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SERGIO CIGOLI

Primavera di Bratislava

Primavera di Bratislava Son come falchi quei carri appostati …………… e lancia grida ogni muro di Praga ………….. quando la fiamma col suo fumo nero lasciò la terra e si alzò verso il cielo Così rendeva omaggio Guccini a un giovane chiamato Jan Palach. Ora un piccolo cespuglio copre la piccola stele che lo ricorda

Primavera di Bratislava
Son come falchi quei carri appostati …………… e lancia grida ogni muro di Praga ………….. quando la fiamma col suo fumo nero lasciò la terra e si alzò verso il cielo
Così rendeva omaggio Guccini a un giovane chiamato Jan Palach. Ora un piccolo cespuglio copre la piccola stele che lo ricorda e sembra anche pudicamente coprire la macchia nera di cenere, in quel puntino della grande piazza sulla quale troneggia grandiosa la statua equestre del santo condottiero.
Così rendono onore tutti a un nuovo Jan (e alla sua fidanzata); si chiama così anche lui, ma stavolta, nella Slovacchia occidentalizzata del boom economico, non è il popolo che respinge i carri armati russi, bensì un giovane giornalista che stava indagando, per entusiasmo deontologico, sugli affari sporchi che in una nazione in fortissima espansione sembrano quasi fisiologici, che facciano parte del gioco e silenziosamente omologati da chi dirige lo stato, perchè gli interessi sono alti. Ma Jan aveva denunciato legami tra esponenti del governo molto vicini al premier e alcune famiglie legate alla ‘ndrangheta italiana che volevano mettere le mani sui fondi europei. Il Paese è sotto shock e arriva l’indignazione dei grandi capi, dal premier all’editore stesso (gigante europeo dell’editoria) che giurano di fare chiarezza e di intervenire duramente sui mandanti di questo attacco alla libertà di informazione (se però viene dimostrato che il giovane è stato assassinato per la sua attività di giornalista investigativo e non per altri motivi). Salterà qualche testa, la cugina Praga non si ricorderà della sua primavera e starà zitta, l’Europa continuerà a mandare fondi alla nuova “grande democrazia” dell’est e la ‘ndrangheta continuerà indisturbata, “gli affari sono affari”, cosa saranno mai due giovani fidanzati? Continuo a pensare che, mafia o non mafia, giullari o no dell’Europa, la migliore democrazia sia ancora quella della nostra vecchia Italia.

Sergio Cigoli

SERGIO CIGOLI

01 Mar 2018 in Senza categoria

38 commenti

Commenti

  • Ha colpito anche me questa notizia. Innanzi tutto perche’ le infinite risorse della nostra mafia non smettono di stupirci, se gli imprenditori europei avessero meta’ del suo “senso degli affari” saremmo a cavallo. In secondo luogo sembra ormai matematico che il giornalista investigativo in ogni parte del mondo faccia una brutta fine, e la cosa non ci rallegra. Cosi’ come la poca evidenza data al fatto. Gravissimo. Fanno le “maratone televisive” per un mare di scemenze, e stavolta che ci sarebbe molto da dire …..?

  • La stampa (oggi anche online) ha un potere notevole: lo è a maggior ragione dove non c’è democrazia (pensiamo alla Turchia) o dove ci sono democrazie ancora fragili (come in Slovacchia), ma anche laddove ci sono democrazie mature (Usa).
    Grazie, Sergio, per averci sottoposto un post che non può che farci riflettere e scuotere dal nostro torpore: stare alla finestra sarebbe un atto di “complicità”.
    Mi viene spontaneo pensare agli anni Sessanta e Settanta quando ci sentivamo tutti “partecipi” delle sofferenze altrui (quando cioè, anche in luoghi remoti, veniva soppressi i diritti inalienabili dell’uomo). Oggi, grazie alla Rete che unisce il mondo intero in un’unica agorà digitale, dovremmo sentirci ancora più solidali, ma questo non succede.
    Non succede neppure per le vittime della martoriata Siria (innocenti che continuano a venire assassinati, anche nella fase post-Isis).
    Forse, è il momento di risvegliarci.
    Di scendere in piazza.
    Di denunciare.

    • Meno male, Piero, che anche tu sei arrivato alla conclusione che e’ ora e tempo che i cittadini si facciano sentire. La democrazia Usa piu’ che matura e’ putrefatta e quanto a quelle di Slovacchia e Turchia ci andrei piano ad esprimere giudizi: la prima negli ultimi anni ha fatto passi da gigante (in Italia quand’e’ stata l’ultima volta che un politico e’ stato arrestato per mafia?) e la seconda e’ sostenuta da oltre l’80% della popolazione. La stampa, ovvero quella che NON parla dei colleghi uccisi, ormai la conosciamo, sono servi al soldo di un padrone. Proprio per questo motivo i cittadini si dovrebbero svegliare.

  • Una dittatura, anche a suffragio universale, non sarà mai una democrazia, almeno come la intendiamo noi. Quanto ai fatti slovacchi i media ne stanno parlando diffusamente.

    • Se un Paese e’ in dittatura o in democrazia bisogna lasciarlo dire ai suoi cittadini, a maggior ragione in un clima come l’attuale in Occidente di regime (non e’ un refuso) democratico mascherato.

      Certo che i giornali hanno dato la notizia di cui sopra, ci mancherebbe, ci sono pure scappati i morti. Non ho visto gli “approfondimenti” che di solito si fanno per la scemata del giorno.

  • Mi si nota di più se non commento o se dico che sono costernato?

  • Rita, se fossimo turchi questo blog sarebbe controllato. Tu probabilmente non rischieresti niente, altri non so, e il fatto che sarebbero tutti d’accordo a me non sarebbe di nessuna consolazione. E comunque riempire le piazze, e vale anche per Piero, io credo che non sia così una garanzia. Anche noi un tempo abbiamo avuto folle osannati sotto un balcone.

    • Sicuro che non siamo controllati? Non in Italia, forse, ma i motori i ricerca colgono paroe e frasi a campione, e quando ho avuto una sospensine dei servizi per due giorni, non tecnicamente giustificata, ho avuto proprio la sensazione di aver usato parole sospette.
      Sì, va bene, paturnie! Ma io prima parlo e poi penso, da portabandiera dell’anti-privacy, e dovrei rifletterci.

  • Rita, sono sempre io. Non so quali giornali o televisioni frequenti, ma io credo che vi sia poco da approfondire. Di mafia, ndrangheta e vari cartelli criminali se ne parla continuamente, come non mi stupisce affatto che siano state esportati anche in Slovacchia, dopo altri paesi. Cosa vuoi approfondire oltre la notizia?

    • Personalmente, ma so di non essere la sola, m’interesserebbe eccome sapere attraverso quali “giri” internazionali la mafia italica ha raggiunto non le strade ma addirittura il governo di Bratislava. E probabilmente, non solo quello. Se poi qualcuno si accontenta di cio’ che passa l’informazione standard, buon per lui/lei.

      Sull’attuale stato di salute della Turchia, meglio non esprimere giudizi sommari (lo abbiamo gia’ fatto con Saddam, Gheddafi, Assad, ecc.), visto che non siamo turchi. Peggio ancora sarebbe avere fede nella solita minoranza rumorosa, che dice quel che vuole. I turchi se lo sono votato e rivotato l’antipaticissimo Erdogan, non dimentichiamolo.

    • Concordo, Ivano: non si tratta solo di riempire le piazze. Oggi gli strumenti che abbiamo a disposizione sono decisamente più potenti delle piazze fisiche.
      Concordo pure con te quando affermi che le dittature possono essere anche espressione della democrazia: la storia del Novecento lo dimostra.

    • Vale la pena, a questo punto, di ricalibrare il significato di “dittatura” e “democrazia”, variato rispetto alle origini e quindi non più rispondente alla realtà.

      Il linguaggio è delfo, diceva Novalis.
      E ch’aveva pure ragione.

  • E’ fuori discussione che democrazia e libertà non siano sinonimi, come sarebbe disperante che i due termini si allontanassero. Perché la Storia italiana, per la mia generazione, ha visto questa combinazione come un terno al lotto, dopo gli anni del Fascismo che le libertà le aveva negate tutte. Ora, sentire, vedere, odorare aria di rigurgiti, ci si chiede come questo possa avvenire, ed analizzando anche tutte le cause di queste nostalgie, non mi capacito di come si possa di nuovo correre questo pericolo. Perché non ci sono stati solo questi settant’anni. Nel corso del tempo e della Storia, qualora si ricordasse e si studiasse, di esempi o moniti ce ne sarebbero di infiniti se fossimo capaci di una visione olistica di come sarebbe meglio che andasse il mondo. Invece no, sta avvenendo di nuovo il contrario, in una balcanizzazione che analizza con equilibrio e lucidità Paolo Rumiz di cui riporto alcuni stralci dopo due righe di premessa. Per dire che l’intelligenza sta abdicando ormai alle paure, ed è più che umano. Che però l’umano, proprio per questo divenga disumano, allora si devono individuare i veri colpevoli, in questa “balcanizzazione” (Rumiz)che sta diventando l’Europa. Balcanizzazione che significa: “trasferimento sul piano etnico di una tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani. Lo sta facendo Erdogan, evocando nemici a destra e a manca. Lo ha fatto Trump per spuntarla alle elezioni. Lo ha fatto Teresa May che ora non sa come gestire il risultato- Brexit- di un voto da cui non pensava di uscire vittoriosa. Lo fanno i Catalani chiedendo di separarsi da Madrid. Gli vanno dietro i populisti austriaci pianificando reticolati al Brennero. Per non parlare dei belgi di lingua olandese e francese che si guardano a muso duro sotto le vetrate dell’Ue a Bruxelles. Impotenza mascherata da patriottismo”.
    Insomma, è la solita questione. Abbiamo una classe politica che incapace di riconoscere i propri errori li trasferisce su altri, quelli più facili da individuare e colpire naturalmente, e colpevole uguale l’Economia, anzi la principale responsabile, offre “nemici “ perché sa che “l’uomo nero da detestare abita in ognuno di noi”. Ed è facile vincere in questo modo.“ E’ così da secoli. La dissoluzione della Jugoslavia insegna. Dopo aver saccheggiato il paese, la dirigenza post-comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati e quel che segue. Ammazzatevi tra voi, pezzi di imbecilli”.
    Attenzione che questa balcanizzazione non si trasformi in Alpinizzazione.

    • Condivido il bel libro di Paolo Rumiz “Appia”, che mi è piaciuto molto, e parecchi dei suoi interventi sulla stampa. Ma quando ha detto a Udine (e in altre sedi) che dobbiamo preoccuparci di meno del terrorismo e di più della risposta nazionalistica al terrorismo, proprio per nulla. Anche gli autori validi come lui esprimono a volte posizioni che giustamente Rita ascrive alla “solita minestra”. E può diventare una minestra rischiosa da sorbire.

      Sulla balcanizzazione della politica italiana, sull’americanizzazione della sua economia e sulla sudamericanizzazione della sua religione basta guardarsi in giro per accertare il fatto compiuto. È anche un fatto compiuto che la politica italiana, prigioniera della cleptocrazia partitica, cerchi i suoi ultimi consensi popolari ripiegando dal piano delle strutture economiche a quello delle sovrastrutture etniche e religiose. Il rapporto tra economia e politica è attualmente tale che per sopravvivere la propaganda partitica non può che andare a battere (termine polisignificativo) su certi terreni. Senza però risolvere i problemi dell’immigrazione clandestina e del terrorismo religioso, che proprio a causa di questa cattiva politica si aggravano progressivamente.

      Anche questa campagna elettorale non ha fatto eccezione. Finisce oggi il videogioco fantasy a cui le segreterie di partito hanno fatto giocare gli italiani per convincerli a comprare i loro prodotti per i prossimi cinque anni. Dopo il marketing di queste aziende con fine di lucro, ci troveremo i soliti prodotti malfunzionanti e ce li terremo. L’italianizzazione dell’Italia sarà un altro passo più lontana. Però non si può dire: nazionalisti, populisti, (s)fascisti e altri epiteti del genere sono pronti ad esserci affibbiati dai media e dai social portatori di democrazia e progresso. Pazienza. Ha da passà ‘a nuttata.

  • Scusate: “Alpizzazione”.

    • A parte l’autore che citi, che ribolle la solita minestra, il punto su cui volevo riflettere era un altro: attenzione a giudicare “dittature e democrazie” usando il nostro metro, che non e’ l’unico.

      Ad esempio, mi sono sempre chiesta ( non so se voi vi siete risposti) per quale motivo i miei genitori, zii, nonni, parenti e conoscenti nati fra le due guerre e dunque adolescenti nel ventennio fascista (nessuno di loro era politicizzato) non abbiano mai parlato degli “orrori fascisti” che invece la mia generazione ha studiato sui libri, e che non dubito ci siano anche stati. Come si spiega tale discrepanza? Loro c’erano, hanno visto e sentito, soprattutto vissuto, e la loro vita si e’ svolta non diversamente dalla nostra. Non e’ possibile che nella Turchia di Erdogan, come altrove, stia accadendo esattamente la stessa cosa? Non ci sarebbe nulla di strano,

  • Cara Rita, esiste una maggioranza silenziosa manovrabile come si vuole, ed è ovvio che è quella che sta meglio. Ma il problema si pone tra regimi dittatoriali ed opposizioni, che, pur esigue, hanno tutto il diritto di esprimere dissenso, Se poi per te è questione di numeri allora ho capito tutto. Il tuo concetto di democrazia è lontanissimo dal mio. Anche se, restando in tema, dal delitto Matteotti in poi, dai confini alla galera, al lavoro negato ai non iscritti alle leggi razziali e alla guerra, ce ne sarebbero di cose da dire, ma sempre dette e risapute che non è necessario elencarle tutte, vorrei ricordarti che le guerre le scatenano i dittatori, non i pacifisti. Oltre a stupirmi che i tuoii avi non ne fossero a conoscenza. L’antifascismo esisteva già allora. E la Turchia, lo scrivo per l’ennesima volta, all’indomani del finto colpo di Stato organizzato da Erdogan, con pronta una lista di proscrizione lunga quarantamila nomi, la dice lunga di come si sta in quel Paese. Basterebbe chiederlo a quei tanti incarcerati il giorno dopo, o ai giornalisti ancora in galera, e a quei sei condannati all’ergastolo. PIccoli numeri rispetto al numero di turchi, ma per me bastano e avanzano.
    E poi Rita, non lo sai che per paura la gente tace? Anche dopo che tutto è finito. Molti, tra i deportati nei campi di concentramento e sopravvissuti, hanno impiegato anni per metabolizzare e parlarne. Sperando che tu non abbia l’intenzione di riscrivere la Storia. Del resto, leggendoti da qualche anno, il sospetto che revisionismo e negazionismo alberghino dalle tue parti, è sentore forte.

    • Ma perche’ i “manovrabili” sono sempre gli altri, quelli che la pensano diversamente da noi? Via, siamo seri: il nostro/di qualcun altro pensiero non e’ universale ma molto, anzi moltissimo, parziale.

      Sei troppo monodirezionale Ivano, vedi solo la strada maestra , ignorando tutte le altre. Sara’ che io sono nata e cresciuta in una citta’ che ha 26 chilometri di vicoli stretti e angusti, ma non mi piace ragionare cosi’, per schemi predefiniti. Rispetto, anche se non sempre condivido, l’opinione della maggioranza, che non mi fa schifo e non mi permetterei mai di giudicare ignorante, o disinformata.

  • Rita, provo sintetizzare. Ho rispetto di tutte le opinioni, purché si possa continuare ad esprimerle. Ci sono stati tempi e latitudini, e anche ora, dove questo non è possibile. È questa la mia strada maestra.

    • Questa e’ la strada maestra di qualsiasi essere umano in grado d’intendere e di volere. Cio’ che dicevo, pero’, e’ altro: attenzione a demonizzare tizio per portare ad esempio caio, la Storia ci ha insegnato che le cose non stanno mai come racconta chi comanda, che poi e’ anche chi detiene il monopolio dell’informazione, soprattutto scolastica. In questo contesto ha un valore tutt’altro che trascurabile la “trasmissione orale”, ovvero il resoconto di chi c’era, ha visto, sentito e toccato con mano. Le memorie di queste persone supereranno gli ostacoli del tempo mentre la narrazione ufficiale e’ inesorabilmente destinata a passare di moda.

  • Rita, tiri sempre in ballo i complotti. Anche la trasmissione orale aveva derive. Hai presente il telefono senza fili?

    • Non ho affatto parlato di complotti, altrimenti avrei detto ben altro, ma di puro e semplice buon senso. La trasmissione orale, mai affidata al primo cretino che passava per strada, era il sintomo di un grande buon senso all’interno della comunità. Allora come oggi esisteva poi la “comunicazione d’ufficio”, ch’era affare di tutt’altro genere.

      Per tornare al punto di partenza: hanno piu’ valore i resoconti orali di chi ha vissuto certe epoche storiche, come ad esempio il fascismo, oppure i libri scritti in seguito sull’argomento? Dipende molto dall’onesta’ intellettuale dello scrittore, non c’e’ dubbio, ma i primi restano comunque “testimoni oculari”. C’e’ una bella differenza.

  • Martini, io credo ormai che nazionalismo e terrorismo, politica ed economia siano faccia della stessa medaglia. E ci metterei anche ingiustizie sociali ed economiche, dittature, guerre, colonizzazioni vecchie e nuove, e tutti i mali antichi e moderni che hanno afflitto e affliggono il mondo. Che in un pianeta globalizzato, e di fatto piccolo, sembrerebbero fenomeni inarrestabili. Pur lasciando perdere le cause verso le quali non possiamo fare più nulla. Parlo di nazionalismo e terrorismo. Ovviamente non dico che si debba porgere l’altra guancia, nè all’uno né all’altro. Né al resto. Sono piaghe, punto, a costo di sembrare melenso. Ma quando io vedo la deriva di alcuni partiti che Lei pare giustificare come dinamica inevitabile, allora non sono d’accordo. Va bene, sconfiggiamo pure l’immigrazione selvaggia e il terrorismo fintamente religioso, ma neanche pensare che basterebbe chiudere le frontiere non mi sembrerebbe la soluzione giusta ed efficace. Ricorderà che quando i confini c’erano davvero i popoli sgomitava tra di loro per allargarli. Ed è anchequesto il senso tanto bistrattato dell’Europa. Perché in questa Italietta chiusa dal filo spinato dovremo pur continuare a viverci, magari passeggiando più tranquilli in posti sensibili, che poi il più delle volte non sono mai quelli, e magari spenderemmo meno in termini di accoglienza, ma poi? Dovremo pur campare, Le pare? E Le sembra che l’economia offra ancora margini di ottimismo? Io credo di no, abituati come siamo ai nostri standard, o per lo meno dovremmo riconoscere che in questa fase di transizione, non si sa verso dove, la necessità di trovare risposte è indiscusso, ma trovarle non significa accanirsi contro il solito capro espiatorio senza mai individuare i veri responsabili di tanto malessere. Capisco che sia difficile, ma questa ineluttabilità forse si può ancora sconfiggere, rinunciando agli estremismi ed usando il buon senso. Anche qui a costo di sembrare sdolcinato o irrealista. A meno che non sia meglio un uovo oggi che una gallina domani. Certo, gli operai di Embraco oggi son più contenti di ieri, ma alla fine dell’anno? Sarà sempre colpa dei temi che hanno cavalcato la campagna elettorale di alcuni partiti? Io penso proprio di no.

    • Volendo tentare di trovare un elemento unificatore da cui iniziare a ricomporre le tessere sparigliate di questo mosaico di problemi da lei indicati, da dove partire? Se dovessimo concentrarci sulle cause e non sugli effetti, sulle radici profonde e non sulle frasche della propaganda, dove iniziare a fare leva? Se ne sentono tante: i valori etici, la buona politica, la solidarietà sociale. Mi sembra che lei torni spesso sul tema dell’economia e delle ingiustizie che il capitalismo crea nella società. Mi pare che molti fenomeni negativi del nostro tempo vengano da lei ricondotti a queste distorsioni economiche. E ad un rapporto non corretto tra economia e politica. L’altro ieri lei ha menzionato in un commento il “tavolo” dell’economia, sotto il quale i politici dicono “voi fate pure i vostri affari, noi vedremo di distribuire le briciole cadute sotto il tavolo”. L’immagine del tavolo e delle briciole non è nuova ma rende bene l’idea da lei espressa. Ammettiamo che il punto di partenza sia l’economia. Allora si arriva alla visione di una struttura economica intesa come causa noumenica di sovrastrutture politiche, istituzionali e culturali intese come effetti fenomenici. Però, non male: anche i media e i social come possibile oppio dei popoli. Potremmo magari scoprire che non è poi una novità questo ruolo ancillare della tanto decantata politica, in funzione di aspirabriciole dell’economia.

  • Va bene, continuiamo a dire che sotto il fascismo nessuno aveva di che lamentarsi.

  • Naturalmente la Politica non si rende conto di questo ruolo “ancillare”, o per lo meno dovrebbe ridimensionarsi. Se così non fosse, non dico l’armonia, ma qualche obiettivo comune forse. E non è una considerazione comunista. Che poi si dica capitalismo piuttosto che padrun da le bèle braghe bianche o comunismo credo che non faccia differenza. Non è una questione di lessico, e non c’è bisogno di scomodare Kant o Schopenhauer. E’ solo fattuale, come dice Crozza/Feltri. E Lei che è uno storico credo dovrebbe saperlo. Nei momenti di crisi economica compare sempre il bisogno di uomo forte e di partiti autoritari, nei periodi di benessere no. A meno che ci si accontenti di conciliare la tessera per il pane e lo zucchero col culto della personalità, con i disastri che ne derivano. In questo caso un pò di benessere economico è garantito, ma si sa a quale prezzo. In tutti i casi queste mie banali osservazioni credo che non possano essere smentite. Altrimenti Martini mi ricordi lei un momento della Storia dove si è verificato il contrario. Ribadisco, prima viene l’Economia, poi la Politica. Con preghiera di risposta, con la simpatia e stima (non sempre) già dichiarate, porgo distinti saluti.

    • Ci vuole una discreta dose di coraggio nel sostenere “un po’ di benessere economico e’ garantito” in un Paese (l’Italia) dove i nonni pensionati aiutano economicamente figli e nipoti e in un mondo dove chi il lavoro ce l’ha deve subire ritmi e trattamenti da schiavo. Probabilmente, si stava meglio quando si stava peggio. E altrettanto probabilmente, urge un passo indietro. La crescita infinita, e’ finita. Miseramente, oltre tutto.

    • Pur non essendo marxista, comprendo bene la sua ottima immagine del tavolo dell’economia, con sotto i politici che dicono “voi fate pure i vostri affari, noi vedremo di distribuire le briciole cadute sotto il tavolo”. E comprendo ora che lei non ascrive solo ai nostri tempi questa dinamica tra la struttura dell’economia le sovrastrutture politiche. In effetti, anche senza avere cattedre in storia delle istituzioni politiche o in economia politica, si potrebbe rilevare tale dialettica in tutta l’evoluzione umana, da quando siamo scesi dagli alberi per camminare eretti a quando siamo divenuti stanziali con l’agricoltura e l’allevamento, da quando la nobiltà feudale deteneva la proprietà fondiaria a quando la borghesia mercantile ha riconvertito la ricchezza in capitale legato ai mezzi di produzione. Per cui, se anche l’attuale capitalismo finanziario ha questo rapporto con la politica, perché stupirsi?

      Da ragazzo ero affascinato dal mito della democrazia ateniese e della politica (o della filosofia) come vetta del pensiero e quintessenza dell’umana saggezza. Dimenticando quanti schiavi e meteci lavorassero per far fare politica e filosofia a pochi cittadini ateniesi. Da quando, subito dopo il liceo, ho iniziato a lavorare, e parecchio, ho visto e vissuto che cosa muova il mondo dei più. E quanto la politica raramente riesca a giocare d’anticipo sull’economia. Il che non significa che i laureati in scienze politiche e in sociologia, così come gli apparatchiki delle scuole di partito e i militanti di sezione (tesserati o malcelati), non debbano credere nella politica e nel suo ruolo messianico e soterico. Altrimenti sarebbe come se i magistrati non credessero nel diritto, i sacerdoti nella Bibbia e gli elettricisti nell’elettricità. Il lavoro nobilita l’uomo e ciascuno fa il suo.

      Per cui, d’accordo, non stupiamoci che certuni banchettino a tavola e cert’altri raccolgano le briciole di sotto. In fondo, la politica è una faticaccia che nessuno vuole fare, se non per necessità, salvo eccezioni. Un sacco di grane e di rogne in cambio delle briciole che dice lei. Tutti che ce l’hanno con te e nessuno che sia mai contento di quello che fai. Tutti a darti del parassita e del faccendiere. Proprio una vitaccia. E gliele lasci, signor Macalli, queste briciole ai politici. Finché stanno attaccati alla tovaglia, se le meritano tutte.

  • Cara Rita, io non dicevo assolutamente questo. Mi riferivo ad un altro periodo storico. E, secondo me, non si deve fare un passo indietro, anche se è quello che sta avvenendo, ma un passo in avanti. Ma non vedo nessuno all’orizzonte in grado di indicare la via. E’ il barcamenarsi alzando la voce che mi preoccupa. Avesse qualcuno proposto qualcosa di credibile…, ma non possono, non possono più. Anche se han tutti l’ambizione, o presunzione, soprattutto quelli che corrono da soli, di avere la soluzione in tasca. Ciò non toglie che io oggi vada a votare, a differenza tua.

    • Per fare un passo indietro, ristrutturare e rendere di nuovo abitabile il mondo, sotto tutti gli aspetti, e’ difficilissimo. Bisogna essere molto, ma molto, e poi ancora molto attrezzati. Difatti, l’uomo mediocre di questa Era non ha saputo fare altro che andare avanti, continuando a ripristinare l’intonaco sul muro marcio. Il risultato lo conosci.

      L’umanita’ e’ quella che ci siamo lasciati alle spalle, non sta davanti a noi.

  • “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.” Walter Benjamin

    • E’ più che logico che ai tempi di Klee si guardasse con tante belle speranze al radioso futuro che il Novecento avrebbe portato con sé – i Romani, con la figura caleidoscopica di Giano bifronte, furono ben più arguti – ma da parte nostra, dopo che il progressismo ha toppato su quasi tutta la linea, un simile atteggiamento fa solo … nostalgia. Per portar fuori la macchina da un brutto parcheggio bisogna innanzi tutto innestare la retro, poi destreggiarsi abilmente con il volante e infine andare avanti. Sono le regole di un gioco che non abbiamo inventato noi.

  • Momenti critici…
    O, per dirla alla Pierangelo Bertoli:
    “…Con un piede nel passato,e lo sguardo dritto e aperto nel futuro…”

    • Eppure il vento soffia ancora.

  • Non so, Pietro, se, parlando della… vitaccia dei politici di oggi, sei ironico o no, ma credo che voglia dire il vero. In nessuna epoca la vita del politico è stata… tranquilla: anche ai tempi della egemonia Dc i politici democristiani erano sbeffeggiati dai vari Pajetta come lacché degli imperialisti americani (e gli stessi dc, a loro volta, lanciavano accuse analoghe ai comunisti bollati come lacché del regime sovietico.
    Fare il politico comporta avere delle spalle larghe, da ogni parte si militi.
    Non è un caso che Epicuro invitava – al fine di raggiungere quello stadio di felicità che è rappresentato dalla imperturbabilità – a stare alla larga dalla politica che è un terreno di “lupi” che si azzannano tra loro.

    Non so se, ciò nonostante, raccolgano delle briciole: almeno in termini economici il loro compenso è più che gratificante per chi trattiene tutto il malloppo per sé (i più – si sa – danno una quota significativa al partito e vi è chi, senza l’ostentazione dei pentastellati, dirotta non poche delle proprie risorse percepite come parlamentare per iniziative di solidarietà a favore di chi ha più bisogno).
    So bene che i partiti non possono vivere di aria e hanno bisogno di queste quote, ma credo che in futuro dovranno progressivamente “dimagrire”.

    Leggo, Pietro, che hai evocato l’età di Pericle: in effetti gli ateniesi “liberi” potevano permettersi di vivere di relazioni umane, di politica, di teatro… perché avevano gli “schiavi” che lavoravano per loro e che altri lavori venivano effettuati dagli “stranieri”.
    “Liberi” dal lavoro i pochi e “schiavi” i molti.
    E molti sono pure gli schiavi di oggi, anche se questi hanno assunto forme diverse (lavoratori sottopagati, precari…).

  • Tornando al post, anche stavolta gli italiani rischiano di essere identificati, nel mondo e non solo in Slovacchia, con la criminalità organizzata meridionale, che nel secondo dopoguerra, non a caso, ha ripreso forza al sud e che oggi colpisce impunita in tutt’Italia e all’estero. Il popolo italiano non merita di essere considerato mafioso, ‘ndranghetoso, camorrista e sacrocoronista. Se lo Stato facesse lo Stato cancellando, senza far troppo rumore e senza sollevare troppa polvere, tutti questi parassiti, senza troppo clamore mediatico, giornalisti e prevosti con l’inchino, gli italiani avrebbero un debito pubblico molto inferiore, un’evasione fiscale molto inferiore, una brutta fama internazionale molto inferiore e una sicurezza pubblica, una vivibilità sociale, una fiducia nelle istituzioni molto maggiore.

    E qui si dimostra quanto certa politica non solo si manifesti inutile ma persino dannosa all’Italia, facendosi spesso complice della criminalità organizzata, come innumerevoli scandali dimostrano. Distruggendo queste organizzazioni criminali, i loro sottopancia politici e i loro sottocoda amministrativi, lo Stato farebbe solo il suo dovere e il suo mestiere, perché non occorre essere luminari di diritto costituzionale o dottrina dello Stato per sapere che, se lo Stato non fa almeno questo, allora è uno Stato tralalà, sciuscià, quaquaraquà, tiracampà.

    Se la nostra democrazia non solo si tiene in casa questi banditi ma li esporta pure, la nostra non è la democrazia migliore. Non riusciamo più a fare quello che si è fatto, e bene, con la lotta al brigantaggio borbonico centocinquant’anni fa, alla mafia siciliana novant’anni fa, al terrorismo politico trent’anni fa. Perché? Chiediamocelo. Finché la politica italiana andrà a braccetto con certi compari, la nostra democrazia avrà questa imbarazzante voce nel suo bilancio interno e pure nel suo export. Non è un problema etico, filosofico, sociologico. È un problema economico. Fino a quando la nazione italiana dovrà pagare tributi così pesanti a questi Brenno provenienti da qualche Roccacannuccia?

  • No Rita, Benjamin, tedesco di famiglia ebraica, non Klee, si suicida a Portbou , terrorizzato, per sfuggire alla polizia spagnola che lo avrebbe consegnato alla Francia già nelle mani dei nazisti. Il pomeriggio successivo alla sua morte gli arriva il visto di espatrio verso gli Stati Uniti. Ironia della sorte. Nessuna idea di progresso e futuro.

    • So che Klee non è morto suicida, volevo dire che stiamo parlando di persone nate nell’Ottocento e morte nel 1940 che, ovviamente, avevano un’idea del futuro (eccome se ce l’avevano) completamente diversa dalla nostra.

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