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MARINO PASINI

Il naso di Fenoglio

Aveva ragione Pavese, che si muore due volte: la prima è sul serio; la seconda per burla, sul commento degli altri che ritengono di averti conosciuto, di sapere chi sei, chi sei stato. Non importa se noi  non sappiamo bene chi siamo, almeno non del tutto, perchè ci sfuggono un pò di cose; ci sarà

Aveva ragione Pavese, che si muore due volte: la prima è sul serio; la seconda per burla, sul commento degli altri che ritengono di averti conosciuto, di sapere chi sei, chi sei stato. Non importa se noi  non sappiamo bene chi siamo, almeno non del tutto, perchè ci sfuggono un pò di cose; ci sarà sempre una sentenza, un tirar le somme che qualcun altro farà, per noi: un ritrattino, un giudizio, magari una stilettata. Più si è conosciuti, famosi, più aumenta il rischio che la personalità, il carattere prenda varie colorazioni, differenti angolazioni, nel giudizio altrui. Anche opposte. Per uno scrittore  che viene studiato anche all’estero, che i suoi libri vengono pubblicati, in più edizioni,  e compaiono pure nello scomparto librario dei supermercati, tutto sommato, non è la letteratura e i suoi filamenti che contano, che hanno il vero peso: lo stile, le emozioni, l’originalità, il sentimento, la poesia. Conta di più, molto di più ciò che ci gira intorno. Che solletica l’attenzione.

Quand’ero ragazzino, un’estate lavorai due mesi all’edicola di Porta Ombriano, a Crema. Oltre a darmi commissioni, come passare dalla farmacia, dal salumaio, il panettiere, la signora, una tipa energica, anche brusca, ma che sapeva esser generosa, mi spediva tutti i pomeriggi all’agenzia di via Alemanio Fino (dove ora c’è il notaio Donati) a ritirare le riviste, i rotocalchi, le pile di Topolino, di Sorrisi e Canzoni, Intimità, Confidenze, e i fotoromanzi. Pure le riviste sexy, quasi tutte, purtroppo, cellophanate; così, di rado potevo fermarmi al vicolo di fianco al Palazzo Premoli, e appartarmi qualche minuto a sfogliare le pagine di “Le ore mese”, o “Caballero”. A volte, piuttosto di niente, sfogliavo “Cronaca Vera” una rivista truculenta, che abbondava di violenza e di sangue, ma capitavano anche certe fotografie di signorine, che, con i miei ormoni in pieno sviluppo, catturavano l’attenzione. I rotocalchi di stupidario vario, di pettegolezzi si vendevano bene, benissimo. Si sapeva tutto di Aristotele Onassis, della principessa Soraya, di Al Bano e Romina, incluso eventuali amanti. Bastava un sorriso, un abbraccio, passeggiare con qualcuno che non era il marito o la moglie, un sedere in vista immortalato da un paparazzo, e ci sarebbe stato un lungo articolo, una specie di editoriale corredato dalle fotografie, i sederi bene in vista. Il sedere è molliccio, troppo, Alberto Moravia, scriveva la rivista, non dimenticare la ginnastica.

A Beppe Fenoglio è andata peggio. Morto nel 1963, a soli 41 anni per un tumore ai polmoni, perchè fumava e fumava. Non riusciva a scrivere senza fumare una sigaretta dopo l’altra, e scriveva di notte; poi, la mattina doveva presentarsi in ufficio, lavorare come impiegato in una ditta che commerciava  vermouth e spumanti. Gli strapazzi, le sigarette, il poco sonno, è probabile che gli hanno accorciato la vita. Fenoglio, scrittore straordinario, ha faticato tanto per veder pubblicati i suoi romanzi, i racconti, per superare le diffidenze della nomenclatura letteraria, per vedersi riconosciute le  qualità. Non frequentava i congressi, i convegni, la società letteraria, le case editrici; abitava in provincia, ad Alba, e passava il suo tempo libero girovagando per le colline, o giocando alla “pelota”, col pallone elastico, o imparando l’inglese, da solo. Figlio di un macellaio, era destinato anche lui a seguirne il mestiere, ma un maestro elementare ne intuisce le doti, l’intelligenza, la sensibilità, e convince il padre di Fenoglio a iscriverlo al liceo. Fin da ragazzo si ciba di letteratura, cinema, teatro, e arriva a tradurre testi in inglese; quando è buio, pesta sui tasti di una macchina da scrivere portatile, suscitando l’ira di suo padre, stanco dopo una giornata di lavoro in negozio, di sua madre che faceva cento volte al giorno le scale per il lavoro casalingo, pure al negozio, che stava sottocasa, e anche della sorella Marisa che faticava ad addormentarsi, con quel costante ticchettare dei tasti, nel silenzio notturno. Solo Elio Vittorini decide di crederci, nelle sue qualità, e pubblica i suoi racconti, nel 1952 “I ventitré giorni della città di Alba”, anche se non è del tutto convinto, dello stile di Fenoglio, per Vittorini, ancora un pò acerbo e troppo barbarico. Fenoglio scriverà poi, i più bei romanzi dell’epopea partigiana, “Il partigiano Johnny”, e “Una questione privata”. Una scrittura terragna e originale, con cui Fenoglio riuscirà a fare di un mondo provinciale, una piccola città come  Alba, il teatro, il sipario dove scorre l’intera storia partigiana, con le sue emozioni, le passioni, anche le ambiguità, gli odori, i sapori. Nella sua scrittura scorrono le emozioni, le sensazioni, il fango, la pioggia. “Era un inferno di fango, lezzava di foglie marcite, la vegetazione curva su di esso a mascherarlo, come un aborto di natura gridava orribilmente…..Di tanto in tanto lo stridio di qualche uccello, spogliato dal nido, impazzito dalla pioggia…La carrozzabile ruscellava di pioggia, nella pianura la città disputata sembrava stemperarsi, più bassa e più piatta, come se le fondamenta cedessero lentamente all’erosione alluvionale…La terra gelatinosa non reggeva più, nemmeno il semplice peso di un treppiede di mitragliatrice. Più alto dello scroscio della pioggia rumoreggiava il fiume, aplissimo, enfiato e insaccato come una belva dopo la digestione della preda…La pianura era allagata e nulla di umano si vedeva, le pattuglie partigiane, se ce n’erano, nuotavano alla cieca nei vapori rivieraschi, i contadini stavano tappati nelle stalle, qualche cane latrava….Nulla abbiamo da cambiarci, ci infradiciamo sulla pelle e sulla pelle ci asciughiamo..Finiremo tutti tisici. Gli uomini tremavano…l’acqua aveva un fiato gelato, i piedi contro la morsa del fango”.  Solo dopo morto, Fenoglio ha incontrato riconoscenza dagli ambienti letterari, anche da vecchie signore, come Maria Corti, che amorevolmente hanno spulciato fra le sue carte, e con i “balsami della filologia”, gli “unguenti dell’apparato critico”, come li chiama Aldo Grasso, hanno lavorato alla ripubblicazione della sua opera letteraria, i suoi romanzi e racconti scritti e riscritti più volte, come bozze permanenti, come scrittura in perenne movimento e mutamento. E Fenoglio, come gran parte degli scrittori che, dopo morti, sono rispettati come grandi della letteratura, è puntualmente ricordato nei decennali, i cinquantenari, nelle ricorrenze, le conferenze. Nei decennali, i giornali ogni volta rovistano i cassetti, per cercare una lettera inedita, un mezzo racconto non pubblicato, un figlio nascosto, un amore segreto per insaporire l’articolo, risvegliare l’interesse al lettore, che certamente si annoia, leggendo solo il profilo critico del letterato incaricato.

Il 14 febbraio 2003, Aldo Cazzullo (allora cronista alla “Stampa”) è inviato a Roma. A fare che? Citofonò a una vecchia signora che abitava in uno stabile signorile di un quartiere tranquillo, nel centro della Capitale. Lì, viveva Benedetta Ferrero, detta “Mimma”, 76 anni, che nel romanzo di Fenoglio “Una questione privata” sarebbe Fulvia, la donna amata di cui il partigiano Milton (Beppe Fenoglio) si strugge, si consuma di passione. Lei gli vuol bene, è affezionata a lui, ma non lo ama; è attratta da un’altro partigiano, Giorgio, e Milton dalla cima di una collinetta osserva la villa dove Fulvia e Giorgio vivono il loro amore, ballando, abbracciati, mentre fuori, la guerra, la guerriglia frusta l’aria, sibila nella boscaglia. La storia privata, il dolore di Milton finisce per diventare il dolore che conta, la guerra, anche la battaglia per la libertà finisce sullo sfondo, perchè una questione privata, può consumarti, nell’ossessione, nella sofferenza privata, prendersi tutto lo spazio, i pensieri, tutto. Cazzullo si accomoda nel salotto di “Fulvia”, della signora Ferrero, che è sposata a un imprenditore, con una figlia studentessa di Lettere, mentre sta per borbottare il caffè. La signora va a prendere le tazze, mentre il giornalista sfoglia il taccuino e partono le domande, e la signora, educatamente risponde. Beppe Fenoglio? “Era brutto…con quel naso”. La signora ha ragione. Fenoglio, uomo sensibile, intelligente sempre elegante nel vestire, visto da lontano, in fotografia si direbbe un bell’uomo, alto, ben costruito, volto e sguardo intenso; ma se lo si guardava da vicino, cambiava tutto: la pelle della faccia, butterata, le pustole, il naso gonfio, arrotondato; insomma, non un belvedere. “Somigliava a suo padre Amilcare, il macellaio, che aveva un viso intelligente, interessante, ma brutto…Che cosa devo dirle? A me non piaceva. Gli volevo un bene dell’anima. Stavamo ore a parlare, avrei passato una notte intera a parlare con lui. Ma un conto è parlare, un conto è fare l’amore. L’attrazione fisica è un mistero, e io per Beppe non l’ho mai provata…poi, ho incontrato mio marito che era tanto diverso da me da dirmi: non ho ancora capito a cosa serve la poesia. Ed è di lui che mi sono innamorata”. Le parole sincere, definitive, della signora Ferrero avrebbero dovuto chiudere la faccenda, costringere Cazzullo a salutarla, riprendere il treno e tornare a Torino. Fenoglio aveva avuto uno struggimento per una donna, un amica, ma non fu corrisposto. Punto. Da metterci una pietra sopra? Macchè.

Dopo dieci anni e un giorno, il 15 febbraio 2003, è Massimo Novelli (allora cronista di “Repubblica”) che va a suonare lo stesso citofono di casa Ferrero, a Roma. La signora Benedetta, 86 anni, per fortuna è ancora viva e in discreta salute; apre la credenza per le tazzine e prepara il caffè, mentre Novelli seduto in salotto ha pronto il taccuino. Partono le domande. E la signora Ferrero, la Fulvia nel romanzo di Fenoglio, cosa avrà pensato? le domande sono le stesse di dieci anni prima, le viene chiesto del suo rapporto con lo scrittore, partigiano badogliano, che si era preso una cotta per lei, mentre ascoltavano “Over the rainbow”, parlando per ore, ma senza consumare, nemmeno un bacio. Nemmeno una passeggiatina nel buio da soli? Possibile? Per le Langhe? Almeno un bacio rubato? Magari, adesso, nel ricordo, un amore tardivo, anche perchè Fenoglio, non era mica uno scrittorello della domenica, ciò è fuor di dubbio. Niente da fare. Benedetta Ferrero, paziente, ripete le stesse cose dette dieci anni prima. “Mi piaceva sentirlo parlare, ma niente più…Non mi sentivo attratto da lui, glielo dicevo sempre”. Milton, scrive Fenoglio ritraendo se stesso, era un brutto: alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, capace di infoscarsi al minimo cambiamento di luce o di umore..Fulvia, invece, era bella, molto bella…E la bellezza di Fulvia l’aveva sempre, più che altro, addolorato”. Finisce qui questa faccenda, anche un pò imbarazzante, forse pure penosa, questa seconda morte per burla di uno scrittore? Non ancora. Ci sono novità.

Massimo Novelli, pubblica su “Repubblica” il 10 ottobre 2013, a tutta pagina che è spuntata “L’altra Fulvia”, e scrive. “Finora si è sempre pensato che la protagonista del romanzo di Fenoglio fosse ispirata dalla figura di Mimma, Benedetta Ferrero…Qualche mese fa è morta Gigliola Carusi, che ha confessato al figlio Corrado Franco: sono io Fulvia. Sono la sola che conosce la verità. Fulvia e Giorgio Clerici (i due protagonisti del romanzo insieme a Milton) ebbero una relazione. Neanche Beppe lo sapeva”. Cioè, non lo sapeva, intende la signora Carusi, ma doveva intuirlo, visto lo struggimento del romanzo. Lapidario il figlio di Gigliola Carusi: penso che Fenoglio si sia ispirato a entrambe, Benedetta Ferrero e Gigliola Carusi. Forse fuse insieme. Altre novità sulla faccenda? Il futuro, non lo conosciamo; forse, non è ancora detta l’ultima parola. Un’altra burla? Chissà.

 

Aldo Cazzullo, Io, l’amore impossibile di Fenoglio, “La Stampa”, 14.2.2003

Massimo Novelli, La mia questione privata. “Fenoglio mi amava ma per me era solo amicizia”, “La Repubblica”, 15.2.2013

Massimo Novelli, L’altra Fulvia. Fenoglio ritrasse mia madre nel libro “Una questione privata”, “La Repubblica”, 10.10.2013

Marisa Fenoglio, Casa Fenoglio, Sellerio, Palermo, 1995.

MARINO PASINI

01 Giu 2019 in Senza categoria

5 commenti

Commenti

  • Lo scritto “Il naso di Fenoglio” è dedicato a tutti coloro che, da ragazzi erano, non proprio una bellezza, fisicamente. E a quella ragazza, di cui non ricordo il nome, che durante la trasmissione radio che gestivo il sabato mattina, a “Radio Crema 103”, una vita fa, mi avvertì che stavo trasmettendo della musica, il piatto giravo con il disco, ma il volume era “a zero”. Parlavo, annunciavo il disco, e non partiva niente; poi, annunciavo il disco seguente, e tornava un silenzio di tomba. Ringraziando la ragazza per la mia sbadataggine, finimmo, poi, a fine programma, per conversare a lungo e, insomma, organizzammo di vederci. Un incontro al buio, in un certo senso; non ci eravamo mai visti, nonostante Crema non è Città del Messico. Non sventolai un giornale, per riconoscerci, al caffè Garibaldi, lei disse che avrebbe avuto una borsetta rosso fiammante. Stavo sulle spine; anche lei, forse. La delusione fu cocente: entrambi mostrammo un naso possente e storto. La prima cosa che pensai: cribbio, impossibile baciarci, se ci viene la voglia. Come si fa? In diagonale? Naso contro naso, la bocca è distanziata, e diventa complicata la faccenda. Non sbocciò un bel nulla; chissà , forse c’era troppo naso, per entrambi a tenerci a debita distanza.

  • Vedo, Marino, che non solo hai una cultura storica (attenta al “vissuto” delle persone, alla… umanità delle persone), ma anche una cultura letteraria e ora, dopo la tua postilla, anche una cultura musicale.
    Ti invidio.
    E invidio anche la tua ironia.

    Se non ricordo male, hai collaborato con la radio diretta da Carlo Alberto Sacchi: o no?

    • No, Piero, di musica sono ignorante, anche se mi appassiona, e di musica m’intossico con piacere, come è successo venerdì 31 maggio alla bellissima rassegna “Trame sonore”, di musica da camera, a Mantova. Radio Crema 103 fu la prima radio privata a Crema, era in un condominio con la recinzione di barre d’acciaio, di fronte alla piscina comunale, a casa di Beppe Diana. Sacchi credo gestì un programma culturale; non ricordo se fosse lui il direttore della radio, ma non credo. Il mio programma si chiamava “Variazioni sul tema” con musica mista, qualche poesiola, e notizie di cronaca che pescavo dai quotidiani. Il tutto valeva una cicca, ma avevo un ascoltatore d’eccezione che era il mio medico il dr.Tonghini, che apprezzava che mettessi sul piatto anche la musica classica, tra Guccini, e i cantautori francesi. Storia, giornalismo e letteratura sono il minestrone che pasticcio per gli scritti che da anni provo a cucire. Ti ringrazio, comunque. L’ironia? Sì, c’inzuppo spesso il poco che so.

  • Scopro ora che c’era un’altra radio: quella diretta da Carlo Alberto Sacchi era quella dell’Associazione Industriali di Cremona (presidente Gino Villa).

    • Se ricordo bene,Sacchi venne a Radio Crema 103, per leggere cose sue, ma si trattò di un passaggio, non di un rapporto quotidiano con la radio. Ma è passato molto tempo; ricordo bene di aver letto qualche poesiola di autori cremaschi, come Morandi, il professore di Applicazioni tecniche alle Vailati, che leggeva Allen Ginsberg durante i compiti in classe dove tiravano di righello e squadra, per componimenti geometrici. La radio di Beppe Diana differenziava un filino da quella degli industriali: la nostra era una scoria tardo hippies, con faccende poco raccomandabili in studio, la musica anche di Claudio Rocchi (tipo Hare Krishna, ma più moderna), e alcune ragazze affezionate ascoltatrici. Del resto eravamo la prima radio “libera” cremasca. Purtroppo, da cretino, non coltivai come avrei dovuto, la curiosità delle ragazze che volevano sapere che faccia avessi. Forse, per non deluderle. Mi chiedevano di dedicare la canzone di Tizio, il brano di Caio, e mi raccontavano di loro,m al telefono.. Non pensai, come mi diceva mia madre che era poco scolastica, ma tanto saggia, di battere il ferro finchè è caldo. Che poi si raffredda.

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