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PIETRO MARTINI

Bianco, rosso e… basta

Vittoria dei “verdi” in Europa. Sconfitta dei “verdi” in Italia. Perché? Quali sono i motivi di questa mancata attrazione degli italiani verso i “verdi”, dopo che per oltre settant’anni hanno tanto amato gli altri due colori della loro bandiera, dividendosi appassionatamente in “bianchi” e “rossi”? In questa settimana di tempo dal voto europeo, mi sono

Vittoria dei “verdi” in Europa. Sconfitta dei “verdi” in Italia. Perché?

Quali sono i motivi di questa mancata attrazione degli italiani verso i “verdi”, dopo che per oltre settant’anni hanno tanto amato gli altri due colori della loro bandiera, dividendosi appassionatamente in “bianchi” e “rossi”? In questa settimana di tempo dal voto europeo, mi sono imbattuto nella consueta saggistica politica munita di approfondimenti psico-socio-antropologici sull’esito di questo voto. E pure nei soliti esercizi statistici sulle dinamiche dei flussi dei voti da un partito all’altro. Tutte cose serie, forse troppo per un post. Invece, leggendo qua e là, parlandone apertamente con amici e conoscenti, riflettendoci sopra in libertà, mi pare che emergano in proposito anche cose meno impegnative e più gustose, meno seriose e più provocatorie. Mi sembra che, riguardo al mancato voto “verde” in Italia, esistano anche ragioni meno ufficiali, spesso non dichiarate esplicitamente, talvolta di carattere più emotivo che razionale. Si va quindi nel campo del maggiormente opinabile e discutibile, magari del detto a mezza bocca. Ma anche del meno noioso e del più spontaneo. Queste ragioni non sono poche. Qui di seguito mi limito a riportarne quattro.

La prima. Molti italiani vivono in luoghi molto belli e dunque non hanno il mito della natura. Molti stranieri vivono spesso in posti molto brutti e quindi della natura il mito ce l’hanno, per cui votano “verde”. Gli italiani hanno il mito della siderurgia, della petrolchimica, di qualunque cosa sia inquinante, di tutto ciò che non saranno mai capaci di fare. Invece di valorizzare paesaggio, cultura e arte, che hanno in abbondanza, finiscono infatti puntualmente licenziati o in cassa integrazione. Gli italiani sono dei bischeri. Per cui, a furia di maltrattare la natura che hanno, la stanno distruggendo. Non la difendono, né sul campo, né alle urne. Appunto, bischeri.

La seconda. Molti italiani vedono ingiustamente gli attivisti del “verde” come dei casinisti, degli attaccabrighe, dei rompiscatole. Mezzo secolo di provocazioni e piazzate, di tamburi e pentole, per non parlare delle barbute vergogne della Marina nazionale, hanno sedimentato in Italia l’idea dell’agitatore “verde” come di un piantagrane esibizionista. Il pensiero che persone di retto intendimento, buoni costumi, prudente consiglio possano rappresentare istanze “verdi”, suscita incredulità. Il fatto che dei buoni padri di famiglia, delle persone perbene, degli stimati cittadini possano esprimere posizioni “verdi”, genera diffidenza. Purtroppo il cliché “verde” resta, nel pensiero dominante italiano, negativamente ancorato a quelle intemperanze, a quegli eccessi, a quelle chiassate.

La terza. Molti italiani pensano, abbastanza a torto, che chi si dichiara “verde” manifesti anche altre propensioni poco condivise dalla maggioranza della popolazione. In effetti, può succedere che chi è “verde” sia anche vegano. A volte pure omeopatico. Magari persino no-vacs. E si potrebbe continuare, per arrivare a quelli che sciorinano om nella posizione del loto sul ghiaione del Serio. Il “verde” può essere “alternativo” su molti fronti, diventando il tipico “verde” del no-questo e no-quello. Un profilo soggettivo spesso irriso dagli italiani, che sono il popolo più beffardo della storia. Certo, potrebbero aver ragione quelli che si curano il diabete con la cristalloterapia o che passano ore a guardarsi misticamente il bambolino, con un satori dall’alto e un kundalini dal basso. Il punto non è questo. È che, nell’immaginario collettivo italiano, l’erronea assimilazione di queste pratiche all’attivismo “verde” provoca una contrarietà e un’insofferenza penalizzanti in sede elettorale. L’opzione “verde” viene danneggiata dal collegamento con queste pratiche, viste come astruse e fastidiose da un popolo dedito alle bombe di colesterolo, alle rassicurazioni farmaceutiche compulsive, alle prassi religiose più esteriori e sbrigative.

La quarta. Molti italiani sono convinti, a torto o a ragione, che la maggior parte di chi si dichiara “verde” sia di sinistra. In effetti, è vero che la sinistra italiana abbia compiuto un’appropriazione indebita delle tematiche “verdi”. All’estero non solo non è così ma vale spesso il contrario. Che dire? Bravi i sinistri e scemi i destri. Dirò poi perché scemi. Adesso l’Italia tira a destra, per cui l’identificazione dei “verdi” con la sinistra li penalizza. Ma quand’anche il paese tirasse a sinistra, la vecchia guardia frattocchiana darebbe a tutti i compagni l’ordine di scuderia di concentrare i voti sul loro partitone, per evitare dispersioni elettorali. Ecco perché da noi i “verdi” di voti ne pigliano sempre pochi, per il loro schiacciamento a sinistra. Del resto, che in Italia certi movimenti ambientalisti comprendano anche ex-sessantottini, stagionate matrone al patchouli e “sinistrati” dalla storia è un dato di fatto. Oggi la maggioranza degli italiani non vota “verde” perché sarebbe come votare PD, probabilmente più a sinistra. Invece, in altri paesi le cose stanno molto diversamente. Lì la gente vota “verde” sapendo che su quel voto non ci saranno poi ipoteche della sinistra.

Prima ho detto scemi a noi destri per il motivo seguente. La devastazione dell’ecosistema è ormai così grave che tutti indistintamente dovremmo impegnarci per porvi rimedio, a prescindere dalla parte politica di appartenenza. Siamo di fronte a un problema enorme che riguarda l’intera umanità e quindi tutti, senza distinzioni di alcun genere, dovremmo essere uniti per trovare le possibili soluzioni. Tuttavia, esiste un piano più ideologico e dialettico sul quale i temi ambientali diventano operativamente materia di confronto politico ed elettorale. È su questo piano argomentativo e tattico che in Italia la sinistra ha operato la sua appropriazione indebita del “verde”. Si è trattato di un’operazione molto spregiudicata. Infatti, la tutela dell’ambiente, la difesa dei beni naturali, la protezione del patrimonio ecologico sono tra le cose più conservatrici che ci siano. Lo stesso concetto di salvaguardia, preservazione, custodia della natura è insito nella mentalità dei conservatori. Il radicamento nel territorio, la cura di ciò che deve mantenersi integro nel tempo, il rispetto per l’eredità del passato sono valori tipicamente di destra. Certo, nulla impedisce che anche a sinistra questi valori possano essere apprezzati. Tutti, come si è detto, dovrebbero farli loro. Ma lo scippo dell’ecologia, dell’ambientalismo, del “verde”, operato in Italia dalla sinistra in danno della destra è ancor oggi motivo di lode per i sinistri scippatori e di biasimo per i maldestri scippati.

 

Nell’immagine, il guado del Menasciutto.

PIETRO MARTINI

03 Giu 2019 in Ambiente

12 commenti

Commenti

  • Mi accorgo ora di una parola nel testo che potrebbe indurre ad equivoci: “bambolino”. Mi scuso per questa espressione dialettale. Non si tratta del sinonimo di un termine volgare. Per chi non ha amici, colleghi o morose a Milano, preciso che “bambolino” è l’italianizzazione di “bambulìn”, che in milanese recente indica l’ombelico. Il termine meneghino originale è “bamborìn”. Compare anche in una nota canzone milanese, “El bamborìn de la miée del ghisa” di Nanni Svampa, in “Nanni Svampa canta Brassens”, disco triplo, 1971. Il pezzo riprende “Le nombril des femmes d’agents” di Georges Brassens, in “Je me suis fait touit petit”, 1956.

  • Personalmente i Verdi li ho votati (per un po’) ma poi ho smesso. Non so cosa facciamo in Europa, ma in Italia assolutamente niente. Sono un simbolo su una scheda, praticamente inesistenti sul territorio, zero progettualita’.

    Nell’ultima campagna elettorale una candidata “verde” olandese portava avanti la proposta di sospendere le cure a carico dello Stato per gli ultra 70enni, perche’ tanto ….. anche questa e’ tutela dell’ambiente? Calo demografico?

  • Io, Pietro, aggiungo solo un’ipotesi esplicativa (ma le tue già spiegano quasi tutto): non è escluso che non poche persone, verdi di convinzione (condivido, Pietro, che il patrimonio ambientale deve andare oltre le categorie di destra e di sinistra), non abbiano dato il voto ai verdi perché, considerati i voti che i Verdi italiani raccolgono da decenni, per evitare di dare un voto “inutile” (i Verdi non avrebbero superato la fatidica soglia del 4%).

  • Secondo me fare i Verdi è considerato mestiere da bontemponi per come è messa l’Italia adesso. O altrimenti è considerata la missione ecologista non organica a un tutto che è fatto di crisi economica e posti di lavoro, vedi Ilva o Marghera Mestre, con gli stipendi che gli operai si portano a casa altrimenti no, e comunque difficilmente, se non in tempi lunghi, riconvertibili in economia green. Chiediamo a qualsiasi operaio petrolchimico cosa preferirebbe: il posto di lavoro o un bel Parco naturale? E’ una questione di priorità, non di sensibilità. E non mi pare sia questione di appartenenza politica se non quando si vedono signore dal doppio cognome amministrare Fondi per la bellezza architettonica o paesaggistica, che allora a maggior ragione si conferma il pensiero del privilegio di scelte culturali non per tutti oltre il pane quotidiano. Perchè va bene naturalmente la bellezza di Balbianello o dell’Abbazia con campagna incontaminata intorno o il giardino pantesco di Villa Fugata, come va bene la passeggiata al Menasciutto o al laghetto dei riflessi ridotti però giusto a spazi pic nic. Quindi niente di contemplativo, solo uno spazio da grigliate ferragostane intanto che neppure ti guardi intorno o, come dici tu, senza conoscere il nome di un albero. Per questo considero il movimento dei Verdi un inutile spreco di risorse, se non inglobandolo in politiche di più ampio respiro nei programmi di tutte le forze politiche. Manca una visione olistica in un paese come il nostro disorganico, disomogeneo , dove non è vero che in tanti abitano in posti bellissimi che il resto non interessa. L’Italia è un paese anche brutto, dalle zone industriali alle periferie, dalla pianura padana costellata di infrastrutture che ne disegnano il paesaggio più di un fiume o canale all’abusivismo che ha massacrato chilometri di arenili o pendii di vulcani. Ma anche tutto questo non basta a smuovere le coscienze nella frammentazione culturale non prospettica di politiche che sempre di più si arrabattono per la loro mera sopravvivenza e senza orizzonti.

  • Più che a un partito, i Verdi italiani assomigliano alla bocciofila di Vattelapesca. Sono inconsistenti. In Paesi come Germania e Francia dove i socialisti storici arretrano stanno gradualmente prendendo il loro posto (parlando la stessa lingua), ma questo in Italia non accadrà mai essendo ancora le coalizioni tradizionali ben radicate sui territori. Non so perché si continuino a finanziare con danaro pubblico i partitelli al di sotto del 3%, che rappresentano solo se stessi, ma è un’inutile spreco di soldi.

  • Ivano, Piero, Rita, avete ragione. Alcune delle cause dell’insuccesso dei “verdi” che voi citate sono del tutto vere e condivisibili. Sono tra i motivi seri e gravi delle ricorrenti sconfitte elettorali dei “verdi” in Italia, mentre in diversi paesi europei succede il contrario.
    Invece io qui mi sono permesso di indicare alcuni dei numerosi pregiudizi che gli italiani hanno riguardo ai nostri “verdi”. Roba raccolta, come si diceva un tempo, a “taverne, bische e lupanari”, non negli uffici studi. Si tratta di pregiudizi in parte basati su elementi di realtà ma in parte ascrivibili al gusto tutto italiano del dileggio. Mi sembra che, insieme a carabinieri, ebrei e monache, i “verdi” siano nella hit parade italiana delle barzellette. E questo non solo è ingeneroso ma fa anche piuttosto male.
    Esiste un problema mai risolto di immagine, comunicazione, credibilità. È come un’impresa che ha un’ottima Direzione di Produzione e ottimi prodotti (il “verde” dovrebbe essere una priorità assoluta, pena lo sfascio globale) ma una pessima Direzione Commerciale e pessimi venditori, per non parlare del pessimo Ufficio Marketing. La mia è una difesa dei “verdi”, non un’accusa contro di loro. Temo però che con questi “verdi” qua si vada verso le procedure concorsuali.
    Quanto alle signore col doppio cognome, Ivano, talvolta fanno per il “verde” molto di più di quelli con mezzo cognome (lo sai, sono un Faìno, credo sempre nella bandiera).

  • Pietro, sulle signore con doppio cognome sono d’accordo. Il Fai è diretto benissimo, ciò non toglie che a persone meno sensibili, e qualche problemino quotidiano, queste signore risultino abitanti di un altro pianeta.

  • Tocchi un punto essenziale, Ivano. Ognuno di noi può avere in mente una sua graduatoria di problemi a valenza globale, su una scala d’importanza e gravità del tutto soggettiva. Mi sembra che in molti, come noi, considerino di estrema rilevanza tanto il problema della tutela ambientale quanto quello della giustizia sociale. Due cose concettualmente distinte ma non necessariamente separate. Comprendo bene quanto dici: il fatto di condurre un’esistenza munita di bastevoli rassicurazioni economiche e sociali può indurre a far considerare prioritario il problema ambientale, rispetto a quell’altro. Mentre vale il contrario per chi fatica a sbarcare il lunario. La vicenda Ilva è emblematica, oltre che di molto altro, anche di ciò. Il che non impedisce talvolta al povero di battersi per la tutela ambientale e al ricco per la giustizia sociale. Abbiamo esempi commoventi, forse non frequentissimi. In teoria, una comunità organizzata potrebbe destinare risorse alla soluzione progressiva di entrambi i problemi. Sappiamo che questo accade raramente, per motivi ben noti. Tra i quali, la già avvenuta morte della politica per mano dell’economia e la prossima morte dell’economia per mano della tecnologia. In Italia la situazione è sotto gli occhi di tutti. Ma sono occhi diversi, per vista e sguardo.

  • Uno che ha votato verde senza attendersi niente, per un dovere di onestà intellettuale.
    Finito il tempo della ragione deve tornare quello della pancia. Son convinto che un passa-parola possa ottenere molto, ma intanto lavoriamo ai fianchi quanti sono nel colore complementare e opposto al verde, il rosso. E già, perché se fin’ora non potevano permettersi il lusso di sprecare occasioni di profitto gli industriali, adesso sono quelli che promettono al popolo benessere di rivalsa che non possono permettersi di pensare: basta sentir parlare Landini!
    Uno che ha votato tempo addietro rosso

    • Qui mi sembra che siamo tutti grandi abbastanza per aver votato “tempo addietro” bianco rosso e verde. Il problema e’ cosa fare andando avanti, quando le possibilità sono esaurite e non si reputa opportuno tornare sui propri passi, ben sapendo che non serve. Un mondo nuovo richiede risposte nuove. Pensieri diversi.

  • Spesso ho l’impressione che esista una contraddizione, uno squilibrio sospetto tra la rilevanza dell’impegno dimostrato dalle associazioni, dai gruppi di progetto e anche dalle singole persone che in Italia operano fattivamente per la tutela ambientale, da un lato, e la irrilevanza delle funzioni rappresentative di questa importante realtà in ambito istituzionale, dall’altro. È come se il percorso che va dalle azioni sul campo fino alla loro valorizzazione politica si interrompesse in qualche punto, in un certo momento, nel tragitto dal privato al pubblico, dal lavoro dei volontari a un effettivo impatto sulle decisioni dei poteri costituiti. Sembra che ci sia un collo di bottiglia, una strozzatura tra l’entità degli sforzi compiuti e i risultati ottenuti. Perché? Si tratta di un problema di capacità o di volontà? Oppure di entrambe? Per quale motivo è così difficile uscire dalla fase infantile di un ecologismo generoso ma disorganizzato, pittoresco e inefficace, così spesso sottopancia della sinistra, per passare alla fase adulta di un ecologismo organizzato, concreto ed efficace, autonomo da ipoteche di consorterie partitiche, per di più elettoralmente cannibalizzanti, cioè a un ambientalismo ben ancorato alla realtà nazionale e alle sue problematiche geologiche, idriche, climatiche, faunistiche e vegetali, antropiche ed economiche, insomma alla realtà vera delle cose e dei fatti? A chi conviene questo ambientalismo di piazza e di salotto, di megafoni e di letteratura, mai di forza economica e di potere politico?

    • L’ambientalismo da salotto conviene al salotto, cioe’ a chi ha interesse a mantenere lo status quo.

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