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ADRIANO TANGO

Un’anti-berlina mediatica?

Una proposta molto pratica, su un tipo di rapporto che ho visto funzionare già ai tempi della carta, penna e francobollo, e circostanzierò a termine. Perché cito la berlina? Leggiamo dal dizionario: berlina  [forse dal ted. ant. bretling «asse, tavola»]. –Pena infamante, di antica origine barbarica… Ma scorrendo le voci presto troviamo un’altra definizione: per berlina si

Una proposta molto pratica, su un tipo di rapporto che ho visto funzionare già ai tempi della carta, penna e francobollo, e circostanzierò a termine. Perché cito la berlina?

Leggiamo dal dizionario: berlina  [forse dal ted. ant. bretling «asse, tavola»]. –Pena infamante, di antica origine barbarica…

Ma scorrendo le voci presto troviamo un’altra definizione: per berlina si intende la carrozzeria d’autovettura con tetto fisso…

Ma come possono coesistere due visioni concettuali così dissimili, l’umiliazione contro l’immagine del prestigio, nella stessa parola? Forse proprio qui potremmo trovare la chiave per la punizione/riabilitazione, la ricerca del rovescio in un’ipotesi di percorso riabilitativo che renda funzionale la rete. Già, perché il cyber bullismo non è forse la versione aggiornata della berlina? E allora perché non ribaltarne il segno, visto che è così potente? Perché non farne un metodo riabilitativo per chi ha sbagliato, in affiancamento agli insufficienti strumenti istituzionali?

La Costituzione italiana all’articolo 27 comma 3 stabilisce infatti che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ma il carcere resta ancora adesso in Italia, la forma di pena più diffusa, con limitati buoni esempi di efficacia riabilitativa. Non intendo certo denigrare la buona gestione e zelo di alcuni Istituti e del volontariato, ma suggerire una marcia in più.

L’argomento carceri è nuovamente all’ordine del giorno, all’esordio del caldo estivo.

La pena senza rieducazione diviene un pretesto per allontanare il reo dalla società, una forma di afflizione fine a se stessa, e per noi una facile scotomizzazione: confinare il reo in un luogo detentivo comporta infatti la progressiva derubricazione emotiva del misfatto. E per il malfattore stesso questa deafferentazione relazionale favorisce anche nella sua mente la risoluzione più o meno arbitraria del problema di autovalutazione: una dolce assuefazione, accompagnata da una visione ostile verso tutto quanto “è fuori portata”.

Ma allora non sarebbe meglio somministrargli subito un confronto permanente?

La tecnologia ci viene in soccorso: si potrebbe intercettare online il detenuto senza esporne l’immagine, e magari sotto pseudonimo, dandogli la facoltà di replica oltre il processo.

Ma perché proprio adesso questa riflessione?

  1. Come anticipato per un nuovo appello radio-televisivo a “fare qualcosa”.
  2. Per l’occasionale visione della pagina facebook di un noto condannato cremasco.
  3. Ricordando l’anno di scambi epistolari di un mio amico con un detenuto Statunitense in attesa della fine nel braccio della morte, come detto con carta, penna e posta aerea. Anzi, il mio amico lanciò anche una raccolta fondi per dotarlo di macchina da scrivere! Certo, in questo caso non c’era finalità riabilitativa, ma solo umanitaria, ma il discorso si può ampliare.

Ovvio che ci sono problemi di sicurezza che possono imporre la sospensione di ogni rapporto con il mondo, ma sono l’eccezione e riguardano ben circoscritte categorie di reato. E allora dei tanti che si rincorrono a vuoto sui social, non se ne potrebbe reclutare un certo numero per questa appagante esperienza? Chiaro che non può essere un atto spontaneo, ci vorrebbe sempre la mediazione della Struttura carceraria, e l’interlocutore stesso va supportato e controllato, ma chi sa che diffondendo la mia idea non salti fuori qualcuno che ha i contatti giusti?

Un’idea a mio avviso valida per la Cremascolta più vera, quella del fare, di cui spero riparleremo con il parere di addetti ai lavori, che io non conosco.

Proviamo uno slogan? “Chiuse le grate, butta la chiave se vuoi, ma accendi il p.c.!”

ADRIANO TANGO

19 Giu 2019 in Senza categoria

9 commenti

Commenti

  • Fine pena mai. Anche di questo si sta dibattendo in questi giorni. E sono di ieri le dichiarazioni di Salvini contro quella donna slava rimessa in libertà perchè incinta, credo del dodicesimo figlio. Incarcerata per aver derubato un’anziana disabile e con una sfilza di condanne lunga più dei suoi anni. E vai con una sfilza di commenti sui social. Ora non so se un percorso riabilitativo per questa donna potrebbe passare attraverso il pc, anche se strumento utilissimo per alcuni carcerati potrebbe esserlo. Ma il tema delle carceri va affrontato a monte, anche perchè nel carcere modello di Bollate non c’è posto per tutti, o altre esperienze, da Volterra al carcere femminile di Venezia, pur convinto che per alcuni carcerati incancreniti da anni di detenzione o sicuramente colpevoli di fatti efferati la riabilitazione sarebbe più lunga del fvm. Tema importantissimo Adriano, analizzabile da moltissimi punti di vista. Esistono molte associazioni di volontariato, magari rintracciabili anche in rete. Bravo.

  • Non parlo certo di fine pena, ma di riflessione umana, che se poi porta a un convincente esordio di una presunta nuova collocazione nella Società, si può anche valutare per il reinserimento. Così com’è, l’approvazione dopo un esamino degli psicologi, non va, la recidiva parla chiaro. Tuttavia di gente che chicchiera su questo nosto mezzo ce n’è, si possono mettere a fare cose utili. Non la prendo alla leggera: i corispondenti andrebbero protetti contro il plagio! Per questo, come tu dici, l’operazione può riguardare con successo presunto solo “alcuni carcerati”. Tuttavia anche per gli altri, una sensazione di dignità della vita, uno scorcio, perché no, di umanità. Non ricordo chi fosse il detenuto scrittore che ho visto al letterario, e non è il solo, a seguire la penna autobiografica al Brigante Crocco, ergastolano a Gaeta, quello che ha permesso con il “prestito” dei suoi 2000 uomini, oltre ai mille di Garibaldi, l’unità d’Italia. una soisfazione, un nuovo orizzonte mai pensato, se non altro.
    Bravo Ivano, sempre pronto a risposte qualificate.

  • Mah, non so se questo sia il momento giusto per parlare di riabilitazione post-carceraria, visto che l’intero sistema Giustizia sta collassando e urge una riforma strutturale a partire dalle fondamenta. Le scoperte e gli scandali del CSM-ANM stanno sconcertando la parte di Paese che ancora non sapeva, quella più ingenua, oppure ottimista, dipende da che parte la si guarda. Non solo le carceri ma il potere giudiziario in generale sta andando a farfalle, insieme alle sue prerogative e all’autogoverno della magistratura, talvolta adoperato dai suoi vertici come tutti gli altri poteri: in modo occulto, illegittimo, associato, per fare interessi di parte non dichiarati (individuali o di gruppo), inclusa la smodata sete di potere di alcuni, non ultimo lo scambio di servizi con fazioni politiche, anzi con una particolare parte politica.

    Forse bisogna aspettare tempi migliori …. Solo a Napoli ci sono 12mila condannati liberi (che vanno avanti tranquillamente a delinquere) perché “mancano i cancellieri” per dare corso alle sentenze. Chi glielo spiega ai cittadini che si tratta di soggetti da “riabilitare”? Come minimo ti rispondono di schiaffarli dentro e buttar via la chiave. Mi sembra che neanche in Svezia e Danimarca, ex-regni del tutto è lecito, ci sentano più tanto da quest’orecchio. Il mondo sta cambiando.

    • Le falle del sitema non aggravano la colpa di chi delinque. Questi Magistrati (ancora maiuscolo) non son certo quelli che condannano il ladro d’appatamento. Io intendevo proprio che buttar via la chiave non vuol dire non voler vedere, cancellare, altrimenti non esiterebbe la pena a termine. Dal confronto possono emergere valanghe di dati utili allo studio delleforme di conoscenza. A che serve conoscwere’ prendiamo unsemplice stupro, delitto abietto, ma le motivazioni possono essere molteplici, e non tutte legate a una personalità inguaribilmente e compulsivamente destinata alla recidiva. Si potrebbe dire: “ma non ne sappiamo già abbastanza?” No, se si fa di tutta l’erba un fascio e il detenuto viene liberto per una genrica buona condotta. E poi, fosse anche solo un aspetto umanitario, invece di scrivere a me o a te tanta gente non potrebbe scrivere a un detenuto? Non a scopo di preparazione al perdono, ma proprio per capire un mondo che poniamo nella zona buia senza più sondarlo con u fascio di luce.

    • Purtroppo, Adriano, l’inadeguatezza dei vertici si ripercuote eccome sulla base della piramide sociale. E’ così in tutti i campi. Prendi la cultura, ad esempio, andata a scatafascio perché i suoi esponenti più in vista sono quasi sempre deludenti, se non addirittura penosi. I carcerati in Italia oggi pagano decenni di mala giustizia, di in-certezze delle pene, di processi caduti in prescrizione, di eccesso di burocrazia, di politicizzazione e protagonismo dei magistrati. Vadano a presentare il conto all’ANM.

      L’Italia è l’unico Paese al mondo dove i giudici sono raggruppati in “correnti” politiche. Basta questo per capire in quale stato ci troviamo.

      Un “semplice stupro”? Personalmente, per lo stupro applicherei senza esitazione alcuna la legge coranica. Visto che la vittima dovrà pagare l’abuso in termini psicologici finché scampa, mi sembra il minimo che chi ha commesso il reato faccia altrettanto. E comunque, non basta.

  • Sì, ma anche questo è il segno dei tempi che viviamo. Sono sempre i tempi economici che determinano usi, costumi, ispirazioni e sensibilità. Si stabiliscono per forza delle priorità. E gli ultimi diventano più ultimi degli ultimi. Niente di nuovo sotto il sole.

  • Rita “semplice” è nel senso anticipato di reato ormai comune! Infatti subito aggiungevo “delitto abietto”. Ma siamo in grado di capie le motivazioni? Un tempo per i padroni era ritenuto dovuto privilegio approfittare delle lavoranti, ora si adducono attenuanti di seduzione-adescamento occulto da parte della vittima, cose indecenti insomma sper il solo averle pensate. Ma per capire questo e altri fenomeni dobbiamo basarci sui documenti giudiziari? Abbiamo capito la banda ella Mercedes di Cema? Si sa che le confessioni sono imbeccate degli avvocati. Quindi di quanto è successo non sappiamo niente. Torno all’esempio del bandito Crocco, l’uomo che più di Garibaldi ha fatto l’attuale Italia unita, e se ne è pentito: se un ufficiale piemontese non avesse aiutato lui, non completamente analfabeta, eccezione fra i briganti, a scrivere le sue memorie, noi sapremmo i misfatti che hanno accompagnato l’UNITA’D’ITALIA?
    Le piccole storie quotidiane non sono ceto comparabili, ma sommandole insieme, sfalciando questi dati, ne saltan fuori sicuramente conclusioni utili ala valutazione della pena futura. E si può reindirizzare la gnte! Atrimenti perché quano una malavita più potente arriva alla ribalta gli antecedenti attuatori d crimine si ritirerebbero in buon ordine? (vedi camora-ROM). Che il metodo sia repressivo o persuasivo si vedrà. Importante è direi con il dialogo acquisie elementi di conoscenza vera.

  • Ricordo, quando a Crema avevamo le carceri, che c’erano noj pochi volontari (ricordo, tra tutti, il pittore Rosario Folcini) le frequentavano e credo abbiano fatto molto bene ai detenuti (anche imparare a dipingere sotto la guida di un maestro come Folcini è un bene per i detenuti).
    Non so oggi che cosa si possa fare. L’idea di un rapporto… online potrebbe essere buona, ma non so se questo non violi regolamenti interni.

  • Se un detenuto nel braccio della morte negli US ha potuto avere un rapporto epistolare penso sia possibile anche in Italia. Se un condannato all’ergastolo ha la sua pagina FB penso si possa fare. Certo, le tipologie sono diverse, alcuni elementi penso abbiano anche la normale comunicazione filtrata, che le mafie comunichino in codice è noto, ma penso siano ostacoli superabili. Allora mi direte: “perché non parti?”. perché andrebbe a finire come i sugheri, alla fine una specie di mio passatempo (ma non mi sono arreso, i rapporti con il Comune sono in corso).
    Bisogna presentarsi con dignità di squadra e determinazione, ma soprattutto con la consapevolezza che c’è più da imparare che da insegnare: non è la nuova versione delle dame di carità; può dar sollievo, e ben venga, ma serve a rafforzare il tessuto sociale dove si cerca invece di reciderlo di netto.

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