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MARINO PASINI

Corrado Stajano – Prima parte.

Corrado Stajano, il ragazzo inquieto della Bassa. Prima parte. Uscivano a frotte, dalle fabbriche, tute bianche del reparto gomme, dalle verniciature, tute blu di operai meccanici, saldatori, i magazzinieri, i carrellisti. La grande fabbrica era una cittadella, con lunghi viali,  i depositi delle materie prime, gli uffici, i nastri trasportatori. Pulsavano di rumori, attività frenetiche;

Corrado Stajano, il ragazzo inquieto della Bassa.

Prima parte.

Uscivano a frotte, dalle fabbriche, tute bianche del reparto gomme, dalle verniciature, tute blu di operai meccanici, saldatori, i magazzinieri, i carrellisti. La grande fabbrica era una cittadella, con lunghi viali,  i depositi delle materie prime, gli uffici, i nastri trasportatori. Pulsavano di rumori, attività frenetiche; oggi, sono lunghi rettangoli vuoti, corrosi dall’umidità, la ruggine, vetri rotti, cumuli di sporcizia, topi che sgusciano da sacchetti di cellophane squarciati. Materassi e fornelli e giacigli improvvisati per migranti disperati. Bottiglie di plastica, vecchie pentole, giornali e cartoni per ripararsi dal freddo. Dietro la fabbrica, nascosto da alti muraglioni, un fazzoletto di verde malandato, tra i tubi di lamiera arrugginita, le cartacce portate dal vento, i ciuffi d’erba seccati dal sole. Un unghia di verde che resiste all’incuria, alla desolazione, forse un tempo un fazzoletto di giardino dove prendersi una pausa, dal rumore della fabbrica, fumarsi una sigaretta, guardare il cielo. Magari, sognarci un campo da tennis. Le foglie che fanno mulinello nel rettangolo da gioco e le risa sguaiate di una volée riuscita. “Dov’era una volta il tennis – scrisse Montale – nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita. Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio…E’ curioso che l’ordine fisico sia così lento a filtrare in noi e poi così impossibile a scancellarsi. Ma quanto al resto? A conti fatti, chiedersi il come e il perchè della partita interrotta è come chiederselo della nubecola di vapore che esce dal cargo arrembato”.

Corrado Stajano nasce a Cremona il 24 settembre 1930. Cremona è la città di sua madre, mentre il padre, siciliano,  è un ufficiale dell’esercito che partirà per la guerra quando Corrado ha nove anni, e che rivedrà solo nel maggio ’45, sei anni dopo, liberato dai russi da un lager in Germania. Un ragazzo che abbraccia il padre, i tumulti del cuore, gli occhi stanchi di un uomo che chissà cosa ha passato, cosa ha visto. Il padre, di quegli anni, non ne parlò mai al figlio. Non gli disse che sarebbe bastato firmare, aderire alla Repubblica di Salò, e  certamente tornava subito a casa. Ma suo padre si rifiutò di aderire alla Repubblica di Mussolini. La scuola che frequenta il giovane Stajano è in Via Martiri fascisti. Sono gli anni del feudo “nero”, di Roberto Farinacci che governava Cremona come un principe rinascimentale. Nella città lombarda, che dominava la Bassa padana, Stajano trascorrerà l’adolescenza, frequenterà il liceo Manin. D’estate, il Po, il canale Morbasco, dove tra i compagni c’era chi tirava col flobert ai grossi topi nascosti fra le scatole di conserva, che prendeva di mira i legni e i turaccioli che scivolano sull’acqua del canale. Erano anni confusi,  il dimenticatoio degli anni del fascio, le amnistie, gli ex-fascisti che tornano in sella, nelle amministrazioni, si spacciano per moderati, adesso, rivestiti da democristiani; un’ Italia che fu profondamente fascista con le torture, le condanne a morte nella villa Merli, tra Viale Trento e Trieste e Via Dante, dove i torturatori saranno condannati all’ergastolo; poi, a spasso, come se niente fosse, amnistiati, come se niente fosse accaduto. Cancellare il passato. Una pietra sopra. L’Italia, un paese vigliacco. “L’esercito che si era sfasciato come nei giochi; milioni di uomini che erano fuggiti senza sparare un colpo, il Re che era scappato insieme con i generali, la gente che si era buttata con ferocia a saccheggiar case e caserme”. Fedeltà, lealtà, coerenza; il ragazzo, impara anche dal padre militare che ci sono dei doveri, dei valori che non sono parole vuote. Non sono solo retorica. Nell’appassionata scrittura civile, che fece dire a Tiziano Terzani “Stajano è il mio faro di onestà, di coerenza”, la fedeltà a certi principi attraversa tutta la sua opera, il suo mestiere di giornalista, scrittore, documentarista, anche senatore della Repubblica.

La madre di Stajano è una donna semplice, i nonni vivono  in campagna. I balli sull’aia il giorno della sagra. I boschetti lungo il fiume, i sabbioni, la Riva dei Bruti. Le lunghe passeggiate a Viale Po. I bagni nel fiume. Le carovane di biciclette nei giorni di festa. Il matrimonio di sua madre sotto archi di spade, la bandiera del reggimento di suo padre. I boschi di pioppi, il chioschio delle angurie. “Accanto alla baracca c’era un ombrellone malinconico rigido e grigio, sbiadito…I raggi che d’estate sbattevano sulle torri metalliche della raffineria…Mia madre cuciva e lavorava accanto alla finestra, alla fioca luce dei lampioni…Il sole riusciva a spuntarla con la nebbia solo a mezzodì”. Corrado Stajano è un giovane orgoglioso e timido, inquieto. Cremona gli sta stretta. Si sente padano solo in parte; l’altra metà di lui è sangue siciliano, della Val di Noto. La famiglia di suo padre è di origini borghesi, sua nonna, laureata in Lettere al Magistero di Roma. Stajano ricorda le sue estati da ragazzo in Sicilia. “Mi stupivo ogni volta che non esistesse neppure un angolo di verde. Calore, biancore di luce. Tutto era bruciato, rosso, color della cenere, della sabbia, dell’argilla, così diverso dal paesaggio verde tenero che accompagna le anse del Po, dove ero nato”. Il dialetto siciliano lo incuriosisce, così diverso dalle vocali tirate, stiracchiate, dalla parlata lenta dei cremonesi. Il dialetto di Cremona, Stajano non lo parla; sente che Cremona non è la casa dove vuol vivere, dove buttare i propri stracci, i sogni, il futuro. Dopo la maturità, si iscrive a Legge, a Milano. Con altri studenti universitari divide l’appartamento; si cercherà un lavoro, perchè Stajano ci tiene ad essere autonomo, a guadagnare qualcosa, l’affitto e le tasse universitarie pesano, sul bilancio familiare. Bazzica tra Via Passione, il Conservatorio dove va a trovare Quasimodo che insegnava Letteratura Italiana. Leggere diventa una passione, un vizio: s’infarcisce di libri. Gli piacciono le storie dove è presente la realtà,  l’incastro tra vita privata e pubblica. Scrive raccontini, realisti, ma è scrittura senza magia. “Non sapevo inventare niente, non sapevo costruire un dialogo”. La sua scrittura non è un campo rigoglioso, ma è scrittura asciugata, senza orpelli, arricciature, ma scava, è limpida, arricchita di conoscenze letterarie, ma filtrata e trasparente,  anche per rispetto di chi legge. Niente intellettualismi. La letteratura, per Stajano non è un gioco per farsi belli, per darsi il tono. Non tutti masticano Proust, o Thomas Bernhard a colazione.

Il giovane Stajano cerca, con fatica, la sua strada. Milano non è una città facile, ma sono in molti i provinciali che nella metropoli lombarda hanno trovato casa, lavoro, opportunità. Citofona alla casa di Elio Vittorini, in Via Pacini, tra città Studi e Lambrate, con buste piene di fogli, racconti, storie. “Con Vittorini anche i minuti parevano infiniti, paralizzati dalle timidezze reciproche”. Stajano si laurea in Storia del diritto italiano, con una tesi sui Capitoli delle cattedrali padane dalle origini al Duecento. E’ un giovanotto che sta imparando ad essere meticoloso, quando scrive. Si strugge sui dettagli, scandaglia attorno all’indagine come un cane da tartufo; si rende conto che un buon scritto è un lavoro artigiano, frutto della passione e della fatica, dell’attenzione certosina, della curiosità. In Italia, poi, inventare non è indispensabile. Non siamo la Svizzera: il belpaese è ricchissimo, esubera di fatti, realtà più romanzesche di qualunque storia si voglia raccontare. La nostra realtà è un serbatoio inesauribile, come mille sfaccettature, ambiguità, scheletri negli armadi; e basta saperla guardare: scavarci dentro, non accontentarsi della superficie, scomporla, guardarla anche di lato, le angolazioni, le punte acute, il retrobottega, i fatti avvenuti e quelli trattenuti, il perchè e cosa li ha scatenati. Il giornalismo, la storia, il reportage, il documentario diventano i suoi campi di lavoro preferiti. Anche se la cronaca deve essere spiccia, i tempi sono stretti, e bisogna essere rapidi, stringati, arrivare prima degli altri.

Il sogno del giovane Stajano è collaborare a “Il Mondo”, il settimanale diretto da Mario Pannunzio, su cui compaiono fior di letterati che Stajano legge le sere, dopo lo studio, il lavoro. Stajano sa che si può collaborare a “Il Mondo”, solo su invito diretto del suo direttore; quindi, non ha speranze; ma invia ugualmente, per posta,  un racconto, “Il piccolo Mike” all’attenzione di Mario Pannunzio, direttore del settimanale”.  Nel racconto, un maestro in un paese della Bassa padana organizza una biblioteca popolare; c’è la gente che di politica non vuol parlare; ci sono le cascine isolate, senza luce e telefono. Gli operai che passano le ore con le ginocchia sotto i tavoli delle osterie in lunghe partite di scopone. I professionisti e gli agricoltori che si trovano al circolo dei benestanti. “Il piccolo Mike” è un avvocato, bassotto, che organizza, come Mike Buongiorno, piccoli “Lascia e raddoppia”, in paese. “Fuori c’è una gran nebbia, dalle finestre si vedono come delle ombre passare in bicicletta, con mantelli che calano a cono giù sulle ruote…Il paese, Piadena, è nella piana tra Cremona e Mantova; lo stradone corre sotto le guglie dei pioppi, canali diritti rompono la campagna distesa e morbida che sa di fieno e di latte…Le campane della chiesa battono a morto, tutti gli abitanti sono andati al funerale. La cassa la portano a spalla in quattro, uno dei portatori è più basso degli altri e fa come dei saltelli per sostenere il peso e filar via diritto…Il prete cammina rigido, con solennità, poi si china a chiedere qualcosa al chierico accanto, intento a muovere il turibolo dell’incenso che esce fuori a gonfiare la nebbia. Dietro i parenti seguono gli uomini, poi le donne, la lunga fila di continuo si snoda a biscia per lasciar passare i camion e le automobili che suonano il clacson e fanno lampeggiare i fari”. Mario Pannunzio, lo scritto del giovane Stajano lo leggerà, e ci fiuta il cronista vero, in erba, e “Il piccolo Mike” lo pubblica. Nello stesso numero (14 gennaio 1958) ci sono articoli, scritti di Giovanni Russo (poi, grande giornalista del “Corriere della Sera”); Aldo Garosci (storico, autore di una fondamentale storia dell’esilio di molti intellettuali, politici italiani); Guido Calogero (importante figura del Partito d’Azione); Furio Monicelli (che due anni dopo, con “Il gesuita perfetto”, poi ripubblicato col titolo “Lacrime impure”, un romanzo che piacerà molto alla critica letteraria del tempo). Nel numero di febbraio, “Il Mondo” pubblicherà un’ inchiesta di Antonio Cederna: Cremona sventrata. “Cremona è forse, in proporzione, la città che più ha sofferto a causa della boriosa ignoranza fascista, sotto il malgoverno del pestifero Farinacci. Valga l’esempio della distruzione di Corso Campi e di piazza Roma, per la costruzione dell’obbrobriosa Galleria; valga per quanto è successo per piazza Cavour distrutta per tre quarti….Il piano regolatore littorio faceva tabula rasa di tutte le piazze per destinarle alle adunate oceaniche cremonesi”. Il ragazzo Stajano, che all’edicola acquistando “Il Mondo”, ancor prima d’inforcar la bicicletta, amava sfogliarlo, curioso degli articoli, degli scritti altrui, dei nomi degli autori che ben conosceva, quella volta restò di sasso. C’era, il suo articolo, il suo raccontino, pubblicato. Girò tutte le edicole del circondario e svuotò il portafoglio comperando diverse copie del settimanale. Non smetteva di girare in bicicletta, l’entusiasmo alle stelle; forse, avrebbe voluto quel pomeriggio trasformarsi in strillone e regalare “Il Mondo” per strada, ai passanti. La timidezza era esplosa, trabordava sulle incertezze, i dubbi, le difficoltà. Un sogno si era avverato. Poi, dopo “Il Piccolo Mike”, altri scritti apparvero sul settimanale prestigioso di Pannunzio. “Il professore e i pappagalli” (4.11.58); e “Il Legionario” (10.10.61). Quest’ultimo è una storia singolare. “Le cravatte più belle del mondo, un miracolo, donne, donne, portatele a casa, sfortunati i preti, i militari, i carcerati e i pazzi che non possono legarsele al collo. Era Francesco P. giovanotto dai mille mestieri. Un bel giorno sparì. E’ finito nella Legione Straniera. Un chepì sotto il sole bianco dell’Algeria, sparare, conquistare città e ragazze. Poi, si congedò dalla Legione e andò a Parigi. Non se la sentiva di tornare in provincia. “e ritrovarmi le compagne di scuola sposate, ingrassate…I nomi dei compagni medici, avvocati. A Parigi ero soltanto un reduce sbagliato della guerra d’Algeria, nessuno si chiedeva nulla”. L’ex legionario divenne autista di un attore…Una mattina, Francesco P. fa la valigia ed è pronto, un’altra volta, a ricominciare. Da un’altra parte. Ora l’ex legionario s’industria a vendere trattori, nelle cascine della Bassa padana. “Riesco con facilità a incontrare gli agricoltori: basta buttar lì distrattamente qualche frase in francese. Convocano subito le figlie che hanno studiato in città, neo collegi delle suore…Mi chiamano Francesco, il parigino. Mi sono sposato…ho un bambino appena nato, un frigorifero, una lucidatrice, il diploma con la motivazione della medaglia al valore appeso in anticamera. La sera, quando torno a casa e trovo tutto al posto giusto, la moglie sorridente, il gatto accucciato sotto la finestra, il bambino che dorme tranquillo nella sua culla, la cena pronta, i suoceri che, all’ora della televisione, bussano discreti all’uscio, mi vien voglia di scendere in strada a comperar le sigarette e di non tornare più”.

Fine prima parte.

C.Stajano, Il disordine, Einaudi, Torino. , 1993.

C.Stajano, La città rossa, Ceschina, Milano, 1962.

C.Stajano, Patrie smarrite. Racconto di un italiano,  Garzanti, Milano, 2001. Ora riproposto dalle edizioni Il Saggiatore, Milano, 2018.

B.Caffi, Villa Merli. Il dossier ritrovato, Il Poligrafico ed. Cremona, 2017.

E.Montale, Dove c’era una volta il tennis, in Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1984.

 

 

MARINO PASINI

13 Lug 2019 in Senza categoria

3 commenti

Commenti

  • ….mamma mia, che voglia di quegli anni, del “Mondo” di Pannunzio!
    E cmq, “per non essere da meno” (cfr EJ – https://www.youtube.com/watch?v=3rT_zpueZ9k) anche negli anni ’90 (io ero Preside alla “liuteria” a Cremona, allora) Comune e Provincia, in sintonia, decisero di azzerare lo stupendo Giardini pubblico con splendidi tigli, isola di verde nel cuore della città dietro al Comune e Piazza Duomo, per sostituirlo con uno squallido lastricato di marmo (ci avevano messo anche una enorme lunga pensilina, della quale amministrazioni successive si sono vergognati, togliendola).
    In cerca di luoghi per …..adunate oceaniche anche loro? Mah….
    Grazie per lo splendido “come eravamo” Marino!
    In trepida (farse anche ….tutto attaccato!) attesa della seconda puntata!

    • Ricordo la pensilina a Cremona, nella piazza vicina al Duomo, per fortuna sparita da qualche anno. Per “Il Mondo”, mi domando, con amarezza, se è ancora possibile un giornale, un periodico, cartaceo o no, che un giovane divori con più interesse di un gelato al limone nel caldo di luglio. No, non credo sia possibile. La società è cambiata. Ci sono sprazzi, piccole luci, qua e là, e carrettate di culturame che spariscono come l’acqua nei tombini. Tutto qui.

  • “Il mondo”: una fucina di idee innovative, l’espressione di un pool di intellettuali che guardavano lontano.
    Scrive Zagrebelsky nel suo “Mai più senza maestri” che i “tecnici” puntano a risolvere i problemi di oggi, mentre i “maestri” guardano al domani, al futuro.
    Gli intellettuali de “Il mondo” erano “maestri”.
    Ma i… maestri oggi pare non si vedano, tutti appiattiti sul presente. Fossero almeno “tecnici”, ma non sono neppure tali.
    Non parliamo poi dell’Europa: tutti i leader in preda a una sorta di… cupio dissolvi (pur di avere il “consenso di oggi”).

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