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PIERO CARELLI

Le paure del nostro tempo

Un viaggio nelle paure del nostro tempo: è il tema dell’ultimo libro (il trentesimo) del Gruppo Antropologico Cremasco (Le vie della paura). Mentre lo leggo, mi permetto di segnalarti, amico, alcuni flash: magari ti potranno intrigare e ti potrà venire la voglia di leggerlo. L’incipit è di Walter Venchiarutti (l’anima, assieme a Edoardo Edallo, del gruppo)

Un viaggio nelle paure del nostro tempo: è il tema dell’ultimo libro (il trentesimo) del Gruppo Antropologico Cremasco (Le vie della paura).

Mentre lo leggo, mi permetto di segnalarti, amico, alcuni flash: magari ti potranno intrigare e ti potrà venire la voglia di leggerlo. L’incipit è di Walter Venchiarutti (l’anima, assieme a Edoardo Edallo, del gruppo) che è una vera e propria summa di paure che segnano la nostra esistenza di uomini del XXI secolo. Le paure dei giovani che vedono “l’inutilità del titolo di studio faticosamente conquistato”, “la mancanza di spinte ideologiche propulsive”… La paura degli anziani di essere colpiti da patologie invalidanti o di finire in un ospizio per vecchioni. La loro paura del fine vita: non la paura del Giudizio di Dio e del castigo eterno, ma più umanamente la paura delle sofferenze dell’agonia per alleviare le quali invocano i “nuovi angeli”, i terapeuti del dolore. La paura per la distruzione dello stato sociale, dell’invasione degli immigrati, la fobia per la perdita della propria identità di fronte agli stranieri. La paura per la degenerazione di uno sviluppo incontrollabile capace di portare il pianeta a trasformarsi in una deserta pattumiera…

Se vuoi seguirmi nella lettura, troverai le puntate successive negli spazi dei “commenti“.

PIERO CARELLI

13 Nov 2017 in Cultura

27 commenti

Commenti

  • Sei un lettore che ama i film horror? Ti potrà illuminare il saggio di Daniela Ronchetti che, dopo avere passato in rassegna i film horror programmati a Crema nel 2016 e dopo avere esaminato un campione di essi, conclude con un colpo d’ala sottolineando il fatto che i mostri che noi amiamo vedere (da ultimo il mostro incarnato dall’intelligenza artificiale) esprimono non soltanto le paure, ma anche i desideri atavici dell’uomo: la volontà sfrenata di controllo, di potere e dominio che attraversa l’umanità dalle sue origini, e la brama di sconfiggere la connaturata paura della morte. Mostri che altro non sono che il frutto del radicale dualismo tra la limitatezza dell’uomo e la sua aspirazione all’onnipotenza.

  • Hai paura delle periferie? Leggi il saggio (a mio avviso un vero e proprio capolavoro letterario) di Donata Ricci.
    Periferie di Milano. Un suo primo consiglio: se hai la voglia di conoscere, siediti sulla stessa panchina della badante ucraina per scambiare caramelle e visioni del mondo.
    Via Padova, la più multietnica di Milano, muri tappezzati da graffiti e tags. Vedi sfrecciare nervosi commercianti orientali, facce di drop out e di burn out.
    Viale Toscana: qui vedi un esercito di diseredati che fanno la fila, come in un teatro dell’assurdo, sotto il manifesto di Salvini che pretende una città più sicura. Sguardi vitrei che celano esistenze straziate. Avvicinati e parla con loro e allora escono le storie come dighe che si rompono: libri, film, canzoni, fotografie…
    Da Milano a Crema, a Sant’Angela Merici: è il posto giusto per allenarti alla psicogeografia, indagando lo spazio urbano con dentro il senso della deriva. Puoi definirlo un quartiere anonimo, se non fosse che ogni posto ha la sua anima. Ovunque “vendesi” sempre più ignorati dalle agenzie immobiliari.

    Il messaggio finale di Donata Ricci?
    “Serve giusto quel poco di lungimiranza che ci faccia comprendere che nella diversità risiedono potenzialità di cui dovremmo rallegrarci […] Le periferie abbracciano le nostre città. Il minimo che possiamo fare è ricambiare volgendo lo sguardo verso di loro, come fanno le statue del duomo di Milano”.

    • Credo che i primi ad avere paura delle periferie siano gli stessi abitanti delle periferie: coprifuoco dopo le otto di sera, sporcizia, degrado, spaccio e aree dismesse occupate da balordi multietnici che sono venuti a finire qui, l’unico posto nel mondo dove ognuno fa quello che gli pare. Credo bene che la gente poi ha paura. A rallegrarsi della “diversità” rimane soltanto la signora Donata Ricci, che probabilmente non abita in periferia. Se le parole hanno ancora un senso, “diversità” non è sinonimo di “caos”, o “baraonda”, perché è proprio di questo male che stanno morendo le periferie italiane.

      Quanto alle nostre paure, direttamente proporzionali all’assenza di spiritualità nell’uomo contemporaneo, diciamo che i media negli ultimi anni hanno dato loro un grande impulso continuando a proporre notizie una più brutta dell’altra. Sul perché, ci sarebbe molto da dire. E’ risaputo che un uomo che sottosta a delle paure, grandi o piccole che siano, non è un uomo libero. Questa cosa la sa benissimo chi comanda, ed è per questo che se andiamo al fondo di ogni legge assurda ed ingiustificabile sotto l’aspetto morale (per non parlare del concetto di “normalità”, relegato tra le anticaglie in cantina) troviamo che chi ha il potere sfrutta le paure che nel nostro animo, nella nostra irrisolta “personalità”, hanno trovato un habitat favorevole. Le paure alimentate dal potere che sfrutta il ‘coniglio’ che è in noi s’insinuano anche nell’ambito delle credenze religiose e delle convinzioni politiche: adesso, ad esempio, ci è stato detto che dobbiamo avere paura dei populisti (i “loro” avversari) e noi prontamente ce l’abbiamo.

      La leva economica è certamente una di quelle più potenti per indurre le persone alla paura. Bisogna lavorare di più, considerando normali gli straordinari, ed è una manna dal cielo se c’è da lavorare di sabato, di domenica e nelle “feste comandate”. Là fuori, gentilmente preparata dai medesimi carcerieri, c’è la massa del nuovo “esercito di riserva del capitale” (gl’immigrati), pronti a sostituirti sul posto di lavoro se osi “piantare grane”. E cerca di non usare troppo il spesso il contante nei tuoi acquisti, che sennò diventi “sospetto”: meglio pagare con la carta di credito anche il caffè. “Ma se non hai nulla da nascondere, che problema c’è?”, soggiunge l’utile idiota di turno, parente di quell’altro che non sa altro che gridare al “gombloddo!”. Forse, invece di psicanalizzare noi stessi, dovremmo fare una bella tac al Sistema che ci tiene prigionieri in una gabbia dorata (che adesso non è più neppure d’oro, troppo costoso, ma di ferro arrugginito) dove tutto intorno ruotano meraviglie tecnologiche ma dentro si vive nel terrore di essere scelti per finire in forno con le patate.

  • Signora Remagnino, dove abito non credo sia un tema appassionante per nessuno e Le assicuro che non è stata nemmeno una condizione necessaria per scrivere il mio umile contributo alla nuova pubblicazione del Gruppo Antropologico Cremasco. Non ho chiesto in alcun modo visibilità su Cremascolta e ho quindi letto con sorpresa e piacere l’apprezzamento di Piero Carelli, che ringrazio. Quanto a Lei, non la conosco, Signora Remagnino, ma noto che, ogni volta che su Cremascolta esce il mio nome, immediatamente beneficio della sua speciale attenzione, sia che scriva di periferie, sia che recensisca innocentemente un libro di racconti sull’America. Quale sia il suo problema mi è ignoto; posso soltanto farLe presente che moderare l’acredine va a tutto vantaggio della salute. Non la sprechi, è preziosa.

    • Chiunque esponga i suoi pensieri in pubblico, scrivendoli o raccontandoli, sa benissimo di esporsi a complimenti e obiezioni. Per quanto mi riguarda i complimenti scivolano via dopo un attimo (non si sa mai fino a che punto sono sinceri) mentre delle obiezioni faccio tesoro perché mi spingono a guardare l’oggetto delle mie riflessioni sotto un’altra luce, una cosa che trovo utile e stimolante. Non pretendo, è ovvio, che tutti la pensino come me.

      Conosco diversi abitanti delle periferie metropolitane, come probabilmente anche lei, ma nessuno si è mai “rallegrato della diversità” che li circonda mentre tutti vorrebbero scappare lontano, se solo le finanze glielo consentissero, perché non ne possono più dell’illegalità che vi regna, di spaccio, sporcizia, degrado e via dicendo. Per questo ho commentato che l’autrice dell’affermazione citata da Piero Carelli forse non vive in uno di questi gironi danteschi, non certo per sapere dove lei stia.

      Dubito anche che il nostro “abbraccio” possa servire ai quartieri periferici per stare un po’ meglio (anche perché neppure noi stiamo così bene). Ci vorrebbe semmai più Stato, più legalità, più programmazione urbana, più servizi ai cittadini, più negozi che creano tessuto sociale. Tutte cose che, per il momento, non si vedono.

      La ringrazio per avermi ricordato il libro di racconti sull’America che, in effetti, avevo commentato tempo fa, anche se non ricordo in che modo. Ho la memoria corta e se lei non me l’avesse suggerito da sola non sarei mai arrivata a collegare il suo nome a quello e a questo. Come vede, nessuna speciale attenzione. Come miliardi di altri sfaccendati in giro per il mondo frequento una piazza virtuale per commentare dei post di illustri sconosciuti, dai quali vengo a mia volta commentata. Tutto qui. Lei invece si è spinta decisamente più in là, affibbiandomi persino un problema (scusi, ci conosciamo?) che non so quale sia. Né mi spiego di quale acredine lei stia parlando, visto che nel mio commento ho parlato di paure, forse si riferiva alla sua? Sappia che se un giorno per caso mi capitasse d’incontrarla, glielo chiederò di persona. In bocca al lupo (crepi) con il libro.

  • Quando leggo che “Serve giusto quel poco di lungimiranza che ci faccia comprendere che nella diversità risiedono potenzialità di cui dovremmo rallegrarci” non riesco a moderare la mia “acredine” (ma nella vita reale si usa un altro termine) e mi parte in automatico un … lasciamo perdere. Perché vede, signora Donata Ricci, non c’è bisogno di conoscerLa per non essere d’accordo con Lei, se ne faccia una ragione, soprattutto quando si tocca un argomento estremamente delicato che riguarda il vivere quotidiano di ognuno di noi.

  • Mi permetto, Rita, di dirti che tu, io e Donata Ricci abbiamo percorso un tratto insieme come giornalisti in erba al tempo delle testate “libere”.
    Ti confesso che allora conoscevo solo il nome (oltre agli articoli) e solo negli ultimi anni ne ho scoperto il volto e ieri, leggendo il suo saggio su “Le vie della paura” del Gruppo Antropologico Cremasco ho apprezzato moltissimo il suo stile letterario (anche allora, se non ricordo male, si occupava di temi letterari).
    Ti suggerisco caldamente di leggerlo: apprezzerai anche tu lo stile e magari proverai anche a entrare nella sua “percezione” delle periferie. Donata Ricci – non ho dubbi – conosce almeno quanto te la durezza delle periferie, ma nel suo viaggio nelle periferie di Milano ha visto anche dell’altro, ha visto anche tanta e intensa umanità.
    Le periferie (Donata Ricci, tra l’altro, si avventura non tanto nelle periferie “fisiche” quanto in quelle “concettuali”) sono un microcosmo di tante realtà: lei non ha voluto fare indagini sociologiche, ma semplicemente “fotografare” (so che è una “fotografa” anche se non a livello professionale) qualcosa di quel mondo, anche quelle file di diseredati – tra cui molti italiani – che vanno a ricevere il… pane quotidiano.

    • Mi scuso ma non ricordo assolutamente la signora Donata Ricci, sul cui stile letterario non discuto, non era questo il tema in discussione bensì le periferie. Che, mi sembra, abbiano bisogno di ben poche “fotografie” artistiche: sono lì da vedere.

      E basta con ‘sta manfrina della “percezione”, un po’ di rispetto per i poveri cristi che nelle periferie sono costretti a vivere. Qui si continua a parlare di umanità ma si ignorano i più elementari sentimenti delle persone, che non vogliono essere fotografate ma hanno bisogno di uno Stato che sappia fare il suo mestiere.

  • E’ dalle periferie, amici, che la politica (quella alta) deve partire.
    Dai diseredati. Dai… dimenticati. Dagli esclusi dal banchetto degli opulenti.
    A partire dalle nostre periferie.
    Dalle periferie africane dove sono ammassati milioni e milioni di migranti (che noi europei neppure immaginiamo).
    Dalle periferie di New Delhi.
    Dalle periferie di Shanghai e di Shenzhen dove arrivano masse di braccianti non autorizzati dal regime comunista nella speranza (o nella illusione) di trovare una vita più dignitosa.

    Periferie di fronte ai grattacieli delle metropoli.
    Un’umanità ferita, degradata nella sua dignità.
    Dimenticata dalla politica (tutta: dalla destra alla sinistra).
    Dimenticata dai sindacati che si occupano solo di quelli che vivono nelle metropoli.

    E’ qui che ci sono gli… scarti dell’umanità, le vittime di un sistema iniquo, di guerre regionali pilotate da superpotenze, del connubio tra satrapi africani e multinazionali straniere.

    La politica… alta è di loro che deve occuparsi, anche se questi non votano (anzi, proprio perché ce l’hanno con tutti i partiti).
    Solo una politica lungimirante che punti a rimuovere le cause di tanto diffuso malessere, di tanta e diffusa rabbia, è… politica.

    Ma per partire dalle periferie non c’è solo bisogno degli architetti (vedi il Piano lanciato da Renzo Piano per i rattoppi delle periferie): bisogna in primo luogo conoscerle.
    Magari, come suggerisce Donata Ricci, iniziando a sedersi sulle stesse panchine delle badanti ucraine per carpire le loro storie, ad ascoltare i tanti italiani in fila in viale Toscana nella periferia di Milano, provando a convivere (come hanno fatto quest’estate alcune ragazze di Crema a Calcutta) la vita dei maledetti da tutti.
    Andare ad ascoltare, ad esempio, le 80 persone senza dimora di Crema di cui sono una piccola parte trova… rifugio nel Rifugio S. Martino.
    Sono loro i libri che dobbiamo… leggere, non i libri scritti da intellettuali “inclusi”, non le periferie oggetto delle litanie di tutti i partiti (di destra e di sinistra).

    Mi permetto, amici, di suggerire una “proposta”: perché, seguendo la stessa indicazione di Donata Ricci, non dedichiamo i prossimi mesi a “conoscere” i problemi del nostro quartiere di Sant’Angela Merici?
    Magari potremo capire meglio le ragioni del disagio dei suoi abitanti, il loro senso di abbandono.
    Magari potremo, confrontandoci (è il metodo di CremAscolta), partire qualche idea utile da sottoporre all’Amministrazione (sempre che non ci stia già pensando: so che il dott. Michele Gennuso, il nuovo assessore al Welfare, è particolarmente attento ai bisogni di chi… la voce non ce l’ha.

    • La “politica alta” forse ha sbagliato il tiro e si è elevata troppo poiché in cielo non ve n’è più traccia. Che abbia fatto la fine di Icaro? I cittadini sono comunque ridotti al fai da te. Né a Crema il problema è circoscritto al quartiere di Sant’Angela Merici. Sarebbe bello! Credo che ognuno possa fare l’elenco delle “insicurezze” e “criticità” del suo, di quartiere.

      Nel mio, ad esempio, dove dopo il tramonto sulla nuova passerella sul Serio non passa più nessuno, soprattutto le donne, proprio ieri ci si stava chiedendo: giustissimo sprecare meno energia elettrica, ma chi ha deciso di far fare meno luce ai lampioni in strada? Era il caso, in un momento di generale insicurezza come questo? Non si poteva risparmiare sulle inutili luminarie (adesso poi, con il Natale … chissà) delle grandi attività commerciali, o del centro-sempre-illuminato, anche di notte? Persino la passerella sul Serio sembra un lunapark.

      http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-identita/identita-delle-nazioni-sovrane/1375-italia-chi-sono-i-piu-deboli

  • Non entro nel merito della discussione… dico solo che, avanti “con questi toni”, Cremascolta può chiudere già domani.
    Diamoci una regolata… e non guastiamoci il fegato.

    • A dire il vero CremAscolta sarebbe nata proprio per entrare nel merito delle discussioni. Sennò, cosa ci stiamo a fare? Il civile contraddittorio non ha mai guastato il fegato di nessuno, com’è logico che sia.

  • Studiare i problemi per avanzare “proposte costruttive”: è questo, secondo la mia ottica, uno dei compiti “civili” di CremAscolta.
    Si tratta di un’idea, quella di metterci a studiare la… periferia (nell’accezione di Donata Ricci) del quartiere di via Bramante.
    Tuonare contro tutto e tutti è facile (anzi, è “in”), mentre rimboccarsi le maniche è estremamente difficile, ma è questo che io sento il “dovere” di fare, un dovere come “cittadino”. Per questo mi sento profondamente in sintonia con quanti – rimboccandosi, appunto, le mani – ci provano a “conoscere” le realtà sociali perché solo conoscendole si può magari trovare qualche idea che possa essere utile per la soluzione dei problemi.
    So, ad esempio, a nel quartiere di via Bramante c’è un gruppo di persone coordinate da don Francesco Gipponi che si sta attivando in tal senso.
    Potremmo cominciare a sentire proprio loro, ascoltarli (senza metterci in cattedra).

    • Benissimo, se don Gipponi vuole raccontare la sua esperienza può farlo in questa piazza quando meglio crede. Troverà sempre qualcuno disposto a leggerla. Ascoltiamolo.

  • Una nuova tappa del mio viaggio (dentro il viaggio del Gruppo antropologico cremasco tra le paure del nostro tempo): la paura di non trovare lavoro
    L’autore del saggio: Alvaro Stella. Un saggio, il suo, accattivante, brioso, ironico. L’autore prima veste i panni di uno studente poi di un giovane diplomato alla ricerca disperata di un posto di lavoro.
    Un racconto dallo stile lieve, ma drammaticamente realistico. Un’avventura frustrante tra dati Istat, dell’Eurostat e della Confindustria e le dichiarazioni ottimistiche di un ministro, tra l’incursione sul blog CremAscolta (dove legge l’ebook sulle opportunità e i danni collaterali della globalizzazione) e l’acronimo NEET.
    Un percorso, tra momenti di speranza ed altri di sfiducia, che compie nel leggere di tutto, anche il messaggio del card. Bagnasco, che così chiude:

    Dalle aziende destinatarie della mia domanda d’impiego nessuna risposta. “Non si usa più” mi hanno detto in tanti. Me ne faccio una ragione, anche se non la capisco, e prendo la strada del pub, stavolta non per farmi una birra con il professor Bianchi bensì per mettermi dietro il bancone e servire Belhaven o Caullier Blonde spillandole dal fusto. Tecnologia d’altri tempi, lavoro d’oggi (e assicurato). Per il momento la paura rimane in cantina.

    Che cosa dite, amici, se dovessimo fare un’indagine sulla disoccupazione giovanile nel nostro territorio? Abbiamo anche noi dei NEET? Siamo di sicuro al di sotto della media nazionale, ma di quanto?
    Quanti sono i nostri giovani che, proprio per mancanza di lavoro, hanno deciso nel 2017 di cercarlo all’estero?
    Anche qui abbiamo bisogno di “studiare” o, comunque, di sentire chi sul tema in questione possiede dei dati sicuri. La discussione, Rita, l’affronteremo dopo i dati. E sarà poi molto da discutere su che cosa fare per creare posti di lavoro.

  • Il libro del GAC di quest’anno VIE DELLA PAURA costituisce una conferma: la svolta delle ricerche locali che hanno ormai abbracciato la contemporaneità. In precedenza abbiamo registrato il passaggio del passato al mondo attuale (Tradizione e modernità 2015) e successivamente studiato la dinamicità dei gruppi di volontariato (Tribù metropolitane 2016). Oggi ci addentriamo nella sfera comportamentale più privata che tocca uno dei più intimi sentimenti delle nostre coscienze: le paure. Infatti la paura dopo aver varcato la soglia del 2000 è forse la più significativa prerogativa che accompagna l’uomo contemporaneo. All’inizio del secolo scorso ha predominato la speranza (con la Bella Epoque), successivamente il coraggio (nelle 2 guerre mondiali) e infine la delusione (per la disfatta)e la ripresa (il boom economico). All’alba del nuovo secolo il sentimento che sembra accompagnare instancabilmente i nostri contemporanei è quello delle paure. Ce ne sono una sfilza, distinte alfabeticamente, basta entrare in internet per visionarne l’elenco sterminato che comprende tutto e tutti, dalla ablutofobia (la paura di lavarsi e fare il bagno) per arrivare alla zoofobia (la paura degli animali). In questo mondo così variegato e indistinto ho avuto la pretesa di voler mettere un po’ di ordine attraverso una distinzione semplificatrice. In realtà è possibile raggruppare le grandi categorie della paura in: -fobie del tempo o immaginarie, legate al pensiero (paura di vivere, di morire). Possono tradursi in pericoli reali, come ad esempio la paura di perdere il proprio status che può essere d’ordine economico (diventare povero)o biologico (temere la catastrofe ecologica). -fobie dello spazio legate all’azione (xenofobia, atelofobia), riguardano i rapporti concreti che intratteniamo con gli altri e con noi stessi, sia nel pubblico che in privato. Di tali paure sociali fa anche parte la politofobia (compresa la paura nei confronti dei politici, non per quello che sono, ma per quello che possono fare o non fare) che investe indistintamente le varie colorazioni (attendisti, stagnanti, populisti, identitari).
    In base all’approccio tradizionale del Gruppo Antropologico Cremasco, che non è ossequioso a nessun monolitismo culturale, le diverse visuali hanno affrontato il problema con 15 saggi. Il mondo dei timori umani, veri o presunti, ha riguardato le paure identitarie, quelle del mondo giovanile, le periferie e sono state osservate con particolare attenzione anche le fobie proposte nella narrativa, nel cinema, nell’alimentazione e nella musica.

    • Ho già dato una sbirciata alla pubblicazione e trovato interessante l’articolo di Lavinia Contini “Il timore come condizione esistenziale dell’umano”. Prima di proseguire con la lettura, Walter, posso chiederti se sono stati coinvolti nella realizzazione di questo progetto dei giovani e, se si, in che termini? Ti rivolgo questa domanda perché ho l’impressione che oggi siano proprio loro i “protagonisti” della paura. Ne sono costantemente afflitti, e purtroppo la paura paralizza l’azione. Inevitabilmente, chi ha paura si lascia vivere.

  • Grazie, Walter, per avere fornito la chiave di lettura dell’intero libro (una pubblicazione di sicuro originale rispetto alle ricerche tradizionali del Gruppo antropologico).
    Io mi sono limitato e mi limito ad offrire dei flash, giusto per intrigare il lettore.

    A proposito del saggio di Alvaro Stella (sul lavoro che non c’è), mi permetto di aggiungere altre “domande” (sono le domande il motore di ogni ricerca):
    – quanti sono i posti di lavoro potenziali (mi riferisco sempre al nostro territorio) che non vengono occupati per l’indisponibilità dei nostri giovani?
    Рquanti sono i posti occupati da immigrati perch̩ non appetiti dai nostri giovani?
    – quanti sono i nostri giovani che risultano nelle statistiche disoccupati o in attesa di un posto di lavoro, ma che lavorano in nero? Sappiamo bene che, al di là delle statistiche, i giovani che lavorano in nero nel nostro Meridione (e ancora più in Grecia) sono numerosi!
    – quanti sono i giovani trentenni che non sono disponibili a cercare un lavoro non corrispondente al titolo di studio raggiunto e preferiscono attendere… all’infinito un posto che non c’è?

    Non mi permetto, certo, di giudicare nessuno, ma forse non è inutile che ci interroghiamo su quanto viene investito dalla collettività in corsi di studi che… sfornano solo diplomati e laureati frustrati? So che non accade solo da noi: perfino In Africa abbiamo in percentuale un numero abnorme di laureati in facoltà umanistiche, quando mancano agronomi (l’Africa ha una quantità ingente di terre incolte che vengono comprate (o date in affitto con contratti a lunghissima scadenza) da multinazionali straniere, in particolare asiatiche, che le sfruttano per il loro fabbisogno!

  • ….non ho ancora visto l’ultimo lavoro del Gruppo Antropologico e sono davvero curioso di entrare nel merito.
    Mi pare che la scelta sia stata quella di ….uscire dalla nicchia e non posso che esprimere compiacimento e condivisione.
    La paura si è impadronita dei miei comportamenti tutte le volte che mi sono sentito (colpevolmente) impreparato ad affrontare un evento, che pure ero costetto ad affrontare.
    E’ su questo versante quindi, quello dell'”impreparazione”, dell’improvvisazione, dell’irresponsabilità, della non condivisione, dall’ignoranza che appunterò la mia attenzione al tema.

  • Le paure del nostro tempo.
    Pure la paura alimentare. Del resto le motivazioni ci sono tutte se pensiamo ai tanti scandali a cui abbiamo assistito negli ultimi anni: vino al metanolo, mucca pazza, influenza aviaria, carne alla diossina, uova contaminate da insetticidi…
    Ne parla la food blogger Annalisa Andreini. Un saggio, il suo, di alto profilo culturale (di una vera e propria esperta) che non può che essere salutare per chi è davvero smarrito di fronte alla tempesta di informazioni che ci proviene dai social, dai blog, dalla tv e dalla carta stampata.
    E’ lei che ci aiuta a districarci tra la cucina salutistica, la cucina vegetariana e vegana, lo slow food e, dall’altra parte, la filosofia del fast food, del junk food e del all you can eat.
    Che sfata il mito secondo cui i cibi sani corrispondono sempre a cibi cari.
    Che prova a liberarci da un eccesso di allarmismi perché “oggi gli alimenti che troviamo sul mercato hanno un controllo e una sicurezza decisamente maggiore di un tempo”.
    Ed ecco alcuni consigli: distaccarsi dalla realtà virtuale della pubblicità, del ‘fanatismo gourmet’, assaporare con gioia i piatti tipici, respirare profumi, odori e sentori, rispettare risorse, limiti, identità, ridurre gli sprechi, valorizzare le piccole botteghe enogastronomiche.
    Un saggio da godere e da meditare.

  • Cercherò , anche se in ritardo, di rispondere a Rita. Il tema dei giovani nel libro è stato trattato (vedi i saggi di d. Marco Lunghi e di Alvaro Stella) anche se la media dei quindici autori coinvolti ha da tempo superato l’età adolescenziale. Personalmente sono del parere che, in una società fatta maggiormente da anziani, portare avanti la bandiera del giovanilismo rottamatore sia controproducente alla stregua della difesa indiscriminata ai seggi del potere, quando diventano perenne prerogativa di esperti ultracentenari. Al riguardo la saggezza popolare ci viene, ancora una volta in aiuto: “söche e melù a la so stagiù”. Oggi esiste indubbiamente un problema che riguarda la convivenza tra anziani e giovani. Per esempio, anche se non mancano le lodevoli eccezioni, è sempre più difficile constatare l’inserimento giovanile nel settore specifico del volontariato culturale. L’impressione è quella che entrambe le due categorie navighino senza possibilità di dialogo su due universi paralleli. Le colpe non le imputerei ad una delle parti ma alla sempre maggiore difficoltà di relazioni interpersonali che investe una società basata sul perenne divenire e incalzata da una sempre maggiore frenesia tecnologica. Nel Gruppo Antropologico Cremasco si è da tempo posto il problema della successione generazionale, pena l’inevitabile estinzione. Ci stiamo da qualche tempo muovendo con le scuole nell’attuare quella che in gergo viene definita “osservazione partecipante”. Grazie alla collaborazione con il FAI di Crema e all’istituzione delle cosiddette ore di scuola-lavoro già dall’anno scorso siamo entrati nelle classi con conversazioni e proiezioni dedicate al centro storico, alla monumentalistica di Crema, argomenti legati al processo identitario della nostra comunità. Ė stata un’esperienza positiva che ripeteremo anche l’anno prossimo e che speriamo destinata a portare frutti in futuro.

  • Le paure del nostro tempo. Riprendo la lettura dell’ultimo libro stimolante del Gruppo Antropologico Cremasco.
    Nel top ten delle paure vi è di sicuro l’immigrazione.
    Elena Benzi, nel suo saggio, si limita ad affrontare – proprio perché conosce direttamente il mondo agricolo del nostro territorio – il tema della presenza tra noi della comunità dei sich (una presenza massiccia in Italia se pensiamo che è il secondo Stato europeo dopo la Gran Bretagna ad ospitarne di più). Una presenza diffusa, eppure “i nuovi ospiti passano quasi inosservati se non fosse per il loro abbigliamento: una comunità laboriosa, anzi preziosa nelle nostre stalle. Elena Benzi si sofferma a lungo sulle loro tradizioni, i loro costumi, la loro fuga dall’India non tanto perché mancanza di lavoro, quanto per trovare delle condizioni più dignitose per vivere (con una retribuzione superiore a parità di lavoro).
    Da qui alcune considerazioni dell’autrice non proprio in sintonia con i diffusi slogan sugli immigrati: come è possibile – si domanda – “arrogarsi il compito di classificare bisogni umanitari, reputando una pretesa lussuosa il rifiuto a un’esistenza miserevole”?
    E ancora: “E non si affermi con sfacciata arroganza che il lavoratore straniero ‘rubi il posto’ a quello autoctono”: le nostre aziende agricole locali “private della manodopera straniera, ormai stenderebbero a sopravvivere”!

  • La peculiarità dell’ultimo libro del Gruppo antropologico cremasco è il taglio: non più strettamente legato al territorio. Gli agganci per lo più non mancano, è vero, ma si tratta solo di semplici esemplificazioni. Il locale, in altre parole, spesso è solo uno spunto per allargare il discorso o è visto, appunto come un exemplum.
    Non pochi saggi, poi, hanno un respiro e un linguaggio specialistici.
    E’ il caso, ad esempio di quelli dell’arch. Edoardo Edallo e del filosofo Franco Gallo. “Tradurli” mi sembra un po’ impoverirli. Mi permetto quindi di riportare solo il periodo che secondo me è il più stimolante (e anche il più comprensibile ai più).
    Franco Gallo: “Dobbiamo avere paura veramente e in forma cauta e razionale delle conseguenze ormai tangibili del mantenimento permanente della diseguaglianza su scala globale, e dell’apparente inefficacia di una maggiore distribuzione di un certo tipo di benessere su scala globale ai fini della felicità nostra e altrui” (un messaggio, a mio avviso da meditare a lungo e in profondità perché tocca il cuore del malessere del nostro tempo!).
    Edoardo Edallo: “Il vero tema della società liquida è che ci sia qualcuno che, a livello istituzionale, creda ancora nella pedagogia, nella capacità di trasmettere non solo informazioni tecniche, ma soprattutto nella responsabilità di trasmettere valori, senza presumere di avere la verità in tasca, ma anche senza illudersi di essere una tabula rasa” (un altro messaggio, sempre secondo il mio punto di vista, rivolto non solo agli insegnanti e ai genitori, ma all’intera società: se infatti non si seguirà questa indicazione, la società liquida rimarrà liquida con prospettive inquietanti).

  • Un libro straordinariamente ricco di stimoli, anche molto diversi tra loro (diversi perché le paure e le sfumature di queste sono tante e gli autori hanno una formazione e una sensibilità differenti).
    Tra le paure, l’ing. Paolo Sambusiti, che ha alle spalle diverse esperienze di “soccorso” in qualità di tecnico in aree devastate dai terremoti, analizza con cognizione di causa la paura del sisma e conclude il suo saggio con un messaggio forte: “Se non ci sforzeremo di fare nostra l’idea che il sisma potrebbe coglierci in qualunque momento e, se non impareremo a convivere con questa probabilità cautelandoci con la prevenzione e migliorando la qualità strutturale delle costruzioni, ne avremo sempre paura”.

    Una domanda agli amministratori di Crema: in che situazioni si trovano gli edifici del nostro territorio in termini di requisiti anti-sismici? E, se ci fosse ancora molto da fare, che cosa la Giunta sta attivando nella direzione della “prevenzione” e quindi anche della prevenzione della paura?

  • Sarebbe una cosa opportuna se, come ha fatto l’assessore Fabio Bergamaschi a proposito della proposta di Romano Bolzoni, qualcuno della Giunta rispondesse ai quesiti posti.
    Mi rivolgo, in particolare, al sindaco Stefania Bonaldi e all’assessore Matteo Piloni (immagino che sia lui ad avere la delega ad hoc).

  • Continuo a leggere: nell’ultimo libro del Gruppo antropologico ci sono stimoli per tutti i gusti. Anche per chi ha palato culturale finissimo. Vittorio Dornetti, intelligente critico letterario e cinematografico ci offre due saggi di alta classe: una… passeggiata nella narrativa horror e uno studio sui ostri, catastrofi presenti nei libelli e nei fogli volanti del XVI secolo, con cenni anche al cremasco (come una pioggia di pietre nel nostro territorio e la caduta di meteoriti).
    Tradurre questi saggi così colti è tradirli: invito solo a leggerli.
    Un messaggio, tra i tanti, che si trovano nei due testi ha a che vedere con l’ambigua figura materna: una figura sospesa tra il desiderio di ricevere protezione, e la paura [ecco la paura] che tale protezione si trasformi in una tutela asfissiante, che penalizza ogni iniziativa ed impedisce il desiderio di progettare un’esperienza lontano da suo controllo”.
    Una domanda, amico: non hai avuto anche tu con la figura materna un rapporto di ambiguità (anche senza scomodare il complesso edipico di freudiana memoria)?

  • Concludo il mio viaggio nel viaggio dentro le paure dell’ultimo libro del Gruppo antropologico.
    Tralascio il bel saggio (godibilissimo) di Erik Lundberg sulla musica perché qui non trovato il tema delle paure.
    Tralascio pure la rassegna fotografica sulle paure del fotografo Luigi Aloisi perché è un ambito questo di cui non ho competenze (dico solo che siamo in presenza di immagini che “parlano” e suscitano forti “emozioni”).
    E tralascio il mio saggio sulla paura dell’islam (mi pare poco elegante parlare di se stessi): dico soltanto che nella versione originaria ho analizzato in profondità tale paura presente in numerosi dibattiti di CremAscolta (è qui che l’ho trovata, oltre che nelle conversazioni private, più che sulla stampa locale cartacea e online).

    Mi soffermo un attimo sul saggio del prof. don Marco Lunghi: è lui l’unico antropologo per professione della redazione, lui che ha ispirato lo stesso gruppo antropologico di cui continua ad essere il “maestro”. E il suo intervento lo testimonia sia per il respiro culturale che per l’attenzione al locale. E lo testimonia anche a prescindere dall’oggetto specifico scelto, vale a dire il punto di vista dello scoutismo sulle paure (don Marco Lunghi, come forse è noto, è da decenni il padre spirituale degli scout a Crema). Il suo saggio, pur affrontando la sua “esperienza diretta” a contatto con ragazzi che vivono le paure della loro età (anche la paura di volare fuori dal nido, la paura di fronte alle ansie dei genitori…), oltre a sottolineare il valore del metodo scout (la vita è come un grande gioco all’aperto in cui i ragazzi imparano a fare a meno di tante cose ritenute essenziali nell’ambito domestico e si rendono conto dell’imperante consumismo del nostro tempo), lancia un messaggio che riguarda tutti: la vita è un viaggio che ci obbliga a lasciare la terraferma e inoltrarci in un mare aperto, in orizzonti ignoti; “abbiamo bisogno di volare, di andare oltre le nostre paure che ci tengono legati a una realtà che non sempre ci permette di realizzare i nostri sogni”.

    Una valutazione complessiva del libro?
    So che vi è chi è stato spiazzato dal taglio poco locale del libro, in controtendenza rispetto alla trentennale tradizione (quasi tutti, tuttavia, un cenno al locale lo fanno).
    Io posso dire che è ricchissimo di stimoli estremamente interessanti (non è un caso che personalmente abbia già scritto un post – sul quartiere di via Bramante – prendendo proprio uno spunto dal saggio di Donata Ricci).

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