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FRANCESCO TORRISI

Venerdì 2/2 IICorso di “Economia” Prima Serata

Ed eccoci alla serata inaugurale della “SCUOLA DI EDUCAZIONE ALL’ECONOMIA – ANNO II”, dedicata a “LE TECNOLOGIE DIGITALI CHE STANNO CAMBIANDO IL MONDO“, affidata al prof DOMENICO DE MASI, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Di seguito una scheda curata dal prof Piero Carelli:                                                 [in copertina foto del rpof.

Ed eccoci alla serata inaugurale della “SCUOLA DI EDUCAZIONE ALL’ECONOMIA – ANNO II”, dedicata a “LE TECNOLOGIE DIGITALI CHE STANNO CAMBIANDO IL MONDO“, affidata al prof DOMENICO DE MASI, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Di seguito una scheda curata dal prof Piero Carelli:                                                 [in copertina foto del rpof. De Masi]

LO SCENARIO DELLA “CRESCITA SENZA LAVORO”:

UN INCUBO O UNA LIBERAZIONE PER L’UMANITÀ?

RELATORE: PROF. DOMENICO DE MASI

(2 FEBBRAIO 2018 SALA CREMONESI ORE 21)

Ogni anno si vendono nel mondo circa 200.000 robot industriali

che sono le macchine più onnivore di lavoro umano.

A moltiplicare le rendite non è più il latifondo fertile

né la grande acciaieria: è la piattaforma, l’algoritmo, il software.

Figure professionali a rischio

Una rivoluzione, guidata dagli algoritmi, che distruggerà entro un arco temporale relativamente breve, decine (o forse centinaia) di milioni di posti di lavoro.

A rischio, in primo luogo, sono gli operai, e non solo in Occidente (In Cina, “nelle zone più industrializzate, come la provincia di Guandong, si mira alla completa robotizzazione, entro il 2020, di otto fabbriche su dieci, riducendo così il 90% dei lavoratori e lasciando solo il 10% costituito da informatici e da manager”).

A rischio gli addetti ai call center e alla reception minacciati da robot-segretarie; le cassiere dei centri commerciali, i taxisti e camionisti (quando auto e camion saranno “completamente driverless”).

A rischio pure gli stessi giornalisti: “in un primo momento le macchine digitali tolgono ai giornalisti il lavoro più noioso […], poi li sostituiscono in tutto”.

Perfino consulenti finanziari, medici specializzati nella diagnosi (“Watson riesce a consultare duecento milioni di pagine in 3 secondi e il suo referto è smistato al medico, all’infermiere, al farmacista, al paziente”)

Vi è chi sostiene (lo studio Mc Kensey) che “entro il 2025 ben 250 milioni di posti di lavoro di knowledge workers saranno rimpiazzati da software”!

Quello che si profila è, nel lungo termine, una “crescita senza lavoro” (jobless growth).

Uno scenario da incubo? Il prof. Domenico De Masi non nasconde le sofferenze che tale rivoluzione (già in corso) provocherà, ma nello stesso tempo, vede nel processo in atto, pur doloroso, l’alba di nuova era per l’umanità: l’era della liberazione “dal lavoro fisico e dallo stress intellettuale”, un’era caratterizzata non più dal “diritto al lavoro” (la condizione industriale), ma dal “diritto all’ozio” (la condizione post-industriale), non dal modello del lavoro onnivoro nato “nell’Ottocento inglese con le miniere e le filande”, ma da quello di Atene “dove l’ozio creativo consentiva serenità e bellezza”. Un’era che potrà davvero espandere la civiltà perché questa “non è dal lavoro che nasce […] ma dal tempo libero e dal gioco”.

Lavori sottopagati – a causa di un mercato digitale globale -, sempre più sciolti dai luoghi fisici e dall’orario di lavoro, sempre più mescolato con la vita

Questo nel lungo termine. E nel futuro prossimo? La rivoluzione digitale creerà, indubbiamente nuove opportunità di lavoro, ma in numero considerevolmente inferiore: ogni app, ad esempio, che “per essere inventata, quasi sempre richiede la creatività di una o due persone, toglie lavoro a migliaia di uomini”.

I nuovi posti di lavoro, poi, saranno sempre più dislocati nei Paesi emergenti dove il costo del lavoro è più contenuto (e “ciò indurrà il lavoratore occidentale ad accettare di essere sottopagato pur di avere un lavoro”).

Si apriranno nuove prospettive. La stessa Industria 4.0 creerà nuove figure professionali (vedi Germania e Corea del Sud). Crescerà inoltre la domanda nei settori dei servizi alle persone anziane, del problem solving, della ricerca, della sperimentazione, del tempo libero.

Sempre meno rilevante sarà il luogo fisico e l’orario di lavoro, sempre più verrà meno la separazione netta tra vita e lavoro (“in molte aziende verrà abolito l’orario di lavoro”).

E per chi (una miriade di persone) non avrà un posto di lavoro? Sarà necessario il “reddito di cittadinanza” o “il salario minimo”, ma non permanente né universale, in una misura che non incentiverà l’inattività, un reddito da “abbinare col servizio civile obbligatorio”: “uscire di casa e regalare a qualcuno che ne ha bisogno un brandello della propria professionalità significa autorealizzarsi. Molte volte meglio lavorare gratis che non lavorare affatto, Perciò, disoccupati di tutto il mondo, connettetevi! Non avete da perdere che la vostra depressione!”

Sempre più crescerà la ricchezza, ma anche sempre più cresceranno le disuguaglianze sociali: si pensi che il co-fondatore di Uber, Travis C. Kalanick, ha accumulato in soli cinque anni “un patrimonio di 6 miliardi di dollari!

Sono questi alcuni dei temi sviluppati dal prof. Domenico De Masi che si trovano nelle sue pubblicazioni più recenti (libri che potranno essere acquistati la sera stessa del 2 febbraio presso la Sala Cremonesi):

Una semplice rivoluzione. Lavoro, ozio, creatività, Rizzoli 2016,

Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati, Rizzoli 2017,

Lavoro 2015, il futuro dell’occupazione (e della disoccupazione), Marsilio Editore 2017.

ABSTRACT

La società post-industriale, a differenza di quella industriale, non sarà più segnata dalla produzione in serie di beni materiali, dalla prevalenza del lavoro operaio e dalla divisione del lavoro, ma dalla centralità dei beni immateriali e da uno sviluppo senza lavoro.

Il Primo Mondo produrrà sempre più “idee”, i Paesi emergenti beni materiali e il Terzo Mondo fornirà materie prime e manodopera a basso costo.

Già oggi il lavoro fisico e quello impiegatizio sono in fase di decrescita, mente un forte aumento sta registrando il lavoro intellettuale creativo.

Tutto sta cambiano rapidamente.

Le tecnologie in primis: pensiamo solo che un chip oggi ha una potenza di 70 miliardi di volte maggiore di quello in uso negli anni Settanta e che nel 2030 ne avrà una centinaia di miliardi di volte quello attuale.

Si lavoreranno sempre meno ore e si produrrà considerevolmente di più (gli italiani oggi producono 23 volte di più e con molte meno ore rispetto a quanto veniva prodotto nel 1891).

Nel 2030 un ventenne dedicherà al lavoro solo il 10% del totale che avrà a disposizione.

Si dilaterà, quindi, il tempo libero. Già nel 1930 Keynes così scriveva: “Per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impegnare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia.

Il Pil pro-capite nel mondo crescerà del 159%, ma le disuguaglianze, se non si prenderanno misure forti, cresceranno sempre di più: oggi “gli 8 più ricchi del mondo posseggono la stessa ricchezza di mezza umanità (3,6 miliardi)” e, in Italia, nel 2007 “le 10 famiglie più ricche possedevano la stessa ricchezza di 3,5 milioni di poveri”, e nel 2017 “le 10 famiglie più ricche posseggono la stessa ricchezza di 6 milioni di poveri”!

FRANCESCO TORRISI

01 Feb 2018 in Economia

25 commenti

Commenti

  • Ci suicidiamo subito? Perchè quei brandelli di ottimismo, proiettati a lungo termine, poco riscattano o fanno sperare nel breve periodo. Che è quello che preoccupa di più. Il qui e ora è già qui. E in questa sede, da quando visitabile e scrivibile, di profeti di sventura se ne sono succeduti, il sottoscritto in primis, non perchè abbia capito prima di altri, ma perchè le avvisaglie sono nell’aria da un paio di decenni. Ora, non ricordo i titoli e gli sviluppi, si dovrebbero ricercare in archivio, ma non sono comunque più commentabili, ma quante volte, anche fuori sito, mi son sentito dare del catastrofista o dell’apocalittico. In genere da chi ha il culo ben parato, e quindi in grado di garantirsi nel momento di passaggio che non sarà indolore come prevedibilmente per quasi tutti gli anagraficamente perseguibili. Perseguibili perchè sarà una guerra all’ultimo sangue, la sopravvivenza del più forte, intanto che subiamo impotenti l’ennesima presa per il culo di chi detiene il potere economico che è ormai l’unico che conta. Perchè la politica… Ricevo poco fa dal mio operatore
    telefonico un sms che mi annuncia il ritorno dell’abbonamento alla durata effettiva dei mesi, e qui la politica si è mossa, dimenticando di dirmi che nelle ultime settimane le tariffe sono state ritoccate, e qui la politica non si è mossa, ma prendendomi in giro comunicandomi che la mia tariffa annuale non cambierà. Pagherò 12 volte anzichè 13, ma pagherò uguale, dopo aver cambiato i contratti in essere a nostra insaputa, avendone stipulati altri. Ma il signor Vodafone dimentica, (ah, chi ne conoscesse il numero di telefono me lo potrebbe comunicare, che lo manderei minimo affanculo?) che di questo passo, quando in tanti rinunceranno a pagare questi bisogni indotti, e ormai al paradosso, toccherà a loro trovarsi in braghe di tela, perchè la gente prima o dopo si incazzerà e saranno sorci verdi per l’avidità umana. De Masi ha senz’altro ragione, ma credo che la maggior parte della gente veda ormai il bicchiere mezzo vuoto, non mezzo pieno. E questa rivoluzione in atto sarà più dolorosa dell’atomica, anche se sto toccando ferro.

  • Nell’immediato, Ivano, stiamo vedendo più gli effetti nefasti che le opportunità (come del resto a proposito della globalizzazione), più le disparità crescenti tra ricchi e poveri (da un lato l’Olimpo della Silicon Valley e il ristretto numero di “creativi” addetti alle nuove “soluzioni” di problemi che sono superpagati, dall’altro lavoratori sottopagati, precari, persone che per poter campare non hanno altra scelta che quella di fare più lavoretti – è la cosiddetta gig economy), più la disoccupazione che le nuove opportunità di lavoro per una élite.
    Siamo di fronte a un passaggio doloroso che dovrà essere “governato” dalla “politica” (lasciato a se stesso, il mercato, sarà sempre più ferocemente anti-umano).

  • Purtroppo mancherò a questa e a una succesiva serata. Ma ben più importate di quel che possa capire io è che il messaggio passi alla genrazione successiva, gli attuali adulti lavoratori e padri/madrri di figli, perché abbiano un lume di orientamento nell’immaginare la vita dei loro figli. Invece sono proprio loro, ingolfati di incombenze a far più fatica a credere quanto il mondo cambierà. Ma non finisce qui, perché si introdurranno nel sistema altri due fattori:
    1 Le avverse condizioni di vita per il peggiormaneto climatologico, fino alla minaccia per la soravvivenza stessa di larghe fasce, ma d’altra parte emergenza che chiederà nuovo impegno pratico e creativo, quindi lavoro umano poco tecnologizzato.
    2 Il certo ingresso nelle fasi progettative, ideative, tutto ciò che è produzione intellettuale, delle intelligenze umane potenziate. Non è fantascienza: sono già all’opera e non vi sono divieti, e non parlo di manipolazione gentica. Presto alla stimolazione chimica sarà sostituita quella magnetica, mentre l’I.A. funzionerà da vero espansore, con coollegamenti non convenzionali. Ciò produrà nuove stratificazioni della popolazione e un ulteriore elemento di squilibrio sociale mondiale.
    Unica nota positiva è che la situazione è disincincentivante alla riproduzione umana: i luoghi atuali della ripeoduzione incontrolaata saranno inferni inavvicinabili, negli altri posti la tecnologia renderà inutile la presenza di tanti uomini che rappresenterebbero solo un problema di sostenibilità economica. Alla lunga potrebbe esssere questo il fattore di riequilibrio. Inoltre da considerare che l’evoluzione biologica umana è tutt’altro che ferma, senza nemmeno ipotizzare manipolazioni. Un uomo nuovo per un mondo muovo.

  • Complimenti davvero vivissimi agli organizzatori! Ieri sera, alla prima lezione, la sala Cremonesi era piena all’inverosimile di corsisti, i quali sono usciti entusiasti dall’incontro con De Masi. Mi è spiaciuto davvero non potermi trattenere, ma mi rifarò nelle prossime settimane! Il tema trattato da De Masi ieri sera era molto intrigante e si ricollegava a quanto espresso anche da Massimo Temporelli nel quarto incontro del ciclo “Conversazioni digitali” tenutosi in biblioteca a Crema lo scorso ottobre. Si sta prospettando una nuova era in cui gran parte del lavoro sarà svolto dalle macchine. Questo ruberà lavoro all’uomo? Certamente sì, ma che tipo di lavoro potrà essere eseguito da una macchina? Un lavoro meccanico e ripetitivo, che certamente non gratifica l’umano che lo sta svolgendo ora. E quindi, come sostiene De Masi, si prospetta un’era di liberazione “dal lavoro fisico”, caratterizzata dal “diritto all’ozio”, secondo il modello di Atene “dove l’ozio creativo consentiva serenità e bellezza”? Ovvero, come ci ha raccontato Temporelli, un’era in cui l’unico lavoro lasciato all’uomo sarà il lavoro creativo e di ingegno, gratificante, ma non per tutti? E che ne sarà di chi non è in grado di svolgere lavori intellettualmente elevati? Domande a cui non è facile, ma sarà sicuramente nessario, dare una risposta.
    Arrivederci a martedì prossimo!

    • Disgraziatamente la liberazione “dal lavoro fisico” corrisponderà alla liberazione “dallo stipendio”. A meno che la Nuova Era non preveda un reddito garantito (e non minimo, sennò non ci si può godere l'”ozio”) per tutti. Sarebbe meraviglioso.

  • Grazie, Emanuela, per il il tuo contributo.
    La serata ha registrato davvero il… tutto esaurito: oltre 120 persone in sala Cremonesi.
    Un pubblico attento che prendeva appunti (anche sul tablet) e che dato avvio a un dibattito che a un ceto punto ha in qualche misura “acceso” il clima.

    Indubbiamente, abbiamo avuto a Crema un personaggio di indiscutibile livello nazionale e internazionale che da anni sta studiando l’impatto sul lavoro delle tecnologie digitali (già nel 1994 aveva scritto un libro dal titolo “Futuro senza lavoro”).
    Un sociologo di sicuro discusso (le sue opere recenti hanno suscitato un ampio dibattito).
    Discutibili, a mio avviso, anche alcune tesi espresse ieri sera.
    Ma ciò che importa è che ci ha “provocato”.
    Il futuro non è un destino ineluttabile, ma tocca a noi costruirlo a misura umana e non a misura dei colossi di Silicon Valley, per distribuire la ricchezza prodotta dalla crescita della produttività (a causa del processo di robotizzazione in atto e dal ricorso all’intelligenza artificiale).
    Non arriveremo mai all’utopia evocata da Di Masi (un’umanità finalmente libera dalla fatica fisica e dallo stress intellettuale) – ci sarà sempre più bisogno di “servizi alla persona” che non potranno essere affidati alle macchine (pur intelligenti), ma comunque avremo la possibilità di dilatare progressivamente il tempo libero.
    Ma intanto… soffriamo ( quanto soffriamo): siamo ormai invasi da quella che viene chiamata in gergo “gig economy”, il “mercato dei lavoretti”. Un lavoro, in altre parole, sempre più precario.

    Il… paradiso è da attendere.
    Nel frattempo viviamo… nell’inferno.

  • Ma De Masi non è vicino al Grillini?

  • Scappato il commento a mia insaputa: un conto è l’analisi di quello che è, o lo scenario prossimo venturo, altro e’ la transizione. Urge un passo indietro. L’uomo deve dettare le regole, non la tecnologia. E sapere dove si vuole andare.

    • Finalmente anche tu, Ivano, invochi un passo indietro. Qui ci stiamo sfracellando nel burrone. Non ho capito, comunque, come De Masi propone di risolvere il problema del lavoro che non c’e’. Di cosa vivremo nell’Era del Tempo Libero?

  • Rita, effettivamente ce lo stiamo chiedendo da qualche anno.
    Non è storia recente neanche da parte mia. Quindi nessun tronfalismo sotto il sol dell’avvenir. Una catastrode, la più disumana dalla storia umana.

    • Fin dalla sua uscita, o cacciata, dal mitico Paradiso l’uomo ha cominciato a fare cose di cui poi ha dovuto pentirsi. La conoscenza è sempre stata la sua gloria, ma anche la sua tragedia. Assistiamo proprio in questi giorno al mea culpa di molti dei protagonisti della cosiddetta «rivoluzione digitale» per i danni sociali e psicologici che tale processo ha provocato sulla comunità umana. Nei primi anni abbiamo guadagnato un bel po’ di soldi, hanno dichiarato i promotori, ma oggi è evidente che, come nel caso del gioco d’azzardo, della nicotina, dell’alcol e dell’eroina, Facebook e Google producono la felicità di un attimo al prezzo di pesanti conseguenze negative nel lungo periodo.

      Volendo guardare in faccia alla realtà senza pregiudizi, dobbiamo riconoscere che la scienza tecnologicamente applicata è piena zeppa di trabocchetti e una volta avviati i suoi processi diventano inarrestabili e irreversibili. Se oggi la Terra sta diventando un pianeta quasi invivibile è anche grazie alle «invenzioni» dell’uomo che, se anche producono apparenti miglioramenti nell’immediato, vanno sempre realizzate con un occhio che guarda lontano.

      Ogniqualvolta l’uomo introduce nella sua vita innovazioni che lì per lì sembrano formidabili, parallelamente deve prevedere le variabili che mette in circolo. Scrisse il filosofo Nietzsche: “In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della storia del mondo”.

      Inutile dire che il globalismo va stroncato senza “se” e senza “ma”. Gli ultimi ingenui che ancora parlano di “governare il fenomeno” ignorano che il fenomeno è già “governato”: dall’1% della popolazione mondiale che detiene la ricchezza.

  • Una proposta che rivolgo in particolare, ma non solo, a coloro che hanno seguito la lezione el prof. De Masi: fare di CremAscolta un’agorà dove sviluppare il confronto iniziato in Sala Cremonesi.

    Io inizierei da una premessa metodologica: tecnologie digitali e globalizzazione vanno viste strettamente collegate (le une sono sono trainate dalla globalizzazione e le stesse tecnologie digitali hanno creato un’agorà globale).
    Se le separiamo, rischiamo di perderci.

    Possiamo iniziare dalle prime battute della relazione: il riferimento alla Atene di Pericle.
    Una domanda: è possibile oggi, mutatis mutandis, tornare a quel modello ricorrendo non più agli schiavi e neppure agli stranieri (meteci) ma alle macchine digitali?
    Io comincio a dire di no e lo dico tenendo conto del nesso di cui prima.

  • Ringraziamenti: a Piero Carelli , perchè …..cè! A Mattia Bressanelli per la grossa mano che (lui ….”nativo”) ci sta dando per tutto quanto attiene alla comunicazione informatica, a Carlo Solzi per la realizzazione dei flyers e le slides di serata, a Dino Martinazzoli per la grande generosa disponibilità, a Arti grafiche Leva per la stampa, e ….a tutti quanti ( e sono tanti!) hanno consentito che questo secondo Corso partisse ….alla grande così come è partito!
    Una sola cosa, al volo sulla serata di De Masi:
    a precisa mirata domanda “noi come singoli cosa possiamo fare?” Risposta: “assolutamente nulla! Bisogna che si faccia ….assieme!”
    E’ quello che stiamo cercando di fare…..

  • E’ vero, Franco: quello che cerchiamo di fare è offrire strumenti per leggere i processi che per ora ci stanno governando, ma che toccherà a noi governare: tocca alla “politica” dare una direzione a fenomeni che ora sono pilotati da multinazionali che non certo hanno come obiettivo quello del “bene comune”.

  • Vorrei riprendere l’analisi della relazione di De Masi.
    Riformulo la domanda: l’uomo è davvero nato per “creare e procreare” (come scrive il professore in “Una semplice rivoluzione” e non per dannarsi lavorando, o la fatica del lavoro è connaturata all’uomo per poter sopravvivere?
    E’ vero che solo nell’età industriale il lavoro è diventato preponderante e… onnivoro?
    E’ credibile che in un futuro non prossimo l’uomo riesca ad affidare tutta la fatica e tutto lo stress intellettuale a delle macchine intelligenti? E, se anche riuscisse tecnicamente (ma ho molti dubbi), sarebbe arrivati davvero a una civiltà superiore? Penso alle badanti-robot in cui sta investendo miliardi di dollari il Giappone, pur di non accogliere immigrati: non è questa una civiltà disumanizzante?
    La felicità, diceva De Masi, è un diritto, ma… i nostri anziani saranno davvero più felici se dovranno… dialogare con con delle persone, ma con degli androidi?

  • A Ivano: a noi il prof. De Masi ha confidato di avere con il M5S dei rapporti solo professionali (questo non significa che su alcuni temi sia in sintonia col movimento).

    A Rita: è vero che i processi globali ci stanno governando (l’ho ben sottolineato), ma è anche vero che per non essere sopraffatti e se vogliamo (possiamo anche subire e basta) governarli, non possiamo farlo chiudendoci nelle nostre monadi nazionali.
    Processi “globali” non possono che essere governati da player “globali”, ma se lavoriamo per disintegrare quel poco di Unione europea che abbiamo con fatica costruito, di sicuro saremo travolti.

    • Non confonderei le acque del globalismo con la necessità (avvertita da alcuni) di tenere in vita a tutti i costi la già defunta Unione Europea, sennò non ci si capisce più niente. L’economia può anche sconfinare nella politica, ma viceversa non è più possibile. E’ un dato di fatto. L’esperimento è fallito.

      Il mantra “governiamo il globalismo” si traduce in un andiamo avanti così che andiamo bene. Una follia pura. Come l’homo ludens di De Masi, altra follia, che non s’è capito chi lo dovrebbe mantenere. Forse De Masi dovrebbe sostenere un confronto con quanti nel mondo dell’economia reale ci vivono davvero (non passano da uno studio televisivo all’altro) come le partite Iva, i piccoli imprenditori, i commercianti, tutta gente che sa cosa vuol dire il globalismo perché ogni giorno lo paga sulla sua pelle.

      Basta teorie, ci stanno uccidendo. Qui ci vogliono i fatti.

  • La conferenza del prof. De Masi mi è parsa un po’ deludente (a differenza delle slides che ha proiettato). Non ho letto i suoi libri, ove probabilmente gli argomenti acquistano un altro spessore.
    Il mercato internazionale del lavoro da lui prospettato (a parte la contraddizione con quanto poi riferito a Cina e India) riproduce una ripartizione tra paesi sviluppati, emergenti e “terzo mondo” che era valida fino a tre decenni fa, ma è già ora poco vera e lo sarà ancor meno prossimamente, essendo la tecnologia digitale, per lo più dominante, sostanzialmente incorporea e quindi facilmente trasferibile (a differenza della tecnologia tradizionale).
    La crisi occupazionale, come illustrata dal relatore, appare più effetto della globalizzazione che della innovazione tecnologica.
    La “spiegazione” delle differenze tra Germania, Francia e Italia, forse per ragioni di contenimento del tempo, ha avuto una illustrazione sommaria e in parte distorta.
    La prospettiva di un drastico calo delle ore lavorative contrasta (senza motivazione) con la storia, che pure è stata illustrata: la rivoluzione industriale dei secoli scorsi ha immediatamente destato paure per i livelli occupazionali, che si sono dimostrate infondate. Il lavoro ripetitivo verrà eseguito dai robots e gli umani avranno più tempo da dedicare alla cura di sè. La popolazione mondiale aumenterà di numero e aumenterà l’accesso alle risorse materiali e ai servizi: il pianeta sarà molto più “stressato” di oggi, e sarà necessario dedicare più attenzioni (ci saranno nuove professioni) alla “cura” anche del pianeta. La nostra storia evolutiva ci ha caratterizzato non solo per l’istinto della sopravvivenza individuale ma anche per l’istinto di conservazione della specie, che con la civiltà si è espanso ben oltre l’attività procreativa, fino alla tutela dell’ambiente, vitale anche per le generazioni future.
    Ci sarà uno sviluppo dei lavori “creativi”, ma la creatività non può essere oggi quella del genio rinascimentale, che poteva esercitarla anche in poltrona, ma è frutto di un lavoro organizzato, che deve contare su mezzi complessi e coordinamento di équipes. In sostanza, il lavoro cambierà, sarà probabilmente più libero e forse anche quantitativamente minore, ma non scomparirà almeno per quanto è oggi prevedibile.
    Ma quello che mi sembra più importante è la concezione dell’essere umano che era sottesa al discorso del relatore: mi pare che proprio l’istinto (evoluto) di conservazione della specie abbia fatto dell’uomo un homo faber e non un homo ludens (quale sembra essere nelle aspirazione del prof. De Masi).
    Lo stesso relatore riconosceva (in contraddizione con le sue tesi) l’angoscia dei giovani senza lavoro. Del resto Johan Huizinga, teorizzatore dell’homo ludens, non lo concepiva come nullafacente ma come creatore di regole, quand’anche a scopo giocoso.
    Il prof. De Masi ha ignorato il vero problema sistemico, che è quello di governare l’innovazione, per impedire effetti eticamente non accettabili e la concentrazione economica e politica in mano a pochi, fino a che il problema non è stato posto da un ascoltatore: la risposta (sostanzialmente di indifferenza o rassegnazione) è che l’individuo non può far nulla, salvo utilizzare i “social media”, che, nell’esperienza attuale, consentendo l’anonimato, favoriscono l’emersione della vacuità se non della beluinità.

    • Perplessità, Giuseppe, le ho avute anch’io (pur avendo letto le sue tre ultime opere).
      Lacune, indubbiamente, ci sono state nella sua relazione, ma questo è dovuto forse solo al fatto che il suo taglio è stato prevalentemente legato alla “sociologia del lavoro” che è il suo campo specifico di studio.
      La Cina? De Masi ha detto che è sempre più la “fabbrica del mondo”. Io aggiungerei che la Cina, nelle aree più industrializzate, sta investendo moltissimo nell’automazione (più che gli stessi Paesi occidentali) e quindi sta preparando la strada alla civiltà “post-industriale” (si prevede un abbattimento del personale – su 8 aziende su 10 – di ben il 90%!).
      Ha parlato dell’India come sempre più l'”ufficio del mondo”, senza tuttavia sottolineare che questo ufficio è fortemente “tecnologico” (parlo di tecnologie digitali) e quindi anche l’India sta correndo forte, forse più dell’Occidente. La suddivisione del mercato del lavoro tradizionale si sta progressivamente rovesciando: noi stiamo sempre più diventando il… Terzo Mondo (anche l’Africa si sta svegliando sotto il profilo delle tecnologie digitali e non è solo la fornitrice di materie prime e di manodopera a basso costo!).

      Concordo con te, Giuseppe, anche sull’enfasi data al nostro Rinascimento: la creatività oggi è sempre più espressione di un’équipe (magari l’idea può essere di una o due persone, ma non basta un’idea perché possa camminare: nella Silicon Valley vi è addirittura un mix dinamico di etnie più diverse).

      Anch’io sarei più prudente quando si parla di social: De Masi ha sottolineato l’aspetto positivo (che c’è), ma c’è pure un aspetto inquietante.

  • Molto stimolante la relazione, non tanto le riposte e le considerazioni del professore nel dibattito.
    Non ha citato, forse mi è sfuggito, il debito pubblico italiano che è stratosferico e ci condiziona molto.
    Mi è piaciuta la vena ottimista. Non è la soluzione ma può aiutare a trovarle (almeno alcune parziali).
    Non ha parlato nemmeno di legalità che forse è un fardello peggiore.
    Sarebbe di grandissimo interesse se nei prossimi appuntamenti i relatori ragionassero sui numeri che ha dato. Sia per confermarli sia per correggerli sia per leggerli in altro modo.

    condivido al 1000×1000 il riconoscimento a Piero Carelli

    pc

    • La relazione di De Masi – concordo con te – registra delle lacune, ma questo credo sia dovuto al taglio sociologico che ha dato (che è… l’orto che coltiva).
      Che il debito pubblico ci condiziona pesantemente è vero: proviamo a immaginare un debito nella media europea: risparmieremmo ogni anno 60-70 miliardi di euro che potremmo destinare a investimenti pubblici.

      Buona l’idea di esaminare i dati di De Masi per integrarli e magari per correggerli.
      Vedremo – con la collaborazione di tutti – se ci riusciremo.
      Quello che mi fa sperare è che i corsisti stanno continuando a riflettere e a confrontarsi in questa piccola piazza che è CremAscolta.

  • Risolvere il problema del lavoro che non c’è – fatta salva l’opportunità di servire bionde o rosse al pub – non penso sia compito del sociologo… nemmeno se indossasse il cappello dell’economista. Dovrebbero essere i 1000 che tra poco andremo a votare a farsi carico d’analizzare il perché dell’Ametek e della Henkel, solo per fare due nomi vicini a noi. Invito coloro che sono usciti perplessi dalla serata di venerdì 2 a considerare che in un incontro di due ore, dibattito compreso, il prof. De Masi – peraltro non a conoscenza della preparazione della platea cremasca riguardo l’argomento – non avrebbe certamente potuto approfondire (e dibattere) tutti i punti toccati. Ritengo azzeccata la scelta fatta da Francesco&Piero affidando al citato professore l’apertura del corso, ma mi rendo altresì conto che noi cremaschi siamo un popolo particolare: pochi applausi, anche quando tutto è gratis! Concludo riprendendo un passaggio del professore riguardo l’overtime: impossibile non dargli ragione… anche gli imprenditori dovrebbero farsene una ragione.

    • In effetti, Alvaro, abbiamo scelto il sociologo del lavoro più “discusso” nel ruolo di apripista per due ragioni: perché l’impatto sul mondo del lavoro è il “taglio” del nostro corso (non è un corso sulle tecnologie digitali ma sulla rivoluzione che queste stanno provocando e perché, essendo un sociologo discusso, avrebbe iniziato a “provocare” una riflessione.
      E che ci abbia provocato è un fatto: lo testimonia anche questo secondo tempo di confronto.

  • Riprendo, Giuseppe, uno dei motivi del tuo intervento.
    Tu dici bene che l’aumento della popolazione, se naturalmente si continuerà a produrre come si è fatto finora, provocherà grossi problemi al pianeta. Si tratta di un risvolto che De Masi non approfondisce (essendo altro il suo taglio). Egli parla solo di più bocche da sfamare, ma anche di più… cervelli che saranno in grado di risolvere i problemi.

    So che tu , a Treviglio, hai ideato e organizzato un corso sull’economia “sostenibile”: un tema che prima o poi dovremo affrontare anche noi.

    Mi permetto di aggiungere una considerazione.
    Sarà un’impresa ardua, ma credo sia essenziale: dobbiamo far di tutto perché si diffonda (mi riferisco in particolare ai Paesi sub-sahariani) per frenare l’esplosione demografica: sia grazie alla diffusione di una cultura centrata sulla “programmazione consapevole” dei figli sia mediante lo “sviluppo” (creando cioè le condizioni economiche e sanitarie che liberino le persone dall’esigenza di fare molti figli: non è un caso che i Paesi nordafricani abbiano un tasso di natalità che è molto prossimo a quello dei Paesi occidentali).

  • Una tesi discutibile del prof. Domenico De Masi è quella relativa al reddito di cittadinanza.
    Un’idea che lui ha lanciato tanti anni fa e che è stata rilanciata negli ultimi anni dal M5S.
    Non si tratta, tuttavia, della stessa idea: per De Masi il reddito di cittadinanza è senza condizioni, mentre quello dei pentastellati prevede (eccome!) delle condizioni.
    Il professore, come sanno coloro che erano presenti in sala, ha attaccato il reddito di inclusione del governo di centro-sinistra perché prevede addirittura sette requisiti.
    L’idea di De Masi è quella che sostiene in Olanda un enfant prodige (ha 29 anni), Rutger Brejman, nel suo libro best-seller “Utopia per realisti”.
    Il giovane autore olandese riporta una serie di esperimenti riusciti non solo europei, ma si tratta di esperimenti locali e con un numero esiguo di persone.

    Io, personalmente, sono molto perplesso: un mio amico francese mi dice spesso che in Francia coloro che ricevono dallo Stato un reddito (sussidio) di 700 euro spesso e volentieri non cercano neppure un lavoro.

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