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RITA RAME

Voglia di sacro?

L’altro ieri il trentaduenne Lorenzo Orsetti, detto «Orso», nome di battaglia «Tekoser», arruolato nelle file curde dello YPG in Siria del nord, è stato ucciso nei combattimenti in corso a Baghuz. Potrebbe essere una notizia come un’altra, se solo fosse un caso isolato, ma non lo è. Viene da chiedersi cosa spinga ultimamente tanti giovani

L’altro ieri il trentaduenne Lorenzo Orsetti, detto «Orso», nome di battaglia «Tekoser», arruolato nelle file curde dello YPG in Siria del nord, è stato ucciso nei combattimenti in corso a Baghuz. Potrebbe essere una notizia come un’altra, se solo fosse un caso isolato, ma non lo è. Viene da chiedersi cosa spinga ultimamente tanti giovani maschi a votarsi al sacrificio di sé. Non hanno paura di morire? Erano pazzi i giapponesi kamikaze (la parola significa «vento divino») che pilotando aerei carichi di esplosivo durante la seconda guerra mondiale andavano a schiantarsi contro le navi nemiche? Sono sani di mente i jihādisti che si fanno saltare in aria «per la causa di dio»? Cosa non funziona nel cervello dei cosiddetti «suprematisti bianchi» che compiono raid omicidi contro mussulmani e neri ben sapendo che, nella migliore delle ipotesi, saranno condannati all’ergastolo?

Ammettiamolo: dopo decenni di pacifismo «d’ufficio» noi figli delle rivoluzioni culturali della fine del Novecento ci troviamo spiazzati di fronte a giovani maschi impegnati, chi su un fronte e chi sull’altro, in una specie di «guerra santa» post-moderna contro un presunto Asse del Male costituito da nemici la cui soppressione, per dirla con Bernardo di Chiaravalle, non è omicidio bensì purificazione. Viene da chiedersi se non vi sia da parte di questi soggetti, bianchi neri o marroncini che siano, una spinta inconscia alla ri-sacralizzazione di un mondo che sembra essersi perduto il Sacro strada facendo. Al netto di qualsiasi motivazione teologica e/o politica l’azione guerresca, in fondo, è prima di tutto un cammino mistico, un anelito ancestrale verso il «ritorno al sangue» che culmina nella morte del corpo. Per noi che non abbiamo mai vissuto alcuna guerra l’insorgere di un tale desiderio rappresenta una novità ma il mondo tradizionale ha conosciuto nel corso dei millenni vari tipi di «morte volontaria», la più nota delle quali è senza dubbio la mors triunphalis, ovvero la morte in guerra, una pratica dal valore altamente espiatorio che continua ad attraversare la Storia.

Non è un caso che i carri armati dell’esercito israeliano impiegati sul fronte palestinese vengano designati ancora oggi con il termine merkavà, o mer-ka-ba, in memoria del mistico carro della visione di Ezechiele divenuto sinonimo universale di crescita spirituale ed evoluzione. Secondo gli odierni integralisti ebraici, evidentemente, la Redenzione parte dall’avanzata di mezzi bellici – il cui sinistro fragore metallico viene chiamato «il rumore delle doglie del Messia» – capaci di restaurare l’ordine cosmico perduto attraverso la ri-costruzione religiosa dello Stato d’Israele. A bordo di un simile mezzo è gioco forza che il guerriero riscopra il suo «fuoco interiore» prendendo così parte al grande dramma cosmico. Grazie al combattimento egli si astrae dalla realtà più marcatamente materiale per accedere ad una dimensione altra, ed alta, nella quale le paure, il dolore, lo spirito di conservazione inteso nel senso più gretto, sono affievoliti. E’ solo al cospetto delle potenze terribili della morte e della rigenerazione in un mondo simbolico di conflitti che lo tira fuori dalla palude dell’immobilità per catapultarlo dentro l’eterno movimento universale.

La guerra è ritmo, danza frenetica capace di scatenare le potenze interiori, di coinvolgere il corpo e lo Spirito. Ma pur di vivacchiare al riparo di ogni possibile rischio l’uomo amante del compromesso ha esiliato dal suo cuore il significato profondo di morte e rigenerazione di cui la guerra classica (quella moderna condotta dalle macchine è semplicemente abominevole) è portatrice. Oggi il sangue fa impressione e la parola «morte» mette i brividi. Si può dire, anzi, che la Morte sia uno dei grandi tabù contemporanei, un peso che l’umanità porta sulle spalle ormai da parecchi secoli. Puntualmente si svia il discorso quando ci si avvicina a questo argomento: si soffre, si muore, ma non lo si deve dire in giro, sarebbe una cattiva pubblicità per il migliore dei mondi possibili, quello costruito dall’uomo contemporaneo a immagine e somiglianza delle sue mirabolanti invenzioni. La cosa più «dignitosa» che si possa fare, oggi, è morire in silenzio. Magari in qualche stanza di ospedale, perché in casa si dà fastidio ai sani e ai giovani, che hanno da lavorare e tanto ancora da godere, nel senso di spendere e consumare. Un tale pensiero, però, è un’arma a doppio taglio perché quando non si parla mai di una cosa si finisce per rendere quella cosa un’ossessione. I giovani maschi che si buttano nella mischia, forse, lo fanno anche per evitare questo rischio.

RITA RAME

19 Mar 2019 in Attualità

10 commenti

Commenti

  • Rita cheddire sul tuo trattatello su “guerra santa” e “morte gloriosa”? Ci son arrivato in fine ( it’s been a long way!) per …rispetto alla persona, ma io la penso diversa! E cercherò di vivere fino all’ultimo dei miei giorni in pace con me stesso e con i miei simili ( + o – simili!). L’obiettivo è quello di camminare con consapevolezza sul mio percorso di vita, senza “eroismi” ma con coraggio e coerenza con i principi della mia etica. È …. “volare basso”? Può essere che qualcuno giudichi così, io credo sia portare rispetto alla mia vita, anzitutto, a quella degli altri viventi, in nome del “sacro” del quale sono portatore (….sano!).

    • Qui non si tratta di stabilire come la pensiamo noi ma di capire come si stanno muovendo le cose. Se vogliamo ignorare la pulsione trasversale (Occidente e Oriente) che spinge milioni di giovani a fare sacrificio di sé, il florilegio di saggi sull’argomento sbocciato negli ultimi anni e continuare a parlare di matti da legare (cominciano ad essere un po’ troppi), va bene. Personalmente non mi è mai piaciuto “vivere con la testa nel sacco”, come diceva mia nonna, e perciò m’interrogo su ciò che avviene nella mia epoca.

      Il fatto che tu ed io non abbiamo nessuna vocazione all’eroismo, caro Franco, non fa testo poiché la questione riguarda i giovani, non quelli che giovani lo sono stati in altre epoche e in altri contesti. E’ chiaro che la “mors triunphalis” non attiri minimamente chi verso la morte ci sta andando naturalmente ma che affascini chi teoricamente ne è lontano. Ho appena sentito al Tg una breve intervista ai genitori del giovane Orsetti, che ho citato a puro titolo di esempio: ovviamente affranti e con una grande dignità si sono dichiarati orgogliosi della scelta del figlio. Visto che non si tratta di un caso isolato, mi sembra che almeno una riflessione sia doverosa.

  • Il sacrificio di Lorenzo Orsetti ci ricorda che il mondo non si riduce a quello ovattato in cui noi fortunati (ma sempre rancorosi) ci troviamo a vivere, ma che sono ancora zone in cui si lotta per la “libertà”. E ci ricorda che anche oggi ci sono giovani “stranieri”, in nome della comune “umanità”, che vanno a combattere per la libertà di altri popoli come, del resto nell’Ottocento (pensiamo al poeta Byron che è andato a morire in Grecia per la libertà di quel popolo) e nel primo Novecento quando dall’Italia e non solo partivano volontari a combattere da una parte o dall’altra della guerra civile spagnola.
    Giovani masochisti o eroici?
    Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, diceva Bertold Brecht, ma il mondo (certe parti del mondo) forse ha bisogno ancora di eroi.
    Eroi col fucile?
    Io credo ci sia più bisogno di eroi “civili” che combattano con la non violenza.
    Ma… si può combattere con la non violenza regimi spietati come l’Isis?
    Lorenzo non è morto anche per “noi” che continuiamo a vivere nel nostro mondo ovattato, ma che temiamo gli uomini armati dello Stato islamico?

    • Con tutto il rispetto per Bertold Brecht (anche se non mi è mai piaciuto), credo anch’io che un mondo che non ha bisogno di eroi debba poi accontentarsi di mezze cartucce, e non ho bisogno di andare oltre con le parole perché i fatti sono proprio sotto i nostri occhi. Forse i giovani si sono stufati di tanto grigiore, vogliono cambiare ma il potere è saldamente in mano ai vecchi, e così quelli che non si suicidano con l’alcool e con le anfetamine sintetiche vanno in guerra in cerca di purificazione.

      Naturalmente c’è guerra e guerra: un conto è la guerra tra uomini dove vince il migliore, tutt’altra faccenda è la guerra tra macchine, sempre più atroci. Tra gas chimici e bombe c’è ben poco fa fare gli eroi. Mentre la guerra-non violenta credo sia impossibile: “mettete fiori nei vostri cannoni” lo ha ampiamente dimostrato, invece di morire all’istante con una pallottola in corpo abbiamo cominciato a morire dentro lentamente. Non so cosa è peggio.

  • “Sangue e onore”. Mi vien da ridere solo a scriverlo. Il post di Rita è propaganda violenta, e il blog farebbe bene a cancellarlo, prima di una denuncia per apologia di nazismo, tanto per stare dalle nostre parti. Anche se forse non valeva la pena nessun commento. Per chi volesse approfondire comunque cliccare Atrium Altervista e leggere magari quanto scrive Marco Malaguti sulla sua “Per un’estetica della lotta”.

    • Denunciami, ti prego, così facciamo fare due sane risate anche a quelli che non leggono il blog. Sull’argomento c’è una bibliografia talmente vasta (i primi saggi sulla mistica della guerra li ho studiati all’università, non mi risulta che i miei prof siano mai stati arrestati per apologia al nazismo quando parlavano di curdi, persiani e cristiani, crociati e mussulmani) che uno stadio non basterebbe a contenere tutti gli intellettuali classici e moderni che ne hanno scritto. Laici e religiosi, naturalmente.

  • In antitesi con il misticismo guerriero, che ha radici profonde nell’animo umano e dunque possiede una sua dignità, c’è la violenza fine a se stessa messa a punto da disturbati mentali, una categoria in espansione nell’attuale società terminale. E’ cronaca di ieri (chi l’avrebbe mai detto che il primo attentato a sfondo jihādista si sarebbe consumato a Crema?) la strage sfiorata per un pelo di ragazzini della scuola media messa a punto da un folle ex-profugo senegalese, cittadino italiano causa matrimonio con un’italiana, che voleva bruciare vivi 51 studenti per poi proseguire il macello a Linate.

    Sono matematicamente certa che la giustizia italiana non lo punirà: gli faranno una bella perizia psichiatrica, lo terranno in una clinica-carcere per un po’ (forse) e festa finita. Né verranno puniti i dirigenti di Autoguidovie che hanno messo alla guida un bus per studenti un individuo con precedenti penali per guida in stato di ebbrezza e molestie a minori. Meno ancora pagheranno i veri mandanti di questo atto criminoso, originato (a detta dello stesso senegalese) dalla recente vicenda della “Mar Jonio”, una bagnarola impegnata nella tratta degli schiavi e acquistata con un prestito di Banca Etica di 700mila euro (garanti Erasmo Palazzotto e Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, Rossella Muroni di Liberi e Uguali, Nichi Vendola momentaneamente casalinga). Non poteva mancare in un’operazione a dir poco opaca come quella di “Mar Jonio” un personaggio vomitevole come Luca Casarini, emerso (sic!) dopo la pubblicazione del pamphlet “Come distruggeremo Genova”, un manuale che all’epoca si rivelò di una certa utilità per tanti disagiati come lui e, purtroppo, innumerevoli ferite inferse alla città.

    Ora, se il senegalese è pazzo, che dire dei suoi “ispiratori”? Non ci porremmo il problema, probabilmente, se questi soggetti non venissero pagati con i soldi delle nostre tasse, quelle che qualcuno vorrebbe ancora più alte, così da mantenere altri parassiti. Ma così non è. Sarà divertente (si fa per dire) seguire oggi i Tg e i titoli in prima pagina dei giornalini: scommettiamo che l’azione stragista verrà derubricata ad “atto isolato” messo a segno dal solito “lupo solitario” (ma chi ha coniato questo termine?, i lupi non sono così idioti), tutti verranno scagionati e da domani non se ne parlerà quasi più? Quanta fatica costa il vivere in un tempo ipocrita …. consola comunque che il numero dei cittadini lucidi sia in aumento, si comincia a non avere più bisogno di suggeritori per sapere cosa pensare, e questa è senz’altro una buona cosa.

    • Il clima di ieri della riunione i Ipazia in una sala Pietro da Cemmo a sedie dimezzate e accesso numerato fa pensare a una pecezione delle Forze dell’Ordine di pericolo non esurito e di episodio non isolato. la risposta? Esporsi, esser cordiali e civili.
      Ma sarà un caso che ieri l’UNI Crema dedicasse una lezione della Prof. Adriana Cortinovis alla gesione del problema nel mondo ateniese, spartano, persiano? Non l’aveva certo preparata la sera del tentativo di strage! Ma la conclusione è stata, non enunciata ma sottesa, che Sparta, chiusa alla commistione, ha vinto militarmente Atene ma ora è un borgo di un decimo della capitale, e la Persia che ha attinto a piene mani ai costumi altrui è volata in alto.
      In due parole? Apertura culturale e rigore punitivo/difensivo.

  • “giovani maschi impegnati”. La guerra segna chi la vince e chi la perde, e non con orrore, ma con un ricoro di spiritualità eccelsa. L’ho sentito da mio Nonno, I guerra mondiale, mio Padre, II. Grosso problema, perché coinvolge un bisogno primario di specie, il senso di appartenenza a un sottogruppo, la ritualità militare, pari a quella delle fedi religiose, il piacere atavico dell’uccidere, alla base di delitti di sangue anche in epoca pacifica. E allora che si fa? Si cede?
    Parto da me: sono uscito dalle categorie, definisco “gli altri” i Cirio con l’etichetta, non provo piacere nell’uccidere, ma lo saprei fare per degno motivo, ma degno deciso da me, non trovo disonorevole glorificare gli eroi, in quanto fedeli a un pricipio che li ha plagiati l’hanno seguito, ma, pur non ponendomi certo io come punto di arrivo di maturità individuale e sociale, credo che, senza spegnere la bestia che è in noi, dobbiamo tenere ben salda la sicura della pistola, con il controllo reciproco, con la derisione di ideali obsoleti. E mentre scrivo i medaglieri di mio padre e di mio nonno mi guardano dal muro. Che vi dico miei cari Ascendenti, sono orgoglioso, ci credevate, ma ancora una volta si spera che sia passata, e il fatto che succeda più raramente e in zone ben circoscritte ci farebbe ben sperare, ma il fattore climatico ci porterà a un nuovo imbarbarimento, a cercare il sangue per sopravvivere, e allora non ci sarà dialettica che tenga. ecco che la sicura ella pistola, a difesa dei nostri cari, va tenuta oliata, ben serrata, ma oliata. Ma imparate da Odisseo, cera nelle orecchie contro il canto delle sirene! i altr parole, allenatevi a decidere da soli, allenate la terza genrazione!

    • Pensa che l’emblema del Samurai era il fiore di ciliegio che naturalmente cade a terra prima di appassire, così come l’uomo impavido non teme di staccarsi dalla vita prima del tempo. Fare sacrificio di sé, donare il proprio corpo a una causa nel cui nome ci si consacrava alla morte, è stato considerato per millenni dalla nostra specie il «valore massimo», più importante dunque della vita stessa. Saremmo stupidi noi se giudicassimo stupide decine di migliaia di generazioni che hanno preceduto la nostra (donne e uomini, indifferentemente), è ovvio che c’è dell’altro.

      Ora io non so se ci stiamo avvicinando all’alba di una nuova Era eroica, staremo a vedere. Di sicuro (ieri come oggi) non c’è un sistema diverso per assumere la sicurezza di sé: misurarsi con l’altro non per fare sfoggio di forza bruta ma per mettersi alla prova. E dio solo sa se i giovani di oggi hanno bisogno di sicurezza! Chi gliela dovrebbe dare, la tecnologia? La politica? Le ideologie putrefatte? La questione riguarda esclusivamente loro: hai mai letto da qualche parte di un eroe «vecchio»? No, certo che no, gli eroi sono tutti giovani. Non solo perché l’atto eroico richiede una grande forza fisica e una buona dose di spregiudicata incoscienza, ma perché tocca ai giovani affrontare la trasformazione che il vecchio ha già subito. Comunque la si pensi, credo che qualche riflessione su tutti questi ragazzi e ragazze pronti ad armarsi e partire vada fatta.

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