenza di orientamento a strumenti che non sono direttamente economici. Mi riferisco alla cosiddetta “cultura dei diritti individuali“ che ha ormai concentrato il focus della sua predicazione sociale sulla estensione del concetto di “diritto” a tutto ciò che rappresenti bisogni individuali anche in ambiti che in passato erano considerati estranei a tale logica. Si tratta di una logica astrattamente individualistica per cui si sostiene il diritto degli omosessuali a contrarre matrimonio (e non solo accedere ad un regime giustamente protetto di coppia riconosciuta dalla legge). Così si sostiene il diritto degli omosessuali a generare figli avvalendosi delle nuove tecnologie procreative, e cioè la “fecondazione eterologa“, attraverso un “donatore” di sperma, che rimarrà anonimo, negando quindi ai nascituri il diritto di conoscere l’identità del proprio padre biologico.

 

In realtà non si tratta di “dono“ ma di compravendita. E a maggior ragione si tratta di compravendita e non di “donazione” quando una coppia sterile o una coppia omosessuale “affitta” l’utero di una donna che possa generare un figlio alla coppia stessa. Ricordo che in questo caso il contratto prevede che la gestante rinunci a qualsiasi rivendicazione futura di maternità. Ovviamente un tema così delicato richiederebbe approfondimenti. Mi limito a contestare, personalmente, il carattere di presunto “progresso “ o di conquista sociale di tali pratiche. E tuttavia la cultura dominante del “politicamente corretto“ sostiene e predica il carattere propriamente “progressivo“ del riconoscimento e dell’attuazione di tali diritti, dimenticando che la condizione umana trova fondamento e tutela in strutture profonde dello psichismo e della “mente-corpo” che nessun presunto “progresso“ può mettere impunemente in discussione.

SECONDO GIACOBBI

20 Apr 2020 in

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