martedì 16 Luglio 2019

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Quante lingue parlano le cellule?

Venerdì 22 marzo, ore 21, presso la sala Pietro da Cemmo, Centro Culturale Sant’Agostino di Crema, la dott.ssa Simona Polo, ricercatrice presso il Dipartimento di oncologia emato-oncologia dell’UniM, premiata nel 2009 con l’EMBO Young Investigator e nel 2018 con l’Ambrogino d’Oro, eletta membro dell’EMBO nel 2016, direttrice del programma di ricerca “Ubiquitina e trasmissione del segnale” presso IFOM ci guiderà nel mondo delle cellule e nel loro modo di comunicare.

Nel corso dell’evoluzione gli organismi pluricellulari hanno sviluppato tutta una serie di sistemi per fare in modo che le cellule si scambino informazioni e messaggi, veri e propri linguaggi molecolari. In ogni momento, all’interno di una cellula, migliaia di proteine e molecole, entrando in contatto tra loro, si scambiano informazioni per consentire alla cellula di crescere, dividersi, muoversi, in sostanza di vivere. Come traduce la cellula questi contatti in informazioni? Che rischi si corrono quando il messaggio non viene decifrato correttamente? Dove sta andando la ricerca?

L’invito a partecipare è aperto a tutti.

Commenti

17 risposte a “Quante lingue parlano le cellule?”

  1. Una relatrice che ci ha fatto toccare con mano la bellezza della natura, in primis il miracolo della vita, delle cellule, delle loro danze, il loro stesso… migrare, accoppiarsi, creare delle comunità….

    Un tema affascinante che non poteva non sollevare molto interesse anche per i risvolti etici (che sono emersi da più interventi).
    Io mi limito qui a condividere con i lettori di CremAscolta quanto ho cercato, un po’ confusamente, di esprimere ieri sera.
    Siamo d’accordo tutti (a parte forse di qualche scienziato pazzo cinese) col principio secondo cui “non tutto ciò che è tecnicamente possibile, è eticamente lecito”.
    Il problema è individuare la soglia del “moralmente lecito”.
    Una domanda (che è un vero e proprio cruccio per me da diversi anni): è lecito intervenire nel dna di un embrione (magari mediante la fecondazione artificiale) di un embrione per prevenire la nascita di bambini con malattie genetiche ed ereditarie gravi?
    La medicina si propone il compito nobile di curare i malati.
    La biologia non potrebbe proporsi una missione altrettanto nobile che è quella di prevenire tanta sofferenza?

  2. So bene che si tratta di un tema delicatissimo e il rischio di quello che viene definito pendio scivoloso c’è: quando si inizia, non si sa dove poi si andrà a finire.
    Ma io mi domando: non è possibile scrivere un codice che preveda la possibilità di intervento da parte dell’uomo solo per alcune patologie gravissime?
    Un esempio: non una “cosa buona” prevenire la nascita di un bambino destinato a non avere consapevolezza di sé per tutta la vita?

  3. Una ulteriore domanda che pongo a me stesso e ai due-tre miei lettori:
    è più grave sotto il profilo morale correggere un errore casuale della natura o interrompere la gravidanza, magari dopo sei mesi, quando una donna scopre che il feto ha una patologia genetica grave?

    • I temi di bioetica pongono sempre la domanda su quale sia la scelta migliore tenendo conto anche del fenomeno del piano inclinato. È sempre più necessario, credo, una conoscenza approfondita delle questioni etiche e dei loro risvolti per evitare un giudizio “di pancia”. Per quanto se ne parli in ogni dove un confronto guidato da esperti potrebbe aiutarci a farci una più matura opinione.
      Piero fai bene a sollevare la domanda su cosa sia opportuno, scuotere la riflessione non può che giovare. Nel futuro si potrebbe ripropone nella nostra città un percorso di bioetica per informarci sulle nuove aperture o chiusure in discussione attualmente tra gli esperti.

  4. I temi che toccano la morale sono sempre molto controversi, anche la nostra relatrice ha cercato di rispondere senza prendere alcuna posizione.
    Credo che bisognerebbe comunque porsi domande e cercare risposte attraverso un confronto civile e rispettoso, privo di pregiudizi sia politici che religiosi.
    Il percorso di bioetica che propone Camilla potrebbe essere un buon inizio.

  5. Potreste essere proprio voi di Ipazia ad allargare l’orizzonte fino ai confini tra “scienza” ed “etica”.
    E’ un fatto che più crescono le scoperte della scienza, più aumenta il nostro “potere” di intervenire e, di conseguenza, più ci si presenta il dilemma etico, tanto più quando abbiamo a che vedere con il… cuore dell’uomo stesso (il dna, il genoma).

    Voi siete giovani e quindi non potete saperlo, ma posso ricordarvi che i primi (e forse gli unici) corsi di bioetica che si sono tenuti a Crema sono quelli che ho attivato proprio al Liceo scientifico con relatori di spicco a livello nazionale (tra i relatori di area cattolica conservatrice, ho più volte invitato anche il dott. Gandolfini, l’organizzatore del congresso mondiale sulla famiglia che si terrà a Verona nei giorni prossimi.
    Tra i più “radicali” ho invitato spesso Maurizio Mori.
    Tra i relatori laici più moderati, infine, ho invitato (anche più volte nelle classi) il dott. Luciano Orsi, di sicuro il maggiore esperto di Crema di bioetica con alle spalle pubblicazioni scientifiche.

    Pensateci: magari, se avrete bisogno di qualche input, ve lo posso suggerire io.

  6. Intanto la ricerca procede (anche con metodiche che correggono il dna) e procede perfino al S. Raffaele.
    Ecco un flash rubato a Google:
    “Con un lavoro durato 15 anni e costato circa 30 milioni di euro, due malattie genetiche (la sindrome Wiskott-Aldrich e la leucodistrofia metacromatica) sono state bloccate all’origine. Merito di un mix delle tecniche più avanzate della medicina di oggi. La prima è la terapia genica: il dna di una cellula difettosa viene corretto grazie all’introduzione di un gene sano assemblato in laboratorio. Questo metodo, allo studio da oltre 20 anni, prima di oggi era sempre stato avaro di risultati (e in qualche caso addirittura pericoloso).

  7. Vi è un abisso tra il caso dei due gemellini cinesi modificati geneticamente al fine di rimanere resistenti al virus l’HIV e le patologie genetiche gravissime di cui parlo io.
    È vero, Camilla: dobbiamo essere cauti perché il piano inclinato è sempre un rischio.
    Ecco perché dovrebbe esserci un codice etico (bioetico) che preveda la possibilità di una correzione genetica solo in alcuni casi.
    Penso ad esempio al caso di un cerebrolesi.
    Perché dovremmo avere uno scrupolo morale?
    Non è un imperativo etico prevenire – considerato che oggi è tecnicamente possibile – tale status?

  8. La terapia genica tesa a correggere il dna è ormai un fatto al San Raffaele da alcuni anni.
    Se c’è una Causa nobile per utilizzare quello che oggi si chiama crowdfunding non è proprio questa, vale a dire investire nella ricerca per prevenire la nascita di bambini affetti da patologie gravissime di carattere genetico?
    Perché l’uomo non dovrebbe avvertire il compito “morale” di correggere con la sua “intelligenza” le anomalie del tutto “casuali” della natura?
    Sarà la nostra intelligenza a impedirci di scivolare sul piano inclinato.

    • Posto che nella Natura di “casuale” non c’è niente, il darwinismo è ormai ampiamente superato, ammiro la tua fede Piero. Personalmente nell’uomo non vedo tutta ‘sta grande intelligenza, anzi, abbiamo prestazioni intellettive mediamente inferiori rispetto alle generazioni precedenti. E neanche tante “cause nobili”. Manomettere il Dna potrebbe essere l’ultima cosa che facciamo.

  9. Prevenire sofferenze provocate dalla nascita di un bambino cerebroleso non è una causa nobile? Non è una causa nobile investire risorse nella ricerca per prevenire certe patologie genetiche gravissime come sta facendo, tra gli altri il San Raffaele?

    Nella natura, dirai, tutto è determinato (anche se la meccanica quantistica ha messo in discussione il determinismo classico), ma è un fatto che accade che le cellule… impazziscano. In modo determinato? Non è questo il problema. Ciò che conta è che oggi siamo in grado – o abbiamo gli strumenti per farlo – di intervenire (e lo si sta facendo con le terapie geniche) per “correggere” l’anomalia in questione.

    • In un discorso di questa portata, è ovvio, il bambino cerebroleso c’entra marginalmente. E’ chiaro come il sole che a Bill Gates, per esempio, che oggi sta finanziando con cifre impronunciabili le ricerche sugli studi della produzione di insetti maschi geneticamente modificati allo scopo di sterminare le femmine, della malaria non gliene possa fregare un’accidente. I grandi della Terra sanno perfettamente che la manipolazione del Dna … porterà lontano. Molto lontano. Anche, e soprattutto, nel senso di provocare disastri ambientali irreversibili. Altro che malaria.

      Già oggi gli strumenti diagnostici possono prevedere nella stragrande maggioranza dei casi la nascita di un bambino cerebroleso, e quindi è possibile intervenire per tempo. Non è abbastanza? C’è bisogno di mettere in campo sistemi di manipolazione genetica i cui risvolti tra qualche decennio potrebbero rivelarsi devastanti? Così, poi, toccherà mandare in piazza a fare i “gretini” una nuova generazione di bambini. Se questa è l’intelligenza umana, che dio (o chi per esso) ci aiuti.

  10. Io ho circoscritto l’ambito, Rita, alla prevenzione di malattie genetiche estremamente gravi, cioè all’uso di terapie geniche che sono già in corso ma che richiedono ancora molta ricerca.
    Conosco bene il problema del piano inclinato (se hai letto i miei interventi, ti sei reso conto della consapevolezza che ho su questi temi su cui ho investito anni di studio e di riflessione), ma – lo ripeto – tocca a noi – trovare quell’equilibrio che ci impedisca di scivolare.

  11. Temo proprio che il bel confronto di idee in atto sia davvero “ozioso”.
    Su questo tipo di decisioni (così, purtroppo come su parecchie altre, esiziali per il pianeta e chi lo abita) nel modo globalizzato “in mano” a pochi superpotenti che se lo sono “spartito” in buon accordo tra di loro, noi cittadini, magari lodevolmente mossi da sacrosanti principi etico/morali, contiamo davvero nulla!
    O meglio, contiamo tutto (per la coerenza con la NOSTRA etica, con la NOSTRA morale) per quanto attiene a tutte le azioni che derivino da nostri comportamenti personali, ma contiamo nulla per le reali scelte globali fatte/da fare, quasi sempre “a nostra insaputa”, anche perchè il livello di competenza necessario ad entrare davvero nel merito, sarebbe troppo elevato.
    Mi sento di essere entrato in una fase di “lucido fatalismo”che mi costringe a “resettare” comportamenti che erano divenuti consueti nella mia vita.
    Qui, bisogna fare attenzione che nell’amalgama con cui ti otturano una carie, non ci sia dentro piombo.
    Figurarsi ……il resto!

    • Tutto vero. In questo particolare momento storico di finta democrazia (in realtà non ci crede più nessuno) i popoli contano come il due di briscola mentre le persone sono completamente eterodirette, non importa se dai media (i vecchi) o dagli influencer (i giovani), perché non c’è differenza tra le due cose.

      Personalmente non credo che attualmente sia possibile “un’evoluzione sociale”, mentre quella “individuale” oltre che necessaria è doverosa e ci chiama tutti in causa. Attualmente parole come adattarsi, adeguarsi, ristrutturarsi, trasformarsi sono enormemente impopolari. Ci hanno insegnato a sfuggire a noi stessi, a trovare un’infinità di ragioni per ignorare la voce che sentiamo dentro di noi. Penseremmo la stessa cosa se riuscissimo a vedere il «riscatto spirituale» che ci aspetta? La vedremmo diversamente se avessimo un’idea circolare e non lineare del tempo? Credo che se l’uomo contemporaneo avesse la certezza, come l’avevano gli Antichi, che tutto procede circolarmente, probabilmente smetterebbe di sghignazzare istericamente come fa adesso per cominciare a sorridere. Siamo alla fine, è un buon segno, si ricomincia finalmente.

      Piero so che tu sotto sotto confidi nell’uomo, io invece auspico un superamento dell’uomo e resto in attesa (sperando di vederlo) dell’Homo sapiens superior. Che arriverà, non ho dubbi.

  12. Io mi permetto solo di dire che, a quanto mi risulta, il San Raffaele, grazie alla terapia genica, sta lavorando proprio nella direzione che io auspico: intervenire a livello genetico per prevenire tanta sofferenza nel mondo è – lo ripeto – un imperativo categorico.
    Spendiamo una montagna di miliardi per “curare” (anche gli effetti del nostro… mangiare troppo) e non destiniamo risorse alla “ricerca” per prevenire sofferenze (almeno per i familiari in caso di bambini cerebrolesi) immani?
    So bene che in ambito bio-etico non ci sono certezze: per questo un corso di bioetica (che Camilla e Rosalba hanno suggerito) richiederà di ascoltare posizioni etiche diverse (lo ripeto: talora, su questi temi, ci sono più differenze tra bioeticisti cattolici, che tra cattolici e laici).

    • Piero il problema non è come “partono” le sperimentazioni (trionfalmente, di solito) ma come si evolvono nel tempo. La scienza e la tecnica “buone” vedi bene dove sono finite: abbiamo reso il pianeta un luogo quasi invivibile.

      Il Dna è l’unica cosa “sana” (nel senso di naturale) che ci è rimasta. Se fossi nei panni dell’umanità del futuro, mi guarderei bene dal toccarlo e sono ben felice di non doverne patire gli effetti devastanti tra 40 o 50 anni. Prova a fare il conto di quante medicine oggi in commercio tamponano un problema per crearne altri dieci, l’industria farmacologica campa proprio su questo. Quanto alla cerebrolesione, sappiamo che a causarla può essere una nascita prematura, un trauma da parto o due genitori con Rh sanguigno incompatibile. Vuoi dire che la nostra medicina non è in grado di prevenire queste cose? E anche considerando il caso (uno) ogni 30mila che ciò non sia possibile, vale la pena di manomettere il Dna? E poi? No, non sono d’accordo. Basta giocare a dadi col destino, l’etica qui non c’entra è solo questione di buon senso.

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