menu

GIORGIO CARDILE

Punto di non ritorno

Mi reputo un ragazzo appassionato, da sempre impegnato a migliorare la comunità in cui vivo. Eppure riconosco che il tema ambientale non l’ho mai affrontato con la dovuta attenzione,finendo per sottovalutarlo o banalizzarlo. Mi sono chiesto allora il perché di questo atteggiamento che accomuna tantissime persone. Sappiamo che così non possiamo andare avanti. Sappiamo che

Mi reputo un ragazzo appassionato, da sempre impegnato a migliorare la comunità in cui vivo. Eppure riconosco che il tema ambientale non l’ho mai affrontato con la dovuta attenzione,finendo per sottovalutarlo o banalizzarlo.
Mi sono chiesto allora il perché di questo atteggiamento che accomuna tantissime persone.

Sappiamo che così non possiamo andare avanti.

Sappiamo che i cambiamenti climatici causati dalle politiche industriali e energetiche dei nostri Paesi stanno distruggendo in modo inesorabile il mondo in cui viviamo.

Sappiamo che siamo vicini al punto di non ritorno.

Sappiamo che non esiste un pianeta B da lasciare in eredità ai nostri fratelli, figli e nipoti.

Eppure restiamo spesso troppo indifferenti.

Perché?

Forse perché nonostante sappiamo, nonostante conosciamo il problema, non lo percepiamo in modo forte e diretto e, per il momento, non lo viviamo sulla nostra pelle.

Sì, è vero, la temperatura continua ad alzarsi, i ghiacciai si sciolgono, intere foreste che danno ossigeno a tutti noi vengono abbattute, il livello degli oceani si alza, nell’aria c’è sempre più CO2, la desertificazione incombe ma noi non lo vediamo e se una cosa non la vedi, non la tocchi in modo diretto, è come se non ci fosse.

Per me, come per tanti amici di RinasciMenti, è stato così fino a due anni fa.

Il problema ambientale ci ha travolti in una delle sue tante sfumature, a Caivano, in provincia di Caserta, in quella che un tempo i romani chiamavano campagna “felix” perché era un terra particolarmente fertile e che oggi è agli oneri della cronaca per essere “la terra dei fuochi”.

Le parole di una mamma, Anna Magri, e la storia del piccolo Riccardo, 22 mesi per sempre, morto per un neuroblastoma contratto a soli 6 mesi di vita ci hanno travolti.

Pensate a Riccardo, a questo piccolo angelo che nella sua brevissima vita insieme alla sua famiglia ha visto prevalentemente infermieri, medici, corsie di ospedali e non ha potuto respirare e vedere la bellezza di questo mondo.

L’unica colpa di Riccardo era quella di essere nato nel posto sbagliato, in una terra che avidi imprenditori, specialmente del Nord Italia e del nord Europa, ritenevano essere una facile soluzione per evadere il fisco e pagare meno tasse sui rifiuti industriali, in una terra che la Camorra si è offerta di trasformare in una discarica in cui sono stati sotterrati in 20 anni 10 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni tipo, in un terra che certa politica ha trasformato con omertà e complicità in un “inferno atomico” che avvelena i suoi figli.

Oggi lì a Caivano, ad Acerra, nel casertano, così come a Taranto, ad Augusta, nel basso Lazio ma anche qui, vicino a noi nel bresciano e in chissà quanti altri posti in Italia, nel mondo ci si ammala a causa dei danni provocati dall’uomo all’ambiente, provocati dall’uomo ad altri uomini in nome del denaro.

È stato il doloroso racconto di Anna, di una mamma che aveva perso il proprio figlio, ad aiutarmi a prendere coscienza di quanto fosse importante questa battaglia a difesa della nostra terra.

E allora in questi anni mi sono detto che, sì, prima di tutto noi possiamo modificare alcune nostre piccole abitudini, ma non è sufficiente.

Noi dobbiamo soprattuto chiedere che nell’agenda politica e nei programmi elettorali il tema dell’ambiente non sia l’ultimo punto di un lungo elenco, inserito per dovere di cronaca.

Se, come è vero, i politici improntano la loro azione in base a quello che l’elettorato vuole, noi dobbiamo far capire che vogliamo una vera politica ambientale.

E a chi dice che le priorità sono altre, che manca il lavoro, che con l’ambiente non si mangia, dobbiamo ricordare che a causa dell’ambiente si può morire, che non possiamo ragionare a compartimenti stagni, che i temi si intrecciano costantemente.

La scienza ha parlato in modo chiaro: il tempo sta scadendo. E sempre la scienza ci offre delle soluzioni e delle strategie per invertire la rotta.
Ma visto che la politica sembra non capire o fa finta di non capire, allora tocca a noi urlare che cosa vogliamo perché il tempo stringe, perché non c’è un pianeta B, perché io non voglio piangere altri piccoli angeli come Riccardo, perché non voglio più restare indifferente mentre il mondo affonda.

GIORGIO CARDILE

17 Mar 2019 in Ambiente

4 commenti

Commenti

  • Certo Giò che tocca voi, ragazzi, farvi sentire! Siete soprattutto voi, che riceverete ….”in consegna” sto catorcio di pianeta,
    Fatevi sentire e dite con chiarezza a cosa siete disposti a rinunciare, tra le “delizie” che ci propina giorno/giorno il nostro onnipotente sistema consumistico, pur di rendere sostenibile la vita sul pianeta. Non sarà cosa facile uscire dal trappolone generato dalla combinazione media/ pubblicità.
    Mettetevi, mettiamoci in cammino!

  • Invertire la rotta, si può, Giorgio. Anzi, si deve. E con urgenza.
    Che fare? Forse è opportuno metterci a studiare le esperienze di Paesi in cui la politica lungimirante (che non guarda al consenso immediato) ha scelto, sicuramente con resistenze, una nuova direzione allo sviluppo: dalla green economy, alla drastica riduzione nell’uso della macchina a favore della bicicletta (nelle città del nord, non solo ad Amsterdam, vediamo ammassate biciclette a non finire) e del motorino elettrico, dal minore consumo della carne (basterebbe ridurre il consumo da cinque volte a due la settimana per ridurre del 50% l’emissione di gas serra, scrive un premio Nobel per la pace, un fisico italiano) all’uso della borraccia invece che delle bottigliette di plastica, come fa la svedese Greta e come fanno tantissimi giovani suoi imitatori)…

  • Caro Giorgio, non si può non condividere ciò che dici ma, al di là dei buoni propositi, come si fa a parlare di diminuzione dell’inquinamento in una piccola cittadina come Crema mal-servita da una ferrovia fatiscente a binario unico e dotata di mezzi pubblici scarsi o appena sufficienti? E’ chiaro che le persone che lavorano e/o vanno a scuola devono viaggiare su un’auto privata, inquinando l’ambiente e consumando combustibili fossili, avendo come sola alternativa quella di stare a casa sul divano a guardare la tv.

    La generazione prima della vostra, e cioé la nostra, ha combattuto invano contro le enormi carenze strutturali che affliggono da sempre il Paese (volute dalla politica cat/com per favorire la Fiat e il suo indotto, non dimentichiamolo), vi auguro con tutto il cuore di essere più fortunati. O più bravi, dipende dai punti di vista. Ma credo che sia perfettamente inutile avviare una battaglia ideologica contro l’isola di plastica dell’Oceano Pacifico quando qui, dietro l’angolo, non si riesce a salvare neppure la vita ai bagolari di via Bacchetta, o agli alberi di via Diaz insieme a tutti gli altri selvaggiamente potati da gruppi di maniscalchi prestati al giardinaggio.

    Non fatevi strumentalizzare, ascoltate la voce di chi nella trappola c’è già caduto. Cercate di non fare la fine della povera Greta, che suo malgrado e sulla sua pelle (ogni giorno che passa la si vede sempre più sfinita) sta facendo la campagna elettorale pro-Verdi in previsione delle prossime elezioni europee del 26 maggio. Solo Alice nel Paese delle Meraviglie e i suoi discendenti possono credere che i #fridayforfuture siano movimenti spontanei organizzati dagli studenti, i quali, interrogati sul perché sono in piazza, dimostrano puntualmente di non essere preparati. Occhio al trucco, ragazzi.

  • Caro Giorgio
    entro in ritardo, ma come vedi il fatto che i commenti siano ridotti la dice già lunga! Io la chiamo la sindrome del pifferaio magico, quella che portò i topi al suicidio.
    Vedi il peggio sarà l’atrocità del come. Ho scritto tanto su possibili scenari futuri, ma sono stato solo preso per menagramo, e ci siamo vicini! Non scomparirà l’uomo, sopravviveranno delle sacche, specie ai poli, ma per l’accaparramento delle ultime oasi sarà guerra. Non credo nucleare, ma spietata. Intanto epidemie da sovraffollamento e inefficacia dei farmaci (resistenza agli antibiotici ma soprattutto ondate virali, insensibili alle cure) faranno considerare le pestilenze medioevali semplici raffreddori.
    Leggi il mio post “…e Crema con l’impermiabile”, altri pasati in cui suggerivo soluzioni tampone, anche agli agricoltori: niente, fin quando sarà inevitabile abbattere le mucche in aziende circondate dal deserto, e si può evitare! L’umanità è stata sottoposta ad estinzioni di gruppi e sofferenze di massa, atroce ma nulla di nuovo se fosse tutto lì, ma che fine faranno gli sforzi di millenni per la nostra cultura? Con questo non voglio dire che l’intero mondo civile non debba riunirsi per lo sforzo di salvare fin l’ultimo bambino, ma la cosa è talmente grossa che non riescono (io e te, altri di noi sì) a vederla. L’unico paragone per subitaneità e dimensioni del disastro è l’impatto con un meteorite, ma quello si vede, come dici tu, c’è poco da far gli scettici.
    E pensare che non manca molto per l’energia da fusione nucleare, e con l’energia, e una massiccia dose di interventi genetici per potenziare le piante, si potrebbe invertire il processo, catturare la Co2 anche con altri mezzi, e i sacrifici dobbiamo farli noi della nostra generazione: i colpevoli! Se non ci sentiamo costringeteci, anche a suon di randellate.

Scrivi qui il commento

Commentare è libero (non serve registrarsi)

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sui nostri contenuti