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MARINO PASINI

Il TRENO. Storie, ossessioni, suicidi.

Ogni anno, in Germania 800 persone si suicidano gettandosi sui binari contro un treno in corsa – scrive Hauk Goos, giornalista del “Der Spiegel” -. Altre centinaia ci provano, senza riuscirci. Stephan Kniest, è un giovane tedesco, macchinista di treni, corpulento, la faccia tonda e due fessure d’occhi che non han più voglia di sorridere.

Ogni anno, in Germania 800 persone si suicidano gettandosi sui binari contro un treno in corsa – scrive Hauk Goos, giornalista del “Der Spiegel” -. Altre centinaia ci provano, senza riuscirci. Stephan Kniest, è un giovane tedesco, macchinista di treni, corpulento, la faccia tonda e due fessure d’occhi che non han più voglia di sorridere. Il cronista dello “Spiegel” lo intervista in un pub, Kniest è appena tornato dal porto di Rotterdam, dal mare, dove va a cercare un pò di pace dalle ossessioni che lo perseguitano,.perchè lui è “un assassino involontario” di chi vuol farla finita e compare, sbuca, all’improvviso,  si accomoda sui binari, si lancia contro il locomotore di un treno. Eventi (così Stephan li chiama), che lui  ha vissuto quattro volte. Il giovane macchinista vive a Weeze, una cittadina tedesca di 10.445 anime, a un tiro di schioppo, una manciata di chilometri dal confine olandese. Weeze è nel distretto di Dusseldorf, anche se Stephan ci mette meno tempo ad andare ad Eindhoven, nei Paesi Bassi, che raggiungere Dusseldorf, il capoluogo della Renania settentrionale, nel Basso Reno. Pianura placida, punteggiata di case scure, pietra e mattoni, mucche al pascolo. i binari che scivolano sulla strada che s’abbassa e costeggia il fiume Niers, affluente della Mosa. La diga, con il gigantesco porto di Rotterdam, alle spalle, a circa 150 chilometri. Weeze è una base di partenze e di arrivi, per l’aereoporto (Dusseldorf-Weeze), a circa tre chilometri dal centro di Weeze, e con il rumore degli aerei convivono gli abitanti della cittadina, pure gli animali dello zoo comunale, unica rilevanza turistica della zona, segnalata dalle guide della Renania. Non lontano da Weeze, insieme a un paio di castelli visitabili,  cominciano le dighe che intrappolano l’acqua, i i primi sbarramenti, l’incubo che non è solo olandese, ma anche germanico che un futuro di tempeste, inondazioni che costringa sott’acqua l’Olanda e la Germania del Nord.

Stephan Kniest ama i treni  da quando era bambino. Treni che fischiano vicino ai passaggi a livello, che attraversano la “terra sott’acqua”, le pianure d’Olanda, o dell’Ovest tedesco, diretti ad Amburgo, altre case costruite come “V” rovesciate, “che raggiunsero Kees Popinga mentre  amava guardar passare i treni, e la sua vita si disfaceva; quella emozione furtiva, quasi vergognosa, che lo turbava vedendo passare un treno, un treno della notte dalle tendine calate sul mistero di chi viaggia”.

Un giorno, mentre Kniest era alla guida di un treno locale e attraversava un lungo rettilineo di un’area boscosa, una donna si distese sui binari. Il treno viaggiava a 120 chilometri all’ora. La donna, a Stephan, parve, da lontano, “un sacchetto della spazzatura” che occupava il binario. Dopo un’istante, il macchinista capì che non era un sacchetto, quella cosa sui binari, e tirò immediatamente i freni.  La locomotiva, in genere – annota il cronista dello “Spiegel” – pesa circa 8o tonnellate. Quando si viaggia a 120 chilometri all’ora sono necessari  600 metri per fermare il treno, cioè 18 secondi. Durante il corso di formazione viene insegnato a distogliere lo sguardo e coprirsi le orecchie, perchè in casi frequenti, l’impatto è inevitabile. Ma non hai il tempo di distogliere lo sguardo; in quegli istanti pensi solo a  ricordare il manuale operativo, i singoli passaggi da fare, obbligatori. Poi, il botto, la collisione, il tonfo sordo. Era sdraiata sulla pancia? Sulla schiena? Il macchinista non riuscì, questo, a saperlo. Dopo l’impatto, Kniest si sedette fuori dal treno, guardando la campagna, la polizia che teneva lontano i passeggeri del treno, mentre un addetto delle ferrovie assicurava gli utenti, che presto sarebbero stati trasbordati su un bus, e portati a destinazione. Il macchinista salì su un taxi, perchè non se la sentiva di portare il treno al deposito previsto, e andò a casa. Aveva 21 anni, ed era la prima volta, il primo impatto con un suicida. Una donna. Stephan faceva il macchinista da poche settimane. Era orgoglioso, scrive Hauke Goos, di essere macchinista della Deutsche Bahn . Prima di diventare macchinista, i candidati debbono superare dei test attitudinali. Devono dimostrare di saper stare concentrati, stare sotto pressione, sotto stress.

Ottocento suicidi all’anno. Più di due ogni giorno. I treni merci viaggiano, a tutta velocità, al massimo a 100 chilometri all’ora. I locali, possono raggiungere anche i 160 chilometri all’ora (la linea Cremona-Treviglio, quasi mai supera i 100 chilometri all’ora). Quelli veloci raggiungono anche i 300 chilometri orari, e per riuscire a fermarli, se sono lanciati a tutta velocità, servono tre chilometri prima di riuscirci. Dopo il primo “evento”, e dopo quattro settimane di malattia previste dal regolamento interno, Kniest tornò a lavorare, a guidare treni. Se avesse mostrato un minimo di turbamento, qualche cupezza, disagio per “l’evento” sarebbe dovuto passare, essere torchiato, vedersi con lo psicologo delle ferrovie. Ci sarebbe stato un rapporto. Delle conclusioni.  Magari, lo avrebbero trasferito in un altro reparto, e lui, questo non voleva che accadesse. Fare il macchinista gli piaceva. Dopo un anno, circa, il secondo “evento”. Non ci fu modo di fermarsi in tempo. L’uomo si buttò davanti al treno; tutto si svolse in pochi secondi, neanche il tempo di rallentare. Stephan si sedette fuori dal treno, come la prima volta dell'”evento”, solo più tribolato. Arrivò la polizia a sirene spiegate, l’ambulanza, il bus, un macchinista a sostituire Stephan. Il taxi che lo portò a casa. Dopo altre quattro settimane di malattia, Stephan Kniest si presentò al lavoro e disse: sto bene, sono tranquillo. E’ passata. E’ successo. Sono pronto a guidare il locomotore. Dorme, gli chiese lo psicologo delle ferrovie? Si sveglia all’improvviso? Ha incubi? E’ nervoso? Litiga con gli amici? No, no. Va tutto bene, ripetè. E’ tutto sotto controllo, disse. I macchinisti imparano a distinguere i rumori che vengono dai bordi, dai fianchi del treno. Le orecchie diventano antenne sensibili, ai macchinisti che subiscono più “eventi”, ogni scarto minimo del treno in corsa, uno suono differente dagli altri, un colpo vigliacco del vento può accendere la loro tensione. Kniest prova ad addestrarsi, a prevedere i luoghi, i punti possibili dove qualcuno potrebbe sbucare all’improvviso e gettarsi contro il treno in corsa. Non guida più da A a B, scrive Hanke Goos, non più da un luogo ad un’altro, ma è come un animale diffidente di ogni fruscio che potrebbe contenere un’ennesima disperazione, un fantasma, un volto anonimo. Osserva il territorio, i boschetti dove ci potrebbe essere qualcuno rintanato: le cabine, i piloni, un cespuglio fitto, le uscite dalle gallerie; e quando la luce si abbassa, tutto diventa ancora più pericoloso. Quando incrocia un’altro treno, al buio, quelle luci per lui, ora gli sembrano come lumini cimiteriali.

Dopo un paio d’anni, il terzo “evento”. Nel 2006. Delle vittime, Kniest non vuol sapere niente; meglio esserne all’oscuro. Gli psicologi gli consigliano di non leggere i giornali, dopo il fatto, non guardare la tv, e soprattutto non guardare le fotografie delle persone travolte dal treno. Non sapere chi è il suicida, in qualche modo protegge il macchinista. Mentre il taxi lo accompagna a casa per la terza volta, Stephano si chiede: perchè io? Sono  ben oltre la media, rispetto agli altri colleghi macchinisti. C’è chi ha avuto un evento soltanto, chi due. Lui aveva solo 24 anni ed era già al terzo suicidio. Al terzo involontario assassinio. Al giornalista dello “Spiegel”, Kniest racconta di sentirsi addosso una qualche responsabilità della morte altrui. Scandaglia dentro di sè cercando se ha avuto tutta l’attenzione necessaria, i riflessi giusti, la prontezza che serve in quelle situazioni eccezionali. Guidare distesi e tranquilli, per lui, diventa un problema serio. Comincia ad avere strane abitudini. Prende l’auto, nelle giornate libere e va al porto di Rotterdam. 150 chilometri di strada. Resta lì tutto il giorno e scatta fino a 1500 fotografie di navi. Quando torna a casa  etichetta  le fotografie, le esamina, le archivia. Impara a ricordare a memoria ogni nave che approda al porto. E Rotterdam è un porto enorme. Impara i nomi, le caratteristiche, ricorda che luce c’era quel giorno, i dettagli della nave, ogni dettaglio che gli permette di identificare la nave fotografata. E’ ossessionato che un problema tecnico, uno scatto errato gli impedisca di riconoscere la nave, che l’istantanea lo confonda, nel ricordo. Il racconto s’interrompe. Anche il cronista smette di scrivere. Stephan guarda ora il cronista con gli occhi vuoti, seduto al pub, lo sguardo perso, una birra mezza vuota davanti a lui. Gli amici di Kniest hanno raccontato al giornalista dello “Spiegel” che negli ultimi tempi lui è cambiato, se ne sta appartato, si nega alle risate, alle bevute in compagnia quando non guida; e sanno tutti che passa il suo tempo libero al porto di Rotterdam.

Arrivò il 23 gennaio 2015. Un venerdì. Il quarto evento. Stavolta, un uomo camminò sui binari incontro al treno in corsa. Kniest riuscì a vedere l’uomo. Lo vide chiaramente. L’uomo camminava sui binari lentamente. Stephan disse che l’uomo stava guardando lui, l’autista del locomotore. Non poteva vedermi, dietro il vetro, ma è come se mi  stesse venendo incontro.

In località Guzzafame, pianura cremonese, vicino a Castelleone, il 18 aprile 2019, qualcuno oltrepassa la sbarra del passaggio a livello, attende l’arrivo del treno e si butta contro il convoglio. Nello stesso mese, il 26 aprile, di prima mattina un uomo di 65 anni, all’incrocio di Via Brescia e Via Rosario, a Cremona è investito da un treno in corsa. Si parla di un probabile suicidio. Il 28 aprile, a Rubiera, nella bassa emiliana, un uomo finisce sotto il treno. Il notiziario scrive che l’indagine è propensa a giudicarlo non un incidente, ma una morte volontaria. Francesco (il cognome è volutamente segreto) è un macchinista di lungo corso di treni veloci. A Firenze, gli si pararono davanti al treno che correva, due ubriachi. Francesco dice che ora ha incubi, di notte, e gli capita di svegliarsi, all’improvviso, urlando. Al cronista del “Gazzettino”, Francesco racconta quali sono i passaggi da manuale che deve fare un macchinista, dopo “un evento”. Uno del personale di bordo deve scendere dal treno e andare a vedere. Bisogna trovare il cadavere, che spesso è tranciato orribilmente. Non tutti, del personale hanno il coraggio di scendere dal treno, ma qualcuno lo deve fare. Si avverte la Protezione aziendale, la Polizia Ferroviaria, il 118, e viene contattata la magistratura. Si deve stilare un primo rapporto e rispondere alle domande della Polizia. Un secondo rapporto scritto dovrà essere inviato all’azienda. Arriva poi uno psicologo che aiuta a parlare. A buttar fuori cos’è accaduto. Erano le 5.45 del mattino dell’8 marzo 2017 – racconta un’altro macchinista italiano, un veneto – sulla massicciata, all’improvviso è comparsa una sagoma, a un centinaio di metri. Ho suonato la tromba, azionato il freno. Poi, ho saputo che il giovane che si era tolto la vita, aveva la mia età. Pochi giorni dopo, capitò a Rovigo; un disoccupato di 41 anni; sempre a Rovigo. il mese prima, a febbraio era finito volutamente sotto i binari un ragazzo di 22 anni. Nel 2016, in Italia, 135 persone hanno scelto di morire gettandosi, camminando, adagiandosi sui binari. Altre 56 ci hanno provato, senza per fortuna, riuscirci.

Anna K. camminò sulla banchina della stazione. Passarono due cameriere che la guardarono, notarono il pizzo di lei, di valore. Dei giovanotti batterono forte i tacchi e la segnarono a dito. Le passarono di fianco, la sfiorarono, non la lasciavano in pace. Le urlarono dietro qualcosa, ridendo. Un ragazzo che vendeva le bibite la guardò sorridendo. Il capostazione le domandò qualcosa. Nel rumore, tra la folla, Anna K. allungò il passo e sparì dalla vista del capostazione. Giunse fino in fondo alla banchina, dove s’avvicinava un treno merci, ma ancora lontano da lei. Ma il trambusto del treno già faceva tremare la banchina. E Anna K., si ricordò. Nella mente le passò come un lampo il ricordo di quelle voci “Che cosa c’è? Dov’è? Si è gettato sotto il treno!..E’ rimasto schiacciato!” gridavano. Una donna, la moglie dell’uomo che si era buttato sotto il treno, si gettò sul corpo del marito mutilato. Doveva essere una famiglia povera. Fu lì che Anna K. conobbe Vronski, il suo futuro amante, il quale consegnò a un impiegato duecento rubli, come offerta alla vedova del guardiano, dell’uomo mutilato. La morte, l’incontro, l’amore, la fine dell’amore, la colpa. E un’altro treno. Anna K. si fermò a un niente dalle rotaie su cui sarebbe passato il convoglio. Calcolò il tempo necessario per trovarsi a contatto, incontro al treno in arrivo, che stava rallentando. Fece un primo passo, ma sbagliò i calcoli. La prima vettura del treno l’aveva sopravanzata. Era stata la valigetta rossa al braccio?  e nel tentativo di sbarazzarsene, il momento giusto era passato. Sentì come se un getto d’acqua ghiacciata le percuotesse la schiena. Furtiva, fece un segno della croce. Le passarono davanti immagini di lei bambina, ragazza, il battito del suo cuore, ma non indietreggiò. Gettò la borsetta e si lanciò fra le ruote di un’altra vettura, un convoglio che le passò di fianco. Si gettò, e nel mentre si chiese “perchè?”. Un grido di terrore sulla banchina la investì, mentre qualcosa di enorme la colpì e la trascinò, la stritolò.

Avevo 13 anni e un pomeriggio inoltrato dopo una litigata in famiglia, infilai un ricambio di vestiti nello zaino, una mela e i pochi risparmi che avevo in un cassetto, e scappai di casa, sbattendo la porta. Mi piacevano i treni. Portano lontano: sarei andato da una stazione ad un’altra, un’altra ancora. Torino, le montagne, il lago di Lucerna, Parigi, Londra. Più lontano. In realtà arrivai a Treviglio, lasciai partire il “Verona”, il “Milano”, e telefonai da una cabina a mio fratello, che dopo una mezz’ora, circa, con la sua Fiat 124 di seconda mano arrivò a recuperarmi, e riportarmi a casa. Durante il servizio militare, il rientro da una “fuga” di un fine settimana (pratica diffusa tra i militari di leva, per chi non era obbligato alla conta, ai turni di guardia, all’alzabandiera mattutina), poteva rappresentare un lungo viaggio,  di più di nove ore, anche se i chilometri erano meno di duecento. Da Crema a La Spezia, quasi tutto in treno, questo il tragitto. Partivo alle 22 della domenica da piazza Garibaldi, in autobus. A Milano Centrale salivo su un interregionale che arrivava a Parma alle due di notte. Con altri commilitoni, affollavamo la sala d’aspetto della stazione, già mezza prenotata da ubriachi e mendicanti, allungati sulle panche di legno, a ronfare, a parlare da soli, a bestemmiare contro tutto e tutti. Intorno alle quattro del mattino, il locale per La Spezia apriva i portelloni, e i militari si precipitavano dentro, occupando gli scompartimenti, trasformandoli in letti, tirando le tende con un groppo a ics. Il treno, poi, partiva non prima dell cinque e quarantacinque, destinazione La Spezia. Pareva una ridotta che tornava da qualche scaramuccia di noia, dove anzichè i proiettili, c’erano state troppe canne, troppa birra, puzza di piedi da svenire, sudore, e d’inverno, il gelo. Per una donna sola, salire a quell’ora sul locale Parma-La Spezia  era vivamente sconsigliato, non che non  fossimo brava gente, ma c’era poco da stare tranquilli.

Mi piacciono i treni. Bucano il paesaggio,  sbucano da gallerie come serpenti; rotaie di sogni e desideri, di affanni. Treni che scorrono, saettano nella campagna, scivolano, s’arrampicano, fuggono lontano. Treni che attendono altri treni, immobili, come in surplasse. Treni merci che portavano alle camere a gas, binari di morte. Treni notturni di emigranti, le valigie che passavano dai finestrini. Stazioni di treni che saltano in aria, e l’orologio che ferma il tempo, per sempre, il rumore della folla che si affanna, che urla, pezzi di corpi dilaniati, per una borsa assassina.

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1910 Tolstoj, all’età di 82 anni fugge dalla tenuta di Jasnaja Poliana, dalla moglie, dopo 48 anni di matrimonio. Il conte Tolstoj, sotto falso nome, insieme al suo medico e amico Makovitskij, prima si dirige con un treno in terza classe al monastero di Optina, poi nel convento di Samardino dove viveva una sua sorella, monaca ortodossa. Il treno, per Tolstoj era un modo per tornare ai luoghi della sua giovinezza: la Romania, il Caucaso. Durante il viaggio, Tolstoj si ammala di polmonite, ed è costretto a fermarsi ad Astapovo (un villaggio di novemila abitanti, che oggi si chiama Lev Tolstoj, ed è situato nella Russia europea). Viene portato nella casetta, con un tetto di lamiera, del capostazione. Alle prime luci del mattino dopo, alle 5.45, mentre già c’erano sbuffi di  treni in partenza, treni che passavano davanti alla finestrella, che facevano vibrare il letto dove Tolstoj sta morendo.La moglie Sonja si precipitò nella casa,  ma il marito era già fuori conoscenza; mentre un treno passava da Astapovo, e sbuffava, la neve che scendeva silenziosa, il treno che sputava vapori, che prendeva velocità, spariva per la sua destinazione.

Astrid Alben, Eighteen seconds to impact, The Times Literary Supplement, 29.3.2019

Hauke Goos, A train driver’s struggle to return to the tracks, Der Spiegel international, versione inglese (c’è una sintesi ,in italiano,  fatta dal giornale online “Il Post”, 3.11.2018).

Georges Simenon, L’uomo che guardava passare i treni

Lev N. Tolstoj, Anna Karenina

J.Parini, L’ultima stazione.

MARINO PASINI

25 Mag 2019 in Senza categoria

11 commenti

Commenti

  • L’assenza i commenti può voler dire solo muta ammirazione per un gran pezzo d’arte lettearia

    • La ringrazio. Ma sono debitore ad Astrid Alben, il cui scritto, curioso, letto quasi per caso, mi ha portato all’inchiesta di Hauke Goos, fatta come Dio comanda; una signora inchiesta, che ben spiega il dramma di un macchinista delle ferrovie di fronte agli “eventi”, ai suicidi, o tentati suicidi.

  • Molte le domande di un macchinista a cui capita…
    L’idea delle navi nel porto con quello che rappresenta il mare…

    • Caro Graziano,
      i treni mi suscitano tante suggestioni, e ho cercato di raccontare più cose. Da ragazzo m’importava soprattutto la parola “libertà”; poi, adesso, che la gioventù è passata, la parola “responsabilità” si è presa parecchio spazio. Ecco: entrambe le parole c’entrano con lo scritto che ho mescolato di varie faccende. La responsabilità del macchinista (dei tanti macchinisti che provano a fermare il treno in corsa, mentre il locomotore fa a pezzi qualcuno). Il dramma di questi macchinisti, a cui nessuno fa caso. Che è lo stesso dramma, in fondo, di medici, chirurghi che provano a salvare vite, a fare anche l’impossibile a volte, per salvare la vita di una persona. Anche loro, in qualche modo, la sentono la responsabilità. E la sensazione di libertà, di voglia di andarmene lontano, di vagabondare, che il treno ha, per me, rappresentato. Responsabilità se la sente addosso Anna Karenina, che ha conosciuto il suo amante grazie al treno, e buttandosi contro un treno merci in arrivo, decide di chiudere la sua esistenza, per la delusione, l’enorme senso di colpa, e la società che la accusava di essere una donna “perduta”. Per questioni di spazio non ho potuto raccontare altre storie, come quel che ho conosciuto un ragazzo, un pò vagabondo come me, e figlio di ferrovieri, che viaggiava gratis, a caso, da una destinazione a un’altra, a volte partendo la mattina e tornando la sera.

  • Ma sai Marino che non molti giorni fa, una persona più o meno della mia età (ci eravamo conosciuti ad una serata Jazz in un’osteria di Ripalta Guerina) ex manager in pensione ha deciso di terminare i suoi giorni sulla terra, buttandosi sotto un treno in zona Castelleone.
    Non ervamo amici, ma avevamo passato una piacevole serata assieme, lui e la moglie, io e MLisa ed altri due amici.
    Ci eravamo rivisti qualche volta in città : se fate qualcosa, ditecelo, partecipiamo volentieri …..
    “Stanco”? Senza prospettive? Uscito da un ruolo “importante”, manageriale, difficile trovare un nuovo assetto?
    Ha deciso di smetterla …..

  • Quando qualcuno o qualcuna decide di farla finita con la vita, meglio non dire niente, per rispetto. Anche se il suicidio è un tema che in letteratura non manca, è non di rado accarezzato, trattato; insomma, non dispiace. Intriga il fatto che il treno, i binari, siano un mezzo scelto sovente dagli aspiranti suicidi, che non sanno, che il loro dramma finisce per essere, il più delle volte condiviso dai macchinisti. Capita che i macchinisti non ci dormano sopra, che non riescono più a guidare i locomotillorar.. La morte, comunque, è un argomento ostico, anche nella nostra società così ciarliera, così pronta a parlare di tutto, a spettegolare su tutto e tutti. Un editor, Ena Marchi mi disse che il romanzo che pubblicarono, “La lettera d’amore” funzionò benissimo a partire dal titolo; la parola “amore” traina i lettori, mentre la parola “morte” non funziona affatto, e infatti gli editori, pure i distributori cinematografici, raramente la utilizzano; raro vedere un libro o un film con la parola “morte” come titolazione. Porta jella, e purtroppo i lettori finiscono per non acquistare il libro, mi disse la Marchi.

    • Mi scuso, per aver scritto “locomotillorar”, non è una parola spagnola, solo un errore di battitura. Intendevo “locomotore”.

  • Caro amico
    mi viene tristemente in mente la storia delle morti accidentali, quelle sicuramente tali, di giovani che impattano nel mostro di ferro, e in un attimo la macchina divora tutte le promesse sospese.
    Abbiamo troppa confidenza col mostro, pensiamo di poterlo trattare come un modellino domestico.
    Stazione di Crema lo scorso anno, orario di uscita da scuola. Una ragazza inizia l’attraversamento dei binari per raggiungere il suo convoglio, mentre un’altro le sta per piombare addosso. Le urla, gli avvertimenti risuonano, lei si riscuote. Fa “quel” passo indietro”. C’è mancato un soffio; il macchinista del treno sopraggiunto, terrorizzato, le grida qualcosa. Lei candidamente risponde: “Ma in fin dei conti ho chiesto scusa!”
    Drogata? può essere, ma se non è quello è la musica nelle cuffiette, o qualche gioco stupido, ma resta la costante di un’eccessiva confidenza.
    Ero bambino quando i contadini laziali, impreparati all’incontro, finivano i loro giorni sulle rotaie. Forse i racconti, il senso di raccapriccio, mi hanno inculcato il giusto rispetto per il mostro. Son passati oltre sessantacinque anni, io attraverso le rotaie in macchina malvolentieri anche con il verde, e le morti sotto il treno continuano.

    • Ha ragione a chiamare il treno “il mostro”. Certe volte lo è. Ricordo un film dove un treno aveva rotto i freni e andava, andava, acquistando velocità. I treni mi fanno pensare, oltre al trasporto, agli spostamenti, ai pendolari, alla libertà, E alla responsabilità dei macchinisti, il loro dramma, ogni volta che la loro frenata (troppo tempo ci vuole) non basta. Non serve.

  • Marino, i treni merci e bestiame dei deportati.

    • Dei treni, ognuno di noi ha suggestioni varie; e i treni merci, è vero, ricordano un triste passato, che ho ben presente. Ci sono anche i treni degli emigranti, per esempio, treni che ho preso tante volte, il Milano-Chiasso-Bellinzona, nei miei vagabondaggi a uffa, con il treno. Ricordo che 35-40 anni fa, erano parecchi i meridionali che lavoravano in Svizzera, e nello scompartimento mi capitava di ascoltare le loro storie. Anche se il mio racconto, che è stato pubblicato su questo blog, riguarda, più che altro il dramma dei suicidi e dei macchinisti dei treni, piuttosto che dei passeggeri.

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