domenica 26 Maggio 2019

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Scarpe scarlatte, di Antonio Grassi

Entro decisamente fuori tempo massimo con una recensione su un’opera presentata il 20 gennaio, ma non è il mio genere abituale, e solo da poco mi è arrivata voce, dal nostro cofondatore Piero Carelli, del fatto che era quasi mio dovere, per senso di appartenenza al blog, “metterci il naso” in quanto la vicenda si snoda negli spazi della mia vita: l’Ospedale, gli amici Giuseppe Inama, Primario cardiologo, Luigi Ablondi, Direttore generale, Frida Fagandini, Direttrice sanitaria, l’avvocato Palmieri… E tutti sono chiamati per nome e cognome! Ovviamente consenzienti, ma anche per altri un po’ mascherati sotto una leggera modifica, qualche sillaba in più, un’assonanza… la memoria mi conduce a gente che ben conosco. E del resto questo romanzo-verità, o quasi, parte da un fatto di cronaca.

Ma entriamo nel merito; la narrazione scorre con uno stile asciutto: pochi aggettivi, quasi niente avverbi, quattro pennellate decise per caratterizzare i personaggi. E poi, un sano turpiloquio quando ci vuole!

E una seconda singolarità: sono veramente tanti questi personaggi, con un punto di vista (la storia vissuta con gli occhi di chi) molto mutevole. L’autore lo sa perfettamente, tanto che, per non perdere il lettore distratto o discontinuo, apre con un glossario delle figure chiave.

Particolarità molto facile da spiegare: parliamo di uno scrittore da tempo maturato nello stile narrativo, ma comunque proveniente dalla cronaca giornalistica, e spetta al lettore assemblare questi ritagli di pagine di giornale, rimescolarle e annodarle insieme per giungere fino alle radici di un episodio di sangue senza sangue, dal quale si diparte il complesso rosario di morti, trame, nefandezze, per oltre quattrocento pagine.

Il sottotema, il sentito di fondo, è il bisogno di pulizia, di sicurezza contro un sistema che sotto l’apparenza dei colletti bianchi e taglio di capelli alla moda compie sotto i nostri occhi efferatezze ben più clamorose della classica mafia sicula. Già, perché i fusti di sostanze velenose provenienti da Crema, con tanto di marchio di fabbrica sul fondo giallo, sono stati realmente filmati sul ponte di una carretta del mare, e resi pubblici; forse una svista.  Non mi chiedete particolari ma era una trasmissione TV nazionale; è passato del tempo.

E anche il tema dell’impatto dell’informatica nella medicina e nella criminalità non ha nulla di surreale. E no ragazzi, ci conviviamo! Ho collaborato con gli informatici nel mio lavoro di segaossa, e recentemente ho avuto una visita a sorpresa nel mio sistema informatico da un hacker (ma per cercar cosa? Loro andando per tentativi trovano probabilmente fonti di reddito, argomenti di ricatto, informazioni da vendere. Mi spiace, hanno perso tempo, io racconto tutto a tutti). Ma se “personaggi giocosi” di questo tipo si sono già divertiti a spegnere il motore di una Volvo in transito con un semplice portatile, prepariamoci a tutto, anche a un’evoluzione della violenza informatica.

Molto accurata la veste editoriale, C.A.S.A. Edizioni, per carta di qualità e formato con alette, e, cosa insolita, per me che, ignaro dei personali e vistosi errori, riesco a trovare i refusi fin nel Manzoni, un testo pulito! In conclusione una storia complessa e verosimile, tutta da gustare, particolarmente succosa per chi ha calcato gli stessi scenari, stretto le stesse mani, conosciuto qualche analogo piccolo o grande segreto, come me appunto, che come medico ho raccolto tante confessioni quante un sacerdote, e ho potuto toccar con mano cosa c’è sotto lo strato sottile del perbenismo.

E se divenisse un film? Una nuova porta aperta per la diffusione dell’immagine della città, torbido sottofondo a parte. Io è così che l’ho letta, calandomi nelle immagini.

 

 

Commenti

2 risposte a “Scarpe scarlatte, di Antonio Grassi”

  1. Una recensione, Adriano, per nulla convenzionale e ben centrata, anche perché, non entrando nel merito della trama, dà quelle pennellate che servono a stuzzicare l’attenzione e l’interesse del lettore.

    Che posso dire io? Confesso di leggere ben pochi romanzi e quindi non sono la persona qualificata per esprimere un giudizio.
    I romanzi di Antonio Grassi, tuttavia, li ho letti tutti, anche grazie all’amicizia che ci lega da quando lui mi ha coinvolto nelle testate da lui fondate (in una di quelle, poi, abbiamo vissuto insieme un’avventura/disavventura giudiziaria accusati del reato di diffamazione a mezzo stampa: condannati in primo grado e assolti alla Corte di Appello di Brescia).

    Di lui ho sempre apprezzato lo stile graffiante oltre all’impegno civile (più che politico).

    Nel merito del romanzo in questione, posso solo affermare di trovare una felice sintesi tra il “giornalista” e lo “scrittore” (a mio avviso, da questo punto di vita, è il più maturo dei suoi romanzi).
    Vedo poi una maggiore complessità della trama (se lo scenario prevalente è il territorio cremasco, si spazia ne mondo).
    Trovo anche una complessità di carattere… concettuale: la pirateria informatica ha un suo lessico tecnico a cui i più non sono preparati.
    Maggiore complessità della trama e maggiore complessità del cuore della trama stessa fanno un… giallo ancora più giallo.
    Viene confermato poi lo stile brillante, sarcastico (il linguaggio, inoltre, è spesso volutamente crudo).
    Come viene confermata la sua straordinaria capacità di osservazione e di memorizzazione: di tutto Grassi dimostra di conoscere i dettagli (dal cinema ai brani musicali, dall’abbigliamento alla cucina), rivelando così una cultura a tutto tondo perché spazia su tutto (anche sulla filosofia, sulla psicoanalisi…).

    Confermato pure l’espediente di incuriosire il lettore sull’identità dei personaggi “locali” (quelli che non sono “scoperti”): un trucco che funziona (e che ha sempre funzionato anche su di me).

    Non so, Adriano, se il romanzo possa diventare materia di un film, ma quello che posso dire è che merita di varcare i confini del nostro territorio (e in effetti so che Antonio sta presentandolo in librerie prestigiose del Nord Italia).

  2. Trovo che queto testo, quelli di Stefania Diedolo, Francesco Ghilardi… che tolgono i coperchi da realtà cittadine non sminuiscano minimamente l’immagine urbana, anzi, ne facciano luogo della sincerità, perché in giro… scava che trovi! Sulla forma, pur non essendo il mio genere, ho dato una chiave interpretativa a quanti non siano assuefatti al romanzo-cronaca.
    Sai Piero, quando ho iniziato a scrivere fuori dai miei temi professionali mi sono assunto una grosssa responsabilità, ma anche quando valuto l’opera altrui vedo che piace, quindi lo faccio violentieri: magari vuol ire che sono equilibrato, che aiuto a “etrarci”.

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