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PIETRO MARTINI

Bestie, Uomini, Dei

Dopo il cortese invito dell’amico Adriano a pubblicare uno scritto su CremAscolta, mi permetto di riportare la recensione di Mario Prinetti all’ultimo libro di Joseph Eisenkopf, “PET-World”, presentato in questi giorni al Salone Internazionale del Libro di Torino. Mi scuso per la lunghezza del testo ma ho preferito evitare tagli alla recensione. «Joseph Eisenkopf è

Dopo il cortese invito dell’amico Adriano a pubblicare uno scritto su CremAscolta, mi permetto di riportare la recensione di Mario Prinetti all’ultimo libro di Joseph Eisenkopf, “PET-World”, presentato in questi giorni al Salone Internazionale del Libro di Torino. Mi scuso per la lunghezza del testo ma ho preferito evitare tagli alla recensione.

«Joseph Eisenkopf è uno scrittore molto noto in Germania per i suoi saggi economici. L’acronimo “PET” del titolo sta per “Politics-Economy-Technology”, le tre pietre angolari della società contemporanea, che l’autore ritiene si sia formata, nei suoi tratti essenziali, negli ultimi due secoli. Il libro è diviso in quattro parti. La prima parte indica come queste tre pietre d’angolo abbiano sostituito negli ultimi duecento anni le tre pietre di fondamento precedenti, la Religione, l’Arte e la Natura. La morte della Religione nel Diciannovesimo secolo e quella dell’Arte nel Ventesimo sono, per Eisenkopf, fatti ormai compiuti. La morte della Natura è in corso e dovrebbe terminare nel Ventunesimo secolo. La seconda parte del libro descrive i processi organizzativi, i meccanismi operativi e i flussi informativi con cui il PET-World ha plasmato l’umanità attuale in base alla Politica, all’Economia e alla Tecnologia, assurte da funzioni comprimarie nei secoli precedenti a funzioni dirigenti nel mondo d’oggi. Il loro principio direttivo comune è quello dell’universalismo, del collettivismo, del massivismo. Il loro potere sta nel numero, nella quantità, nella maggioranza statistica. La Politica consiste ormai in un impatto mediatico di massa e in una ricerca di consenso elettorale generale a breve termine. L’Economia tende a un’illimitata e universale produzione di beni e servizi, in una logica orientata al profitto materiale e alla rendita finanziaria a livello mondiale. La Tecnologia spersonalizza e livella comportamenti e abitudini, sviluppando applicativi algoritmici decisionali multifunzionali e generando così sistemi di comando a valenza vettoriale globale, aventi portata planetaria unificata.

La terza parte del libro indica le linee di sviluppo del PET-World, che tende a fagocitare se stesso in un’opera di incessante demolizione e autodistruzione delle proprie pietre di fondamento. Tra queste, la prima a morire sarà la Politica, già oggi rantolante e in avanzato stato agonico anche a causa del suo abbandono da parte degli effettivi ruoli decisionali e del suo scadimento a “mestiere di ripiego” e “occupazione rimediata”. L’autore evidenzia il contrasto tra le affabulazioni del “politicismo aureolato”, del “messianismo politico soterico” e la realtà d’un mondo pianificato, gestito e controllato dalle centrali economiche e dai vertici finanziari, dove l’ambito d’azione del politico corrisponde ormai a quello dell’amministratore di condominio. Un’altra morte annunciata è quella dell’Economia, che alla fine lascerà la Tecnologia sola al comando, chiudendo l’era aperta dai suoi profeti mercantilisti, marxisti e capitalisti, deponendo le insegne del suo potere plurisecolare e raggiungendo nel cimitero dell’umanità gli altri defunti della nostra Storia. Nel mondo della dittatura tecnologica, dove l’ordine, l’uniformità e la standardizzazione imperano, il fatto che per secoli l’umanità abbia considerato come proprio motore di sviluppo il soddisfacimento di bisogni materiali indotti e il consumo bulimico di prodotti e servizi sarà considerato un bizzarro primitivismo evolutivo della nostra specie.

Nella quarta parte del libro Eisenkopf fornisce alcuni suggerimenti per sopravvivere nell’attuale PET-World e nel prossimo mondo dominato dalla sola Tecnologia, il “T-World”, limitando il più possibile i danni psicofisici provocati dall’overload tecnologico. Gli scenari scientifici di riferimento stanno diventando quelli del “biodatismo” e del “bioalgoritmismo”, secondo i quali l’essere umano consiste in un insieme di flussi di dati biofisici e in un plesso organico di algoritmi biochimici. Visti questi scenari e i prossimi sistemi di gestione decisionali globali cogenti, le strategie di “sopravvivenza del pensiero” sono per l’autore quelle oppositive tipiche delle epoche di massima centralizzazione del potere. Innanzitutto, va abbandonata ogni istanza reattiva di tipo popolare. In un T-World “popolarmente dominante”, si potrà sopravvivere limitando i danni solamente creando “monasteri di conservazione e ricostruzione”, uniti da un “filo invisibile di opere e di pensiero”, trincerati in comunità unite da forte cameratismo. Caduta ogni illusione di “salvare il mondo”, si potrà solo tentare di “salvarsi dal mondo”. Andranno perimetrati spazi e stili di vita a livello di famiglie e comunità, in una condivisione di stirpe, suolo, cultura e tradizioni tale da preservare e rinforzare il senso d’appartenenza e lo spirito identitario. La continuità familiare, il radicamento territoriale, i buoni studi, la partecipazione a realtà comunitarie coese sono i primi antidoti al PET-World e al prossimo T-World. Il tutto va attuato “in modo inosservato e protetto”, mimetizzandosi dentro un mondo in cui l’aver frequentato le scuole giuste, vivere un normale rapporto di coniugio, avere figli ben cresciuti, degni antenati, territori, confini e tradizioni sarebbero visti con sospetto, esecrati e puniti dalle logiche rancorose delle masse. Meglio non dare nell’occhio e apparire come gli altri. Meglio simulare tolleranze, aperture, benevolenze, disponibilità verso gli “elementi livellatori” della società e intanto dissimulare le proprie azioni di sostegno ai fattori tradizionali di forza specifica e di differenziazione personale, familiare e comunitaria.

L’autore consiglia anche di ridurre per quanto possibile il ricorso all’information technology, per evitare le dipendenze psicotiche e le degenerazioni neuronali causate dall’abuso digitale (l’ossessione delle chat, dei selfie, la mania compulsatoria di immagini e notizie). Bisogna sfuggire all’invasività dei social media, dei motori di ricerca, dei database management systems, dei meccanismi globali di controllo. Niente carte di credito, tessere per acquisti, automatismi d’accredito e addebito. Solo bancomat e contanti. Meglio limitare allo stretto necessario la propria visibilità e tracciabilità rispetto ai sistemi di localizzazione fisica e agli apparati di riproduzione e trattamento delle immagini, dei dati e degli altri elementi personali. Occorre guarire dalla sindrome della telefonata costante, sempre intercettabile, e dal bisogno psicopatologico di rassicurazione continua basato sulla trasmissione incessante di parole proprie e altrui. “Leonida alle Termopili, Alessandro sull’Indo, Cesare in Gallia non avevano lo smartphone”. Sul lavoro, Eisenkopf suggerisce di pagare il proprio tributo alla società lavorando gli anni che servono e poi, appena possibile, ritirarsi dalla vita professionale, optando per un reddito inferiore ma per una libertà maggiore, migliorando i propri interessi, conoscenze, salute, tempi di vita. Per non cadere nelle neuropatie compulsive tecnologiche e per non regalare la propria esistenza ai sistemi globali di controllo delle informazioni, l’autore consiglia anche di sviluppare una buona confidenza con gli elementi naturali, l’ambiente, la campagna, i luoghi in cui l’antropizzazione non è ancora devastante. Di ritirarsi in contesti rurali, lontani dalle reti informative e dalle cappe elettromagnetiche, mantenendo contatti con il verde vegetale e soprattutto con gli alberi. Il “ritorno all’albero” è essenziale come antidoto al delirio psicosensoriale tecnologico. Di mantenere un “rapporto paritario” con l’intelligenza animale, in sostituzione dell’attuale “dipendenza succube” dall’intelligenza artificiale. Innumerevoli soggetti animali possono interloquire con noi e insegnarci molto. Non sappiamo quanto le specie attuali potranno sopravvivere. Questo tesoro di conoscenze, che irresponsabilmente l’umanità sta distruggendo, può arricchire molto l’uomo fattosi più libero, tornato a essere parte consapevole di una Natura ancora “una e indivisibile”. In particolare, si può stabilire un rapporto di amicizia con un cane, un cavallo, un animale specifico, con il quale percorrere sentieri, campi, rogge, zone boscate, guadi, paesaggi, prima che vengano distrutti, perduti, dimenticati. Anche così si può trasmettere ai propri figli e nipoti la memoria di un mondo, un senso, una Tradizione.

Certo, il PET-World e poi il T-World non si potranno fermare. Ma per Eisenkopf l’importante è “trasmettere un Legato”, “tenere accesa una Fiamma”, nella speranza che i pochi “rimasti in piedi tra le rovine” possano rifondare una realtà diversa, anche tra secoli, non importa. La Storia ha già visto epoche avvicendarsi, cicli compiersi, eterni ritorni, morti e rinascite di civiltà. La Storia va accettata. Amor fati. Nel frattempo, occorre ridurre il deragliamento percettivo e l’alienazione cognitiva, non cedere alla massificazione e alla perdita identitaria, evitare di diventare oligofrenici e psicolabili a causa della “droga tecnologica”. Per l’autore è vero che la Religione e l’Arte sono morte e che la Natura sta morendo. Ma ogni tanto, aggiunge, si potrebbe tornare ad ammirare un bel quadro, ad ascoltare una buona musica. Beninteso di nascosto, per non passar per matti o pericolosi. Addirittura, si potrebbe provare ancora, nonostante tutto, a dipingere, a suonare. E poi, forse alcuni Dei potrebbero tornare dall’esilio. La “nostalgia degli Dei” potrebbe farci sopravvivere meglio. Ovviamente, sempre di nascosto, per non essere portati via con la sirena. Ci sono Dei che abiterebbero vicino a noi: i nostri Lari, i nostri Penati. Nell’ambiente naturale, alcuni di loro potrebbero ritornare, in un bosco, a un fontanile, e li avvertirebbe prima di noi il cane, aguzzando il muso, o il cavallo, puntando le orecchie. Certo, qualcuno potrebbe dire che ce li siamo inventati noi. Però, intanto, potremmo raccontare ai nostri nipoti e pronipoti le loro storie. E potremmo così credere che ci siano ancora i Miti. In tanto lògos tecnologico, un po’ di Mito sarebbe bello. Si potrebbero addirittura celebrare dei Riti. Anche il Rito può aiutarci, soprattutto “quando il resto del mondo tende a perdere ogni significato”. Ecco, potremmo persino ritrovare un poco di sacralità, “conservando intorno a noi e dentro di noi qualcosa di Sacro”.

Riferimenti editoriali: Joseph Eisenkopf, “PET-World”, Milano, Edizioni Riunite, 2019».

PIETRO MARTINI

09 Mag 2019 in Recensioni

14 commenti

Commenti

  • Ringrazio la Direzione e la Redazione di CremAscolta per aver pubblicato un testo così lungo e quindi poco adatto a un blog. Ma ho visto che in passato sono comparsi anche testi più lunghi, per cui ci ho provato. So che, giornalisticamente parlando, è proprio l’opposto del pezzo brillante, accattivante e foriero di commenti. Comunque, grazie ancora per la disponibilità.

    Naturalmente, come è già accaduto in precedenza con altri miei post, si tratta di una delle tipiche “recensioni impossibili”, non esistendo né Joseph Eisenkopf (ovviamente, se invece dovesse esistere, non avrebbe colpe in proposito), né alcun libro dal titolo “PET-World”, men che meno presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino. Mario Prinetti è un anagramma. Diciamo che è la recensione che mi sarebbe piaciuto scrivere se avessi letto un libro del genere. Chi conosce certi autori, vedrà che il testo è soprattutto un collage di citazioni, molte precise e parecchie altre richiamate a memoria e quindi non proprio esattissime.

    Ciò non toglie che il mondo descritto e i suggerimenti proposti siano tutti da considerare di fantasia. Anzi, personalmente mi ci ritrovo abbastanza. E ho l’impressione di non essere l’unico.

  • Pietro, premesso che leggerti è comunque tempo ben speso, non fosse che per il tributo dovuto all’intelligenza ed alla padronanza del linguaggio, devo dirti che pur da “ingegneremeccanicoconlemanisporchedigrasso”, una trentina di anni fa, decisi (complice , ma non solo tale, sarebbe davvero riduttivo) mia moglie Marialisa di andare a abitare in campagna: Ripalta Arpina, poche anime (peraltro poco ….elette”!), di circondarmi di verde, alberi e dedicarmi/ci all’orto, nel quale al tramonto amo sedermi a gustarmi/sentire le piantine che crescono e magari leggere algo bueno!
    La godibilissima lettura del tuo “Eisenkopft” (grazie del successivo commento che mi ha evitato una tanto affannosa quanto totalmente improduttiva ricerca in rete!) ha fatto andare la mia mente, in immediato, allo splendido geniale “Fahrenheit 451”, film di genere fantascienza del 1966 (!!!), diretto da François Truffaut, con Oskar Werner e Julie Christie.
    Nel 66 ….sere ‘n stupidot da vintitrì agn (non che adesso possa vantare QI da capogiro neh!) il film che vidi al pomeriggio in una delle n “bigiate” che caratterizzarono il mio piano di studi universitari, mi sorprese, anche se non ne capii fino in fondo il portato profetico. Più avanti, crescendo in anni e ….(mah) ne capii ed apprezzai vieppiù il grande portato.
    Cheddirti se non ringraziarti per il tuo contributo di vivida intelligenza che (magari da “destra”, anzi, senza il magari! E …. allora?) porti al blog.
    “In mezzo a tutta sta ignoranza” (vabbè, la citazione da Jannacci, per chi mi legge con qualche attenzione, oramai non abbisogna di alcuna nota esplicativa) affidata spudoratamente al ridondante mezzo tecnologico/informatico, ce n’è tanto, tanto bisogno!

  • Un altro tuo capolavoro, Pietro: un flash icastico e ironico sul tempo presente (in particolare sul presente… made in Italy).
    Hai ragione, Pietro: l’uomo tecnologico sta avanzando prepotentemente e spazzerà via ogni limite etico e di sicuro condizionerà pesantemente la politica e la stessa economia (anzi, l’economia è già trainata dalla tecnologia, in primis dalla tecnologia digitale e dalla Intelligenza artificiale!).

  • Pietro, io vi ho letto un futuro di isolamento, di paura, di chiusura in una turris finta eburnea che farà a meno di rapporti interpersonali, se non parentali. Insomma, la scomparsa della vita sociale per una mera sopravvivenza in un nascondimento continuo. Apocalittico, senza speranza. La buona cosa: meno narcisismo e solo il necessario non espositivo. Sobrietà, e non ci vedo né destra né sinistra. Bello, come tutte le proposte o ipotesi romantiche, degne di un uomo di altri tempi. Con qualche paura.

  • Caro Pietro, il tuo post e’ stato l’equivalente di una seduta psicanalitica: c’e’ di tutto, e dunque ognuno puo’ intravedervi la visione di futuro che gia’ ha in testa per poi esprimerla. Definirei l’utilita’ di questo genere di scrittura “liberatoria”. Ben venga.

  • Questo Giuseppe Testadiferro mi piace. Peccato per quella sfumatura di complottismo, quando parla di “un mondo pianificato, gestito e controllato dalle centrali economiche e dai vertici finanziari, dove l’ambito d’azione del politico corrisponde ormai a quello dell’amministratore di condominio”. A volte l’ho detto anch’io, è vero, ma io appunto soffro di una visione paranoica della realtà e sto cercando di guarirne.
    Per il resto esprimo il mio sincero apprezzamento.
    A parte l’ironia, che io non vi vedo affatto, lo trovo un quadro terribilmente realistico e tragico del nostro futuro. Anche perché le persone che qui commentano sono tutte anziane – o vecchie – e possono ancora sperare di rifugiarsi in qualche posticino ameno a godersi la pensione, ma ai giovani cosa diciamo?

    • Si Livio, cosa gli diciamo? E, soprattutto, cosa(ci) dicono?
      Perchè noi “vecchi” degli spazi per “dire”, di riffa o di raffa, ce li troviamo, ma loro?
      Li abbiamo anche rincoglioniti con questa orgia tecnologica che deve essere “alimentata” di continuo (qualcuno ricorda, “anni ’90, il primo subdolo assaggio diffuso alla dipendenza indotta col “tamagotchi”?).
      Davvwero, oltre al “si salvi chi può”, dal basso dei miei 76 (tra poco) non saprei cosa consigliare!

  • Vi ringrazio per i vostri commenti e per la lettura delle millecinquecento parole di questo “outing”. Intanto, gironzolando per il blog, dopo mesi di assenza, ho visto molte cose nuove e interessanti, anche con firme diverse dalle solite. Vorrà dire che adesso, tornando a commentare qua e là, mi sarò prima presentato per bene (o per male, dipende), come si faceva un tempo prima di dire la propria.

  • Non condivido la riduzione di
    Religione Arte e Natura.

    • In effetti, su tutti e tre questi elementi la discussione è molto aperta e tutt’altro che esaurita. In termini quantitativi, sulla Religione mi pare che la maggioranza dei 7,7 miliardi di soggetti appartenenti alla nostra specie propenda, almeno in apparenza, verso posizioni simili alla sua, nel senso cioè che la Religione non sia morta. Sono tuttavia evidenti le difficoltà a non apparire superficiali e semplicistici nel trattare questo tema in assenza di concetti condivisi e chiarimenti specifici sulle locuzioni “Religione”, “morte della Religione” e via dicendo.
      Anche sull’Arte è doveroso prendere atto di quanto il dibattito possa essere sconfinato e di come sull’argomento si sprechino intere biblioteche. Personalmente, nutro verso l’Arte il massimo della riconoscenza, dell’affetto e della nostalgia. Ma fatico a provare questi sentimenti verso la maggior parte delle espressioni artistiche successive agli anni Settanta del secolo scorso. Guardi l’attuale Biennale di Venezia, a cui comunque andrò la prossima settimana perché ogni tanto mi piace tornare a visitarla (per poi andare da Romano a Burano, quasi una tradizione di famiglia, magari quest’anno con un amico pittore che dipinge là). Ma forse dico così perché negli anni Settanta avevo vent’anni e poi magari, invecchiando, ho perso la capacità critica. Ovviamente, esistono ancor oggi artisti bravi e bravissimi e cerco sempre, se posso, di andare alle loro mostre, ai loro concerti. Ma mi sembrano eccezioni alla regola e purtroppo, in generale, temo proprio di non poter essere d’accordo con lei.
      Sulla Natura, non morta ma moribonda, basta uscire di casa. Abbiamo il privilegio di vedere forme di vita che tra pochi decenni troveremo solo sui libri. Anche in questo, siamo più fortunati dei nostri nipoti e pronipoti. Una fortuna che non meritiamo, essendo noi gli autori di questa distruzione.
      Che comunque su Religione, Arte e Natura, o su ciò che ne resta, imperino oggi Politica, Economia e Tecnologia, per me nulla quaestio.

  • “Un’altra morte annunciata è quella dell’Economia”: ma dico, mi fai il regalo di Natale a maggio? No, forse per i miei nuovi 69.
    Come da nostra corrispondenza sai che io son sempre stato vicino a un mondo “così”, dall’epoca delle elementari, ma che ho cercato sempre comunque una sorta di utilizzo di quanto i novi strumenti ci forniscono… Il fuoco scotta, tuttavia… Ma chi più contento di me di sognare i propri discendenti in un mondo che si è spogliato dalla macroeconomia, e si è ridotto numericamente, anche se per drammatica involuzione, e riparte dai temi fondamentali?
    Non a caso non ti ho mai mandato mie foto, ma l’unico allegato è stato quello dei miei nipoti che giocano a fare i garzoni di stalla.
    Non mi sento in colpa tuttavia, pur aspirando a questo tipo di futuro, e che in piccolo attuo, cercando di guardar poco oltre la siepe di casa mia, se cerco di diffondere visioni che riducano le grandi sofferenze future dell’Umanità.
    Ultima Pietro, carinamente mi citi nei motivi per aver ripreso la penna in mano per noi, ma se io non ti avessi tirato la giacca, tutti avremmo perso molto!

    • Ogni promessa è debito, caro Adriano. E grazie a te per il cortese invito, dopo il nostro incontro a UniCrema. Inoltre, complimenti per questo blog oggi arricchito da ritorni importanti (Livio Cadè e Ivano Macalli, però non solo: bighellonando in questi giorni per il blog ho visto anche un commento di Guido Antonioli, di cui sono un estimatore) e da nuove collaborazioni che mi sembrano di sicuro interesse, anche in termini storici e politici (Marino Pasini e Vittorio, e non soltanto loro). Per cui, caro Presidente, parafrasando il motto del reggimento che sai, CremAscolta bonnes nouvelles!

  • Sono stato attratto dal titolo che propone una scala di esseri/entità che mi ha sempre affascinato.
    Penso che per “bestie” si intendano gli animali.
    Mentre le prime due sono entità fisiche sperimentabili la terza categoria ahimè no.
    Quindi preferisco parlare solo delle prime due e semmai della terza come di un prodotto della seconda o forse anche della prima (non lo sappiamo ancora)
    Quindi se sostanzialmente le prime due sono i veri attori (con mansioni differenti) credo che le loro “invenzioni” tecnologiche, sociali, politiche siano suscettibili di modificazione fino al perdurare fisico degli attori.
    Siamo noi che creiamo il nostro contesto.
    Siamo noi anche quando permettiamo che pochi di noi lo facciano eventualmente contro di noi.
    Insomma “non ci sono scuse”, ci sono lotte più o meno cruente.
    È chiaro che se non voglio che Google tracci i miei movimenti della giornata devo spegnere il GPS e anche il GSM per impedire la localizzazione attraverso le celle telefoniche.
    Ma se ritengo che questo per me non sia un problema non posso anche lamentarmene.
    Ecco che se nessuno ha notato che tra i sistemi di localizzazione non ho inserito le Wi-Fi significa che ha qualche problema a difendersi se lo desiderasse.
    Ma c’è qualcuno che desidera difendersene? È questo il punto. E penso sia il succo del discorso espresso nella recensione.
    Ci lasciamo sottoporre ad una continua chimera di utilità e lasciamo sempre più svanire la realtà fisica che ci circonda.

    La disponibilità di energia ha iniziato questo distacco dalla realtà e la digitalizzazione (chiamata erroneamente tecnologia) lo ha continuato.

    Quando in garage ci sediamo in macchina e la mettiamo in moto ci sentiamo dei leoni, se foriamo un pneumatico ci sentiamo persi.
    Le nostre gambe non sanno se ci porteranno a chiedere un aiuto abbiamo bisogno di una rete altrimenti non sappiamo come chiamare il carro attrezzi.

    I “monasteri” evocati dal testo non sono altro che i momenti della nostra vita in cui ci rendiamo conto che vogliamo almeno in parte riscattarsci da questa schiavitù che in parte spesso non conosciamo nemmeno.

    Tutto qui. Naturale, ma difficile.

    Dai Pietro però, sbilanciati per dare un tuo parere personale.
    Perché vai a cavallo se hai l’auto?

  • Sì, per bestie intendo gli animali. Il termine non è spregiativo e la sequenza nel titolo non è accrescitiva: siamo animali pure noi, mentre sugli dei, diciamo così, la dottrina è divisa. Ho solo usato il titolo d’un libro riletto recentemente, in cui si racconta la storia d’un personaggio capace di essere bestia, uomo e dio insieme.
    D’accordissimo sul “siamo noi che …”, sul “niente scuse”, sul fatto che “il succo del discorso” sia quello che tu, Jack, hai capito perfettamente.
    Mi sembra che proprio l’inseguire chimere di utilità, vere o presunte, e il rinunciare alla realtà fisica (quella “che ci circonda”, certo, ma anche quella più biologicamente nostra), possa portare a questo deragliamento cognitivo e quindi volitivo. Ed è vero che la digitalizzazione ha portato alle estreme conseguenze un processo iniziato già con le prime forme di meccanizzazione industriale. Ci sono persino studiosi convinti che questa psicopatologia attitudinale e quindi comportamentale sia incominciata col passaggio dalla caccia nomade all’agricoltura stanziale.
    Ovviamente, se in passato è stato possibile un tentativo di luddismo anti-meccanicistico (che comunque ha perso), oggi non è possibile alcun tentativo di luddismo anti-digitale. Game over. Ci siamo dentro 24/7. Però è possibile ridurre di molto questa dipendenza neuropatica. Basta volerlo. Beninteso, come dici giustamente, alla maggioranza può star bene così: selfie, chat e sempre full-wired, cioè full-controlled. Allora, ciascuno per se’ e Dio per tutti. Ecco perché non si può più “salvare il mondo” ma solo “salvarsi dal mondo”. Quando l’ennesimo cretino pretende che guardi nel suo smartphone le sue ennesime immagini cretine, faccio l’espressione di uno che guarda gli esami delle urine altrui.
    I monasteri dell’immagine (Fonte Avellana, Saint Pere de Rodes, Khor Virap, Clonmacnoise) sono solo riferimenti. Quest’anno ho visitato alcuni monasteri benedettini e mi sembrano un esempio di come si possa reagire alle epoche più terribili. Una Regola. Lavoro manuale. Rispetto per animali e vegetali. Nessuno che vuole vendere, vendersi, venderti. Ottime biblioteche. Oggi i barbari non vengono da fuori, i barbari siamo noi: ne uccide più lo smartphone della spada. Non dico che adesso “vado frate”. Sono solo sinapsi neuronali oltre la gabbia dell’eterna compravendita di tutto, di se’, del mondo.
    Sul perché vado a cavallo, Jack, mi metti in difficoltà: è una delle tre cose che capirò per ultime, magari mai: perché son venuto al mondo, perché me ne andrò, perché vado a cavallo.
    Grazie per il tuo commento, così ben centrato.

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