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WALTER VENCHIARUTTI

Stoneman, l’uomo di pietra

 

Dopo l’e-book del 2013, è uscito anche il libro di Gordon Bloom  dal titolo            “ Stoneman, l’uomo di pietra”, già oggetto qualche anno  fa di una apprezzata pièce teatrale interpretata da Luigi Ottoni. Ė facile, fin dalla prima  lettura, evincere  la verve inventiva che contraddistingue tutto il racconto. Aiutati dalle pregevoli illustrazioni di Michele Mariani, accompagnati dalla ricca affabulazione dell’autore è  avventuroso farsi travolgere dal ritmo incalzante che ricorda l’eloquio dei primi romanzi futuristi  (L’uomo d’aria di Gino Bonomi). Il testo risulta caratterizzato da una prosa vivace e prorompente. Ma saperne  apprezzare solo la forma o cogliere i pregi dell’ immaginativa kafkiana, sarebbe come scendere alla fermata della metro prima di poter raggiungere il capolinea stabilito. La trama, apparentemente fantastica, si snoda agile e intrigante. Con determinato realismo indaga le incongruenze che contraddistinguono a livello privato e istituzionale la nostra epoca. Tali ipoteche gravano sull’individuo e sulla comunità, relegando le possibilità delle realizzazioni originali e soffocano, nella banalità e indifferenza, i  tentativi  non rispondenti all’allineamento corale.

La singolare esperienza capitata all’aspirante anatomopatologo Epis Epstein ci introduce nel mondo del Meredith Hospital, santuario della medicina, indiscusso centro specializzato nello studio dei processi degenerativi delle cellule che concorrono a limitare la durata dell’esistenza terrena.  Insieme ad una schiera di esperti  specialisti il giovane è impegnato a combattere le forze invisibili che compromettono  i centri vitali. Nel tentativo di riuscire a sconfiggere le cause della morte, sperimenta sulla propria pelle un antidoto, summa biologica delle più letali patologie, prodotto dai virus della materia cadaverica e destinato a redimere  ogni infermità. Ma gli esiti dell’anticorpo lo trasformano in un simulacro minerale. L’uomo, imprigionato nella pietra, diventa così fenomeno da baraccone. Il nuovo inquietante golem riassume in sé tutte le attrattive atte a stimolare la morbosa curiosità dei contemporanei: è il più intrigante caso clinico, suscita stupefacenti interessi  giornalistici, fomenta pettegolezzo e, secondo la logica del tempo, apre le porte alla speculazione, alla spettacolarizzazione, alla commercializzazione. L’evento strabiliante raggiunge il culmine nella proposta di un premio per chi riesca ad invertire il processo di pietrificazione del soggetto e possano rifluire gli ibernati residui vitali. Ma erotismo, gastronomia e paure non riescono a sortire l’effetto sperato. La straordinaria empatia  con le sculture michelangiolesche dei “Prigioni” porta il soggetto a  considerazioni lungimiranti, espressione di una fine sensibilità artistica, a formulare oniriche esperienze,  prodotto della  nuova condizione esistenziale. Il travagliato caso di Epis riflette la storia del genere umano che, secondo l’autore  “…  passerà come un alito di  vento. Su questo pianeta stuprato dall’ignoranza e dalla violenza di creature crudeli, finalmente la Natura ritornerà alla sua pura e arcaica durezza e levità”. La metamorfosi minerale del protagonista può essere letta in chiave esoterica, metafora di una iniziazione alchemica. Rappresenta una anabasi, caduta agli inferi e conseguentemente prefigura  una catabasi, una resurrezione. Sono quattro le fasi  che stanno alla base della trasmutazione alchemica medioevale così come gli elementi naturali (terra,fuoco, acqua, aria) che si susseguono in questa singolare metamorfosi assistita dagli dei:  Aurora, Venere, Vulcano . Il percorso compiuto  da Epstein e le sue metamorfosi ( gigante di roccia e sabbia, fiamma ardente, fluida energia sotterranea, respiro del  vento ) corrispondono ad altrettanti stati della vita (infanzia, giovinezza,maturità, vecchiaia), solo apparentemente si concludono con l’irrigidimento, l’immobilità assoluta. La fine del corpo è il presupposto per  la liberazione dell’anima. L’annullamento della propria identità storica, a cui i mortali sono affezionati, è la porta aperta al privilegio di essere senza apparire. Ogni prigione non può che prefigurare la possibilità di poter raggiungere  una libertà interiore e superiore.

WALTER VENCHIARUTTI

01 Lug 2019 in Recensioni

8 commenti

Commenti

  • Un’opera che ho seguito dagli albori, dalla prima lettura concessami dall’autore, all’entusiamo nel collaborare con Gigi, creando gli effetti speciali filmati su tema biologico, che aprono in proiezione l’opera teatrale. Autore poliedrico ed eclettico che rischiamo di non riconoscere leggendolo ancora una volta, data la capacità di mutar stile con l’argomento… e ovviamente identità. Su certi scritti che mi son stati mandati in valutazione nutro ancora sospetti, ma non è un’eccezione: anche il nostro primo concorso per inediti Città di Crema, luoghi letterari, ha avuto il suo “vincitore mascherato”!

    • Secondo me il terzo premio é andato a Giulia Cappellazzi. Fuochino?

    • Acqua., quasi un diluvio.

  • Nei ” Fantastici quattro “, l’ uomo di pietra era la cosa.

  • Bellissimo pezzo. Segnalo solo l’inversione sicuramente accidentale dei concetti di anabasi e catabasi.

  • Quando un paio di mesi fa ho cominciato a leggerlo, anch’io mi sono chiesto, come dice Secondo Giacobbi nella presentazione, “ma a che genere letterario si potrebbe assegnare questo strano scritto?”. In effetti, anche dopo averlo letto, non sono sicuro di averlo capito bene.
    Mi capita spesso con questo autore. Ma ormai con lui sono abituato a rinunciare ai tentativi di catalogazione narrativa. Bisogna farsi prendere dal testo e lasciar fare ai personaggi che lo animano. Qui, ad esempio, non appena sorprendi la trama a divenire iniziatica, alchemica, esoterica, ecco che il registro cambia e ti sembra di venir preso dallo scientismo più ortodosso. Stai per accomodarti nel clima da favola metaforica e persino un po’ fantascientifica ed ecco che ti trovi travolto in un pamphlet di apocalittica catarsi. Insomma, le pagine si girano da sole e molto bene.
    Così ti leggi l’intera sessantina delle pagine (più di altre venti riportano le immagini di Michele Mariani) di questo scritto e alla fine scopri che ti è piaciuto. A me, almeno, è piaciuto e ci ho pure ritrovato, in fondo, alcuni commenti di Piero, Adriano e Francesco comparsi su CremAscolta tre anni fa.
    Mi sono perso nel 2016 l’adattamento teatrale di Luigi Ottoni e non mi basta, per consolarmi di questa mancanza, il fatto non aver mai stravisto per i Pink Floyd.
    Tutto sommato, l’impronta “golemica” che attraversa il testo e la traccia di un possibile superamento dei limiti della materia attraverso la mente verso lo spirito spiccano, a mio giudizio, sugli altri, peraltro esistenti e rilevanti, filoni presenti in questo scritto. Non arriverei invece a vederci cenni a problematiche bioetiche sul fine vita o sul significato della morte in altri contesti, tutte cose appartenenti ad ambiti differenti da quello di quest’opera e, per quanto sia dato saperne, di questo autore.

  • Stoneman è una delle opere di Roberto Provana (lo scrittore, come Kierkegaard, dalle mille maschere) che più mi hanno colpito non solo per la bellezza del suo stile (credo mai apprezzato a sufficienza), ma anche per la profondità delle intuizioni filosofiche: l’uomo di pietra saremo noi quando il nostro pianeta avrà il volto spettrale di Marte.
    Non ci vorranno quattro miliardi e mezzo di anni, quando il Sole imploderà, ma forse solo qualche decennio perché siamo noi che stiamo accelerando, con la nostra responsabilità, la fine del nostro pianeta.

    • Bravo Piro, un monito da ripetere fino alla tortutra mentsale, perché per la prima volta nella storia dell’effimera specie, null’altro conta.

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