domenica 26 Maggio 2019

Post Twit Accedi o iscriviti

UN COLPO D’ALA PER SALVARE L’EUROPA

Un suicidio collettivo

La Cina sta investendo ingenti risorse su tutti i fronti, dalle energie rinnovabili ai robot, dalla blockchain alla ricerca sul genoma, dalle infrastrutture in Africa alla via della seta (che la consacrerà ancora di più come potenza globale). Grazie, poi, alla sbandierata politica di non interferenza negli affari politici interni alle singole nazioni, sta acquistando aziende-gioiello in tutte le aree del pianeta. Gli Usa, a loro volta, stanno conducendo una politica “aggressiva” nei confronti sia della Cina che dell’Europa agitando la minaccia dei dazi. E L’Europa che cosa fa? Sta morendo dilaniata da se stessa. Quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio suicidio collettivo, il naufragio di un sogno perseguito tenacemente dai nostri padri all’indomani delle macerie lasciate dalla guerra, un conflitto tra “nazionalismi” che è costato circa 50 milioni di morti. E ora si appresta, impotente, ad essere spartita dai Grandi della Terra e dai vivini di casa, la Russia. Un destino crudele: la morte della politica nobile quale arte di “mediazione del conflitto”, come “punto di equilibrio di interessi diversi”, come spazio di “valori condivisi”.

Un’Europa scossa da più tsunami

Che cosa è accaduto? Accusare i cosiddetti sovranisti e populisti significa sbagliare bersaglio. Se davvero vogliamo salvare l’Europa dalla morte, non abbiamo altro da fare che rimuovere le cause del diffuso malessere che la sta paralizzando. L’Europa è stata letteralmente flagellata

  • da una globalizzazione non governata,
  • dalle tecnologie digitali non politicamente orientate,
  • dallo tsunami della crisi finanziaria made in Usa e dalla successiva crisi dei cosiddetti debiti sovrani,
  • dai flussi migratori non controllati e non gestiti a livello europeo.

Tutti eventi devastanti che hanno lasciato a terra una miriade di vittime di più ceti sociali, risentimenti contro le élite dominanti e contro le stesse istituzioni europee (ree, tra l’altro, di avere dimostrato suo caso della Grecia una miopia politica imperdonabile). Da qui l’emergere dei cosiddetti sovranisti e populisti che si sono fatti interpreti dei tanti “forgotten men”, dei “perdenti”, delle paure, della insicurezza economica…: scambiarli per becchini dell’Europa quando altro non sono che un sintomo di un disagio, è un errore politico gravissimo.

La doppia spada di Damocle

Rivangare gli errori compiuti (un allargamento dell’Unione troppo rapido, l’introduzione precoce di una valuta comune in presenza di Paesi con economie e politiche fiscali molto differenti…), non serve. Quello che resta da fare è guardare avanti e vedere se sia ancora possibile salvare quel poco di “casa comune” che abbiamo costruito in svariati decenni (una grande e ambiziosa costruzione unica nella storia):

  • curare le ferite di tutti i perdenti con una adeguata “protezione sociale” (anche al fine di attenuare le disuguaglianze sociali cresciute a dismisura a causa della globalizzazione – soprattutto finanziaria – e delle tecnologie digitali),
  • prevedere un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture (materiali e immateriali) per offrire l’opportunità del “lavoro” a tutti, in primo luogo ai più giovani;
  • “proteggere” l’economia europea dal “dumping sociale” di Cina e degli altri Paesi cosiddetti emergenti, tutelando così il potere di acquisto dei lavoratori e riducendo al minimo il precariato (fino a quando tale dumping sociale verrà meno);
  • mettere in moto un intenso programma che preveda ingenti investimenti in ricerca e in formazione al fine di non perdere la sfida della “digitalizzazione” e perché le tecnologie digitali siano orientate a servizio dell’uomo e non contro l’uomo,
  • finanziare sia la protezione sociale che gli investimenti europei con una giusta tassazione delle multinazionali che oggi evadono (o eludono) largamente il fisco, togliendo di mezzo in tal modo la doppia spada di Damocle (i vincoli europei e il ricatto dei mercati finanziari) che impedisce a non pochi partner europei di crescere.

Un “manifesto europeo”

Nello stesso tempo sarebbe necessario dare un segnale forte a chi vede (giustamente) una distanza abissale tra le “élite” europee e il “popolo”

  • abbattendo tutti i privilegi degli europarlamentari e dei commissari europei;
  • riducendo in modo significativo i costi della macchina burocratica (oggi super-pagata);
  • eliminando quel mostro rappresentato dalla seconda sede del parlamento europeo (largamente sotto-utilizzata) che oggi divora risorse notevoli a danno dei contribuenti europei.

Sarebbe necessario, infine, dopo decenni di veti incrociati da parte di singoli capi di governo nazionali :

  • conferire la centralità al parlamento europeo, unica istituzione ad essere eletta dai popoli europei,
  • fare della Commissione europea un “esecutivo” che abbia la fiducia del parlamento e risponda a esso,
  • ridurre progressivamente il potere del Consiglio europeo dei capi di governo e di Stato.

Solo due-tre idee che magari, grazie al contributo costruttivo dei blogger e dei lettori di CremAscolta, potrebbero diventare un embrione di “manifesto europeo” sulla base del quale selezionare il 26 maggio e successivamente controllare i nuovi europarlamentari.

 

 

Commenti

129 risposte a “UN COLPO D’ALA PER SALVARE L’EUROPA”

  1. Sono consapevole di avere solo espresso degli spunti di riflessione: la problematica europea è troppo complessa per affrontarla in poche righe.
    Spunti che nascono da una profonda amarezza, quella di vedere il naufragio di un sogno di tanti uomini e donne e di tanti giovani che hanno fatto l’esperienza dell’Erasmus.
    Paola Savona, l’economista per cui si è tanto battuto Salvini (che lo voleva ministro dell’economia) sono anni che sollecita una scuola di educazione europea.
    Dopo decenni siamo ancora un po’ tutti provinciali e vediamo tutto con le lenti “nazionali”. Solo i giovani Erasmus hanno fatto e stanno facendo dal vivo l’esperienza di essere “cittadini europei”.
    Non dimentichiamo che i padri fondatori europei erano nella cultura “europei”.

  2. A proposito di punto di vista europeo, non a caso ho sottolineato nel post l’esigenza di dare la giusta centralità al parlamento europeo non solo perché l’unica istituzione europea “eletta” dai popoli, ma anche perché è dentro il parlamento che i gruppi europarlamentari sono europei (non nazionali) e quindi le proposte che ciascun gruppo fa sono già un punto di equilibrio tra più punti di vista.
    Tutto l’opposta è la logica del Consiglio europeo dei capi di governo e di Stato che è la logica tutta “nazionale”: non a caso, ad esempio, la revisione degli accordi di Dublino per un governo europeo del flusso dei migranti già approvato da tempo dal parlamento europeo, si sia incagliato proprio nel Consiglio dei capi di governo che rispondono al loro elettorato “nazionale”.
    Ci vorrà del tempo perché maturi questa “rivoluzione istituzionale”, ponendo al centro quello che oggi conta di meno (cioè il parlamento).

  3. Sono anni che sogno un movimento paneuropeo, transnazionale. Ora leggo che questo movimento c’è: si chiama Volt.
    Il movimento è nato da due tre giovani di tre nazionalità diverse (di cui uno, il presidente, è italiano). Il suo obiettivo è quello di presentare candidati alle elezioni europee in 7 Stati.
    Ma… ho la sensazione che sia un emerito sconosciuto.
    Per ora, almeno, è un movimento che non ha alcun appeal.
    Magari, si svilupperà (ora è presente in 11 Stati), ma non credo che bastino la buona volontà e il sogno di giovani che hanno alle spalle l’esperienza dell’Erasmus. Ci vogliono risorse, oltre che idee. Io auguro al movimento di far strada se ha delle buone carte da giocare.
    Abbiamo bisogno di giovani che “pensino con una logica europea”, non nazionale, che puntino a costruire la nostra “casa comune”: se tornassimo indietro, infatti, se tornassimo al bellum omnium contra omnes, sarebbe davvero tragico.
    Significherebbe non avere imparato nulla dalla lezione delle due guerre mondiali, nate nona caso, in Europa, dallo scontro tra nazionalismi.

    • No Piero, no!!!! Ma li hai visti gli sbarbati di Volt? Li hai sentiti parlare? Sembrano appena usciti da un’assemblea scolastica. Non so come si possa anche semplicemente guardali con un’occhiata che vada al di la’ della tenerezza materna o paterna. Qui c’e’ bisogno di uomini e donne maturi e dotati di attributi. La ricreazione e’ finita.

  4. E’ quanto ho scritto, Rita: si tratta di un movimento che, pur nato nel 2017, non ha ancora fatto le radici anche se sarebbe presente in ben 11 Paesi.
    Gli stessi mass-media italiani (asserviti al sistema?) non mi pare abbiano avvertito la sua presenza (personalmente, ho letto una sola intervista e ho sentito il presidente in due occasioni a Omnibus, la seconda questa mattina).
    Se avrà carte da giocare – lo ripeto – dovrà fare ancora tanta strada.

    • Non si è avvertita la loro presenza perché sono inconsistenti.
      Ho sentito anch’io il presidente, non ricordo più in quale occasione, è ancora sulla Luna. E non è escluso che ci rimanga.

  5. A meno di un mese dalle elezioni europee il silenzio sull’Europa è davvero… assordante.
    Chi mai ne parla se non per scaricarle addosso tutti i mali?
    Posso comprendere i cosiddetti sovranisti che non hanno alcun interesse ad ampliare i poteri del parlamento europeo, ma non posso capire i cosiddetti europeisti che dovrebbero avere, al contrario, tutto l’interesse a togliere potere ai capi di governo (a cui di fatto la Commissione europea risponde) per darlo al parlamento eletto dai popoli.
    Qualcosa, tuttavia, mi pare che si muova: non a caso questa mattina a Omnibus ho sentito una esponente della Lega che sosteneva una delle indicazioni su cui mi sono soffermato, vale a dire un piano europeo di investimenti in infrastrutture al fine di alleggerire i vincoli europei sui singoli Stati.
    Meno male che si comincia a vedere l’Europa non come un “problema” (e solo problema), ma anche come “soluzione”.

  6. Per lungo tempo in Europa la politica era considerata considerata come come l’arte della mediazione di interessi (e si trovava sempre un punto di equilibrio, anche se dopo lunghe trattative), ora solo come scontro, per dipingere l’altro come nemico e scaricare su di lui tutte le colpe.: un modo di fare la politica infantile.
    Siamo d’accordo: l’Unione europea non è un matrimonio di amore, ma di interessi, ma oggi nessuno vede gli “interessi” degli altri, ma solo i propri. Così la politica (come è nata e come è cresciuta) muore.
    E con la politica l’Unione europea.

  7. L’Europa e solo l’Europa sarà in grado di salvarci: col nostro mostruoso debito pubblico (di cui siamo gli unici responsabili perché l’abbiamo accumulato negli anni ’70 e ’80 quando le regole europee non esistevano ancora).
    Solo investimenti massicci dell’Unione in infrastrutture (dalla manutenzione alle autostrade informatiche) potranno allentare i nostri vincoli.
    Nel mio posto ho dato due indicazioni precise: un piano straordinario di investimenti pubblici e la protezione sociale a carico dell’Europa di tutti i “perdenti” della globalizzazione e delle tecnologie digitali. Ora, se davvero gli italiani intendono avere più margini per politiche espansive, dovrebbero sostenere questi obiettivi: allora sì che riacquisteremmo un’autonomia di politica economica che da anni abbiamo perduto sotto la spada di Damocle (come l’ho chiamata nel post) dei vincoli europei e del ricatto dei mercati a cui chiediamo di sottoscrivere i nostri titoli di Stato..

  8. Caro Vittorio, sfondi una porta aperta: non è un caso che nel mio post abbia fatto un cenno io all’imperdonabile errore compiuto dalla Commissione europea, errore riconosciuto prima dal FMI e poi dallo stesso Junker.
    Ma non dimentichiamo che a monte della misure imposte dalla Commissione, c’erano le divergenze del Consiglio europeo dei capi di governo e che è stato il parlamento europeo stesso che aveva avanzato seri dubbi sulla conformità ai Trattati di un organismo come la Troika.

    Per non ripetere gli stessi errori, occorre – lo ribadisco – dare al Parlamento i poteri che hanno nei singoli Paesi i parlamenti nazionali: l’unico organo “legislativo” a cui la Commissione risponde in toto, come rispondono i governi nazionali ai parlamenti nazionali.
    Ma, dall’aria che tira, non vedo nessuno, tanto più i cosiddetti sovranisti, e tanto più in campagna elettorale, avanzare questa riforma (una riforma di tipo costituzionale, l’unica che possa creare le condizioni per una ripresa del percorso di integrazione.

    Io mi auguro che le forze politiche (tutte) si rendano conto della posta in gioco e non siano prigioniere dei sondaggi in termini di consenso.

    E’ il caso di ricordare, per non perdere la memoria, che altre federazioni di Stati sono cresciute superano errori (il percorso degli Usa è stato addirittura segnato da una guerra civile atroce).

    Se non si entrerà gradualmente nella logica europea – nelle materie naturalmente di competenza europea – non si potrà affrontare nessun caso critico (forse non tutti sanno che l’Italia ha sborsato 60 miliardi circa per venire in soccorso ai cosiddetti Piigs e questo spiega come mai anche i governi sovranisti siano stati molto severi nei confronti della… finanziaria italiana 2019).

  9. La mia preoccupazione, Vittorio, è che nel prossimo futuro si moltiplichino i casi tipo Grecia, non nel senso che si perpetuerà con la politica dell’austerity, ma perché più si rafforzeranno le istanze “nazionali”, più si farà fatica a trovare un accordo per venire in soccorso a nuovi casi di Paesi assediati dai mercati finanziari: se il caso della Grecia si è lasciato marcire a lungo (e poi si è ingigantito) è perché alcune “nazioni” (perché, ripeto, la Commissione non risponde al parlamento, ma ai governi) non volevano spendere dei soldi per salvare un Paese che aveva deliberatamente squilibrati e poi truccati i conti pubblici.
    Se è stato difficile (in Germania la difficoltà era anche dovuta a una ragione “etica” – a dire dei tedeschi – ma pure al rischio che qualche cittadino facesse ricorso alla Corte costituzionale – ciò che in Germania è consentito) da parte di governi popolari-socialdemocratici, lo sarà ancora di più con governi alla Orban che molto volentieri ricevono i fondi europei ma non intendono mai accollarsi gli “oneri” della solidarietà tra i partner europei.

    Caro Vittorio (anche se non ti conosco), io non ho schieramenti politici da difendere (il taglio del mio post lo dimostra), ma quello che mi interessa è “dialogare” con tutti per cercare delle “soluzioni ai problemi”: null’altro.
    Sappi che tante volte ho cambiato opinione se altri mi portano argomenti più convincenti dei miei.

    • Anche io non ho schieramenti da difendere. Tanto è vero che non voto da anni e, per il momento, non ho alcuna intenzione di ricominciare. Anche a me interessa solo dialogare.

      Distinti saluti

  10. “E L’Europa che cosa fa? Sta morendo dilaniata da se stessa”. Esatto. ma dove metter l’ago della bussola per cambiare? Io dico a EST, e mollare certi porcellozzi, simpaticoni e competenti individualmente, per carità, ma comunque colpevoli dell’elezione del bottegaio biondo collettivamente. L’intelletto, la ragione, il senso della misura, sono lì nel mondo, e anche la sua salvezza dalla non lontana catastrofe; meglio esser misuratamente dominati che occultamente manipolati, se proprio non riusciamo a organizzarci.

  11. Di sicuro, Adriano, la Cina ha molto da insegnarci se è vero che è stata la principale beneficiaria della globalizzazione (almeno 600 milioni di cinesi sono usciti dalla soglia di povertà e si sono liberati dalla fame).
    La Cina, inoltre, è un mercato immenso in cui potremmo esportare il meglio dei nostri prodotti: non dimentichiamo che in ambito alimentare siamo tra i primi al mondo (e invece ci facciamo bagnare il naso da altri Paesi europei che non potrebbero competere con noi in qualità).

  12. Mi fa piacere, Vittorio: non ho dubbi che, ascoltando (è difficile oggi ascoltare!) i reciproci argomenti, ci arricchiremo a vicenda.

    A proposito di errori. Ne abbiamo fatti come europei, ma l’abbiamo capito a posteriori. Un errore colossale (ne ho parlato nel mio post) è stato l’allargamento troppo rapido della Unione.
    Le motivazioni sono state nobili: favorire quei Paesi che erano usciti dalla dittatura (dalla Spagna al Portogallo, dalla Grecia ai Paesi dell’Est Europa) nel loro percorso verso la democrazia.
    Motivazioni nobili che tuttavia hanno provocato conseguenze per certi aspetto dolorose: pensiamo agli italiani (e non solo) che hanno visto fondi europei prima destinati a loro, dirottati verso i nuovi Paesi più poveri; pensiamo all’impatto negativo che hanno avuto un po’ tutti i Paesi europei con… l’invasione di romeni (e con gli stessi Rom).
    Non dimentichiamo che prima dei recenti flussi migratori da Paesi extra Cee, abbiamo tutti vissuto l’invasione “interna” di cittadini “europei” che hanno contributo da un lato alla crescita della delinquenza (anche se non si deve mai fare di tutta l’erba un fascio) e dall’altro hanno avuto come effetto una concorrenza al ribasso sul mercato del lavoro: pensiamo al referendum francese sul Trattato costituzionale europeo quando si è votato non tanto nel merito del Trattato stesso, ma per paura dell’… idraulico polacco!

    • Queste battute ad effetto proprio non le capisco, soprattutto da lei che ha sempre dichiarato di non occuparsi di politica. Ora, anche limitandoci a questo blog, tralasciando gli approfondimenti di libri, giornali, mass media tutti, e dell’esperienza della Storia, considerati gli interventi di Carelli, Rita, Francesco, Lena, Vittorio, insomma i pro e i contro, ricordato che il tema Europa in mesi e anni è stato affrontato a più riprese anche in questa sede, mi chiedo come si faccia, senza argomentare, ridurre un tema così difficile ad una squalificante diatriba che ha tutto e solo il sapore ideologico, mai come in questo momento le ideologie stanno tornando prepotentemente alla ribalta, dimenticando che la posta in gioco, soprattutto in questo momento che preluderebbe ad epocali cambi di prospettiva, è altissima. Che non è solo rapporti economici tra stati, ma è cambiamento culturale più significativo di altri momenti, che andrebbe affrontato non con un ipotetico cambio di guardia in nome di un cambiamento che ha tutto il sapore della vendetta o rivendicazione, ma che non ha i piedi per terra, se non affrontando quel rischio di cui forse lei ha parlato nei suoi rari interventi politici, ma che in quanto tali sono imprevedibili. Come se si decidesse di affidare il tutto alla casualità di un futuro imperscrutabile quando alle spalle abbiamo un passato quello sì scrutabile che forse potrebbe insegnarci qualcosa. Ora, ammettendo anche l’evolversi fisiologico della Storia, inarrestabile, i sovranisti non avranno comunque la maggioranza, questo scontro ideologico in atto ha ormai il sapore di scontri antichi. E anche riconoscendo il diritto di autodeterminazione dei popoli, inalienabile, e senza scendere in tecnicismi di cui Piero è più esperto di me e lei, mi chiedo: è mai possibile che non si avverta questo clima solo pieno di rancore piuttosto di un clima volto a risolvere le questioni che indubbiamente attagliano questa ormai traballante Unione? Leggevo stamattina un’intervista a Daniel Gros che dirige il Centre for European Policy Studies a Bruxelles che dichiara che ormai l’Italia è vista alla stregua delle dittature populiste sudamericane. Sperando che non sia profetico, io dico che un’affermazione del genere, che non so fino a che punto condivisa, dovrebbe per lo meno far riflettere.

    • Puoi dirlo forte! A parte le “nobili motivazioni” (realizzate ZERO), da vent’anni andiamo avanti a suon di “governance”, che in pratica è il modo di rendere “non democratica la società democratica”: senza sopprimere l’apparenza procedurale, si pratica un sistema di governo indifferente al popolo – o, se è il caso, contro – in nome di una etero-direzione transnazionale economico-finanziaria.

      Adesso i baciapile laici e il papa cattolico ce l’hanno a morte con i populisti: “Dobbiamo respingere i barbari!” Ovvio, la “governance” di un regime liberale non può accettare gli effetti collaterali della democrazia. Quando il “popolo bue” esercita il suo ruolo sovrano e si esprime su questioni comuni bisogna correggerne l’errore, con le buone (mediazione dialettica) o con le cattive (arma giudiziaria).

      Ma quelli che oggi temono i sovranismi sanno, o no, che l’attuale universalismo è esattamente il nazionalismo più becero della potenza egemone mondiale? Si rendono conto, o no, che imporre una finta democrazia a un popolo non può che portarlo a considerare la “quella” democrazia come una forma di aggressione? Non capiscono che l’umanità è stufa delle loro “guerre umanitarie”, dell’immigrazione finalizzata al caos, delle schiavitù indotte da debiti inestinguibili? Non sono cose “giuste” solo perché lo dicono loro, anzi sono sbagliatissime.

      Qui c’è bisogno di una democrazia olistica, in cui il criterio dell’agire politico sia rappresentato non dall’espansione dei diritti individuali (non se ne può più!) ma dalla promozione e dalla difesa della comunità nazionale, territoriale, religiosa, familiare, culturale. Se abbiamo ancora una briciola di rispetto per noi stessi, questa democrazia non solo dobbiamo immaginarla ma esigerla.

    • A Ivano: Daniel Gros ha bisogno di un bravo psicanalista.
      Ce ne saranno anche in Germania, immagino.

    • È vero che la politica non mi interessa. Però non posso evitare di venirne ogni tanto a contatto e di avere delle reazioni. Per esempio, stamattina al mercato c’erano quelli del PD a far proselitismo. Devo confessare che quando ho visto quello stemma che portava scritto “antifascista, antirazzista, femminista, ecologista” ho avuto un fremito di commozione. Grazie a Dio, ho pensato, c’è ancora qualcuno in questo mondo a difendere i veri valori (io avrei aggiunto “antisessista”, ma forse non c’era spazio abbastanza).

  13. Per farmi perdonare propongo un altro slogan: “L’Europa sei tu. Chi può darti di più?”
    (ma i maligni potrebbero interpretare: “chi può darti più povertà, più disoccupazione, più crisi sociali, più disinformazione, più decadenza ecc..”)

    • Si, hai ragione, gli slogan pidini sono anacronistici. Sapendolo loro stessi, forse, e battendo tutti quanti sul tempo, si son dati il nome di “progressisti”. L’alternativa era “vecchi come il cucco”. Bisogna essere drammaticamente tagliati fuori dal mondo per parlare di antifascismo in assenza del fascismo, di antirazzismo in un Paese che in soli 5 anni s’è fatto carico (suo malgrado) di vagonate di clandestini, di femminismo in una società indubitabilmente dominata dalle donne, di ecologismo che letteralmente vuol dire niente. Mancava giusto l’antisessismo, che in un contesto occidentale come l’attuale dove l’impotenza rappresenta un serio problema sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Avranno fatto proselitismo? Come i compari che qualche metro più avanti recitano il rosario? Non sono dissimili, in effetti. Potrebbero unire le forze.

  14. Per Livio delle 11:34: “antifascista, antirazzista, femminista, ecologista” “antisessista”. Vediamo un pò. Il contrario sarebbe fascista, razzista, maschilista, ecologista non mi viene l’opposto, forse inquinatore, di anime intendo, sessista mi verrebbe da dire…………non mi viene. Della serie: quando si vuole fare brutta figura a tutti i costi. Della serie, anche: questa mattina non ho niente da fare. Se fossi in lei seguirei il monito di Adriano. Anche: la smetta di fare il provocatore a tutti i costi. Lo lasci fare agli adolescenti. Ma sono certo che sta scherzando, non si possono dire tante stupidaggini in una volta sola. A meno che non intenda intraprendere la carriera di comico. Come quella di quelli anteguerra da cabaret a Berlino. Ma era già tragedia. Con questo però non vorrei che mi fraintendesse, non vorrei pensasse che prendo sul serio il commento citato. Ascolti Adriano, esca a fare una corsetta. farebbe bene anche a Thor.

    • È che il PD suscita in me ilarità, mi fa ridere. Spero faccia bene al sistema cardiovascolare.

  15. Comunque io non conosco nessuno che detesti la solitudine quanto Lei. Lei millanta il personaggio sé che non esiste. Prova ne sono le sue risposte in diretta. Lei è un caso interessante.😁😂😃

  16. Preferisco, amici, entrare nel merito dei problemi.
    Ad Adriano. La Cina, dicevo, ha molto da insegnarci anche se è una dittatura perché ha saputo gestire meglio di tutti la globalizzazione e ha saputo trarre da essa il massimo dei vantaggi. L’ha fatto “governando” il flusso dei capitali, ciò che noi europei e americani non abbiamo fatto in nome del neo-liberismo.
    Una scelta dovuta al fatto che la Cina ha un governo dispotico (pur illuminato)? Non è così perché una scelta analoga l’ha fatta l’India che è la maggiore democrazia del pianeta.
    Ecco perché nel post (che ben pochi, credo, hanno letto) ho sottolineato l’esigenza di “proteggere” l’economia europea dal dumping sociale della Cina (fino a quando tale dumping sarà azzerato grazie alla crescita dei diritti dei lavoratori e del welfare).
    Si tratta cioè di mettere in crisi il mantra del libero mercato (a maggior ragione del libero mercato dei capitali).

    • Il fatto è, Piero, che tu continui a sognare di cambiare il mondo attraverso il “dialogo costruttivo” sul blog e qualche ‘corsetto’ di economia. Forse l’intenzione è lodevole ma quello che si scrive su Cremascolta a proposito di Europa, BCE, Cina e così via, serve quanto il lucidarsi le scarpe sul Titanic che affonda. E le “nobili intenzioni” dell’euro mi sa che le vedi solo tu.

  17. A Vittorio.
    Mi piace riprendere il discorso (sviluppando il mio post) sugli errori commessi.
    Sappiamo tutti che la scelta dei tempi dell’introduzione della moneta comune non è stata la più opportuna perché le economie dei vari partner erano eterogenee, come era eterogenea la politica fiscale. Ma se guardiamo alla storia, anche in questo caso, troviamo nobili intenzioni: è stato Mitterand che ha interpretato la paura comune a diversi Paesi europei di trovarsi di fronte una riedizione della grande Germania (con la riunificazione), grande anche per avere una moneta, il marco, fortissimo. L’idea, quindi, era quella di “imbrigliare” la Germania togliendo ad essa due suoi gioielli, il marco appunto, e la Bundesbank.

    E’ il caso di ricordare che l’Italia non aveva i numeri per entrare nella zona euro, ma sono stati gli industriali tedeschi e francesi che hanno fatto pressione perché l’Italia entrasse nonostante tutto perché temevano che l’Italia avrebbe continuato con la prassi delle svalutazioni competitive a loro danno.

    Tutti sanno come è andata a finire: è stata di fatto la Germania a “imbrigliare” non solo l’Italia ma anche tutta l’Europa ed è stata la Germania che ha maggiormente beneficiato dell’euro (che voleva essere un’arma contro il marco!).

    • “sono stati gli industriali tedeschi e francesi che hanno fatto pressione perché l’Italia entrasse…………………….perché temevano che l’Italia avrebbe continuato con la prassi delle svalutazioni competitive a loro danno.”

      Quindi mi sta dicendo che, entrando nella santissima unione europea, abbiamo smesso di perseguire i nostri legittimi interessi politico economici per perseguire quelli degli industriali tedeschi e francesi?
      Un vero affarone, non c’è che dire.
      Adesso cosa facciamo? Andiamo a Bruxelles a supplicare un'”altra Europa” ? Chiediamo agli industriali tedeschi che si sono arricchiti a nostre spese di correggere gli “errori”?

      Mi permetto di farle notare che, da che mondo è mondo, quando uno firma un contratto e, ad un certo punto, si rende conto che tale contratto è per lui svantaggioso, ha preso cioè un’inc…..lata (mi perdoni il francesismo), non va a trattare una modifica delle clausole del contratto, ma si attiva per rescinderlo.

      Distinti saluti

  18. Ho solo riportato, Livio, un pezzo di storia che pochi conoscono: l’intenzione di Mitterand era quella di imbrigliare la Germania e in questa interpretava anche le preoccupazione dell’Italia. Nobile, non nobile? Possiamo dire solo che l’obiettivo (che poi nella realtà si è rivelato un boomerang) era quello di tutelare i Paesi più deboli.

    Per quanto riguarda il riferimento al Titanic, se hai letto il mio post, troverai un’analoga preoccupazione.

    Comunque, non ho la pretesa di insegnarti. Io metto a disposizione quel poche so e sono molto attento a quel che non so e mi dicono gli altri blogger.

    • Io mi domando e dico come si può affrontare un problema così serio in modo altrettanto surreale. Totalmente inconcludente, tra l’altro. Negli Anni ’90 l’Italia era la quarta potenza industriale del mondo e le sue aziende godevano di ottima salute. Poi ci fu la svendita in prevalenza a gruppi stranieri delle aziende della cosiddetta “galassia Iri” decisa da noti geni dell’economia e della finanza che rispondono ai nomi di Mario Draghi (principali marchi dolciari a Nestlè, Eni ed Enel privatizzati al 70%), Carlo Azeglio Ciampi (privatizzazione di Credito Italiano e Banca Commerciale Italiana, BNL confluita in BNP Parisbas), Romano Prodi (Autogrill ai Benetton, Telecom ad Agnelli/Colaninno/Bennetton, GS ancora a Benetton), Massimo D’Alema (Banco di S.Spirito, poi Banco di Roma, poi Imi privatizzate a pezzi e confluite nell’Ilva), Giuliano Amato (privatizzazione di Finmeccanica). In pochi anni siamo passati dalle stelle alle stalle per compiacere il miglior offerente. Altro che “dilettantismo” dell’attuale governo! Sempre meglio un dilettante, comunque, di un traditore.

      Sarà un caso, ma in quegli stessi anni David Rockefeller, durante l’incontro del gruppo Bilderberg a Baden Baden del 1991, affermava che una SOVRANITA’ SOVRANAZIONALE esercitata da una èlite intellettuale e da banchieri mondiali era da preferirsi senza esitazioni alla tradizionale autodeterminazione delle nazioni. Si condensava in queste poche parole il programma internazionalista di liberalizzazioni senza frontiere che negli anni successivi avrebbe devastato l’Europa allo scopo di sostituirvi una nuova governance internazional-liberal-finanziaria finalizzata all’eliminazione degli Stati Nazionali e dei diritti sociali, alla creazione di un’immensa plebe precarizzata e asservita, nomade e disposta a tutto pur di sopravvivere, privata dei diritti dalla distruzione delle costituzioni e dei confini nazionali, schiacciata dalla creazione di nuovi trattati internazionali vincolanti mediante il primato economico e bancario. E le social-democrazie allora al potere cosa fecero? Incapaci di gestire i processi, lasciarono fare. S’instaurava così in Europa il Governo Unico Mondiale con un solo mercato planetario, senza identità né culture plurali, il cui fruitore era un’umanità dissolta in atomi di consumo privi di radici e di progettualità, nella forma di un’immensa plebe precarizzata e asservita. Eccola: siamo noi.

      Mancava la ciliegina sulla torta, alla quale provvide un altro magnate planetario, l’ungherese György Schwartz (in arte George Soros), il quale cominciò a finanziare a suon di milioni di dollari le Ong che collaboravano al traffico di esseri umani da una sponda all’altra del Mediterraneo. Il fine era triplice: 1) importazione di manodopera a basso costo; 2) utilizzo delle “armi di migrazioni sociali” al fine di disgregare le nazioni europee e renderle più malleabili ai voleri delle élites globaliste; 3) offrire una valvola di sfogo ad un’Africa in cui la situazione, a causa dell’elevata crescita demografica, rischiava di diventare esplosiva, ostacolando così la continuazione dello sfruttamento delle sue risorse da parte delle multinazionali senza volto e senza patria. E noi, oggi, dopo tutto quello che abbiamo subito, avremmo ancora il coraggio di rimembrare i “sogni” dei padri fondatori e parlare delle “nobili intenzioni” dei fantozziani leader europei? Delle due, una: se non siamo scemi, allora siamo cretini.

  19. Fai bene, Vittorio, a rimanere nel tema specifico.
    Le tue considerazioni sono più che pertinenti, stando il cenno rapido che io ho fatto, ma ora mi obblighi ad allargare l’orizzonte e provo a farlo con tutto quanto (sempre pochissimo, nonostante i tanti libri letti: più allargo le conoscenze da più punti di vista, anche quelli di Bagnai e di Paolo Savona perché io non ho pregiudizi nei confronti di nessuno).
    Una moneta comune non consentiva più a nessun partner di svalutare al propria moneta per dare una bocca di ossigeno alle esportazioni, come non consentiva a nessuno di rivalutare la propria moneta (il caso classico era rappresentato dalla Germania) per ridurre l’inflazione importata.
    La pratica delle svalutazioni competitive era tipica dell’Italia e della Francia che dava un vantaggio sul fronte dell’export, ma anche lo svantaggio dell’inflazione importata, un’inflazione che accresceva i costi e alla lunga rendeva meno competitive le nostre merci all’estero: da qui nuove svalutazioni e nuova inflazione importata. Noi abbiamo avuto un tasso di inflazione negli anni ’70 e ’80 che non aveva alcun paragone col resto dell’Europa e l’inflazione falcidiava il potere di acquisto dei lavoratori.
    Il bilancio sui vantaggi e gli svantaggi, quindi, va fatto tenendo conto di tutti i fattori e dello stesso contesto storico.

    I politici tedeschi, molto ligi alle regole concordate (vedi Trattato di Maastricht), non volevano ammettere l’Italia (pur essendo uno dei sei paesi fondatori) nella zona euro perché aveva un rapporto debito pubblico/Pil doppio rispetto a quanto previsto dal Trattato stesso (la stessa Bundesbank sosteneva la tesi secondo cui l’ingresso dell’Italia avrebbe fatto fallire l’euro): sono stati invece gli industriali tedeschi (e francesi) a fare pressione perché l’Italia, fuori dall’euro, avrebbe da sola continuato con la pratica delle svalutazioni competitive mentre tutti gli altri avrebbero avuto le mani legate.

    • Benissimo. Così adesso le mani legate le abbiamo noi. Che facciamo? Ci facciamo legare anche i piedi o rescindiamo il contratto?

    • Oh, finalmente siamo arrivati al nocciolo: “sono stati gli industriali tedeschi e francesi a fare pressione” (!!!) perché l’Italia entrasse fra i primi nell’euro. Perché? In cambio di cosa? Della s-vendita a prezzi stracciati dei nostri gioielli di famiglia, così da indebolirci dal punto di vista industriale (il nostro punto di forza) e non costituire più una minaccia per produzioni (allora) nettamente inferiori rispetto alle nostre.

      Stra-infischiandose dell’idea di Europa, tedeschi e francesi si sono bellamente fatti gli interessi loro. E fin qui, nulla da eccepire. Non perdoniamo, però, chi ci ha s-venduto. Tutto il resto è una narrazione ragionieristica che serve unicamente a tenere in piedi il castello, finché starà in piedi. I numeri in economia, come le parole in una conversazione, si tirano e si mollano come si vuole.

  20. Forse, Vittorio, non mi sono spiegato a sufficienza: tutti hanno le mani legate in un’area valutaria comune nel senso che nessuno può svalutare a nostro danno e nessuno può rivalutare a nostro danno nel senso che la valuta comune oscilla sul mercato delle valute per tutti.
    Un’area valutaria comune ha questo vantaggio: vengono meno le fluttuazioni delle singole monete (ciascuna delle quali danneggia degli altri; vengono meno le tempeste valutarie da cui erano periodicamente colpite le valute più deboli.
    Non dimentichiamo che il super-marco attirava molti capitali (chi voleva investire in valuta, investiva nei marchi, non certo nelle lire!) a danno di altri.
    Ecco perché i governi degli anni Novanta hanno fatto di tutto per agganciarsi all’euro nonostante l’Italia avesse un debito pubblico da incubo.

  21. Già, il debito pubblico i cui costi li stiamo pagando ancora oggi (circa 60-70 miliardi di euro l’anno per pagare gli interessi sui titoli di Stato italiani)!
    Quel debito l’abbiamo realizzato negli anni ’70 (ben prima del noto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia!) e ’80 perché allora abbiamo avuto non pochi governi che hanno preferito distribuire la ricchezza per ingraziarsi gli elettori di tutte le categorie (pensiamo che le baby pensioni sono state introdotte nel 1973 e oggi, per quelle, paghiamo ancora 3-4 miliardi di euro nonostante la legge sia stata cassata nel 1992).
    La politica della distribuzione di ricchezza (pensiamo al welfare state) è più che sacrosanta, come del resto la politica dell’attuale governo, ma il problema non è questo, ma l’equilibrio dei conti pubblici: anche altri paesi europei negli anni Sessanta e Settanta hanno irrobustito il loro welfare state, ma hanno avuto il coraggio di introdurre imposte per evitare un eccesso di dipendenza dai mercati, ciò che noi non abbiamo fatto.
    E ora stiamo pagando, nonostante la miriade di finanziarie “lacrime e sangue”, nonostante che dal 1992 (ad eccezione di un anno) noi siamo tra i più virtuosi del mondo, con un avanzo primario di gran lunga superiore a quello tedesco!.

    • Possono farci ingoiare tutte le purghe che vogliono, ma il debito pubblico è MATEMATICAMENTE INESTINGUIBILE. Non soltanto perché ha raggiunto una dimensione superiore a quella del PIL, di quanto cioé l’intero paese produce nell’arco di un anno, ma perché non può materialmente diminuire dato che i soldi per estinguerlo non ci sono, e quindi il debito continuerà a generare interessi passivi. O, meglio, i soldi ci sono, ma del tutto fuori dalla nostra economia, dal nostro paese, dalla nostra portata: li ha chi li crea, cioè le banche, la finanza internazionale, i “mercati”. Noi – lo Stato italiano – abbiamo rinunciato al diritto-dovere di creare la nostra moneta, privatizzando la Banca d’Italia ed affidandoci adesso alla banca “centrale” (cioè privata) europea. Se anche per assurdo arrivassimo a restituire il denaro che abbiamo ricevuto in prestito (cioè il capitale iniziale), mai e poi mai saremmo in grado di restituire il debito complessivo (capitale più interessi), perché tale somma semplicemente NON ESISTE, non è e non potrà mai essere nelle nostre disponibilità. Non esistono soldi “nostri”, al di là di quelli generati dalle vecchie lire del periodo statalista. Ogni altro centesimo che serve al nostro Stato (anche per pagare gli interessi) dobbiamo farcelo prestare dai “mercati”.

      Ora io dico che bisogna essere davvero ciechi e sordi per non accorgersi che ancor prima di essere una moneta l’euro è uno strumento ideologico imposto attraverso l’indipendenza della Banca Centrale, le cui scelte non possono essere oggetto di valutazione, ancor meno di interdizione, da parte degli Stati. L’autorità monetaria è superiore, non solo di fatto, ma per esplicita statuizione del Trattato di Maastricht, alla stessa Unione. Specifiche norme di diritto internazionale escludono dalle legislazioni nazionali sedi, atti e dirigenti del sistema delle banche centrali, inviolabili ed irresponsabili, una sorta di extraterritorialità che li pone al di sopra degli Stati. Quale impero della legge, dunque, se i gangli decisivi del sistema sono incontrollabili, sottratti al diritto comune? Come i sovrani assoluti del passato, i vertici monetari sono “legibus soluti”, non soggetti all’imperio della legge, dunque lo Stato di diritto non è tale.

      Ciò detto, proseguiamo per la stessa strada?

  22. Mi stupisce che questa pedanteria accademica, e non si sa quanto credibile, dei numeri e dei conti della serva possa apparire come l’unico criterio, o il più fondamentale, per definire l’azione politica di uno Stato e i destini dei popoli. È una sorta di ipnosi collettiva, di medusa economica che pietrifica i pensieri. Qualcuno dovrà pure mozzarle la testa prima o poi.

  23. Se non si fa un’umile immersione negli anni ’70 e ’80 della nostra Repubblica non si capisce come mai i nostri governi, dagli anni Novanta, hanno fatto di tutto per agganciarsi alla moneta comune.
    Non dimentichiamo il super-marco e la debolezza crescente della lira non solo rispetto al dollaro ma anche rispetto al marco (la lira, nei primi anni Novanta, è crollata rispetto al marco dopo la tempesta monetaria).
    Non dimentichiamo che in quegli anni (anche prima del divorzio di cui prima), arrivavamo a un disavanzo pubblico del 10% (quando gli attuali parametri prevedono un massimo del 3%).

    Studiare è faticoso (io stesso ho provato a studiare molto in questi anni, anche grazie agli stimoli dei nostri amici del blog), ma è necessario per comprendere il presente per esprimere valutazioni ponderate.

  24. C’è un altro fenomeno, tipico dell’intellighenzia servilista da cui siamo infettati, che mi stupisce. Le crisi, i debiti, i disordini, sono sempre ricondotti all’interazione di più cause, secondo il paradigma della “realtà complessa”. In questo modo non vi sono mai responsabili chiaramente identificabili, ma sempre si rimanda a complicati meccanismi economici. Se uno mi pianta un coltello nello stomaco, posso sempre dire che causa della mia morte non è l’atto criminale in sé ma la mia conformazione anatomica, la mia funzione cardiocircolatoria, la struttura fisica del metallo ecc. Dire che c’è un ‘assassino’ sarebbe una semplificazione paranoica. Così, l’ipotesi che povertà, disoccupazione, immigrazione, rivolgimenti sociali ecc. siano legati tra loro da un filo comune, da un progetto deliberato e funzionale agli interessi di qualcuno viene liquidato con un termine idiota: ‘complottismo’.
    Io credo invece altamente probabile che vi siano manovre orchestrate a livello sovranazionale da chi detiene l’unico potere oggi assolutamente efficace, cioè quello della moneta. E in fondo, preferisco coloro che un tempo, per arricchirsi, muovevano guerre e spargevano sangue con le spade, esponendosi al pericolo e rischiando la vita, a una cricca di ladri, esperti di matematica finanziaria, che agiscono indisturbati e che pur possedendo centinaia di miliardi non si distinguono spiritualmente dal più miserabile e disonesto dei bottegai.

  25. Inventare dei nemici è fin troppo facile (ed è uno sport preferito nei social), ma possiamo dire che i nostri nemici, per quanto riguarda il debito pubblico, siamo noi, non perché abbiamo sperperato risorse pubbliche distribuendole a destra e a manca (tutto legittimo, come è legittimo che l’attuale governo distribuisca risorse a chi è nella fascia della povertà), ma perché abbiamo deliberatamente squilibrato i conti pubblici (conti che si possono equilibrare sia sul fronte delle uscite che delle entrate).
    I nostri nemici siamo noi: noi che non abbiamo approfittato del crollo del costo del denaro per effetto della introduzione dell’euro, come hanno fatto altri partner europei (fino alla crisi finanziaria del 2008 noi abbiamo avuto un’enorme opportunità che abbiamo fatto cadere perché i risparmi ottenuti li abbiamo messi tutti sul fronte della spesa pubblica invece che ridurre il debito stesso).

    Noi oggi siamo più virtuosi degli altri (vedi l’avanzo primario), ma per qualche decennio non lo siamo stati e oggi paghiamo ancora il conto (un contro salatissimo che non ha nulla a che vedere con l’Europa perché il debito l’abbiamo creato noi).

    • Non so di quali nemici tu stia vaneggiando. Non sarebbe più onesto dire che “i politici” che ci hanno infilato in questo tunnel degli orrori erano dei perfetti incapaci? Di sicuro io, come il 99% degli italiani, colpe non ne ho, non avendo neppure usufruito dei benefit elargiti a quei tempi a scopo elettorale. Se poi tu vuoi andare avanti a flagellarti con il cilicio, o a raccontare la favola della formichina tedesca e della cicala italiana, fai pure. Buon divertimento.

      Un’unione monetaria che deve sottostare all’uso del dollaro americano e non della sua moneta euro in gran parte delle transazioni internazionali è una palese manifestazione della sudditanza culturale di un modello che ha cancellato i diritti universali dell’uomo scritti nel 1948. In questo senso la Storia andrebbe studiata e ri-studiata. Attualmente il ritorno verso una riforma monetaria è già nei fatti poiché gli Usa NON HANNO più il potere di imporre la loro moneta come unica moneta di riserva globale. Il processo di de-dollarizzazione è stato avviato dai paesi del Bric con effetti ormai a breve termine e non è escluso un ritorno ad una convertibilità della carta moneta ad un parametro sottostante: l’oro. L’Italia è il terzo paese al mondo per riserve auree (2451,80 di tonnellate) ma di fatto ne possiede solo la metà perché l’altra metà “è conservata” dalla FED e in misura minore da Germania, Austria e Olanda. Ridateci il nostro oro! Potremmo sperimentare l’emissione di BTP “gold standard“. Proprio con riferimento alle politiche monetarie in atto sarebbe utile e necessario dare un segnale di cambiamento ai “ mercati “ ed ai loro padroni emettendo una parte (10-20 %) dei BTP vincolati all’oro. Vogliamo governar-ci, o continuare ad essere governati? Che poi, il succo del discorso, sta proprio qui. Il problema non è economico bensì culturale.

    • “I nostri nemici siamo noi”, quindi, si sottintende, la colpa è nostra, inutile cercare responsabilità esterne. Anzi mamma Europa cerca solo di salvarci da noi stessi, che siamo palesemente degli incoscienti. È una specie di paranoia alla rovescia.

  26. Un po’ di storia è utile per esprimere giudizi più sereni sulla classe politica (di colore diverso) che ha sposato la causa della moneta unica e di regole comuni: erano molti i politici – di ogni colore – che vedevano nella valuta comune un’ancora per uscire dalle turbolenze che periodicamente subiva la nostra debole moneta (pensiamo al travaglio del nostro entrare – ma con una banda di oscillazione più larga rispetto agli altri paesi europei – nel cosiddetto Serpente monetario, da cui siamo dovuto uscire dopo la tempesta monetaria del 1992), ma anche perché – così erano convinti – che dei “vincoli esterni” (ma sottoscritti da tutti) ci avrebbero costretto a fare – mettere un po’ di ordine nei conti pubblici (che non vuol dire – ripeto all’infinito – tagliare la spesa sociale e neppure tout court la spesa pubblica), ciò che “autonomamente” i governi, pressati da esigenze elettorali, non riuscivano a fare.

  27. E l’altra strada quale sarebbe? Quella delle identità culturali, dell’appartenenza, dell’isolamento? In tutte le case si fanno quattro conti. Non si prescinde mai da quelli. L’identità familiare è data anche quella dall’economia. Certamente non due cuori e una capanna. Del resto la campagna elettorale del nostro governo è stata tutta all’insegna del regalare soldi e meritato riposo dopo anni di lavoro forse senza poter permetterselo. E qui forse sarebbero stati più accorti se avessero pianificato meglio quel flop che è il Reddito di cittadinanza e gli altri provvedimenti. Quante famiglie si sfasciano per debiti non pagati, conti che non quadrano. Finchè la famiglia scoppia. La famiglia Europa alla fine farà la stessa fine, forse. Ogni paese finirà come quel padre separato che finisce a dormire sotto i ponti e mangiare alla Caritas. Quella famiglia, persa la sua identità non ne troverà altra nel frazionamento derivato dal non saper mettere in fila le cose. Rinunciare all’Europa, Piero lo dice meglio di me, magari risultando pedante, non è recuperare chissà quale sovranità identitaria che non esiste se non in termini di restaurazione, ma lavorare tutti insieme per battere la concorrenza delle nuove economie. E qui ci vogliono soldi, e volontà di tutti, e non estemporaneità da consenso immediato. E neppure giudizi istintivi senza argomentazioni credibili. La cultura europea è nata sui numeri. Solo attraverso questa quadratura si potrà arrivare ad una pacifica identità nazionale per ognuno. Altrimenti si finirà come quel padre ad elemosinare quella carità, come in Grecia, dopo tanti proclami nazionalisti, che pur di sopravvivere accettò nelle vesti di Tsipras quei compromessi dolorosi che si stanno rivelando vincenti. Con Tsipras che oltretutto sta guadagnando punti nei sondaggi. Se qualche anno fa il greco avesse continuato a fare il duro ora la Grecia sarebbe nella merda più di prima. Perché a distruggere son bravi tutti, ma a costruire sapendo dove andare è virtù di pochi. Magari di quelle èlite tanto vituperate ma che secondo me hanno cercato in questi anni di governare col buon senso ormai superato dal bisogno di risposte immediate solo illusorie. E’ per questo che le destre vincono. Posso anche avere un uovo oggi, ma non è detto che ci sia la gallina domani. Anzi, non ci sarà più neppure l’uovo. Historia magistra vitae.

    • Credo che assimilare l’amministrazione di uno Stato all’economia domestica sia una grossa corbelleria. E comunque dimostra la dipendenza dal paradigma economico.

  28. Come credere ai complotti internazionali. In tutti i casi io credo che l’Europa unita abbia della chance che i singoli staterelli non potrebbero avere. E ribadisco: l’Europa è come una famiglia che comincia a vacillare quando due coniugi non vanno d’accordo. Prima o dopo si scannano a vicenda. E se anche si separassero finirebbero come quel padre di cui ho parlato prima. Historia magistra vitae.

    • Slogan, solo slogan del tutto privi di costrutto.
      Nei tuoi commenti mai un accenno all’economia e alla finanza, solo il gusto al battibecco da zitella inacidita.

    • Simpatico il complesso. Però caro Cadè, ti manca un pò di studio della Historia, come a quei creduloni che osannano Salvini sotto il balcone. Sancta simplicitas…

  29. Perchè si dice: chi è causa del suo mal pianga se stesso. Sai, non vorrei pagare anch’io però. E in questi settant’anni abbiamo pagato meno che in epoche precedenti. E scusa se inizio a darti del tu, ma proprio non riesco a prenderti seriamente , Livio. Però adesso chiudo. Ciao.

  30. Per Rita di poco fa. I tecnicismi, credo di averlo già detto, non mi competono purtroppo e li lascio a te e al Fatto quotidiano di cui tu riporti, senza virgolettare, interi stralci. Quanto all’economia e finanza, che il tuo amico Livio considera un inutile paradigma, io le tengo comunque, lo ripeto, in grande considerazione, magari leggendo anche i tuoi autografi commenti, quando non ti documenti troppo magari sui siti dell’estrema destra. E poi i paradigmi economici e finanziari hanno comunque due facce e io tra le due ne scelgo una. Non la tua. Quanto alla zitella acida e agli slogan cosa vuoi che ti dica, preferisco i miei a quelli che il tuo amico proclama dai balconi, che poi sono il suo solo modo per ottenere consenso. Sono in buona compagnia quindi. E allora la battuta rivolgila anche a lui. Poi gli arguti e documentati interventi economici li lascio a te. E a Vittorio senza cognome che ha come te una formazione da ragioniere. Peccato che gli manchi un pò di quella umanistica. Come a te del resto. Invece la buona notizia è che parte dell’estrema destra europea si sta rinsavendo rompendo l’alleanza col tuo amico in giubbotto di casa Pound? Altro slogan?

    • Vittorio senza conome ha fatto il Liceo Classico e ha due lauree.

      P.s. ” un po’ ” si scrive con l’apostrofo, non con l’accento.

      Stia bene

    • Scusa Ivano, ma se i tecnicismi “non ti competono” e visto che qui si parla di economia, tu, esattamente, di cosa stai parlando? Non l’ho capito io come non l’ha capito nessuno.

      Non ho mai letto il Fatto Quotidiano in vita mia, né mai lo leggerò, quindi mi confermi che anche loro riportano “interi stralci” di voci più autorevoli dalle quali, è evidente, attingono tutti. Quanto ai famigerati siti di “estrema destra” che di tanto in tanto tiri fuori dal cilindro, citali una buona volta, nome e cognome! Altrimenti è una caccia alle streghe fine a se stessa: brrrrrrr!!!! … le destre ….. che paura!!! Ti confesso che quando sento le bestialità che escono dalle bocche di Zingaretti, Fratoianni, Boldrini, Bonino & Co., mi convinco che il peggio è passato.

  31. Ha ragione, in genere lo scrivo correttamente. Ma Lei continua a rimanere senza cognome. Stia bene anche Lei.

  32. Per un verso mi fa piacere toccare con mano che la politica riscaldi ancora, dall’altro, leggendo i commenti, ho la sensazione di trovarmi di fronte a un confronto surreale.
    Nessuno ha mai fatto riferimento al post: nessuno l’ha letto? i sovranisti non si sono accorti che nel mio post ci sono indicazioni che rispecchiano le loro posizioni?
    Io ho quasi la certezza matematica che nessuno l’abbia letto, perché leggere costa, perché è molto meglio parlare d’altro, perché è più facile commentare l’ultimo commento, o forse l’ultima riga dell’ultimo commento.
    Così diventiamo come i peggiori dei blog.

    Nel mio post ho fatto solo cenni alla “storia” perché è tutto centrato su come salvare l’Unione, cenni che poi ho ritenuto opportuno sviluppare per non lasciare nulla di occulto.
    Ma anche su tali cenni storici non ho trovato un blogger (se non Vittorio) che è entrato nel merito dei singoli argomenti. Tutti parlano d’altro, ma questa è la Babele. Chi rifugia nel complottismo, ma questo è il modo più semplice per fuggire per non vedere i problemi. Tutti attaccano tutti, ma anche questo è il modo più semplice per non vedere i nostri errori.

    Siamo stati noi (o l’Europa) ad accumulare negli anni Settanta e Ottanta un debito pubblico che ancora oggi ci strangola?

    Siamo stati noi (o l’Europa) che nei primi anni dell’introduzione dell’euro abbiamo avuto un risparmio di circa venti miliardi di euro l’anno (grazie al crollo del costo del denaro e quindi del costo del nostro debito pubblico – tassi di interesse pagati ai sottoscrittori di titoli di Stato) che abbiamo largamente dirottato verso la spesa pubblica mentre altri paesi europei l’hanno utilizzato per ridurre il loro debito?

    Siamo stati noi (o l’Europa) che negli anni Settanta abbiamo creato le condizioni per un’inflazione galoppante – unica in Europa – che falcidiava i redditi dei lavoratori, attraverso ad esempio una eccessiva monetarizzazione del nostro debito pubblico (prima del divorzio), tasso di inflazione che non faceva che indebolire la nostra lira ed esporla agli attacchi speculativi? Non si può dire che l’inflazione era dovuta soltanto ai vari shock petroliferi perché questi shock li hanno subiti anche gli altri partner europei che tuttavia non hanno avuto la nostra fiammata.

    • Via, Piero, cerchiamo di non essere ridicoli: cosa diavolo ci vuole a leggere un post! Il problema è che tu sei convinto che bastino due ricettine economiche per “salvare l’Europa”, quattro conti sul quadernetto, uno storno di qua, un ritocco di là, la gestapo elettronica che vigila su quello che spendi …… quando invece il vero ed ENORME problema è culturale (forse sei tu che non leggi i commenti degli altri, che ti limiti a catalogare “sovranisti” o “europeisti”, non ho mai sentito una risposta “a tema”).

      Per certi versi mi ricordi Hiroo Onoda. Hai presente il militare giapponese che dopo 30anni dalla fine della seconda guerra mondiale era ancora nella giungla a combattere perché non voleva credere che la guerra fosse finita? Tra 20anni ti troveranno ancora in giro per Crema a parlare di “debito pubblico italiano” e “centralità del parlamento europeo”, che nel frattempo sarà scomparso.

      Per quanto mi riguarda, getto la spugna.
      Stiamo perdendo il nostro preziosissimo tempo.

  33. Questo non significa per nulla che la nostra debolezza attuale sia dovuta anche a fattori “esogeni”: pensiamo al surplus commerciale tedesco.
    La Germania non è la locomotiva dell’Europa, ma, al contrario, col suo surplus, mette in ginocchio i paesi deboli.
    Sono anni che la stessa Commissione europea la redarguisce (non sono previste sanzioni, ma – che mi risulta – ammonizioni) per questo.
    Ma sarebbe interessante analizzare le “ragioni” addotte dai tedeschi perché se si vuole dialogare e non tornare al bellum omnium contra omnes di hobbesiana memoria che ha segnato tragicamente la prima metà del XX secolo, occorre mettere sul piatto della bilancia le “ragioni” degli uni e le “ragioni” degli altri.
    Io ci proverò, ma… step by step.

  34. Ma dire “l’Europa siamo noi”, e poi dire “noi siamo i nostri nemici” non significa che l’Europa è il nostro nemico? No, è un falso sillogismo, perché nel primo caso ‘noi’ indica i bravi europeisti che obbediscono in tutto a mamma Bruxelles, mentre nel secondo allude a quei discoli che non fanno i compiti e vogliono fare di testa loro, senza prima “studiare, studiare, studiare”.

  35. Scusa Piero, io il tuo post l’avevo letto, ma non credo che avrò la forza di seguirti “step by step” in una infinita lectio magistralis sulle ‘ragioni’ di tutti. In fondo, dopo tutti questi inutili bisticci, io non vorrei dire altro che questo: finiamola di mettere sempre al primo posto l’economia! La grandezza di una civiltà si vede dalla sua cultura, etica, religione, arte, poesia, diritto, storia, urbanistica ecc. Solo in fondo, dopo un lungo elenco di valori spirituali assai più preziosi, potremmo mettere anche la sua economia. Questa ossessione per i bilanci e il denaro è per me sintomo di una radicale decadenza.

    • E su questo, Livo, senza se e senza ma, sono d’accordo con te!

  36. Il confronto è sempre più surreale.
    Io parlo delle responsabilità del tutto nazionali in materia di debito pubblico che abbiamo accumulato negli anni Settanta e Ottanta e si tira fuori l’Europa quando ancora non esisteva il Trattato di Maastricht.
    Mi pare di essere di fronte alla notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere: tutto si mescola e così si getta fumo negli occhi.

    Non ti interessa parlare di economia quando si parla d’Europa e dell’Italia?
    Ok. Secondo la classifica che viene fatta annualmente da U.S. News and World Report (una pubblicazione dei complottisti) , noi italiani “siamo numero uno mondiale sia per l’influenza culturale che per patrimonio storico-artistico. L’Italia è per stile di vita (musica, moda, gusto, lusso, cucina eccetera) modello attraente, ovunque riconosciuto. L’italiano è quarta lingua di studio al mondo, dopo inglese, spagnolo e cinese, prima del francese” (Editoriale Limes 2/2019).
    Come vedi ci sei… dentro anche tu: anche tu con la tua musica (e la qualità della tua musica) fai dell’Italia un unicum nel mondo.

  37. Non sono io che inseguo il debito pubblico, ma è il debito pubblico che ci perseguita e perseguita anche il governo del cambiamento.
    Possiamo non parlarne, ma è lì come un macigno che ci blocca.

    Non dimentichiamo che siamo noi che abbiamo un mercato dei titoli di Stato tra i più grandi al mondo con un rinnovo annuale di 250 miliardi di euro.
    Se abbiamo voluto esporci sui mercati oltre ogni soglia ragionevole, a chi dobbiamo dare le colpe?

    Ricordiamoci tutti che i “governi del cambiamento” ci sono già stati, giusto negli anni Settanta e Ottanta, governi che distribuivano reddito (il che – lo ripeto – è più che legittimo – ma non hanno pensato che poi avrebbero lasciato a noi oggi un’eredità così ingombrante.

  38. Nel mio post, cara Rita, affronto i “problemi” che oggi attanagliano l’Europa che tutti vogliono riformare (Salvini e Di Maio in testa).
    Io ci ho provato, al di là della destra e della sinistra, al di là dei sovranisti e degli anti-sovranisti, tutte categorie che confondono e ci impediscono di entrare nel merito.

    Non ho, caro Livio, nessuna lectio magistralis da dare, ma dato che a me è a cuore che non si sfaldi quel poco di “casa comune” che abbiamo faticosamente costruito in decenni di mediazioni, mi sento di dire quel “poco che so” sugli argomenti sul tappeto in attesa che qualcuno mi aiuti ad arricchire e, magari a correggere, i miei suggerimenti per “un’altra Europa” (nona caso ho sollecitato i blogger, da cui finora non ho avuto alcun contributo costruttivo).

    Se non sappiamo confrontarci sui temi specifici, come possiamo pretendere che i nostri rappresentanti che eleggeremo tra qualche settimana sappiano dialogare con i rappresentanti degli altri Paesi per cercare un punto di equilibrio, anche sulla cultura, sulla musica…?

    • Nessuno ti può aiutare, Piero, perché tu non ascolti ma continui con la tua ossessione per il debito pubblico. Noi non possiamo stampare moneta e dunque non potremo MAI ripagare il debito pubblico. Siamo vittime dell’usura. Da almeno 25 anni lo Stato Italiano non ha più bisogno di indebitarsi perché incassa più tasse di quello che spende ma, ugualmente, ha sempre l’acqua alla gola perché gli interessi si cumulano sugli interessi. Il debito cresce anche se non c’indebitiamo più. Stiamo qui a parlare di cosa, a stilare ricettine che servono a chi? Evidentemente il sistema è farlocco ma non basta un ritocco per rimetterlo in moto, va sostituito proprio.

  39. Proviamo a pensare (e qui non parliamo direttamente di economia) all’immane problema dei flussi migratori: chi se non l’Unione europea può intervenire per rimuovere le cause a monte e per rimpatriare in un tempo ragionevole coloro che no hanno diritto di rimanere in Europa?
    Il parlamento europeo ha già varato la riforma degli accordi di Dublino, riforma che è ferma perché i governi “nazionali” (alcuni di loro) la bloccano.
    Non è un caso che, tra i miei suggerimenti, proponga ciò che nessuno propone perché nessuno parla dell’Europa in campagna elettorale per le europee, cioè di dare al parlamento europeo lo stesso potere che hanno i parlamenti nazionali.

    • Guarda, parlare di “gestione europea” dei flussi migratori è come cospargersi di benzina e darsi fuoco come Jan Palach. Tu ti vuoi male. I rimpatri, se pure lentamente, quest’anno l’Italia li sta facendo. E’ già qualcosa. Dopo il 26 maggio si vedrà.

  40. A venti giorni dalle elezioni europee confesso di non avere alcuna idea su come votare.
    Per questo giorno dopo giorno, fino al 25 maggio, vedrò di chiarire in primis a me stesso (ma spero tanto nel confronto con gli altri) le idee.

    Vediamo, al fine di evitare i tecnicismi che non piacciono a qualcuno (come dovrei definire l’inflazione? Il… rigonfiamento dei prezzi come risulta dall’etimologia – come sa bene il nostro amico Vittorio che ha studi classici alle spalle-?), provo a riprendere i punti del mio post.

    a) un taglio drastico al compenso degli europarlamentari. So bene che è un classico cavallo di battaglia dei 5 Stelle, ma a me non interessa il colore della provenienza. Io, comunque, aggiungerei due argomenti nuovi:
    – un compenso dimezzato finché il parlamento europeo avrà i poteri limitati che attualmente ha (quando avrà i poteri di un parlamento europeo come io suggerisco in un altro punto, si potrà rivederlo);
    – un compenso legato esclusivamente alla presenza in Aula e in commissione (sappiamo benissimo che sono molti gli europarlamentare che percepiscono una montagna di euro come “europarlamentari”, un ruolo che di fatto non svolgono perché sono sempre nel loro paese a fare campagna elettorale permanente: non cito nomi).

    Caro lettore, sei d’accordo o no? Non dirmi che c’è ben altro, ma mi interessa su questo specifico tema un sì o un no.

  41. Punto 2.
    Propongo di chiudere la seconda sede del parlamento europeo che altro non è che un mostro che divora denaro pubblico (alcune centinaia di milioni, che mi risulta).

    Un cavallo di battaglia di Mario Giordano, un… comunista pericoloso? Non mi interessa la provenienza e non mi interessa che sia diventato un cavallo di battaglia di Di Maio e di Di Battista.
    Per me sarebbe una scelta da fare (naturalmente, venduto l’immobile, il ricavato andrebbe a finanziare una protezione sociale dei più deboli – come scrivo in un altro punto).

  42. Punto 3
    Ridurre drasticamente i super-redditi di tutti coloro che operano nei palazzi dell’Europa: è uno scandalo che chi lavora a Bruxelles prenda quanto prende (conosco personalmente persone che lavorano in tali palazzi!)

    Per ora mi fermo qui (tra l’altro, ho già anticipato indirettamente altri due punti).
    Ora, amico lettore (o meglio ancora, amico blogger), saresti favorevole a sottoscrivere questi tre punti sulla base delle argomentazioni che qui presento?
    Un sì o un no.
    Magari, sulle singole misure, al di là delle nostre differenze sui massimi sistemi (che a me non interessano perché sono un pragmatico), potremmo trovare un accordo.

    • Scusa prof, ma sono per forza obbligato a dire sì o no o posso anche dire che dei compensi agli europarlamentari non me ne importa un fico secco?
      A me invece interessano i massimi sistemi (eppure per tanti versi sono un pragmatico anch’io).

    • Ma cos’è, siamo su “Scherzi a parte”? O è un ritorno ai banchi di scuola e all’antico “Consiglio d’Istituto”? Personalmente, dopo tutta la fatica che ho fatto negli ultimi decenni, di un ritorno all’adolescenza faccio volentieri a meno.

  43. Non te ne importa nulla, Livio, dello sperpero di denaro pubblico (il nostro) per i parlamentari europei?
    Non te ne importa nulla dei 60-70 miliardi di euro che ci costa il debito pubblico (ci siamo legato noi con le nostre mani)?
    Non sono tutti soldi pubblici che potremmo investire in “cultura” (musica…)?

  44. Rita, tu hai tante virtù che io non ho, ma hai anche il vezzo (vizio) di non rispondere mai ad argomenti precisi. Preferisci volare alto, gridare ai complotti.
    Perché, invece che correre lancia in resta, non analizziamo puntualmente tutti i “punti” che io mi sento di sostenere per “cambiare” l’Europa?

    Ti va bene continuare a sprecare denaro pubblico per un parlamento che ha pochi poteri, per una seconda sede di gran lunga sotto-utilizzata e per una iper-trofia di burocrati e di impiegati a Bruxelles?
    Io dico NO NO NO!
    Io MI INDIGNO!

  45. E’ la prima volta nella mia vita che mi accade: prepararmi a un appuntamento elettorale in pubblico. Lo faccio perché intorno a me vedo un deserto, ascolto un silenzio: dell’Europa a poche settimane dal voto non si parla. Mai, se non per dire che una volta avranno vinto i sovranisti, cancelleranno le nostre clausole di salvaguardia, cioè i nostri 23 miliardi che nel 2020 dovremo trovare per evitare l’aumento dell’IVA scusami, Livio, per i tecnicismi). Ma se vinceranno i sovranisti (l’abbiamo letto oggi sui giornali l’allarme del sovranista Kurz sui conti pubblici italiani), i nuovi Commissari europei saranno ancora più inflessibili nei confronti dell’Italia perché i sovranisti lo sono a casa loro e solo a casa loro.

    Un vuoto che mi spaventa.
    Io – lo ripeto – continuerò, se non altro, a “dialogare” con me stesso (se poi gli altri hanno argomenti più convincenti – sui singoli punti non sui massimi sistemi – sono benvenuti perché sono convinto che ciascuno di noi vede cose che altri non vedono, leggono fonti che altri non leggono: scambiarci pacatamente opinioni non può che arricchire tutti).

    Il 25 maggio leggerò i programmi elettorali dei partiti (io ora non so nulla di nulla, neppure se già esistano perché i mass-media – forse troppo interessati al caso Siri – non ne hanno ancora parlato) e controllerò: voterò quel partito il cui programma esprime almeno 2/3 delle mie istanze. Non ci sarà? Potrò votare, in quel caso, scheda bianca (forse la prima volta nella mia vita).

    • Che senso ha votare scheda bianca?
      Meglio andare a fare un giro in bici, votare non è obbligatorio.

  46. Spero sempre, Rita, di trovare almeno un partito che mi rappresenti.

    Prima di analizzare il punto 4, una considerazione:
    – sul taglio drastico dello stipendio degli europarlamentari mi troverei in compagnia del 99% dei cittadini italiani (nell’1% metto tutti i blogger di CremAscolta?) e tra i partiti solo il Movimento 5 stelle;
    – sulla scelta di rapportare lo stipendio alla presenza effettiva in Aula e nelle commissioni europarlamentari, avrei sempre con me il 99% dei cittadini e tra i partiti, credo, nessuno perché tutti i partiti (se non erro) raccolgono dai loro europarlamentari una quota.
    – per quanto riguarda la sede del parlamento di Strasburgo, un palazzo da 500 milioni che rimane chiuso 317 giorni l’anno, credo di avere con me il 100% dei cittadini italiani (saranno contrari, naturalmente, i cittadini francesi, ma loro non mi interessano);
    – sul contenimento degli stipendi a tutti i collaboratori/dipendenti che ruotano intorno all’europarlamento e alla Commissione europea (spropositati) avrei sempre con me il 100% dei cittadini italiani (con qualche astenuto di CremAscolta).
    Un consiglio: se avete ancora qualche dubbio, leggete con attenzione tutti gli sprechi dell’Unione europea nel pamphlet di Mario Giordano (come è noto un giornalisti di area di destra – io non guardo in faccia a nessuno).

    Non è possibile che con i nostri soldi (soldi prelevati dalle tasche degli italiani (anche dalle tasche di Livio) si finanzino tali sprechi, che si diano compensi stratosferici a europarlamentari che prendono i soldi dal parlamento europeo ma sono sistematicamente assenti perché sono perennemente nel loro paese a fare campagna elettorale (i nomi sono notissimi e questo è scandaloso, letteralmente scandaloso!).

  47. Ed ecco il punto 4.
    Se si vuole davvero che l’Unione europea possa sopravvivere e crescere, è necessario che si ponga al centro dell’Unione il parlamento, l’unica istituzione eletta dai cittadini europei.
    Se c’è tanta indifferenza nei confronti delle elezioni europee (nonostante i costi dell’europarlamento!), forse è anche per questo: si sa che i suoi poteri sono limitati.

    So bene che i suoi poteri sono progressivamente aumentati dal 1979 in poi e questo è un fatto positivo, ma è un fatto che oggi l’Unione è spesso paralizzata dai veti incrociati dai capi di governo (lo ripeto: un esempio è la revisione degli accordi di Dublino sui migranti che è ferma da mesi perché oggetto di veti di capi di governo “nazionali”).

    Sono troppo realista per pensare che l’europarlamento giunga a breve ad assumere il ruolo centrale che ha oggi il parlamento nazionale (un organo “legislativo” a cui il governo risponde): ci vorrà quindi un po’ di gradualità, ma io non vedo nessun partito che ponga questo problema, almeno nei comizi quotidiani che in Italia riguardano solo, in questi ultimi temi, il tormentone del caso-Siri).

    Di una cosa sono sicuro: i partiti sovranisti saranno ferocemente contrari a una prospettiva del genere.
    Così l’Unione, invece che essere la volontà della maggioranza dei cittadini europei espressa nell’europarlamento, continuerà ad essere ostaggio di un capo di governo o di un altro.

    Cosa dicono i pentastellati sul tema? E Forza Italia che oggi esprime il presidente dell’europarlamento? Non dovrebbe essere interessata a dare al parlamento il ruolo di centralità? E il Pd?
    E… gli amici di CremAscolta?

    • Io, allo stato attuale, ho risolto il problema in questo modo: il mio voto sarà alla persona e, solo per conseguenza al partito. Se troverò tra le liste una persona degna la sosterrò con il mio votò.
      Chissa che da qui al 26 maggio accada ancora qualcosa di …..sconvolgente!?!

    • Punto 4? Ma quanti sono? Mi ricorda una vecchia vignetta. Salomè si esibisce nella danza dei 100 veli. Un tizio dice a un altro: “svegliami verso il novantesimo”.
      Comunque temo che non vedremo nulla di ‘sconvolgente’ neanche quando cadrà l’ultimo velo…
      Scusa Piero, ma non riesco a capire il tuo ordine di priorità.
      Un tale ha una gamba in cancrena, rischia di morire. Arriva il medico, lo visita e dice: “Ma sul piede ci sono due brutti calli. Bisognerebbe toglierli”.

    • In effetti gli stipendi degli europarlamentari sono scandalosi, come del resto quelli dei parlamentari nostrani, ma sono un non-problema. In Italia se ne occupano, infatti, solo i pentastellati, esperti mondiali in non-problemi.

      Dal 2014 il Parlamento europeo è composto da 751 deputati, come stabilito dal trattato di Lisbona. Sapete quanti sono i dipendenti del Parlamento Europeo? 32.000 (trentaduemila!!!!) e tutti con stipendi da mille e una notte, benefit, appartamento in loco e auto di servizio. Cosa aspettiamo a licenziarne almeno un buon 60%? Tanto non servono praticamente a niente, come abbiamo potuto constatare negli ultimi vent’anni.

      Vale ovviamente lo stesso discorso per i burocrati italiani. Se da un lato la percentuale dei dipendenti pubblici è bassa rispetto alla popolazione-lavoro (solo il 14%), dall’altro i funzionari si pappano la fetta più consistente della torta retributiva lasciando a tutti gli altri poche briciole. Avete mai sentito un politico sollevare il problema? Non osano neppure i giustizialisti del M5s perché l’alta burocrazia chiederebbe, e otterrebbe immediatamente, il loro scalpo. Mica comanda la politica in Italia, comandano i colletti bianchi, come dimostra quotidianamente la magistratura stravolgendo e modificando a piacimento qualsiasi legge dello Stato. In questo senso, il cittadino è legittimato a chiedersi: ma a chi/cosa serve il mio voto?

  48. Caro Livio, il mio ordine di priorità l’ho scritto nel post.
    E’ solo ora che sto sviluppando i singoli punti, ho preferito, proprio al fine di evitare i tecnicismi che tu non ami (sei stato tu che mi hai indirettamente sollecitato), ho invertito l’ordine iniziando con i temi più accessibili.

  49. Mi fa un immenso piacere, Rita: non avevo dubbi che sui primi tre temi (che non sono quelli prioritari, ma quelli più accessibili senza… tecnicismi) di essere in compagnia del 100% dei cittadini, anche se non dei partiti (ad eccezione di uno o due).

  50. Prima di sviluppare il punto 5, alcune doverose considerazioni:
    – sto seguendo un ordine di complessità crescente, una sorta di introduzione soft, proprio per allontanare il più possibile i tecnicismi;
    – Un conto è la prima misura che dal punto di vista procedurale è relativamente facile da varare) e un conto il riequilibrio dei poteri delle istituzioni europee perché questo richiederebbe – non credo di sbagliare – delle variazioni ai Trattati, variazioni che dovrebbero non solo essere approvate dal parlamento, ma anche sottoposte a ratifica o dai parlamenti (come nel caso italiano: noi non possiamo ratificare un Trattato internazionale con un referendum) o tramite un referendum (esempio in Francia, in Olanda…).

    Le difficoltà, tuttavia, non dovrebbero spaventare se ci fosse una forte volontà politica: non sono i nostri partiti al governo che vorrebbero andare in Europa per cambiare i Trattati internazionali? Che conta è avere la maggioranza.

    A proposito dell’esigenza di potenziare i poteri del parlamento europeo, io direi che, almeno in linea di principio, dovrebbe essere un cavallo di battaglia dei cosiddetti “populisti” (vuoi “di destra”, vuoi “di sinistra”): non sono proprio loro che fanno riferimento al “popolo” un giorno sì e un giorno sì e cantano le “manovre del popolo”? Ora, qual è l’organismo (unico) che esprime la “volontà del popolo” europeo se non l’europarlamento?
    Quante volte abbiamo sentito in questi anni che la Commissione europea non ha una legittimazione europea: in effetti non è oggetto di una elezione diretta del popoli, dei cittadini europei (a dire il vero anche i governi nazionali lo sono: in Italia la nomina del capo di governo viene dall’alto – presidente della Repubblica).
    Ma sappiamo pure – a parte quelli disinformati che un giorno sì e un giorno sì attaccano i Commissari europei che da fatto contano come il due di coppe (come sanno gli informati che i commissari “eseguono” quanto decidono i capi di governo nel Consiglio europei dei capi di governo.

    Il punto 5 dovrebbe avere il consenso di tutte le forze politiche italiane, mentre il punto 6 dovrebbe essere un cavallo di battaglia di tutti i sovranisti.
    Ma, step by step (se qualcuno è curioso, basta che riguardi il post).

    Ogni giorno leggo i giornali per andare a caccia di proposte per le lezioni europee: per ora il silenzio è sovrano (sul Corriere oggi trovo due interessanti articoli su dette elezioni, ma non si entra nel merito di nessuna proposta).
    Un silenzio che mi stimola ancora di più a svolgere il mio ruolo di “cittadino”, di un cittadino che ha “diritto” di sapere e che avverte il “dovere” di cercare.

    Un’ultima considerazione.
    Se c’è qualcuno che pensa che io sia il difensore dello status quo europeo, avrà tutta l’opportunità di ricredersi.
    Nonostante la mia vecchiezza e nonostante la mia mitezza (anzi, la mia timidezza congenita), mi sento più rivoluzionario di tanti sedicenti rivoluzionari!

  51. Lo farò anch’io, Graziano: ma nel silenzio assordante dei partiti e dei giornali, vedo, con i miei pochi mezzi e con i miei pochi libri letti, di fare il mio dovere di “cittadino” consapevole e critico.
    Seguendo la “ragione” (naturalmente, la mia), come suggerisce l’amico Valeriano.

  52. E vengo a sviluppare il punto 5.

    Alcune premesse essenziali per evitare tecnicismi:

    – l’Unione europea, con la sua eccessiva apertura alla globalizzazione (in particolare alla globalizzazione finanziaria), non ha tutelato come avrebbe dovuto fare i suoi cittadini;
    – in Italia, dal reddito di inclusione di Gentiloni al reddito di cittadinanza del governo Conte, si è intrapreso il cammino della “protezione sociale” delle vittime della globalizzazione;
    – L’Italia, tuttavia, non può – considerato l’immane debito pubblico che la soffoca, continuare a finanziare a lungo tale protezione;
    – del resto sono ben pochi i Paesi che possono permettersi (o perché hanno un fisco efficiente o perché hanno meno corruzione…) di garantire con le proprie risorse tale protezione.

    Da qui la mia idea (ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole): la “protezione sociale” delle vittime della globalizzazione (vittime a causa di scelte non oculate della stessa Unione) venga gestita direttamente dalla Unione per tutti i cittadini europei.

    Tutto qui (senza tecnicismi).
    Ma… i finanziamenti? Io nel mio post mi sono permesso di indicare alcuni suggerimenti (ma anche in questo caso non vi è nulla di nuovo sotto il sole): risorse prelevate dalle multinazionali che fino ad ora hanno evaso o eluso il fisco, e risorse raccolte tramite modalità come gli eurobond – idea lanciata anni fa dal nostro Tremonti.

    Leggo che tutti i partiti vogliono riformare radicalmente l’Unione: non è questa una strada da percorrere?
    Non è il momento (se non ora, quando?) di rafforzare il bilancio “federale” (per noi è solo l’1% contro il 20% del bilancio federale Usa)?

    Lo ribadisco: solo interventi “federali” come questo, i paesi deboli dell’Europa potranno avere dei vincoli… allentati e potranno permettersi politiche economiche “espansive” (lo svilupperò il tema, Livio).

  53. Piero, magari non ho letto tutti i tecnicismi che tu eviti di chiamare tali, ma mi pare che in questo momento storico le scelte che faremo il 26 maggio saranno soprattutto politiche e culturali, non economiche.

  54. Piero, tu sai che in materia di politica e di economia sono un ignorante. Figurati che io tornerei ai Comuni medievali! Comunque, visto che vorrei uscire dall’UE, dall’euro, dalla BCE e liberare l’Italia dalla dittatura (lo so che secondo te è un grosso sbaglio, ma ognuno ha le sue fisse), tu cosa mi consigli di votare? O devo astenermi?

  55. La tua ironia, Livio (e le tue provocazioni) è sempre brillante.

    Non credo proprio che ci sia una forza politica, almeno in Italia, che rappresenti le tue aspirazioni: tutte le forze politiche vogliono “riformare” l’Unione europea, non distruggerla e tanto meno – dopo l’esperienza della Brexit, uscire da essa.

    A proposito di dittatura, sono d’accordo: dobbiamo liberarcene, ma… da quale dittatura?Dai veti dei capi di governo su quanto viene approvato dall’europarlamento eletto dai cittadini europei?
    Dai mercati finanziari a cui noi continuiamo ad accedere per finanziare il nostro debito (250 miliardi di euro all’anno!)?

    A mio modesto avviso, sono questi ultimi da cui dovremmo liberarci, ma c’è solo un modo per farlo: lo sto dicendo ormai da anni su questo blog.

  56. Rilancio questo mio commento, non per elemosinare una risposta, ma solo per sottolineare questo aspetto delle prossime europee per me non da sottovalutare. Perchè ho l’impressione che in molti pensino che il problema principale sia far quadrare i conti, indipendentemente dal clima sociale o culturale che ne scaturirebbe: ” Piero magari non ho letto tutti i tecnicismi che tu eviti di chiamare tali, ma mi pare che in questo momento storico le scelte che faremo il 26 maggio saranno soprattutto politiche e culturali, non economiche.”

  57. Hai ragione, Ivano: le scelte sono squisitamente “politiche”.
    Si tratta di rimuovere le cause di tanto malessere e di tanta ostilità nei confronti della stessa Europa.
    Un malessere e una ostilità che partono da lontano, dall’allargamento della Ue ai paesi dell’Est (ti ricordi che al referendum francese sul Trattato costituzionale si agitava lo spettro dell’idraulico polacco, spettro agitato anche nel referendum sulla Brexit?)
    Un malessere che si è acutizzato con la disastrosa gestione del caso greco e con le conseguenti politiche di austerity.

    Se l’Europa vuole riprendere il suo lento cammino, deve scrollarsi di dosso tutto questo rancore rimuovendone appunto le cause.
    I miei suggerimenti per l’Europa (nessuno ne parla) sono proprio finalizzati a rimuovere le cause in questione. Tutti i miei suggerimenti: dal taglio dei super-stipendi agli europarlamentari e burocrati alla soppressione degli sprechi, da un “piano di protezione sociale europeo” e di investimenti europei che, tra l’altro, allenterebbero i vincoli per i vari governi che potrebbero avere maggiore possibilità di politiche espansive.

    Si tratta di scelte squisitamente “politiche”, ma per rimuovere le cause, ci vuole una nuova “politica economica” ed è su questa che mi sto concentrando negli ultimi giorni.

    Grazie, Ivano, per il tuo stimolo: tutti insieme – tutti coloro che intendono dare il loro contributo costruttivo – possiamo vedere ciò che i singoli non riescono a vedere.
    Il dialogo (non il monologo, non il dialogo tra sordi che spesso contraddistingue il nostro blog, come tutti i blog) e solo il dialogo ci arricchisce.

  58. Nell’indifferenza generale (anche oggi la stampa tace, non parliamo dei partiti in ben altre faccende affaccendati), io tenacemente continuo a sviluppare i miei suggerimento per un’Europa radicalmente diversa.

    Vengo al punto 6.
    E’ la misura più vicina alla impostazione di Trump e, in Italia, da Salvini.
    L’Europa ha spalancato troppo le porte del commercio internazionale e della circolazione di capitali e questo ha provocato vittime (ne ho parlato a iosa).
    E’ il momento di prendere la coraggiosa decisione di “proteggere” l’economia europea, i redditi dei cittadini europei, il welfare europeo che sono proprio minacciati e messi in crisi dall’eccessiva apertura.

    In qualche misura è il modello cinese: se la Cina è riuscita a valorizzare al massimo le opportunità della globalizzazione, è perché ha saputo “governarla” (controllando ad esempio la circolazione dei capitali)..

    Non si tratta di seguire pedissequamente la politica economica di Trump che può diventare pericolosa provocando una vera e propria guerra di dazi, ma di “trattare” con la Cina (l’Unione e solo l’Unione – il più grande mercato del mondo, il secondo continente più ricco del mondo, può farlo) cercando un punto di equilibrio teso a salvare le nostre conquiste sociali.
    Parafrasando Trump, potremmo dire… Europa first: prima i “diritti sociali” da anni ormai messi in crisi (ciò che ha provocato il malessere sociale diffuso in Europa).

    Ci vuole coraggio.
    Saper guardare avanti.
    Avere un disegno per il medio e lungo termine.
    Se i partiti rimarranno ossessionati dal consenso immediato, sarà la fine per l’Europa e rischieremo di tornare al clima degli anni Venti e Trenta!

  59. A meno di una settimana dal voto ritengo di avere completato il mio doveroso viaggio propedeutico all’appuntamento europeo, sperando di essere stato utile ai due-tre miei lettori.
    Ecco il riepilogo delle puntate precedenti e la conclusione:

    Se vogliamo salvare quel poco di Europa che abbiamo costruito dopo lunghe e faticose mediazioni e che ci ha assicurato il periodo più lungo di pace della nostra storia, non abbiamo altra via che rimuovere le cause profonde che hanno generato tanto e diffuso malessere e perfino ostilità nei confronti delle istituzioni europee.
    Dobbiamo in altre parole invertire la rotta e per farlo, in una situazione di forti tensioni interne, abbiamo bisogno di misure di radicale discontinuità col passato:
    1. sopprimere gli anacronistici privilegi (tanto più in una stagione di grande sofferenza per milioni di europei) degli europarlamentari, rapportando i loro compensi all’effettiva presenza nelle Commissioni e nell’Aula del parlamento europeo (non possiamo più tollerare lo scandalo di europarlamentari lautamente pagati dai contribuenti europei per fare campagne elettorali nazionali!) e della macchina burocratica, e abolire tutti gli sprechi di risorse pubbliche, in primis la seconda sede – dal costo di 500 milioni l’anno – del parlamento europeo, di gran lunga sotto-utilizzata;
    2. sottrarre l’Unione europea al ricatto dei capi di governo costantemente pressati da appuntamenti elettorali, potenziando al massimo i poteri del parlamento europeo, unica istituzione europea ad essere eletta dai cittadini dell’Europa: il parlamento europeo dovrà assumere gli stessi poteri di ogni parlamento nazionale, diventare cioè l’organo legislativo a cui solo la Commissione europea dovrà rispondere;
    3. prevedere una “protezione sociale europea” per tutte le vittime della globalizzazione, di quella globalizzazione che l’Unione europea non ha saputo “governare” spalancando le porte alla libera circolazione di beni e di capitali;
    4. introdurre, grazie ad accordi bilaterali con la Cina e l’India, misure “protettive” che dovranno tutelare l’economia e i lavoratori europei fino a quando sarà venuto meno il cosiddetto social dumping che oggi consente ai cosiddetti paesi emergenti di fare all’Europa una concorrenza sleale;
    5. programmare un piano straordinario di investimenti pubblici europei in fatto di a) “infrastrutture” (materiali e immateriali), b) di “istruzione”, “formazione permanente” e “ricerca e innovazione” (indispensabili se non vogliamo essere travolti da colossi quali la Cina e gli Usa), c) di green economy, d) di intelligence;
    6. delegare esclusivamente all’Unione europea il “governo dei flussi migratori” (è stato proprio il “non governo europeo” che ha provocato tante legittime reazioni e tanta ostilità nei confronti dell’Europa) sia con accordi con i paesi di origine dei migranti (al fine di arrestare l’immigrazione irregolare e per rimpatriare di chi non ha avuto il riconoscimento dello status di rifugiato), sia con una sorta di Piano straordinario per l’Africa teso a rimuovere le cause ultime dell’immigrazione, in particolare alla formazione in loco di competenze professionali;
    7. prevedere un finanziamento straordinario dell’Unione europea per far fronte al degrado di tante periferie europee (baraccopoli, case occupate abusivamente, spaccio…)

  60. Solo con misure così drastiche (vedi per i canali di finanziamento il mio post) potremo riaprire il cantiere dell’Unione europea: costruire una Unione che, assicurando in proprio ciò che le singole nazioni non sono in grado di offrire, potrà allentare i vincoli sui bilanci nazionali e, di conseguenza, consentire alle singole nazioni di riappropriarsi della loro legittima sovranità di bilancio, senza più la spada di Damocle delle “regole” europee da un lato e dal “ricatto” dei mercati finanziari dall’altro.
    Solo così in altre parole potremo costruire una “casa comune” che privilegi i “diritti sociali” a luno dimenticati e nello stesso tempo salvaguardare quel bene prezioso che è la “democrazia nazionale” (che risponde, sulle materie di sua competenza, ai cittadini dei singoli paesi).

  61. So bene che tale quadratura del cerchio è difficile da realizzare, anche perché si tratta di misure che comportano modifiche sostanziali dei Trattati europei, ma non abbiamo altra scelta se non quella di distruggere quel poco di buono che abbiamo creato e tornare al… bellum omnium contra omnes di hobbesiana memoria che può riportarci al clima pericoloso degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.
    Io non ho dubbi: si tratta di riforme shock su cui la maggioranza dei cittadini italiani è concorde. Ho invece forti dubbi che via sia un partito che abbia il coraggio di portare in Europa una tale “rivoluzione”.
    C’è un partito (o anche solo un candidato) che se la sente di farsi portatore di queste istanze? Se sì, lo voterò.

  62. C’è qualcuno dei lettori e dei blogger che mi indica il partito o anche solo il candidato che esprime le istanze da me indicate? Per ora non l’ho ancora trovato.

    • Piero, e se lo trovi a cosa servirebbe? Potrebbe realizzare i tuoi punti programmatici? Secondo me voli troppo in alto. Quanto conta concretamente il parlamento europeo in una scala da 1 a 10? Io penso 0. A me sembra un’inutile pantomima, come i collegi docenti che si fanno a scuola. Al massimo queste elezioni serviranno a qualcuno per tastare il polso della gente e capire cosa sta pensando. E a qualcun altro garantiranno una ben remunerata quanto ridicola poltrona. Avranno qualche ricaduta sulla situazione politica nazionale? Probabilmente sì, ma dubito che questo porterà cambiamenti reali.

  63. Dubito anch’io di trovare un partito che abbia il coraggio di portare una vera e propria “rivoluzione” in Europa.
    E so bene che oggi il parlamento europeo conta ben poco perché a contare non è tanto la Commissione europea contro cui gli anti-europeisti si scagliano, quanto il Consiglio europeo dei capi di governo.
    Non a caso, Livio, nel mio… “programma elettorale” (in una teorica mia candidatura al parlamento europeo) ho posto tra i punti fondamentali la centralità del parlamento, giusto per sottrarre l’Unione ai veti incrociati dei capi di governo che sono perennemente pressati da scadenze elettorali nazionali.

  64. Se vogliamo conquistare una vera “sovranità” nazionale in termini di bilancio, non abbiamo altra via che “delegare” all’Unione determinate competenze come il governo dei flussi migratori, una protezione sociale di base, una protezione dall’aggressività della concorrenza dei Paesi asiatici…
    Se così non si farà, saremo sempre sotto quella che ho chiamato “spada di Damocle”: i vincoli europei e il ricatto dei mercati (a cui siamo costretti a rivolgerci per chiedere prestiti).

  65. Finalmente comincio a leggere sulla stampa qualcosa di Europa: Panorama e L’Espresso, ad esempio, dedicano un ampio dossier.
    Anche nei talk-show… l’ultima domanda riguarda l’Europa.

    Da anni sentiamo che vogliamo “l’Europa dei popoli” e non degli euroburocrati (lo stesso Conte a Davos ha sottolineato che lui vuole l’Europa del popolo).
    Ok, l’unico modo per realizzare questa Europa – che vogliamo tutti – cosiddetti “populisti” o no – è di potenziare al massimo “i poteri del parlamento europeo” e ridurre al minimo “i poteri del Consiglio dei capi di governo e di Stato che spesso e volentieri pone veti e contro-veti al parlamento.
    Forza candidati di ogni colore: non è il momento di iniziare a fare questa “rivoluzione” in Europa, tutti insieme, visto che tutti vogliamo “l’Europa dei popoli”?

    • L'”Europa dei popoli” è lo slogan delle destre radicali e identitarie coniato dal MSI di Almirante, il primo vero partito europeista italiano.
      Io non voglio l'”Europa dei popoli”, io voglio l’Europa delle nazioni sovrane e democratiche, l’Europa, cioè, senza unione europea.

      Distinti saluti.

  66. Leggo che in Florida, se vi sono licenziamenti, non si fanno carico il governo e il parlamento della Florida, ma il governo “federale”.
    Quando avremo una Unione che – come ho scritto nel mio… programma ideale – assuma in proprio la “protezione sociale di base” di tutti i cittadini europei?

  67. Aggiungerei al mio programma ideale (dico “mio”, ma sarebbe stato bello che altri più competenti di me mi avessero aiutato a completarlo) un ottavo punto.
    Ora, grazie alla libertà dei singoli paesi di imporre autonomamente le imposte alle società straniere, accade che cvi sia una vera e propria concorrenza ad abbassarle per attirare le imprese: così si verificano all’interno della stessa Unione europeo fenomeni di “delocalizzazioni” che lasciano profonde ferite nei paesi di origine (è accaduto che in Italia quando nostre aziende, allettate dal fisco generoso altrui, hanno chiuso gli stabilimenti qui e si sono trasferite altrove, soprattutto nei paesi dell’Est europeo).
    Ecco quindi il punto 8: coordinare a livello europeo una imposta analoga proprio al fine di evitare e prevenire quello che si chiama in gergo il “dumping fiscale” (non c’è solo il dumping sociale della Cina!).

  68. Mi fa davvero piacere, Vittorio, confrontarmi con te proprio perché partiamo da punti di vista diversi. Io, personalmente, non ho dubbi: ho tutto da imparare da chi non la pensa come me (sarebbe per me una noia mortale dialogare in un blog di partito in cui un po’ tutti la pensano allo stesso modo).

    Pur partendo da punti di vista diversi, io ritengo che stiamo cercando una via per accrescere la “sovranità nazionale” e una maggiore rappresentanza del “popolo”.
    Qual è il senso del percorso-maratona (per me stimolante perché ho esplorato territori non esplorati da quasi nessun partito in Italia)? Se vogliamo uscire da quel tunnel senza uscita in cui ci troviamo, con un debito pubblico che ci divora ogni anno 60-70 miliardi, costretti come siamo a rimanere sottomessi ai vincoli europei e soprattutto ai ricatti del mercato, del tutto impossibilitati a decidere una politica di bilancio “espansiva”, avremmo tutto da guadagnare (noi italiani, in modo particolare) dalla “delega” alla Unione di una “protezione sociale” (ti ricordi i tuoi “diritti sociali”?) di base per tutti i cittadini europei, una protezione dalla concorrenza sleale (vedi il social dumping cinese e non solo) e investimenti pubblici in infrastrutture…
    Solo così ci libereremo da quella che ho chiamato la doppia “spada di Damocle” e potremo riconquistare la nostra “sovranità nazionale e democratica” imboccando la strada di “politiche espansive”.

    Il nostro obiettivo, Vittorio, è comune.
    Secondo me potremo realizzarlo solo dentro l’Unione e rafforzando l’Unione stessa, tu al di fuori dell’Unione.

    Tu sei una persona colta (mi piacerebbe tanto conoscerti de visu: sicuramente avremo più cose in comune di quante ci dividano) e ti faccio una proposta: perché non ti cimenti con l’esperimento ideale di Galileo (supponiamo che…)?
    Supponiamo che… si sciogliesse l’Unione (ogni paese segue l’esempio della Brexit) e tutti i paesi tornassero “sovrani” in casa loro: che cosa potrebbe accadere?
    Non correremmo il rischio di rituffarci nel clima degli anni Venti e Trenta (che tanta sofferenza ha provocato proprio alle classi più povere) e di dovere riprendere il cammino che hanno percorso i nostri… padri sulle macerie della guerra?

    • Io ho la netta sensazione che il clima degli anni Venti/Trenta lo vivremo se continuiamo a restare in questa unione europea che somiglia sempre di più alla repubblica di Weimar. L'”esperto” in finanza Henrich Bruninger nel 1932 ebbe la brillantissima idea di tagliare del 30% la spesa pubblica per sanare il famigerato debito pubblico che attanagliava la repubblica di Weimar. Questo geniale provvedimento causò un incremento esponenziale della disoccupazione e del malcontento che spianò la strada ai nazionalsocialisti e decretò la fine della repubblica.
      Quanto al famoso “bellum omnium contra omnes”, continuamente citato (a sproposito), esso è stato disinnescato, come tutti sanno, dalla NATO, non certo dalla UE. Non mi risulta, infatti, che negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta ed Ottanta, quando la santissima UE ancora non c’era, vi siano stati conflitti in Europa o che noi si respirasse l’atmosfera degli anni Venti/Trenta. La Ue, piuttosto, si è dimostrata bravissima ad esportare, per conto di zio Tom, il “bellum omnium contra omnes” al di fuori dei propri confini. Vedi Libia, Ucraina, Siria e Yemen.

      Distinti saluti

  69. E’ proprio quello che io, Vittorio, ho sostenuto: noi non abbiamo bisogno di finanziarie “virtuose”, ma al contrario “espansive”.
    E’ proprio il fulcro del mio lungo viaggio: riacquistare la piena sovranità di bilancio senza il doppio ricatto.
    Ma si tratta di un obiettivo che possiamo ottenere solo dentro l’Unione a cui i paesi partner delegano alcune competenze di base (una protezione sociale…): solo se avremo un alleggerimento del nostro bilancio, riusciremo ad avere la libertà di politiche “espansive”, “distributive” (proprio per uscire dalla trappola attuale: i tentativi del governo giallo verde di “distribuire” ricchezza indebitandosi presso i mercati).

    Ricordiamo che, nelle condizioni attuali, uscire dall’Unione non ci darà più “sovranità”, ma “meno sovranità” perché saremo ancora di più “sotto la dittatura dei mercati”.
    E sotto la “dittatura dei mercati” lo siamo stati ben prima di entrare nella eurozona (pensiamo alle tempeste valutarie contro la lira).

    Quanto all’Europa, questa è nata di fatto subito dopo la seconda guerra mondiale (scatenata da rivalità di “nazionalismi” europei): già nel 1951 avevamo già un primo “embrione” di Unione europea con il Trattato della Ceca, un Trattato concepito proprio per disinnescare… la miccia – carbone e acciaio della Ruhr – di una possibile nuova guerra.

    Altro il discorso della Nato che si è costituita e si è rafforzata durante gli anni della guerra fredda come un “Patto atlantico” (un patto ancora egemonizzato dagli Usa) in funzione anti-comunista.

    Partiamo, Vittorio, da due osservatori diversi, ma ciò che conta è il… “discorso del metodo” (parlo con una persona che ha alle spalle studi classici): non ho dubbi che, dialogando “ascoltandoci” (un’arte, quella dell’ascolto, che oggi è molto scemata, almeno nella politica) troveremo un punto di accordo.

    • Non mi stanco di riproporlo Piero: “Dia/logo” e questo bel ….duetto tra te e Vittorio mi pare proprio ne sia l’emblema!

  70. Ho letto, Rita.
    Ti confesso che, prima di elaborare il… mio programma ideale (un programma che nessuno dei partiti vorrà realizzare), ho letto di tutto: testi di ogni colore e di ogni orientamento ideologico, dalla estrema destra alla estrema sinistra.
    Alla fine ho preso spunti da più parti (e chi leggesse con attenzione il mio programma, troverebbe suggestioni ben precise) ma in un percorso di cui mi assumo la totale responsabilità.

  71. So bene che ciò che io auspico è una “rivoluzione” che richiederà – sempre che qualcuno la voglia realizzare – tempi lunghi, di sicuro più di una legislatura.
    Del resto anche la marcia degli Stati Uniti ha richiesto tempi lunghissimi.
    Che conta è la… direzione di marcia: è in questa legislatura che si dovrà “vedere” tal “direzione”; in caso contrario l’Unione – temo – si salderà.

  72. Ho iniziato a leggere i programmi per scoprire se ce n’è almeno uno che rappresenta le istanze che ho elaborato nel mio programma ideale.
    Confesso di avere trovato finora una delusione amara: programmi di una vaghezza impressionante!
    Qua e là, comunque, trovo qualche assonanza: un Piano Marshall di 50 miliardi di euro per l’Africa di Forza Italia, un po’ di protezione sociale nel Movimento Cinque Stelle (vedi il salario minimo garantito) e nel Pd (vedi un’indennità europea di disoccupazione).

    • Me lo vedo Berlusconi a fare un piano Marshall per l’Africa. Ha già promesso un miliardo di posti di lavoro.

  73. Ma Piero, tu stai ancora a cercare i programmi? E se per caso i sovranismi o nazionalisti o populisti tirassero fuori anche una buona idea, magari economica, tu voteresti per Casa Pound o simili?

  74. Sono un convinto sostenitore, Franco, del dialogo, a maggior ragione quando si parte da punti di vista diversi.
    Il dialogo è il miglior antidoto contro i… muri, il manicheismo, le guerre iconoclastiche.
    Se ci liberiamo tutti dalle nostre certezze e ci mettiamo “in ascolto” (una virtù quasi del tutto scomparsa nella stagione in cui ci accade di vivere) – alla ricerca di altri punti di vista – , troviamo molte più cose in comune di quante ci dividono (l’abbiamo visto perfino su tematiche delicatissime come quelle di bioetica).

  75. Comprendo bene, Ivano, la tua perplessità, ma il mio lungo viaggio propedeutico al voto (mai fatto in altre occasioni) ha puntato sui “contenuti”, su ciò va fatto con urgenza in Europa se vogliamo almeno salvarne le conquiste e ricucire lo strappo che si è consumato negli ultimi anni (di cui mi sono sforzato di cercare le cause).
    So che il tempo sta per scadere, ma il rush finale lo voglio fare perché ti confesso di non sapere assolutamente chi votare.
    La cosa che mi rattrista è che i programmi dei partiti sono davvero solo degli slogan.

    Riprendo l’analisi di alcuni… guizzi (in sintonia con quanto, del tutto autonomamente, ho elaborato… studiando e studiando).

    I Cinque Stelle non affrontano assolutamente (come del resto tutti gli altri partiti) il tema centrale di fare del parlamento europeo (l’unica istituzione eletta dai popoli) il cuore pulsante dell’europarlamento), ma in compenso sottolineano un’istanza da me rimarcata: trovare finanziamenti al bilancio europeo tramite la tassazione delle multinazionali.
    Si parla anche della lotta alla delocalizzazione selvaggia, ma non si dice “come” (io l’ho spiegato).
    Si parla di ridistribuzione obbligatoria dei flussi dei migranti, ma questo è solo un aspetto del problema.
    Leggo poi una ingenuità, quella di promuovere il Made in Italy attraverso politiche agricole “contro l’importazione di prodotti alimentari esteri”: il problema merita ben altra analisi.
    Parlare poi di superamento della politica di austerity senza dire “come” dà l’idea di uno slogan

    • Piero, insisto, mi fai pensare a quelli che magari Mussolini è stato un dittatore, ma siccome ha fatto anche cose buone ( mi chiedo quali)……..

  76. Nel programma del Pd, oltre all’istituzione dell’indennità europea di disoccupazione (in sintonia con l’esigenza da me posta di una “protezione sociale di base” per tutti i cittadini europei), vedo, sempre sulla stessa lunghezza d’onda, investimenti pubblici europei.

    Investimenti pubblici europei che vedo anche nel programma di + Europa e Italia in Comune: investimenti in istruzione e nuove tecnologie (istanza da me sottolineata).

    • Caro Piero, voterò il Partito Socialista Europeo, cioè la lista Alleanza Progressista Socialista e Democratica, che in Italia è rappresentata dal Partito Democratico. Mia figlia, che ha 21 anni voterà Europa Verde, la lista col girasole, e mi auguro che anche loro riusciranno, in Italia, a superare lo sbarramento del 4%. Nonostante tutto, nonostante gli errori, le prepotenze di quella che chiamano la “Troika”, appartengo all’Europa, e la mia casa comincia nei dintorni di Lisbona e finisce nella Russia europea, nei pressi di San Pietroburgo. Più o meno. Sicuramente va oltre Scannabue.

  77. Caro Ivano, la mia discriminante l’ho già scelta: l’unico “sovranismo” possibile è il sovranismo “europeo”, è quello che ho definito “Europa first”.
    Non a caso, poi, non ho esposto il programma della Lega: non ho trovato niente che indichi le vere cause del disagio collettivo (l’unico assillo: rovesciare gli equilibri dei poteri, con la prospettiva di diventare tutti… schiavi dei sovranisti altrui (dei sovranisti in casa loro).

    • Risposta rassicurante. Sai, non saresti stato il primo transfuga. Basta vedere in quanti hanno votato per i grillini alle ultime politiche. Salvo poi pentirsene. Anche qui.

  78. Mi fa piacere, Marino, che tu abbia già le idee chiare.
    Io, pur con una chiara distinzione tra chi vuole sfasciare il poco di Unione che abbiamo costruito e tra chi vuole riformarla, non ho ancora deciso.
    Vedo che la protezione sociale a livello europeo è invocata sia dai Cinque Stelle, dal Pd, dai Verdi e da + Europa.

    La cosa, comunque, che mi sconcerta è che nessun partito dimostra, almeno dai programmi che ho letto, di avere la piena consapevolezza della posta in gioco, quasi nessuno pone il problema della centralità del parlamento europeo (finché saremo sotto il ricatto dei governi “nazionali” pressati da continui appuntamenti elettorali di casa), l’Unione non farà nessun passo in avanti.

  79. Caro Marino, io a Ripalta Arpina ci ….sono dentro allora (tra Lisbona e Scannabue!) e, con piacere, voterò in sintonia con tua figlia!
    4% o no, è un segno verso una direzione, che mi sembra importante dare!
    Come dire? ….for ever young ?!?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi commenti

Ultimi twit

Ultimi post

Blog

EURASIA

Rita Rame

24/05/2019

4 Commenti

Leggi »

CONTRIBUTI E COMMENTI

Puoi segnalare una situazione critica, avanzare una proposta, dare il via a un dibattito. Il tema è completamente libero e ciò che conta è che abbia un interesse collettivo; puoi anche postare una storia significativa, una recensione di un libro o di un film, una produzione letterario-artistica, un’immagine-simbolo, un video. Clicca su "Post" o su "Twit" in alto a destra (devi essere registrato) per partecipare alla discussione.

Puoi commentare se sei registrato (consigliato) oppure indicando nome ed email nei campi previsti.

Contatti: redazione@cremascolta.it

Seguici su facebook

designed by Mattia Bressanelli