martedì 16 Luglio 2019

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PECCATO, SE NE SONO ANDATI

Il fantastico mondo del circo, la sua storia e i suoi protagonisti vengono portati alla ribalta nella precisa ricerca condotta e pubblicata da Alvaro Stella.  Alvaro, già noto ai lettori  di Cremascolta,  apprezzato redattore della rivista Insula Fulcheria è membro attivo del Gruppo Antropologico Cremasco.  Il libro  raccoglie la storia delle maggiori famiglie straniere e italiane che per generazioni hanno tramandato l’arte circense (Medini, Niemen, Orfei, Togni, ecc.)  nei ruoli di  valenti  clown, abili contorsionisti,  spericolati equilibristi , temerari domatori. L’autore parte dai  racconti  famigliari della nonna e della mamma per narrare le vicende riguardanti la vita avventurosa del nonno .  Ercole Rossi, in arte Chicco, nato  in una carovana  a  Spinetta Marengo da genitori acrobati,  ha esercitato  il ruolo di clown presso il Circo di Francia ma non si adatterà mai alla vita stanziale e condurrà una vita errabonda . Nel testo non manca l’accenno all’artista  Pippo Crotti di  Romanengo, che ha ottenuto successo prima nel  Cirque du Soleil, caratterizzato dall’assenza di animali, poi alla televisione e al infine  ha  fattocinema.

Il titolo di questo studio “Peccato, se ne sono andati” fa trasparire la nostalgia per uno spettacolo secolare  che ha destato la gioia dei  bambini e l’interesse degli adulti, ha fatto  conoscere i lati straordinari e stravaganti dell’esistenza umana: l’eccezionale, il magico , l’esotico. Gli aspetti  più suggestivi del circo sono stati ripresi nelle opere pittoriche dai  grandi  artisti e le gesta dei protagonisti hanno trovato spazio nella descrizione di rinomati scrittori e registi. Ma la realtà del  tendone, che da sempre ha accompagnato la “gente del  viaggio”, sembra oggi non trovare più spazio ma solo ostacoli, fomentati  da pretestuosi pruriti. Ė significativo che a Bergantino sia sorto un Museo che annovera l’attività circense. Termina così quello scontro millenario che da sempre ha visto contrapposte le due anime: quella dell’itinerante e quella del sedentario.  La libertà del nomade, l’insofferenza agli orari prestabiliti e alle convenzioni  imposte  mal si coniuga con la sottomissione all’infernale ripetitività che caratterizza le azioni  dell’uomo d’oggi (lavoro, hobbies, egemonia economica ecc.). Nella nostra società, come diversi decenni fa Renè Guenon ha profeticamente fatto notare, è in atto una vera e propria lotta tra Caino e Abele. L’emarginazione del  fratello nomade e pastore   inevitabilmente porta alla solidificazione dello spirito. Il processo di materializzazione si riflette  nel riuscire a considerare la pace  solo quando si è circondati da solide  mura.

Commenti

17 risposte a “PECCATO, SE NE SONO ANDATI”

  1. Negli anni 80 arrivò il circo Orfei a Crema, e io, giovane ortopedico, mi trovai a prendermi cura del titolare, credo Nando, ferito alla mano destra. Ninte di drammatico, nel montare la gabbia dei leoni era rimasta schiacciata. Ma, nelle cure in urgenza e successivo ricovero ho imparato tanto, in quel rapporto empatico che si stabilisce fra medico e Paziente. Gli chiedevo “ma ora, prima di entrare nella gabbia, non si dovrà aspettare di non sentire odore di sangue, che potrebbe eccitare i leoni!”.
    E mi chiariva: “No, dovranno solo sapere che ho il forcone ben saldo in mano, altrimenti mi attaccheranno”.
    “Ma allora non è tutta una scena?”
    “Ogni domatore sa che il leone prima o poi approfitterà di un passo falso per attacare, altro che scena!”.
    E intanto quelle donne dello spettacolo circense, che da bambini guardavamo estasiati per le loro gambe nude venivano a trovarlo, ed erano veramente belle, anche fuori dai riflettori. Come mai tute belle? Gente selezionata dall’esercizio fisico, geneticamente nei loro matrimoni incociati e nel fisico allenato. Andai poi all’ultimo spettacolo, con il mio primo figlio che, vedendomi accolto come uno di famiglia, sgranò due occhi formato padella.
    Era un mondo vero, parallelo, ma reale. Un mondo dei sogni di sudore e coraggio, altro che finzione scenica!

  2. Dal 1970 ad ora ci sono stati 66 film di ambientazione circense. Di tanti artisti che si sono poi ispirati al circo ne ha già accennato Venchiarutti. Ambiente affascinante, senza dubbio, oltre che antichissima forma di spettacolo, in varie declinazioni naturalmente. Tema credo interessante, lo potrebbe essere, anche per firme del blog ormai scomparse. Non so, penso, per sensibilità e cultura, la loro, al Signor. Cadè o Bellodi, ormai rintracciabili solo in Archivio, che quindi non legge più nessuno. Ho scoperto oltretutto che i post della vecchia Home page sono ancora commentabili. Peccato che non siano visibili in questa impaginazione, così che potrebbe crearsi un binario parallelo. Perchè la Redazione non interviene? Con Adriano ne ho già parlato, avendo lo stesso ricevuto la notifica, come un tempo, trattandosi di un post sul quale era intervenuto. Notifica che avranno ricevuto anche gli altri commentatori.

  3. Ottima osservazione, Walter: l’emarginazione del fratello nomade e pastore ci ha portato alla solidificazione dello spirito. Si potrebbe parlarne per due giorni, ma non è il caso. La Bibbia racconta che Yahweh rifiutava le primizie che gli offriva l’agricoltore Caino e non «guardava» che la pia offerta di Abele, il nomade, che avendo abbandonato la caccia per la razzia si confermava con questa sua scelta il prosecutore della «tradizione mesolitica» in seno alla nuova civiltà uscita dalla rivoluzione neolitica, di cui ricusava il modo di vivere.

    Anche se non sembra questo post ha molto da spartire anche con l’altro, quello del blockchain e delle intelligenze artificiali, dove il processo di “solidificazione” dello spirito ha toccato lo zenith. Anche Abramo era un nomade che disertò la città di Ur e rifiutava ogni forma di civiltà «post-neolitica». Pensiamo sempre di andare avanti e invece andiamo indietro.

    Stando sul pezzo, non so se proprio “se ne sono andati”. A me sembra invece che si siano “perfezionati” nella loro arte. Penso agli stra-bravi La Fura dels Baus, o allo stesso Cirque du Soleil citato da Walter. Acrobati, musicisti e coreografi che hanno davvero pochi rivali e ogni volta m’incantano. Ad andarsene è stato semmai il piccolo circo a conduzione quasi famigliare, e meno male, ricordo con orrore i poveri animali malnutriti nelle gabbie e portati nell’arena a suon di frustate, uno spettacolo ignobile. Se l’uomo vuol mostrare a un pubblico ciò che sa fare, prego, non c’è bisogno di tirare in ballo nessun altro.

    A Milano comunque è molto attiva, per quanto ne so, la Piccola Scuola di Circo, che addestra giocolieri e acrobati. Segno che la richiesta c’è. Certo da qui al farla diventare una professione, ce ne corre … ma, secondo me, è perché “sulla piazza” ci sono i fuoriclasse che ho citato e competere con quelli è quasi impossibile. Inoltre è una “carriera” che dura poco (fare certi numeri dopo i 35anni è impensabile), anche per questo gli “aspiranti circensi” si contano sulle dita. E’ l’ennesima professione che si avvia all’estinzione, in compenso avremo tanto tempo libero.

  4. Ricordi d’infanzia dopo lo spettacolo..
    Io facevo ballare tre arance senza farle cadere e mio fratello
    teneva in equilibrio la scala di legno sul mento…
    Forse un modo per superare i propri limiti.

  5. Leggo, Walter, che l’impulso a questa affascinante ricerca l’hai dato tu: un’ennesima conferma del tuo ruolo di promotore culturale.

    Un viaggio avvincente, il tuo, Alvaro.
    Delicata la dedica ai tuoi genitori. E’ lì la chiave di lettura del viaggio: un viaggio a ritroso alle ricerca delle tue radici, una full immersion nel tuo sangue (o quota di sangue) circense.
    Hai ricostruito con un metodo certosino le dinastie, attingendo anche a fonti di un Paese a te caro, cioè il Brasile: un mondo di grande ricchezza simbolica che ha svolto un ruolo tutt’altro che secondario nella “formazione” di generazioni e generazioni.
    Un mondo che ha ispirato tanta narrativa e tanti film (vedo che Ivano approfondisce questo filone), nonché canzoni (citi Jannacci e la cantante italo-francese Dalida).
    Noto nel tuo racconto una più che legittima amarezza e una sottile ironia nei confronti dei tanti difensori degli animali (puntualizzi che gli animali da circo sono trattati molto bene e sono più longevi degli altri).

    Grazie, Alvaro, per il regalo che ci hai fatto, un regalo ben scritto.
    Come sai fare tu: con freschezza e con leggerezza.

  6. Purtroppo non tutti gli animali da circo sono trattati “molto” bene, dipende dalla sensibilità dei custodi/addestratori. Già il fatto che creature selvatiche come tigri e leoni, o elefanti, siano tenuti in gabbie di pochi metri e vengano costrette ad esibirsi è comunque contro natura. Ogni tanto, infatti, qualcuno impazzisce e sbrana il domatore. Ben vengano acrobati, giocolieri e pagliacci, ma gli animali che male hanno fatto per finire i loro giorni in quel modo? Lasciamoli vivere.

  7. Purtroppo non tutti gli animali da circo sono trattati “molto” bene, dipende dalla sensibilità dei custodi/addestratori. Già il fatto che creature selvatiche come tigri e leoni, o elefanti, siano tenuti in gabbie di pochi metri e vengano costrette ad esibirsi è comunque contro natura. Ogni tanto, infatti, qualcuno impazzisce e sbrana il domatore. Ben vengano acrobati, giocolieri e pagliacci, ma gli animali che male hanno fatto per finire i loro giorni in quel modo? Lasciamoli vivere.

  8. Secondo la confidenza del domatore che vi ho ripotatato non impazziscono: lo odiano profondamente ma lo temono, in quanto plagiati da piccoli. Altre forme di addomesticamento, soprattutto nelle riserve africane, senza niente chiedere in cambio, hanno avuto ben altro successo, vero affetto! Eppure Liana Orfei è riuscita a fare un film in costume con i suoi animali liberi avanti alle videocamere! Ad ientificarli, per chi era stato nel suo circo, a parte la presenza come attrice della bella circense, lo si capiva dal fatto che incongruamente ogni tanto spuntava fuori il barboncino bianco amico del leone maschio, incongruo all’epoca di Ercole o Maciste che fosse! Comunque un mondo affascinante ma crudele per gli animali, che probabilmente amano esibirsi, narcisisti anche loro, ma le condizioni di vita… Certo, un pezzo di sogno che se ne va!

  9. Come tutti i bambini dell’asilo e delle elementari, ho vissuto gli spettacoli circensi con stupore, ammirazione e gioia infantile. E, come quasi tutti, dalle medie in poi l’ho lasciato. Nutro quindi verso il circo l’affetto dei cari ricordi infantili. Ho apprezzato lo scritto di Alvaro Stella e la recensione di Walter Venchiarutti. Ne condivido i contenuti e la loro, come dice Piero Carelli, freschezza e leggerezza.

    Naturalmente, la filiazione del circo dalle tradizioni del nomadismo storico, sociale, culturale e talvolta epico rappresenta solo uno degli innumerevoli episodi di derivazione moderna e recente da quelle tradizioni, che presentano fattori di spicco spesso diversi se non opposti. E, altrettanto naturalmente, il circo occupa nel mondo dell’eccezionale, del magico e dell’esotico un posto e un ruolo molto specifici e circoscritti. Uno dei meriti di questo scritto mi pare proprio quello di una ricostruzione attenta e di una storicizzazione onesta, senza propensione a certe interpretazioni contemporanee di facile antropologia e psicosociologia, tendenti ad accentuare gli aspetti pittoreschi, popolareschi, fantasiosi, a discapito di elementi storici concreti sull’origine, lo sviluppo e la scomparsa dei nostri fenomeni di costume collettivo.

    La nascita nel 1768, unendo esercizi ippici (circo “equestre”) con momenti di festa popolare, mantenendo modalità stanziali; l’inizio delle modalità itineranti dal 1830 e delle strutture più capienti dal 1880; il declino tra il 1960 e la fine del secolo; gli attuali residuati di gestione tuzioristica: ecco una pagina minore ma non per questo meno interessante della nostra storia recente dello spettacolo e dell’intrattenimento pubblico.

    Sono note le ragioni della fine del circo. Peccato. Riposi in pace.

  10. Ci passavo il pomeriggio, appoggiato al muretto della “buca” che stava davanti alla Palestra (l’unica in città, all’epoca, edificio dall’architettura smaccatamente fascista, con i fasci littori scalpellati via di fresco!) a veder montare lo chapiteau: ed un prato verde, in una mezza giornata diventava il ….salone colorato e scintillante delle magie!
    Ed i circhi importanti che arrivavano addirittura col treno….è si la stazione era li a due passi!
    La magia degli “angeli volanti” al trapezio (con il numero fatto col rullo di tamburo e …”.senza rete”! L’emozione del montaggio della gabbia di Leoni e Tigri con lo schioccare secco della frusta. Ed i cavalli, stupendi nelle loro evoluzioni.
    E mio padre, a casa che faceva finta di niente (anche se in cuor mio sapevo benissimo che il Circo gli piaceva quanto a me) fino all’ultimo, anche a cena, e io che stavo al gioco, con qualche apprensione, ma senza domandare nulla e poi, quando oramai sembrava inesorabilmente tardi….”allora, Ciccio, andiamo al Circo?” E via di corsa, c’era solo da percorrere un pezzo di Via Stazione!
    Altre occasioni per uscire la sera (ma non solo uscire, ma anche qualsiasi altra cosa che non fosse andare a letto) tranne il “mese di maggio”, con la Chiesa davanti a casa, proprio non ce ne erano!
    Ce l’ho ancora nel cuore la sottile sofferenza dell’attesa e lo scoppio di gioia a quel “…..allora Ciccio, andiamo al Circo”?
    E non pareva vero che nella “buca” ritornasse a esserci solo un prato verde, quando ….se ne erano andati!

  11. Son contento che ci sia ancora gente “amante” del circo. Il mio lavoro non intende lanciare strali verso l’Unesco o verso il Sindaco riguardo gli animali… evidentemente si è arrivati a tanto dopo aver osservato scene da horror. Forse. L’ordinanza del nostro Sindaco, per chi ha voglia e tempo d’andarla a leggere, parla solo di animali delle cosiddette specie protette… cammelli con una o due gobbe, cavalli, eccetera potrebbero benissimo essere esibiti, ma – si sa – il circo si identifica “fortemente” con il domatore e quindi: niente felini, niente aveglianesi, lipizzani e neppure arabi (i cavalli). Perché i felini siano arrivati nei circhi è una bella domanda, è un po’ come la storia dell’uovo e della gallina. Una cosa vi posso dire, diciamo per conoscenza diretta: nessun circense va in Africa a far la caccia grossa… al circo arrivano animali già “colonizzati” (per quanto sia possibile). Poi ci sono gli umani e i disumani… con le conseguenze ampiamente riportate nel blog. Mi auguro, non solo per sentito dire. Chiuso il capitolo animali, come ricordato da altri blogger, la mia speranza è che il mondo del circo e degli spettacoli viaggianti non cessi d’esistere: quante belle giornate passate sulle autoscontro e al tiro a segno… che magari – un giorno – potrebbe essere vietato: capirete, mettere in mano lo schioppo a un bambino…

  12. Secondo me se dai circhi sparissero completamente gli animali – ormai dà fastidio a tutti, adulti e bambini, vedere povere creature costrette a fare cose che non è nella loro natura fare e le fruste non sono mai un bello spettacolo – l’arte circense potrebbe conoscere una nuova Era. Ci sono bravissimi acrobati, ginnasti e trapezisti che lasciano con il fiato sospeso. Ci sono magici prestigiatori e buffi pagliacci per incantare i bambini. I più bravi non lesinano canti e musiche. Non è abbastanza per allestire uno spettacolo itinerante? A queste condizioni, io sotto il tendone ci tornerei.

  13. Le ragioni della fine del circo sono evidenti. Innanzitutto, il fatto che ogni epoca abbia le sue rappresentazioni di tipo ludico. Con l’avvento della televisione e poi dei social media, tutta la società è diventata uno spettacolo globale, uno spettacolo di se’ verso se stessa, di tutto verso tutti. Il circo è rimasto senza clienti, incassi e ragion d’essere per motivi di mercato, per soccombenza alle rappresentazioni, agli spettacoli, ai ludi mediatici di una concorrenza tanto globalizzata quanto personalizzata.

    Inoltre, la presenza di animali sottoposti a regimi coercitivi e condizioni di vita e di trasporto incompatibili con le attuali convinzioni maggioritarie ha ulteriormente pregiudicato il circo, divenuto così non solo perdente in termini di mercato ma anche soccombente in termini di prodotto. I dati Eurispes 2016 dicono che il 71,4% degli italiani è contrario alle pratiche circensi sugli animali. In un mondo col mito delle “best practices” anche verso i pappataci, quelle del circo sugli animali sono considerate, dopo la vivisezione e poche altre particolarmente riprovevoli, le worst practices. Dissento da Rita: senza animali, solo con clown e ginnasti, il circo chiude. Il circo non sarebbe più circo se propinasse al pubblico, per due ore, solo il Bianco e l’Augusto coi fiori che zampillano e i virtuosi del trapezio.

    Infine, gli attuali residui circensi nazionali, muniti di rassicurazione economica statale, ci costano 5 milioni di euro annui a fondo perduto, in forza della legge 337 del 1968, che riconosce una “funzione sociale” al circo. Dai 4 milioni e 475 mila del 2016 si è passati ai 4 milioni e 900 mila del 2017. E la previsione è in crescita. Insomma, al circo non ci va più nessuno ma il circo ci costa sempre di più. Un mio conoscente di un’associazione animalista, che legge CremAscolta e con cui ho discusso di questo tema la scorsa settimana, ha commentato che la frase giusta dovrebbe essere non “peccato, se ne sono andati” ma “peccato, quanto ci costano”. Ovviamente, io non sono assolutamente d’accordo con lui e continuerò sempre ad avere per il circo lo stesso affetto che avevo da ragazzino.

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