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ADRIANO TANGO

Il coscienziometro

Si chiama proprio così, non è un mio neologismo: è il nome di una strumentazione che, da oggetto i studio e affinamento tecnologico, si spera possa presto essere di aiuto per migliaia di familiari di persone in coma. La notizia dei risultati raggiunti è pubblicata sulla versione italiana di “Scientific american”, “Le scienze”, ma io

Si chiama proprio così, non è un mio neologismo: è il nome di una strumentazione che, da oggetto i studio e affinamento tecnologico, si spera possa presto essere di aiuto per migliaia di familiari di persone in coma.

La notizia dei risultati raggiunti è pubblicata sulla versione italiana di “Scientific american”, “Le scienze”, ma io sono andato più a fondo prima di parlarvene.

La cosa strana, anzi disarmante, è che la notizia di uno studio quasi tutto italiano, anzi milanese, debba essere amplificata di rimbalzo da oltreoceano per diffondersi!

L’esperienza infatti parte dalle applicazioni pratiche di un’idea di Marcello Massimini, del Dipartimento di Scienze Cliniche Luigi Sacco dell’Università degli Studi di Milano, realizzata solo in associazione con gli scienziati del Coma Science Group dell’Université de Liège, Belgio, e  con Giulio Tononi, di Madison – Wisconsin (un altro italiano, trentino, scippatoci a fini di ricerca). Quali “basi operative del capoluogo regionale hanno inoltre collaborato il Don Gnocchi e Niguarda, delle cui attività assistenziali abbiamo comunemente tutt’altra visione che quella di brillanti Istituti di ricerca.

Ciò nonostante, dicevo, perché la notizia sia diffusa a beneficio delle masse si deve scomodare Kristof Koch, neuroscienziato dell’Allen Institute for Brain Science di Seattle, che firma l’articolo. Alla “nostra” Silvia Casarotto, dell’Università milanese, è riservato tuttavia un box riassuntivo della sua esperienza. Purtroppo siamo noi stessi a sminuirci, perché dove non servono ingenti capitali, dominiamo ancora la scena dell’intellettualità scientifica, dove servono, come al CERN svizzero, abbiamo comunque già invertito la tendenza migratoria di cervelli, attirando risorse umane dagli U.S. e non esportandone viceversa.

Torniamo al tema per una rapida esposizione del “cos’è e come funziona” la macchinetta fruga cervelli, apparentemente, o realmente, scollegati dalla realtà, e poi mi permetterò un’ultima considerazione etica, basata sulle conclusioni di Massimini.

Il coscienziometro, che combina la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalogramma, permette di misurare le interazioni tra i neuroni, presupposto della coscienza. Il metodo è stato applicato a pazienti usciti dal coma e rimasti intrappolati in quel “limbo” tra coma e morte cerebrale, a confronto con campioni di persone indenni, in stato di veglia, nel sonno, sotto anestesia leggera. In pratica una bobina posta sul capo manda forti dosi di onde magnetiche, l’elettroencefalogramma registra la risposta attivata. Fin qui il paragone più semplice è quello di una campana percossa da un batacchio e la successiva analisi dell’onda sonora conseguente. Nel caso dell’apparecchiatura la risposta passa per un algoritmo informatico che la comprime (Zip), fino a poter essere espressa da un numero. Così si crea una scala in cui 1 è la risposta normale di un cervello integro e 0 l’assenza di attivazione. La tecnica prende per tanto il nome di Zap and Zip. Nulla di strano: già abbiamo parlato dell’effetto dei campi magnetici pulsanti sul cervello, capaci di potenziare alcune funzioni, così da rientrare in quell’insieme di tecniche dedicate a dar vita all’ipotetico “homo plus”. Ipotesi angosciante se consideriamo, ad esempio, gli investimenti per ricercatori assoldati dalle forze armate, col malcelato fine di creare dei supercombattenti. Nel nostro caso invece semplicemente si studia la risposta dell’organo all’artificio.

I risultati confermano che pazienti in stato vegetativo, nonostante sembrino svegli, mostrano l’assenza di comunicazione tra le aree corticali. Al contrario, nei pazienti con un minimo livello di coscienza, questa comunicazione c’è. Allo stato tuttavia viene riconosciuta una piccola percentuale di errore, nel senso di falsi negativi, ma le ricerche proseguiranno, e avendo un canale privilegiato in mia nuora, neuro-ricercatrice a Milano, vi terrò al corrente, spero in anteprima sulla divulgazione di nuovi risultati.

Per ora comunque è un innegabile successo disporre di un metodo che, di fronte a un paziente che ha aperto gli occhi, respira, sembra sveglio, ma non sappiamo se sia cosciente oppure no, ci dica se può sentire quello che gli viene detto, se comprende ciò che gli succede intorno o si tratti solo di un’illusione indotta da un battito delle ciglia. Sono interrogativi angoscianti, un faro nella nebbia che avvolge gli stati vegetativi più difficili, nei casi in cui mancano le reazioni motorie, come stringere una mano, girare gli occhi, alzare un piede, in segno d’interazione. La domanda emergente che viene automaticamente alla mente, la nostra cosciente, è “che farsene del dato in senso decisionale?”

Il problema etico si sta dipanando lentamente, anche in senso legislativo. Per ora prendiamo atto di quest’affermazione di Marcello Massimini:
“ Paradossalmente, la coscienza è uno stato cerebrale che non dipende tanto dal dialogo verso l’esterno, quanto più dal dialogo interno, tra i neuroni della corteccia… Si può essere coscienti, anche se all’apparenza si direbbe il contrario. Succede, per esempio, durante la fase Rem, quando si sogna. Ecco perché abbiamo deciso di sondare la comunicazione interna”.

Chiaro? Ve la immaginate una condizione in cui un nostro pensiero rimbalza nella scatola cranica senza poterne uscire?
Per capire cosa si potrebbe provare, e forse cosa qualche nostro simile proprio ora, in qualche letto di lungodegenza, o seguito a domicilio, sta provando, bisognerebbe inventare un altro strumento di misurazione: l’angosciometro.

ADRIANO TANGO

08 Gen 2018 in Scienze

15 commenti

Commenti

  • Sai, Adriano, che il tuo post mi ha colpito? Ho la sensazione che tutto possa crollare, lo stesso testamento biologico: se c’è una coscienza interna a prescindere da quanto può emergere dalle reazioni alle sollecitazioni esterne, come potrei decidere, nel testamento biologico, di rifiutare l’idratazione? Potrei ancora, sì, ma con una angoscia in più.
    Tutto, quindi, si complica: la mente è spenta (morta) quando è interrotto ogni rapporto con l’esterno o soltanto quando viene meno il dialogo tra i neuroni della corteccia?
    Si tratta di una… scoperta che inevitabilmente non può non toccare lo stesso concetto “filosofico” di uomo (la sua definizione, la sua essenza).

  • Intendiamoci Piero
    il terreno a cui applicare lo studio, e mi si scusi il termine “terreno”, è quello della sindrome apallica, o coma vigile. Se l’EEG è piatto, è morto. Ma ci sono esempi, uno anche in zona, di persone, o ex tali a mio giudizio, che sembrano guardare a occhi aperti, e invece la “macchina corpo” non trasmette niente alla coscienza. Poi improvvisamente un parente devoto esclama: “avete visto? Una lacrima! Ha capito che parlavamo di lui!” Per far battere un ciglio ci vogliono elettroni al lavoro nella rete, in qualche frazione della rete, ma Egli c’è? Questo è il limite fra coscienza e vegetatività cui si rivolge lo studio, dico con orgoglio, tutto, o quasi, italiano.
    In pratica simulare la vita di relazione è più facile di quanto si creda per un corpo.
    Ma fra le righe io lascio trasparire qualcosa del mio pensiero: ammettiamo che “ci sia”. Ricordo un film di quelli colossal anni 60 in cui una sacerdotessa era murata viva con il solo viso libero dalla calce per respirare, vigile. Una crudeltà intenzionale, ma un atto di compassione… no?
    Penso al mio caso familiare, mio cugino. Sono stato brutale, e ho chiesto alla moglie, prof informatica nota anche alle telecamere: “ma quando cerca di gridare, di far capire, voglio morire, l’avete ascoltato?” Certo, visto che sempre tramite RMN siamo già in grado di comunicare con un codice tipo sì e no con chi non si può muovere, se poi ci dice che è felice così, io più di lui, ma non è il tempo della vita come durata il valore pregnante della nostra esistenza.

  • Ricordo, Adriano, di avere fatto visita a Italo Triestino (che è stato in stato vegetativo persistente – o una forma analoga – per vent’anni) e, nel momento di entrare, Italo ha fatto un movimento della testa che la mamma ha interpretato come una reazione che esprimeva un certo grado di coscienza. Aveva davvero un certo grado di consapevolezza? Il coscienziometro ci libera dai dubbi o ce li aumenta?

    • È proprio quello il campo di applicazione fondamentale: i dubbi che sembrano coscienti. Con che applicazioni pratiche poi non lo so, o meglio, lo so ma non entro nelle mille pieghe dell’etica e del sentito altrui. Posso limitarmi ad approvare le decisioni prese nella mia famiglia nelle tre generazioni passate (già, un depositario dei segreti deve sempre restare).
      Però, ti dico, se il metodo si affina, visto che siamo già un grado di comunicare con chi è vigile ma non comunicante, con un codice non motorio basato sull’attivazione rilevabile all’RMN di aree cerebrali specifiche (esempio: per rispondermi sì pensa ai fiori, per rispondermi no pensa alle nuvole, e due diverse aree cerebrali si illumineranno), il concetto di volontà di fine vita potrebbe trovare nuovi confini. Si potrebbe chiedere: vuoi continuare questa vita vegetativa? Soffri?
      A tutto si può rispondere a monosillabi.
      Resta un fatto: chi non ha attività elettrica cerebrale né spontanea né indotta da un forte stimolo magnetico non c’è, ha lasciato al suo posto un manichino caricato a molla.

  • Dubbi amletici, anzi drammatici, Adriano!

  • ….belle, ricche, stimolanti (ops!) elucubrazioni, ma ….. se aumentasse tra noi viventi umani parallelamente l’impegno a fare in modo che quelli che ci hanno “tutto in ordine” per “viverla, la vita, fossero messi nelle condizioni di farlo? Magari in modo “decente”, con la possibilità di respirare aria pulita (certo, è chiedere …. troppo!), di vivere in una società civile. di avere una casa, un lavoro, magari una …famiglia, al limite?!?
    Perché, d’accordo sbattersi a profusion su “fine vita”, “testamenti biologici” et similia, ma sul “vivere tout court” l’attuale ….. niente o quasi?
    Perché qui stiamo entrando a piedi giunti nella fase “jobless growth”, che sarebbe una esotica, fascinosa frasetta inglese che ci ha come immediato corollario prendere la Costituzione Italiana, quella della “Repubblica fondata sul lavoro” e ….buttarla nel cesso!!!!
    Chiedo scusa per il “grossierismo” nei confronti delle profonde, stimolanti argomentazioni di Adriano e di Piero, ma con questo Paese alla deriva, con questo Pianeta in disfacimento , forse per mia semplificazione mentale all’approccio ai problemi, in cima alle mie preoccupazioni ci metto dell’altro!
    Ripeto, chiedo scusa….

    • Capisco
      e sai quanto ciò sia in cima ai miei propositi. Certo, in queste esposizioni guidate dagli eventi divulgativi, quelli seri, e non al mio sentire astratto, non posso fare una scala dei valori. Ciò che uscirà lunedì sarà ambientalistico, poi magari torneremo al nostro “star coi piedi per terra” fin quando non costa troppo in sofferenza. Tuttavia, anche si trattasse di un astronauta isolato nello spazio senza comunicazioni, oppure, come nel caso, un essere che non sappiamo se è prigioniero del suo cervello, un prigioniero che non può battere il suo segnale sul muro, ti par poco, da specie apicale, interessarsi di lui? Non sono un politico, ma comprendo quanto sia fittizio il panorama di proposte di sviluppo di fronte alla tragedia che ci attende. Vogliamo finalmente palarne? Sono stufo di far l’uccellaccio sempre io! Se vogliamo parlare di cose terrene parliamone. Del resto Franco, non è che mi sia disinteressato di acque, trasporti, costume, etica terrena, ma evito temi quali la partitica, che pur mi tentano. O.K. paliamone, avrò da dir la mia! Con spirito di fratellanza.

    • Bravo, questo e’ il punto. Certe mirabolanti “scoperte”, i cui effetti pratici si risolvono poi in niente, servono solo a dare l’idea che le tecnoscienze porteranno il Progresso, parola miracolosa, a raggiungere vette inimmaginabili. Ancora la gente muore d’influenza, e noi siamo qui a parlare di coscienziometro? Cosa ce ne faremo, il giorno che si scatenera’ la prossima pandemia?

  • Moriremo a milioni, e si risolverà il problema, da imbecilli, ma la conoscenza non può morire! Si tratta delo scopo stesso della vita!
    Inutile farsi abbagliare dal PIL quando non capiamo la vita e la morte. Vogliamo parlare di questo? Ho i dati, posso fare previsioni.
    Ogni speculazione apparentemente astratta ha portato a risvolti pratici inauditi. Smitizzare il confine della vita è poi il sogno stesso di Ulisse, ben più delle colonne d’Ercole. Ma nella pratica, se ti toccasse, ci vosresti stare in quella bara che si chiama scatola cranica?

    • Mai come adesso abbiamo capito e saputo cosi’ poco della vita e della morte. Sappiamo quasi niente anche di quello che c’e’ oltre le colonne d’Ercole, per seguire la tua metafora. Basti dire, ad esempio, che conosciamo meno di due milioni di “creature” presenti sulla Terra degli oltre dieci milioni (dato approssimativo) che ci sono, in prevalenza negli abissi oceanici. Credo che su questo ci dovremmo interrogare, se davvero vogliamo “traghettare” questa umanita’ nel futuro. Gli Antichi non hanno costruito lavatrici e frigoriferi perche’ per loro le “scoperte” erano ben altre, non perche’ non ne fossero capaci, tant’e’ vero che ci hanno lasciato costruzioni che per noi sono tuttora enigmi. Il domani pone questo genere di questioni, dubito che gli hacker saranno i prossimi “sapienti”, come vorrebbero farci credere. Economia e Pil, invece, sono solo meteore.

  • Aggiungo che questo blog ha dato ampio spazio a giochi mentali, colti, per carità, ma che con la vita vissuta nulla avevano a che vedere. Io cerco, talvolta, di colmare un vuoto per chi non è messo a parte delle nuove frontiere, e la cosa è molto apprezzata da figure della cultura nei loro incontri personali diretti. Ma se dobbiamo parlare di partiti e altre cose fugaci che nessuna traccia lasceranno, per carità, so fare anche quello!

  • Insisto nella spiegazione del contenuto pratico di questo primo approccio, dopo averne discusso ieri pomeriggio con mia nuora, la neuro-ricercatrice, che conosce Massimini.
    Il passo successivo, una volta assodato che “in casa c’è qualcuno”, sarà comunicare con il “prigioniero”. Questo è già possibile con risposte si/no, solo pensate. Del resto è già possibile accendere una luce o avviare un motore solo col pensiero. E non mi dilungo.
    Ora, pensate se scoprissimo che non ci stanno poi così male in questa situazione, oppure al contrario che sono disperati: non farebbe la differenza? Ci sono già esperienze di volontari posti a lungo in condizioni di deafferentazione sensoriale (chiusi in un contenitore immerso in acqua così che non potessero avvertire alto e basso, tempo che scorre, niente. Già sappiamo delle esperienze che hanno vissuto, e la condizione mi sembra vicina, salvo il fatto che i volontari sapevano che stavano vivendo un’esperienza a termine. Vi pare proprio privo di importanza il punto in cui filosofia, scienza e mistica si fondono? Nessuno nega che siano riflessioni e studi fatti quasi ignorando che siamo giusto sull’orlo del baratro, e per questo dobbiamo allontanarci da questa imminente catastrofe, o ridurne gli effetti, per poter continuare a pensare e studiare, perché non debba essere un’altra specie a ricominciare tutto daccapo: lo scopo unico della vita vista come stratificazioni di pensiero, occasionalmente ospitato da questo o quel cervello: il passaggio del testimone. E ora basta, parleremo di cose molto pratiche, anzi, esplosive.

    • Forse i tecnoscienziati dovrebbero riprendere in mano qualche buon libro di archeologia. Gia’ 25mila anni fa gli sciamani (la bibliografia e’ ricca e varia) si calavano per giorni nel sottosuolo, dove sappiamo che la percezione e’ alterata e obbligata a cercare “nuove risorse”, per sperimentare i poteri della mente e “incontrare” teriantropi che spalancassero le porte degli altri mondi. Quelle che oggi chiamiamo dimensioni parallele. Siamo sempre li’.

  • L’invito a guardare dentro di noi, magari anche a cercare se c’è ancora un bagliore di coscienza (coscienza interna, anche in assenza di reazioni a stimoli interni) non è in contraddizione con l’appello a impegnarci a cambiare il mondo al di fuori di noi: sono due direzioni complementari di cui l’una illumina al’altra.

    • Rispondo congiuntamente a Piero e Rita: Trofonio e Anfirao, due medici precedenti , si fa per dire, le date ballavano di secoli, rispetto ad Asclepio. Il loro metodo prevedeva l’interramento in cripta con una bocca respiratoria e sacerdotale quale unica comunicazione. Asclepio addolcisce la cura con un punto focale nel sonno sacro sotto la klina. Qual’é la differenza che segna anche il confine fa pensiero orientale e quello occidentale? LA COMUNICABILITA’.
      Nulla più di misterioso, una narrazione che veniva incisa su tavolette, sorta di cartelle cliniche, comunicabile ad altri, per fare esperienza comune, perché non si dovesse ogni volta ripartire da zero, ma ogni caso facesse invece cultura medica. La nostra ricerca sull’essenza della vita, e del pensiero, è proprio quanto Qualcuno indicava come viaggio da alfa ad Omega, viaggio che si basa sul passaggio di testimone fra generazioni, unico motivo per cui ci siamo, adesso e qui. Tutto il resto è accidentalità. Peccato che questa accidentalità stia per darci una di quelle legnate che… forse si riparte da zero. Non credo, fermamente, che scompariremo, né me ne frega niente di chi porterà il sapere di Aristotele avanti e di che colore avrà la pelle, o se reciterà la pantomima della sua religione in cima a un palo o a testa in giù: ciò che conta è il sapere, abbattere i “non lo sapremo mai”, mattone dopo mattone. L’introspezione è sacrosanta, una scorciatoia, ma la ricerca sulla struttura del pensiero, anche la sua simulazione informatica, sono registrabili, trasmissibili, fanno scienza e non esperienza unica e mistica. Quest’ultima serve, e come! per dare testimonianza e far scaturire la voglia di raggiungerla collettivamente. Insomma trasformare le fedi in scienze. E non a caso gli uomini di scienza hanno un’alta spiritualità. Ma quanto mi sto allontanando!
      Spero di avervi risposto.

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