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MARINO PASINI

Corrado Stajano – Seconda parte.

LA STAGIONE DEL GIORNALISMO DEMOCRATICO. Piccola storia di Corrado STAJANO. Seconda parte. In diversi articoli giornalistici Beppe Severgnini si occupò delle start-ups, le aziende che dal nulla o quasi s’inventano un lavoro, e dei vantaggi dell’Erasmus, giovani studenti che maturano esperienze, cultura, lingua, studi all’estero viaggiando in Europa. Entrambe le cose, molto valide, sono fisse

LA STAGIONE DEL GIORNALISMO DEMOCRATICO. Piccola storia di Corrado STAJANO. Seconda parte.

In diversi articoli giornalistici Beppe Severgnini si occupò delle start-ups, le aziende che dal nulla o quasi s’inventano un lavoro, e dei vantaggi dell’Erasmus, giovani studenti che maturano esperienze, cultura, lingua, studi all’estero viaggiando in Europa. Entrambe le cose, molto valide, sono fisse sue. Incominciare un lavoro dal niente, affidarsi solo al prestito bancario senza una base finanziaria, un gruzzolo da parte, un ombrello, un portafoglio-salvagente familiare, è un bel rischio, e si può sprofondare;  non sempre la ciambella viene col buco, e fallire, partire male, può accadere. Per andarsene all’estero a studiare, qualche soldo (non pochi denari) in tasca sono necessari, e con una famiglia ben messa economicamente, la vacanza-studio è  più tranquilla: si può lavoricchiare, pagarsi l’affitto e pure divertirsi. Non stiamo parlando di battaglie giornalistiche dirompenti, non di cronache dedicate al malaffare che in Italia infastidiscono parecchio, ma di  buone cose, gocce d’ottimismo raccontate sul “Corriere della Sera” da un eccellente giornalista, qual’è Severgnini, figlio di un notaio,  con notevoli qualità d’intrattenimento, inventiva, gran bella scrittura, e una bassa propensione a far venire l’orticaria ai lettori semplici, incluso i lettori di rango, i politici, e altri potenti. Far venire l’orticaria, scoperchiare certe faccende, indagare, è stato l’enunciato principe del giornalismo democratico negli anni sessanta, settanta del Novecento. Un’altro giornalismo quello di Stajano, Bocca, Camilla Cederna rispetto a quello di Beppe Severgnini, che sapeva picchiar duro, con molte luci,  e pure qualche ombra.

Non tutti i giornalisti che si rifiutano di mangiare la merda e dire che è ottima (come invece consigliava Guglielmo Zucconi, padre di Vittorio, giornalista di lungo corso, ai provetti cronisti) lo fanno per dirittura morale a qualunque costo, coraggio nonostante tutto, e altre faccende memorabili del giornalista tutto d’un pezzo. Dire di no, sbattere la porta, andarsene è più facile farlo se le origini son comode. Se si è borghesi  di nascita e i soldi non mancano, il coraggio è più saldo. Mia madre ripeteva fino allo stordimento che non bisogna mai perdere un lavoro non disprezzabile, perchè poi si perde anche il salario e si rischia la miseria, e nuove umiliazioni. E di umiliazioni, lei se ne intendeva. Di rinunce anche: aveva la collezione: mai una vacanza, mai una cena fuori casa, le scarpe sempre pulite dalla polvere, ma non indossate per paura che si rovinassero. Tutta questa lunga introduzione, questa divagazione, l’ho voluta, appropriata o no, per “la stagione dei giornalisti democratici”, a cui Corrado Stajano fu parte a pieno titolo, fu una delle figure più nobili, più coerenti, e che mai deviò da quel percorso. Fare il giornalista democratico in quegli anni aveva un significato preciso: coraggio delle proprie opinioni a dispetto del direttore del giornale, a dispetto della linea editoriale, a dispetto della maggioranza più o meno silenziosa, conservatrice, che da sempre, in Italia è stata una folla, anche negli anni dove spiravano venti di ribellione, desiderio di una società più  aperta, moderna, progressista che voleva liberarsi dalla cappa bacchettona clericale, dal fascismo che si riorganizzava,  grazie alla sponda  ottenuta da molta parte della Democrazia Cristiana, dalle istituzioni dello Stato. Mai dimenticando, però, come affermò Edward M.Forster, l’autore di “Casa Howard” (un libro sulla lotta di classe, come e più di tanti libri militanti sull’argomento): che l’indipendenza del pensiero, in nove casi su dieci è il risultato dell’indipendenza dei mezzi economici.

Corrado Stajano, che era figlio di un alto ufficiale,  il Coràdo, come lo chiamava Antonio (Tonino) Cederna, sposando Giovanna Borgese, notevole fotografa, si era mescolato a una importante famiglia d’intellettuali lombardi. Giovanna  è figlia di Leonardo Borgese, storico d’arte, ambientalista. Leonardo sposò Maria Sofia Cederna, traduttrice, donna colta,  sorella di Camilla Cederna, il cui fratello, Antonio fu un grande giornalista che si occupò di speculazione edilizia, di devastazione dell’ambiente urbano e naturale. Il nonno di Giovanna,  Giuseppe Antonio Borgese, è l’autore di “Rubè”, uno dei migliori romanzi italiani d’inizio Novecento, secondo l’opinione di Leonardo Sciascia, e fu uno dei dodici professori che si rifiutò di aderire al fascismo, riparando poi in California e a Chicago. Camilla Cederna fu una cronista di rango, negli anni delle bombe, piazza Fontana, la presidenza di Giovanni Leone, gli anarchici Valpreda e Pinelli, e la si vedeva spesso per strada insieme a Stajano, Giampaolo Pansa, Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Marco Nozza, Marcello Dal Bosco, Luca Boneschi tra le incursioni della celere, i lacrimogeni, le manifestazioni studentesche, nella Milano infiammata dagli scioperi dell’autunno caldo, l’orologio fermo alle 16.37 del pomeriggio del 12 dicembre 1969, quando il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano fu sventrato da un’esplosione. Diciassette morti e quasi cento feriti. Nascerà, allora, un libro collettivo “Le bombe di Milano” scritto da dodici giornalisti “democratici”, e Stajano si occuperà del capitolo dedicato a Pinelli. “Il commissario Luigi Calabresi, con uno dei suoi pullover di cachemire a collo alto che fanno di lui l’uomo più elegante della questura, il rappresentante del nuovo corso tecnologico-politico, rispondeva alle domande di cinque giornalisti, tra cui due donne, Camilla Cederna e Renata Bottarelli come se fosse in un salotto”. Impressioni scritte tanto tempo fa, in quel clima incendiario, che non so quanto saranno piaciute, anni dopo, al figlio del commissario Calabresi, Mario, giornalista, che sarà corrispondente da New York per “Repubblica”, poi direttore de “La Stampa” e del quotidiano di Scalfari e Caracciolo. Certo, il padre di Mario Calabresi era un tipo elegante, che sfoggiava belle cravatte, ma si recava al lavoro su una Cinquecento blu, non su una macchina blindata con i vetri oscurati, non portava armi, neppure una rivoltella, e girava senza scorta. “Non aveva un box, mio padre – scrive Mario Calabresi – tanto che la Cinquecento stava quasi sempre in strada”. In quegli anni, si scrissero cose orribili su Luigi Calabresi, che fu attaccato pure nell’autobiografia di Camilla Cederna “Il mondo di Camilla”, e “Lotta Continua” andò giù parecchio pesante: “Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma questo, sicuramente, è una tappa fondamentale dell’assalto dei proletari allo Stato assassino”. L’attacco al commissario Calabresi fu una follia a cui parteciparono in molti, scrive Pansa in un recente libro “La Repubblica di Barbapapà”, fu la vergogna più degradante dopo la strage di piazza Fontana. “Il commissario torturatore”, il responsabile della fine di Pinelli. Un furibondo partito preso da una faziosità spietata, certezze proclamate con il sangue agli occhi, dubbi rifiutati con disprezzo. Si arrivò a dire, dice Pansa, che Calabresi era un agente della CIA. Nel 2006, in un’intervista, Gerardo D’Ambrosio, il giudice istruttore che indagò con Luigi Fiasconaro ed Emilio Alessandrini sulla morte di Pinelli, lo disse chiaro e tondo: “il commissario Calabresi non era presente nella stanza della questura da cui cadde Pinelli”. Restano, imbarazzanti, i titoli e gli editoriali gonfi d’odio, di “Lotta Continua” (allora il direttore del giornale era Enrico Deaglio) contro il commissario Calabresi. Resta il “caso Sofri”, contrapposto al “caso Marino”, l’ambulante toscano, militante di “Lotta Continua” che confessò di aver partecipato all’omicidio Calabresi, con fior d’intellettuali che si schierarono massicciamente dalla parte di  Sofri; pure Corrado Stajano disse la sua, attaccando i giudici che si occuparono dell’omicidio Calabresi, e difendendo l’ultimo dei “tuttologi” del giornalismo italiano, il capo, la figura più autorevole di “Lotta Continua”, Adriano Sofri. Ma, di questo, ne parleremo nella prossima puntata.

La stagione del giornalismo democratico che svecchiò il giornalismo italiano, lo liberò dal vecchiume polveroso delle terze pagine accademiche, si dedicò alle inchieste, alla cronaca, al Sud abbandonato, alle falsità del miracolo economico, cominciò con “Il Mondo” di Pannunzio, “Il Ponte” di Calamandrei, “Tempo presente” di Ignazio Silone e di un raffinato intellettuale controcorrente, Nicola Chiaromonte; poi, “L’Espresso” di Arrigo Benedetti, e il culmine, il giornale più innovativo fu “Il Giorno”, il quotidiano dell’Ente Nazionale Idrocarburi (1956-72), con la direzione, prima di Gaetano Baldacci, che aprì la strada, poi, soprattutto, con Italo Pietra, grandissimo direttore che seppe fiutare l’esigenza di modernità, di apertura di parte della società italiana. Alla fine degli anni sessanta, “Il Giorno” è il quotidiano che meglio di altri segue le battaglie che riguardano i diritti civili, che chiede più eguaglianza sociale, tutte faccende avversate, o volutamente minimizzate dagli altri quotidiani concorrenti. Sul “Giorno” di Pietra scrivono Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Marco Nozza, Paolo Murialdi, Roberto De Monticelli, Enzo Forcella, Bernardo Valli, Vittorio Emiliani, Sergio Turone, Gianni Brera, Mario Fossati, Gianni Clerici. Un  giornale che darà fastidio; e infatti Pietra sarà costretto ad andarsene, sostituito da Gaetano Afeltra, con “Il Giorno” che cambiava pelle e linea editoriale, e la fuga di quasi tutti i giornalisti di qualità della gestione Pietra, che andranno altrove: chi al “Messaggero”, chi a dar vita a un nuovo quotidiano “La Repubblica”, diretto dal romano ex-liberale di sinistra, ex-radicale Eugenio Scalfari (un passato giovanile da redattore di un foglio antisemita “Il Tevere”). Stajano, che giovanissimo aveva esordito timidamente su “Il Mondo”, continuerà a bussare alle porte dei giornali, nonostante il parere contrario di suo padre, che diceva di aver poca, pochissima stima dei giornalisti.

Nel 1964, Stajano collaborerà a “Tempo illustrato”, direzione Arturo Tofanelli, un settimanale di cultura, tempo libero e politica, su cui scrivevano Ercole Patti, Salvatore Quasimodo, Guido Vergani, Vittorio Gorresio, Giancarlo Vigorelli, Giovanni Arpino, corredato dalle fotografie di Mario Dondero. Un periodico che sposa i “Consigli utili” (come guidare correttamente l’automobile, come farsi una buona discoteca in casa “mai toccare con le dita la puntina del 33giri”) alle inchieste sul delitto d’onore, la natura in pericolo. “Oltre agli uomini, anche le piante e gli animali sono minacciati dai veleni della civiltà meccanica che tende a trasformare il nostro pianeta – scrive Ugo Maraldi – , sempre più sovraffollato, in un grande deserto”. Nel Sud, negli ospedali, le posate si portano da casa. Nei cronicari manca normalmente la luce e il riscaldamento. Un’ostetrica viaggia a dorso di mulo sui sentieri della Sila ad assistere una partoriente. Stajano, ha una rubrica “Un giovane intervista i maestri”, e il primo articolo è un’intervista ad Aldo Palazzeschi. “Mai voi giovani siete felici? – chiede Palazzeschi – Pensi a tutte le cose belle, ai viaggi, alle possibilità di muoversi, di vedere il mondo. Oh, noi eravamo tardi, riservati, della povera gente. Si viveva di fanfaluche…Palazzeschi si alza dal divano e prende a girellare per casa, cammina senza rumore, ha indosso un abito di velluto marrone, una camicia a scacchi, e una sciarpa color cardinale, si muove a piccoli passi, fra i vasi, i bibelots, le mensole, le statue, le brocche, i paralumi, i quadri della sua collezione, non si sofferma mai a guardare gli oggetti, si direbbe che non gli interessano…Palazzeschi mi guarda con quegli occhi che non si sa mai se vogliono canzonare o intenerirsi, conficcati in quella sua faccia di gomma…Le parole per lo scrittore, sono bisce fantastiche, spuntano bizzarre da tutte le parti, fuggono, si aggrovigliano, si sciolgono, svaniscono”. Stajano, ancora giovane, mostra già le notevoli qualità di ritrattista giornalistico che poi saprà maturare in libri che sono parte integrante della storia del giornalismo, come “L’eroe borghese”la storia dell’avvocato Ambrosoli, e “Il sovversivo”, vita e morte dell’anarchico Serantini. Su “Tempo Illustrato”, Stajano intervisterà Emilio Cecchio, Marino Moretti, Ardengo Soffici, Camillo Sbarbaro. Un’attenzione alla cultura, alla letteratura italiana, che Stajano non abbandonerà mai. Dopo “Tempo Illustrato”, Stajano approderà a “Panorama”; poi, nell’ultima fase della gestione Pietra, al “Giorno”. Con la direzione Afeltra, Stajano durerà poco. Per un articolo, una recensione al libro di Roberto Faenza e Marco Fini “Gli americani in Italia”, Ugo Ronfani, per conto di Afeltra chiese a Stajano sedici tagli o il “pezzo” nel cestino. Stajano, sbattè la porta e se ne andò al “Messaggero” di Luigi Fossati.

Fine della seconda parte.

Note e alcuni libri fondamentali:

Autori vari, “Le bombe di Milano”, Rizzoli, 2009.

Leonardo Borgese “L’Italia rovinata dagli italiani”, Rizzoli, 2005.

Mario Calabresi “Spingendo la notte più in là”, Mondadori, 2007.

Antonio Cederna “I vandali in casa”, Laterza, 2006.

Camilla Cederna “Il mondo di Camilla”, Feltrinelli, 1980.

Vittorio Emiliani “Orfani e bastardi. Milano e l’Italia viste dal “Giorno”, Donzelli, 2009.

Corrado Stajano “Minima personalia. Lettera a “Belfagor”, Olschki, 1985.

 

 

MARINO PASINI

03 Ago 2019 in Senza categoria

9 commenti

Commenti

  • Vedo, Marino, che sei sempre documentatissimo (e riporti sempre le fonti – ciò che per noi è una novità).
    Non ho dimestichezza col mondo giornalistico come ce l’hai tu, ma dal mio piccolo osservatorio (per quel poco che possa essere utile agli altri) non vedo oggi voci “critiche” che sappiano andare oltre l’attuale mainstream (il vento che che soffia forte oggi in Italia), nello stesso tempo, oltre le stanche litanie degli oppositori.
    Che fanno tutto sommato i giornalisti se non quello di chiosare… i nostri due rappresentanti del populismo (l’ha rivendicato come un onore lo stesso Conte all’Onu) e del sovranismo, in altre parole di cadere nella trappola dell’unica “agenda” possibile e dell’unica “narrazione” possibile.

    Leggo, è vero, qualche voce fuori dal coro, ma mi pare più patetica che credibile.

    Troppo pessimista? Forse. Ho solo voglia di essere smentito dai fatti.
    Per ora il clima instaurato è plumbeo.
    Le parole d’ordine sono non pietre, ma macigni che peseranno a lungo (e questo non c’entra nulla col rigore, con la lotta agli scafisti…)

    • Piero, ci sono anche oggi buoni, ottimi cronisti (per quel che vale la mia opinione, cioè niente), ma è il giornalismo e un’epoca che sta cambiando pelle, strumenti, e non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Parto da lontano, come è mia abitudine (preferisco parlare del passato, per parlare del presente): il comunismo è stato un grave e sanguinario errore, una tragica illusione, che la sinistra tutta, a partire dai socialisti hanno pagato. Non ha del tutto torto Nolte, lo studioso tedesco del nazismo, a dire che il fascismo e il nazismo sono nati per reazione al pericolo bolscevico. Anch’io ho letto i suoi libri e mi sono incazzato, leggendo le sue tesi, ma debbo riconoscere che qualcosa di vero c’è. Esempi? Tanti. Durante la Guerra di Spagna Stati Uniti, Francia e Inghilterra non vollero intervenire a sostenere la Repubblica spagnola, soprattutto, perchè le maggioranze silenziose nei loro paesi avevano paura dei “rossi bolscevichi” che volevano esportare il comunismo in tutta Europa, e che appoggiavano, e in un certo senso provarono a “manovrare” repubblicani antifranchisti. Il fascismo e pure il nazismo, all’inizio furono ben visti dai governanti democratico-conservatori, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, perchè era “la medicina necessaria” per fronteggiare l’avanzata comunista. I socialisti, erano spaccati, tra chi voleva la rivoluzione con pochi distinguo dai comunisti, e chi rivendicava il sistema democratico, pur combattendo le ingiustizie e lottando per un progresso sociale e civile. Si potrebbero citare tanti altri esempi, ma la farei troppo lunga. Quel grave errore, di cui ho detto, ha ritardato molte faccende, ha dato la sponda ad altre forze politiche che hanno poi preso il largo. Questa è un’analisi sommaria, lo so, che ha spezzato le reni alla sinistra per molti anni, fino al terrrorismo “rosso”, che ha fatto arretrare anni di lotte e battaglie e conquiste sociali. Anch’io, come vedi, per arrivare al nocciolo la faccio troppo breve, e mi scuso.
      Dei giornalisti, e dei loro allievi, che di questi tempi compaiono spesso anche sulle reti Rai e Mediaset, ricordo l’opinione di Giorgio Bocca, che sbagliò a credere nelle qualità critiche di Vittorio Feltri, che invece erano solo abilità professionali. All’inizio, Feltri, fu considerato da quelli come Bocca come un cronista senza peli sulla lingua, che non guarda in faccia a nessuno, un pò rude nel linguaggio, non fine come Montanelli, ma capace di articoli al vetriolo. Ma si sbagliava, Feltri con Bocca e Montanelli, e Biagi, c’entra come i cavoli a merenda. e Bocca lo riconobbe negli ultimi anni, sostenendo che sentir nominare “Vittorio Feltri” gli correvan brividi lungo la schiena., forse il ricordo di un triste passato. E Montanelli, che certo non era un comunista, disse di Vittorio Feltri (che veniva considerato il suo erede) “Feltri? E’ come avere un figlio drogato, meglio non sapere…Feltri, diceva Montanelli, asseconda i peggiori vizi della borghesia italiana”. Lo credo anch’io. Feltri e Belpietro, il peggio della “maggioranza silenziosa” italiana lo assecondano e lo condividono, e sanno bene come titillarlo.
      Condivido la tua amarezza, Piero.

  • Apprezzo anch’io lo sforzo documentativo e i riferimenti editoriali di Marino Pasini.
    Sono cose che aiutano a svolgere ulteriori approfondimenti, cosa che costituisce in questi casi un valore aggiunto per chi frequenta, magari senza troppa continuità come me, il blog CremAscolta.
    Queste sue descrizioni di certi ambienti giornalistici, poi, sono davvero interessanti e istruttive.
    Non la penso allo stesso modo su taluni giornalisti citati ma si tratta comunque di un confronto di opinioni serio e ragionato.

    • La ringrazio, Pietro Martini. La stagione del “giornalismo democratico” che è terminata da tempo, mi serve per parlare dell’oggi. Beppe Severgnini è un esempio (un eccellente esempio) per dire che loro, quelli di quella stagione che fu, avevano in mente un altro giornalismo, differente da quello di Severgnini. Non migliore o peggiore, ma diverso, nei temi e nell’approccio. Stajano e Severgnini non rappresentano lo stesso giornalismo. Non parlano la stessa lingua, anche se scrivono entrambi in italiano.
      Le fonti? Cerco di documentarmi più che posso e citare dove ricavo gli scritti che poi utilizzo. Per me è un dovere. C’è l’abitudine di sparare opinioni, fidandosi solo di una lettura, perchè documentarsi è faticoso, e bisogna aver curiosità e spirito critico, ma nella fretta di oggi, documentarsi, studiare, faticare nella lettura è considerato tempo perso. Bisogna andar di fretta, non cè più tempo: per fare cosa? Per salvare il mondo? Ci penserà Trump a salvarlo, e quelli come lui. Ricordo un consiglio di Trump: se avete paura dei delinquenti, armatevi. Questo è il pensiero che gira nella cultura di destra, e porterà, credo, alle peggiori conseguenze, in futuro.
      Si passa da un estremo a un altro: prima parlavano solo o quasi “i tuttologi”, gli intellettuali che volevano educare le masse; oggi, è il Bar Sport della Rete a dettar legge. Poi, anni di pedagogia televisiva di Mediaset, (ogni giorno un omicidio, uno stupro, una violenza di “stranieri”, sangue e bonus ai fannulloni), hanno dato il loro contributo al pensiero oggi dominante.

  • Marino, condivido il tuo approccio “…..Cerco di documentarmi più che posso e citare dove ricavo gli scritti che poi utilizzo. Per me è un dovere….” e, anche per questo, mi fa davvero piacere leggerti, averti sul blog!
    Quanto al Feltri (Vittorio), fortunatamente c’è l’altro Feltri (Stefano) che …..riabilita la “casata”, anche se …….l’è dùra cercà da bilancià Vittorio da Ponteranica alta!

    • Ta ghét resù. Anche se c’è un’altro Feltri, Mattia, che scrive su “La Stampa”. Il giornalismo si passa il mestiere, in famiglia, con più frequenza dei ciabattini. E il Vittorio, che tiene casa vicino al Castello della Moretta (un castello che c’era, ma l’è sparit, come quello cremasco, vicino al Serio), in collina, a Ponteranica, comune che finisce dove comincia Bergamo, ha avuto più successo di Montanelli, come direttore del “Giornale”. Lui sì che ha capito come la pensa la destra italiana, che è moderata come il muratore (imprenditore edile) che conobbi, che a domenica porta fuori dal box la Ferrari, solo per farsi vedere, e mi raccontò, anni fa, che quando la guida gli piace andar piano, perchè “sono uno prudente, con quello che costa”. Lavorare dal ferramenta (dove ho lavorato quasi 15 anni), comporta pochi piaceri, ma qualcosa s’impara, soprattutto dal popolo che sgobba, assai moderato, a parole, con cui ho bevuto tanti caffè alle macchinette.

    • Fai bene a sottolineare il nepotismo tra i “giornalisti”, che poi i risultati si vedono. Anche Enrico Mentana e’ figlio di Franco Mentana, Gaia Tortora e’ figlia di Enzo Tortora, eccetera. Se comunque ho sempre guardato a Vittorio Feltri come si guarda a una macchietta, non mi e’ mai sembrato un commentatore, devo dire che trovo il Feltrino molto peggio. Saccente, presuntuoso, insopportabile come tutti quelli che non hanno mai fatto la gavetta.

  • Sì, nel giornalismo, essere figli, nipoti, figli di amanti, o figli di amici di giornalisti, conta. Come conta essere abbastanza ricchi di famiglia, perchè le attese, per uno stipendio decente, nel fare il cronista, possono essere molto lunghe. Anche Montanelli, che con il suo caratteraccio gli importava poco (non sempre) il cognome degli aspiranti cronisti, prese al “Giornale” Paolo Longanesi, figlio di Leo (giornalista molto amato dal vecchio Indro), perchè, disse: “con quel cognome lì, non può uscirci qualcosa di buono”. I cognomi non sono tutti indistinguibili, e i direttori dei giornali, hanno l’abitudine di drizzare le orecchie. Non per la musica, ma per i cognomi. Poi ci sono eccezioni: Vittorio Zucconi aveva più qualità del padre, Guglielmo, nel fare il cronista. E se soldi e cognomi che contano sono un bella rampa di lancio, non bastano per andare avanti, e diventare uno o una giornalista di razza. Per questo serve il talento, la curiosità, il carattere, lo stomaco, e lo spirito critico (non oggi così diffuso).

    • Scusate: Montanelli disse: non può non uscirci qualcosa di buono. E’ sfuggito un “non”, decisivo, per la comprensione della frase. Un saluto a tutti.

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