martedì 16 Luglio 2019

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Poveri in canna

Uno dei luoghi comuni più diffusi in Occidenti da qualche anno a questa parte è quello secondo cui saremmo tutti più poveri della generazione che ci ha preceduto. Un’affermazione che contiene del vero, basti pensare che negli anni ’70 (dato dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro) le retribuzioni erano tendenzialmente proporzionali alla produttività mentre a partire dagli anni ’80, a fronte di un aumento di circa l’85% della produttività del lavoro, esse sono scese al 35% circa. Le cose sono andate ulteriormente peggiorando dopo il crac finanziario del 2007-2008, quando il 91% dei guadagni da reddito è andato all’1% della popolazione mondiale.

Se confrontiamo gli ultimi 40 anni con i 25 (1948-1973) successivi al secondo conflitto mondiale, risulta chiaro che i salari sono drasticamente impoveriti: “prima” crescevano allo stesso ritmo della produttività, fino a raddoppiare, mentre “dopo” si sono attestati su un misero +9%, nonostante la produttività fosse enormemente aumentata. Può darsi che le due cose non siano correlate, o forse si, ma la «povertà» economica ha viaggiato sullo stesso treno della povertà morale, spirituale, intellettuale.

E’ un fatto che nell’ultimo ventennio il nostro portafoglio si sia svuotato insieme al nostro cuore e adesso, in preda al panico, non sappiamo più come fare a rientrare nel «mondo umano». Mediamente siamo confusi e disorientati, ci sfuggono le differenze tra il bello, il giusto, il buono, perché tutto dipende ormai dal gusto personale e da una sopravvalutata individualità. Soggiogati dal mito del Libero Pensatore non siamo più capaci di pensare a niente e, nel dubbio, diamo la colpa di ogni male alla classe politica che, ormai, rappresenta il «fattore neutro» della società, contando ormai come il due di briscola.

 

Non piacciono alla Confindustria politica Flat tax e reddito di cittadinanza, che a suo parere “sfondano i conti pubblici”. Né è di suo gradimento Quota 100, salvo poi lamentarsi di una manodopera vecchia e tecnologicamente inadatta a fronteggiare i cambiamenti epocali in atto. Non parliamo dei minibot, che pure farebbero comodo a molte aziende in difficoltà ma che per la Confindustria politica sono una sventura.

Bei tempi quando il “Sciur padrun da li beli braghi bianchi” si giocava il patrimonio di famiglia e la reputazione nell’azienda, lavorando molto spesso più dei suoi operai. Oggi “i padroni” preferiscono i meeting di partito e i convegni politici, hanno una creatività imprenditoriale prossima allo zero, sono vittime dei loro pregiudizi economici, politici, sociali e provengono da un’epoca ampiamente superata in cui “si facevano i soldi” grazie alle sovvenzioni statali (Fiat docet).

Mentre i piccoli imprenditori e le piccole fabbriche tirano il carretto e mandano avanti l’Italia, Confindustria è sempre lì a rigirarsi tra le mani il teschio di Amleto nella speranza di scoprire a chi tocchi “creare il lavoro”. Al Parlamento, no di sicuro. Sopraffatti dalle grida di giubilo dei politici in carica per un più zero virgola e dai relativi anatemi delle minoranze che sanno sempre cosa fare quando non sono al governo, i cittadini italiani hanno capito nel frattempo che non ci sarà più una “grande” crescita ma solo una “piccola” crescita perché “piccoli uomini” si occupano di essa.

Confindustriali depressi insieme a sindacalisti esautorati (ma ancora lautamente pagati) e giudici malati, per non dire moribondi, frenano oggi in lavoro in Italia. Senza questa zavorra e pressata da meno tasse il Paese coltiverebbe la voglia di rimettersi in gioco, anziché sorbirsi i lamenti quotidiani di esseri pietrificati nei loro ruoli che tentano disperatamente di ri-guadagnare il centro della scena con i soliti vecchi sistemi. La nostra vera «povertà» dipende attualmente anche da questi soggetti, oltre che dall’aver svuotato la Vita di ogni istanza metafisica e gnoseologica per riempirla di giudizi di valore del tutto arbitrari. Quando puntiamo il dito contro i politici, a qualunque schieramento essi appartengano, ricordiamocene.

Commenti

2 risposte a “Poveri in canna”

  1. Calandoci nella pratica, dopo questa ineccepibile analisi, il vaso straboccherà anche queesta volta? o no? Forse è la natura a servirsi dell’economia per mitigare l’ipernatalità? Non chiamiamola natura, ma una concatenazione di causa effeto a catenna lunga, e la cosa assume una sua logica. E se fosse questo lo stato naturale delle cose e quello precedente di un paio di generazioni una bizzaria sociale che non si ripeterà? Lo so, fior di pensatori si sono spremuto il cevello per indicare la via… ma mi restano dei dubbi.

    • Non c’è dubbio che il “boom economico” che ha caratterizzato l’immediato dopoguerra non si ripeterà, almeno per qualche secolo. Non c’è condizione attuale (economica, morale, sociale, filosofica, culturale) che assomigli a quel tempo felice, una specie di santa infanzia.

      Il mondo è radicalmente cambiato nell’ultimo mezzo secolo, c’è stato un mutamento antropologico prodotto dalla civilizzazione tecnomorfa e dal dominio totalizzante del materialismo pratico e del riduzionismo tecno-scientifico. Questo dappertutto, sebbene l’Italia si sia distinta per la presenza di una classe industriale inconcludente e pretenziosa. Non parlo naturalmente dei piccoli imprenditori, che tirano avanti la carretta e possono essere considerati a pieno titolo dei veri eroi, ma dei figli dei figli. Gente che l’industria se l’è trovata chiavi in mano e non sa cosa vuol dire crescere senza gli aiuti di Stato.

      A parte gli sproloqui quotidiani di Nicola Zingaretti, Silvio Berlusconi e i sindacalisti in carriera che addossano ogni colpa dei recenti fallimenti industriali al governo in carica, colpevole a loro dire di qualsiasi cassa integrazione, messa in mobilità e licenziamento (dov’erano loro fino a l’altro ieri, non si sa), resta il fatto che a “fare industria” dovrebbero provvedere gli industriali (non i politici!), i quali non è che non abbiano mai avuto voce in capitolo. Anzi. Prima di promulgare una legge in Italia si chiede prima a Confindustria e poi al Papa, infischiandosene di solito dei cittadini.

      Ora, qualcuno ha capito cosa vuole fare Confindustria per riemergere dalle nebbie? Qual’è la sua strategia? A parte preoccuparsi di politica interna e organizzare meeting, cosa fanno i grandi industriali? Delocalizzano, svendono ai cinesi, cedono marchi storici al miglior offerente? Perché a fare impresa in questo modo, siamo capaci tutti. E’ vero, c’è un pezzettino d’Italia che sta comprando bene in Spagna (energia e telefonia, soprattutto), ma non basta a risollevare le sorti di un Paese. Ci vuol altro. Ci vogliono uomini e donne diversi.

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