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MARINO PASINI

L’ordine delle cose

I miei genitori credevano nell’ordine delle cose. Nel destino sociale. Che c’è una frontiera invalicabile tra le classi, dove può capitare qualche raro caso di scambio, di scalata, di cambio d’abito, ma le possibilità reali si sperdono in un tracciato con percorsi obbligati. Scuole, ambiente sociale, vacanze, amori, amicizie, e fine della storia, incluso le tombe. Per questo, per un loculo al piano rialzato, mia madre risparmiò qualche soldo in più, negli ultimi anni, dopo una vita di fatiche e poche soddisfazioni, perché crepare ed essere sepolti nella nuda terra, voleva dire, per lei, stare ancora fra i poveri, mentre il loculo ai piani alti  riteneva fosse più da signora. Almeno da morta, mi disse, vorrei anch’io… Che cosa, mamma, che cosa vorresti? Non lo so, rispondeva, facendosi timida, alzando le spalle e continuando a lavorare, perché lo stare con le mani in mano, lei, non ci riusciva. Morire con un posto ritenuto signorile era l’ultima ambizione, l’unica, perché le altre si erano via via spente nell’ordine delle cose. Mamma sapeva il fatto suo a casa. Donna generosa, con chiunque avesse bisogno, autoritaria nel suo guscio; fuori casa il mondo la metteva in ansia, e più passavano gli anni, più l’ansia cresceva, la soffocava. Mia madre imparò che quelli come lei sono nati per sgobbare e poco altro; studiò fino alla seconda elementare; leggeva segnando a dito le parole del “Torrazzo”, ma sapeva cucire e ricamare come poche. Sperava che i suoi figli non diventassero bifolchi, che almeno loro non dovessero fare lavori sporchi, che non avessero l’abitudine di stare ore e ore al bar a trincare palloncini di vino scadente. Acquistò, al mercato, un paio di scarpette con un po’ di tacco, di “cuoio buono”, ma non le metteva mai, perché non voleva consumarle, tanto a cena in trattoria non si poteva andare, l’assillo di non avere abbastanza soldi e dover chiedere un prestito, comperare a credito, dove il credito non era mai stato chiesto, non voleva che succedesse, ancora; si vergognava, anche se pur di pagare i debiti, s’ammazzava di fatica a stringer camicette, ad accorciar gonne per le signore, sue clienti. Anni e anni di difficoltà finanziarie, ogni mese, e la spesa imprevista che tagliava le gambe. Scoppiavano liti, mentre si mangiava.

 

Mio padre interrompeva la cena, risentito. Scene frequenti, la norma, ci si abituava, o forse no. Così scappavamo fuori, io e mio fratello, ognuno per conto suo, una stizza sorda che non spiegavamo a nessuno, tanto che cosa avrebbero potuto dire, gli altri? Che ne sapevano? Si può essere poveri, anche facendo finta di non esserlo, anche se i miei amici borghesi sapevano bene, lo capivano che ero figlio di poveracci. Le parallele non si toccano mai, anche nelle vere amicizie, fra classi sociali differenti. Ci si rassegnava. Bisognava accettare la realtà? Per mia madre c’era Dio come conforto, l’unico conforto, perché anche i figli, urlò, non capiscono, sbattono le porte, tornano tardi la notte, non parlano in casa, non si confidano. Non ci capiamo, mamma, le dicevo. E’ inutile, che  spiego. Ero crudele, lo sapevo; cercai, m’imposi di non esserlo, ma risuccedeva; sapevo di offenderla, che se ne stava poi silenziosa, sempre più rinchiusa con la sua corazza che si era costruita, per difendersi da un mondo divenuto incomprensibile. L’amavo, ma ero lontano galassie da lei, nonostante le case dove abbiamo vissuto insieme, dieci-undici, forse dodici, ma dovrei ricordare tutti i vari passaggi, le abitazioni cambiate per affitti troppo esosi, erano case piccole, dove mai c’era una camera per me o  mio fratello. Dormivamo in salotto, nelle poltrone-letto, che ogni sera venivano tirate giù dopo il telegiornale; poi, la mattina tirate su. Per otto anni fu così. Papà, che aveva più istruzione (arrivò fino alla quinta elementare), il desiderio di non essere uguale agli altri operai (era saldatore meccanico, una vita di fabbrica), fu la sua vera aspirazione, che lo spinse a un linguaggio più ricercato; e davanti a persone istruite più di lui, si sforzava di trovare le parole giuste: voleva far bella figura. Mai una bestemmia. Papà si muoveva con eleganza; gentile con tutti, la convinzione che se avesse potuto, se fosse nato in un’altra famiglia (non con otto, fra sorelle e fratelli, un padre collocatore agricolo e tanta miseria da sopportare); se non avesse dovuto cominciare a lavorare a undici anni, se avesse potuto studiare. Troppi se, troppi nell’ordine delle cose: mio padre lo sapeva, che non è il caso di farla lunga, che la vita è quella che è. Se sei povero è più dura, molto più dura. C’è chi è fortunato e chi no, e i tanti nati con la camicia e il paltò – mi disse, con la sua dolce malinconia – li vedo alla televisone che blaterano, che dicono un mucchio di cose; nascono già imparati. Sanno tutto loro.  Per arrotondare lo stipendio, che non bastava, si industriò a montare le tende veneziane, il sabato pomeriggio e anche le domeniche, per qualche anno. Era lavoro nero, per evitare la vergogna, però, era sacrosanto.

 

Eppure ci sono i figli, le figlie dei signori (sembra che hanno sgobbato tutti, anche quelli con la casa di proprietà, con i soldi dei nonni, i terreni, le seconde case, il lavoro pulito e importante, che hanno studiato finché volevano, e pure cambiato università perché si può sbagliare, no?); che sono stati con le dita nel naso fino a venticinque anni, anche di più, e considerano questo andazzo, naturale, che è nell’ordine delle cose. Chi appartiene a una classe sociale privilegiata, benestante non capisce che quello che per lui, o lei, è naturale, accessibile, quotidiano, per altri è quasi impossibile, nemmeno pensabile. Ma non lo sa, o fa finta di non saperlo.

 

Lo spiega bene Didier Eribon in un romanzo autobiografico “Ritorno a Reims” (Bompiani editore, Milano 2009); lui, figlio di operai di Reims, una vita di sacrifici, grazie alla madre che si consuma di lavoro, doppio, in fabbrica e a casa, il ragazzo riesce a studiare, va a Parigi, scopre di essere gay, frequenta amicizie borghesi, s’innamora di letteratura, e capisce che non può raccontare il suo “nuovo mondo”, intimo, sociale ai suoi genitori. Sente che la frattura c’è, insanabile, che loro non avrebbero capito la sua vita, che si fosse confidato con loro, ci sarebbe stato un’altra, l’ennesima umiliazione. Così, finisce per trovare mille scuse per non tornare a casa, per rivedere suo padre, che nel frattempo muore. Finché, un giorno, il ritorno a Reims di Didier, diventato un borghese, un uomo colto, e sua madre seduta di fronte a lui che tira fuori le vecchie foto, che si apre, con lui, che racconta, come mai era accaduto prima. Pagine lucide, toccanti, incalzanti,  profonde, di un mondo che ho ben conosciuto, e che Eribon, se si ha la pazienza di superare i primi due capitoli che incespicano in troppa filosofia che appesantisce, che non serve al racconto, dal terzo capitolo in poi, da pagina 27, il romanzo prende quota, e da lì la lettura resta appiccicata, non te ne stacchi più.

 

“Ritorno a Reims” è un’analisi di un gruppo sociale, una storia intima di una famiglia, uno dei pochi testi dove la gente semplice, con poca scuola, pochissimi soldi, le rinunce, è  raccontata con onestà, precisione, pure in dettagli che ho riconosciuto, che avevo rimosso, nella vita che poi ha cambiato strade tanto dal potersi camuffare, da indossare la maschera che a volte indosso, nascondere le mie origini, dimenticare. Come la gita di tre giorni in seconda media, pagata segretamente, con una colletta dai compagni di classe per me e un’altro studente, povero in canna anche lui. C’era stata una rinuncia per malattia all’ultimo momento, in un’altra classe, e i soldi, mi dissero allora, non avrebbero potuto restituirli…..Tornai a casa di corsa dopo scuola, comunicando a mia madre, con una felicità sguaiata, che andavo in gita lo stesso, che c’era solo da pagare l’iscrizione alla gita, non l’albergo e il viaggio… Poi, l’anno dopo, la confessione di un amico, la storia della colletta…

 

Didier Eribon, ha scritto un libro magnifico, amaro. Lui che torna alla casa dove è cresciuto, dopo non torna da trent’anni. Tanto è cambiato. Anche politicamente, la “sua” sinistra, gli operai, i rossi, una generazione di sinistrossi che si tramandava,  che ora si è rotta, ha cambiato casacca, indossando quella nera, del nemico.  Perse le illusioni, il “suo” mondo operaio delle origini, si è fatto il sangue cattivo, ora sta con la destra, i sovranisti. I peggiori. Una vita a decantare la classe operaia, da parte di fior di intellettuali, senza capire che i poveri, quando devono concorrere il pane con altri poveri, stranieri, forestieri, di culture diverse; quando devono concorrere le abitazioni con questi forestieri e trovarseli installati nel loro quartiere, il razzismo, la rabbia, il rancore dilaga.

 

Thomas Ostermaier ha curato un testo teatrale tratto da “Ritorno a Reims” di Didier Eribon, e lo sta portando in scena con grande successo in tutta Europa (a ottobre, per chi è interessato, lo spettacolo sarà al Piccolo Teatro, a Milano). Il testo teatrale approfitta della storia autobiografica per parlare di come siamo conciati, oggi. La destra estrema  si è presa molto dell’elettorato operaio, i quartieri di periferia, la gente umile e umiliata; la destra che inneggia al complotto giudaico-massonico-bancario, che tuona contro l’Europa, che è ora di metterci una pietra sopra alla storia dell’Olocausto, e vorrebbe coniugare tradizionalismo culturale e modernità tecnologica, perché le furberie della propaganda sono indispensabili, per influenzare il consenso. È la destra che vorrebbe smantellare le conquiste dei diritti civili, che non sopporta le minoranze, la Legge 194 sull’aborto, le manifestazioni dell’orgoglio omosessuale e lesbico, che sono un insulto ai veri valori, alle vere famiglie; che disprezza la democrazia e vorrebbe sostituirla con qualcos’altro, un governo autoritario, o falsamente democratico, come la Russia di Putin; che simpatizza per Trump, Erdogan, la Lega di Salvini.

MARINO PASINI

09 Set 2019 in Società

39 commenti

Commenti

  • Certi livelli esercitano di più;
    sono dei lascia-passare ai rapporti più veri.

    • Caro Graziano, ti ringrazio avendo esercitato tanto, ai miei livelli bassi. Sai, non so se la vergogna può diventare una forza, solitamente lo credono chi ha altri affanni, ad altri livelli, ma ho un età che certe storie, personali, le uniche che valgono qualcosa, forse (eccetto il cianciare di bassi livelli, e spiegarli, su comode poltrone, e a cui non bado più), anche se ritengo l’educazione la chiave di molto, nel vivere. E a proposito del tuo pudore nello scrivere che è una bella cosa, voglio dirti che mi fa piacere se credi ancora che spendere la tua vita in una piccola città, come Crema, sia “a misura d’uomo”. Per me non è così. Dipende cosa intendi. Se è per prendere una buona boccata d’aria, non congestionata dal traffico (a Crema quattro macchine in fila al semaforo sono traffico; un pò di paesani che fanno le vasche in centro la domenica pomeriggio sono folla), la penso al contrario. Un esempio (tra tanti): i proprietari della multisala di Crema, da noi proiettano film perlopiù per cervelli infantili, cinema di bassa o mediocre qualità, mentre gli stessi, proprietari anche della multisala Eliseo di Via Torino a Milano, proiettano cinema di ottima qualità per cervelli intelligenti, a misura d’uomo. Stessa cosa a Cremona Po, dove i nuovi proprietari (gli stessi dell’eccellente cinema multisala Anteo di Milano, Palazzo del Cinema), a Cremona proiettano per gran parte roba di mediocre qualità filmica, mentre all’Anteo, puoi vedere films in lingua originale, cinema-cinema, di alto livello, perchè nelle cittadone si pensa che gli spettatori sono di altra pasta, di altro cervello. Ecco cosa non mi trova d’accordo sulla tua “misura d’uomo”. Ma, per fortuna, Milano, come dice Ivano Maccalli è a un tiro di schioppo, quindi ne approfitto.

  • Marino, il cinema di qualità manca anche a me. Il resto è assenza tollerabile. Quanto al resto, pur comprendendo la tua amarezza, o rabbia, andrei piano a raccontarla. Mi pare che i tuoi scritti si prestino ad ambigue interpretazioni. Consiglio di amico. Ivano Macalli, con una c.

    • Caro Ivano, spiegati meglio. Cosa sono “le ambigue interpretazioni” che si possono ricavare dal mio testo. Che forse sarei ricco, o benestante, e voglio passare per essere un poveraccio? Non sono nè ricco, nè benestante, ma ho una pensione “da operaio”, mutui da pagare, e possiedo una Fiat Punto (il mutuo dell’auto è quasi pagato). Ho una figlia che studia all’estero, grazie ai risparmi all’osso di mia madre. Dov’è l’ambiguità? Che dal testo si può evincere che anch’io sarei gay come Didier Eribon? Purtroppo, e dico purtroppo perchè molti eterosessuali sono ottusi e bigotti, non sono gay. Mi piacciono le donne. Se ho dimenticato qualcos’altro, fammi sapere. Grazie, e scusami la doppia “c” di Macalli e non Maccalli. E visto che ti manca il cinema, non ti manca la musica dal vivo? E il buon teatro (con ampia scelta di vari teatri); la danza? Le buone librerie, la Hoepli, la Feltrinelli, la Cortina, il Libraccio (dove compri anche usato)? La lirica di qualità? I treni che vanno ovunque, anche al mare, in montagna, ai laghi? Gli incontri di letteratura, con scrittori di alta qualità, tutto l’anno o quasi? I locali di ogni tipo, dove farsi un aperitivo? Il piacere di guardare splendide donne, ragazze di tutto il mondo, mentre passeggi? I musei, tanti, di ogni genere? Poi, può andar bene tutto, anche il poco che c’è, o farselo andar bene.

  • Scusami Marino, è il mio solito vizo di di psicanalizzare tutti. Quando leggo quello che scrivi, ch sempre apprezzo, di primo acchito mi verrebbe da pensare che ad ognuno è data la sua vita, ed è difficile intervenire, da fatalista quale sono, su un disegno più grande di noi. Ho parlato prima di amarezza e di rabbia, mi pare, di fronte a quello che si è o che si sarebbe voluto essere. Al contrario immotivato compiacimento più fastidiosi della reali qualità date o millantate. Ecco, la mia vita l’ho spesa a spezzare quella catena che ci lega al nostro destino che ci permette alla fine di trovare un po’ di pace con noi stessi. Ad esempio, io avrei voluto essere un artista, ma non lo sono. E ci sono voluti anni per capirlo. Da allora ho fatto altro. E scusa di nuovo questa confidenza. Di fatto sto scrivendo per me e di me, non per te e di te, in un’auto psicoanalisi continua. E allora tutte le vite degli altri credo che rappresentino sempre uno spaccato delle nostre, e strumentalmente le utilizziamo. E per non peggiorare la mia situazione chiudo, chiedendo scusa per la mia presunzione di poter capire il mondo. Sempre sbagliando.

    • La tua confessione l’apprezzo. Artista lo sei tuo malgrado, e a differenza di certi artisti, non hai la spocchia, ma l’umanità.

  • Uno dei tuoi migliori post, Marino: umano, umanissimo. Poi quel toccio autobiografico che serve per scendere dal cielo dei concetti alla terra delle persone in carne ed ossa. Inoltre una spruzzata della tua cultura letteraria.

    Una mia personale considerazione: anch’io vengo come te da una famiglia poverissima e sono state alcune circostanze che mi hanno consentito di studiare e di cambiare classe sociale. E cambiare muta completamente la prospettiva: lo tocco con mano quando parlo con mie amici che non hanno avuto il mio provilegio (non che io mi senta superiore, ma il modo di vedere il mondo, le stesse vicende politiche, è un altro).

    Scrive il premio Nobel Stiglitz che oggi l’1% della popolazione mondiale impedisce al 99% di costruire un altro mondo, un mondo in cui la politica non è subordinata ai poteri forti, in cui la politica “governa” e non è governata, in cui la politica abbia l’attenzione privilegiata agli ultimi.

    Già: appartenere a un’altra classe sociale spesso impedisce di ascoltare – come scrive il papa – il grido degli ultimi e il grido della terra.

  • Ti ringrazio molto. Tentennavo, mentre scrivevo di faccende personali, ma è da tempo che cerco di essere fedele, nella scrittura, alla realtà delle cose, senza tanto girarci attorno. Poi, non so, credo di voler ricordarmi com’erano i miei genitori, quello che anche tacendo, mi hanno insegnato. So che tu, Piero, sei attento alla concretezza di ciò che uno dice, che scrive, alle cose della politica. E t’infastidisce la “fuffa” del linguaggio politico.C’è un’altra cosa: le origini, i destini delle persone, mi hanno sempre interessato, anche da ragazzo; oggi, m’intrigano ancora di più.

  • Le vite degli altri. Marino, conosci il film? La stasi, Germania dell’est, la paura. In quel caso le vite degli altri a fin di male. Il tuo “curiosare”, a fin di bene invece. Vale anche per me. Qualsiasi finestra illuminata mi fa chiedere cosa possa succedere all’interno. E quali destini attendano gli abitanti. E questo é a fin di bene. Soprattutto ad una certa età che aggiunge sempre nuova luce alle letture, se non si é stronzi. Un’ultima considerazione: non so da piccolo cosa immaginavi di poter fare da grande, ma io credo che scaduto il tempo, il voler bene alla propria storia non sia una magra consolazione, ma il compimento del proprio percorso. Nel mio caso frustrazioni e invidie le ho messe da parte da tempo. Quando poi visito la Biennale o altro ancora adesso mi chiedo come mai loro sì e io no. Ma é domanda di un momento, perché alcune risposte me le sono date. Le circostanze della vita sono più forti di noi, e non lo dico per me, lo dico per gli altri, davanti a uomini con o senza qualità. Sono anche convinto che un buon vestito non fa la persona. Cerco quindi di non farmi ingannare. La grande mostra o il mercato dell’arte hanno meccanismi che sfuggono. Io non so se quanto scrivi possa avere un futuro editoriale, anche se, se mai ti interessasse, quando entro in libreria, con montagne di libri e autori mi vien voglia di scappare e mi chiedo: ma cosa avranno mai da dire! Cari saluti.

  • Ricordo “La vita degli altri” di un regista dal nome lungo Donnersmarck, mezzo tedesco mezzo austriaco, e della vita degli altri leggo con passione le biografie, le autobiografie, le lettere, tutto ciò che riguarda la vita vera o modificata per autoproteggersi, spesso più interessante, comunque, di tanta narrativa. E a proposito di films ti segnalo, se non ti scoccio, e se non li hai già visti, di non perdere “Il regno”, grande esempio di cinema- cinema, incalzante, senza tregua, splendido; “Martin Eden”, con un bravo Marinelli; il piacevole “Blinded by the light”, omaggio a Springsteen e non solo questo; e un film eccellente, che parla d’arte, di pittura, che è “Il ritratto negato” testamento morale del regista novantenne Andrzej Wajda, un film polacco di rara bellezza, con un eccezionale attore protagonista. Visti tra Milano e Cremona. E adesso parte un bel festival del documentario, a Milano, con opere da tutto il mondo, in originale, con i sottotitoli, Palazzo Litta e Museo della Scienza e della Tecnica.

  • Il titolo esatto è “Le vite degli altri”. È proprio quello. Quanto alla grande città in verità non minimizzo più le distanze. Saranno l’eta e la pigrizia conseguente, in verità frequento Milano sempre meno. Anche se negli anni passati ho frequentato le grandi gallerie, le mostre, i teatri. Da Pina Baush, Carolyn Carson, da Ronconi e il suo Prometeo a Moni Ovadia, dal cinema President con le sue comode poltrone, dismesso da anni, al Colosseo, al Blue note ho sentito la band della colonna sonora di Bird man, dalla Fura dels Baus ai vecchi magazzini Ansaldo a film e spettacoli, ne ho visti moltissimi, ho nostalgia del vecchio Lirico e ho visto diversi spettacoli allo Streler e Piccolo, magari solo per bere un bianco nel suo chiostro, vado spesso all’Hangar Bicocca che mi piace un casino, mi piace meno il Mudec, adoro villa Necchi Campigli, mi piace frequentare piazza Gae Aulenti come City life. Insomma, per farla breve hai ragione. Milano offre opportunità che Crema non offre, ma vuoi mettere un caffè in piazza Duomo contro mezzi pubblici, aria cattiva e frastuono? Poi ripeto, Milano è a un tiro di scoppio. Per visite occasionali sta diventando una gran bella città. Grazie per l’attenzione.

  • Lo ammetto: questi discorsi sul “provincialismo” o sull’Itaglietta “strapaesana” vanno oltre la mia comprensione. Non riesco proprio a capirli. Cosa vuol dire “provinciale”? Aristotele e Tolomeo furono provinciali perché pensarono che la Terra fosse il centro dell’universo. La Divina Commedia di Dante, sotto questo punto di vista, è un poema provinciale: il suo mondo è fiorentino e il suo universo è tolemaico. Embé? Copernico, Keplero e Galileo furono provinciali perché ritennero che al centro dell’universo ci fosse il Sole. Fu provinciale anche Shapley nel credere che l’universo si esaurisse con la nostra galassia. E con questo?
    Personalmente credo che la cosa più importante sia chi/come si è.
    Se uno è una m**** a Crema, lo è anche a Milano, e viceversa.
    Non penso proprio che lo spessore di un essere umano si possa misurare in base a quanti spettacoli all’anno va a vedere o relativamente agli eventi a cui partecipa. Nella mia vita di giramondo (sono anche nata e cresciuta in una grande città che secondo i parametri sopra espressi offriva ogni ben di dio) ho conosciuto le persone migliori in villaggi sperduti e dimenticati dall’umanità (che fortuna!) dai quali costoro non si erano mai spostati. Eppure avevano capito cose che sfuggono puntualmente a professori e conferenzieri.

    • Cara Rita R., sono un provinciale, e cerco di non ammalarmi troppo di provincialismo. Due cose che possono viaggiare insieme, oppure, anche no. Ma come faccio a spiegare a lei, che non capisce cosa vuol dire essere un provinciale, e quale guaio combina il provincialismo? E’ come dire a una brutta ragazza che è brutta. Mica si può. Lei lo direbbe, a un brutto ragazzo che è brutto ? Certe cose non si dicono, si sanno, ma non si dicono, perchè le persone sono permalose, oppure non si vedono brutte. IOppure ti rispondono che loro non si vedono brutte, che hanno tante cose belle (ma sempre brutte fisicamente sono); insomma la realtà delle cose, la si può nascondere, modificare, si può guardarsi allo specchio e vedersi belli, anche se la faccenda è discutibile. Così, se dico che Crema è una cittadina provinciale, ci può essere qualcuno che non capisce, e qualcun’altro che si offende. Comunque, la saluto, e non si arrabbi, perchè uno ruvido, a dir poco, e continui a credere che l’essere provinciale e il provincialismo non esistono, che va bene lo stesso, e se non ha libri da leggere, legga “Il provinciale” di Giorgio Bocca, che forse, dico forse, servirà oppure no.

  • …E ci si continua ad esercitare,come atleti…
    Perché un principio, un’idea,
    diventino muscoli,nervi,carne….
    …Perché qualcosa sia sempre più qualcosa…

    • Caro Graziano, in un documentario che ho visto oggi a Milano, un tizio dice che anche fra le “pezze”, anche vendere le “pezze”, i vestiti usati, c’è ‘a poesia. Come no. Anche essendo gli ultimi o i penultimi c’è ‘a poesia. Sicuro. Però, se nasci col paltò, e a casa ci sta il riscaldamento bello caldo, quando fa freddo tieni meno raffreddori, ti ammali di meno, e puoi esercitarti bello caldo, puoi diventare un atleta, e studiare all’università, e pure cambiare l’università se ti gira ‘u pallino.

    • Che cos’è il provincialismo? E’ la diffidenza di tutto ciò che sta lontano dall’odore del proprio naso. E’ la pigrizia mentale di chi preferisce il conforto del proprio guscio, piuttosto degli spifferi che vengono da fuori, che possono essere corroboranti, oppure no, e costringono a metterti in discussione. E’ il ritenere che sia un festival internazionale tre concerti in croce con allievi pianisti giovani, un pubblico scarso, con il Vescovo in prima fila. E’ lo scimmiottare ciò che fanno le cittadone, e siccome loro, le cittadone hanno il noleggio biciclette, allora anche noi, paesone quasi città, dobbiamo averlo anche noi, non importa se i residenti di Crema di bici ne hanno due a testa, magari, e se i turisti sono scarsi, e scambiano Crema, per chissà che cosa, come quel tedesco che arrivò in treno a Novi Ligure (Piemonte) e disse al controllore in italiano precario: scusi, la strada per il mare? Affetti da provincialismo sono quelle signore che dubitano se far iscrivere le figlie al liceo Classico di Crema, perchè poi a piedi tocca passare dai giardini pubblici e le figliole poi fanno cattive amicizie, si fanno le canne con i quattro drogati, storici (ora, per fortuna, spostati al Campo di Marte), quindi meglio iscriverle al San Francesco di Lodi, che gli fanno dire l’Ave Maria. Il provincialismo trasuda dalla stampa locale, e la sagra del tortello prende mezza pagina, con il cronista che si crede Montanelli, mentre loda la folta partecipazione dei cremaschi in fila per la tortellata. Il provincialismo è sapere tutto o credere di sapere tutto dei vicini di condominio e confondere Maduro con Bossi quando diceva, “noi ce l’abbiamo duro”. Il provincialismo è l’arma principe dei sovranisti di tutto il mondo. A Vienna, a Mosca, a Barcellona, a Milano, a Bologna, a San Francisco, a New York, Parigi, Londra, in tutte le cittadone, le metropoli del mondo i sovranisti faticano (eccetto le periferie povere), perchè dove c’è istruzione, dove ci sono centri universitari con varie facoltà, tutto ciò funge da antibiotico contro il sovranismo, che prospera nell’ignoranza, dilaga dove c’è povertà, rancore, risentimento, poca educazione scolastica. Il provincialismo puntellò Stalin, con il Partito contadino che era il suo fedelissimo sostenitore, mentre nelle grandi città sovietiche la dissidenza era presente e infastidiva. Il fascismo fu un fenomeno profondamente provinciale, e il provinciale malato di provincialismo può diventare pericoloso, politicamente, perchè non crede nella solidarietà, si arma di diffidenza, e finisce anche per sparare, come è successo storicamente, in varie guerre. Il provincialismo puntella Putin, Erdogan che faticano a Mosca, a Istanbul, mentre fanno il pieno nei centri piccoli, nelle campagne. Trump, e il trumpismo hanno meno voti nelle grandi città, dove spesso vanno sotto, mentre Trump comanda negli stati sudisti, nell’America profonda e isolata, nei piccoli centri. Il provincialismo è un’altro mucchio di cose, è avere mente ristretta, è mancanza di apertura mentale, il ritenere che il mondo là fuori, oltre il proprio piccolo mondo è ostile e non va frequentato.

  • Non credo in questa visione delle cose, per questo abbiamo fatto il 68, e la mia esperienza di vita lo ha dimostrato, senza aiuti da nessuno, salvo l’aura di stima che mi son creato intorno. Le pari opportunità sono la regola, conta come ci si sente. Certo, per salire a fasce così dette alto borghesi da poco bisogna lavorare più di qualsiasi bracciante agricolo o operaio, cosa che ho fatto, rinunciando per la preparazione ai fine settimana, imponendo rinunce alla famiglia, ma le occasioni per ritrovarsi “come ci si vede”, come luogo naturale delle cose, arrivano, dopo tante legnate. Bisogna piuttosto stare attenti a cosa si fa capire ai bambini del proprio stato naturale! E questo è l’ordine naturale delle cose, questo sì, caro amico Marino.

    • beninteso potrei anche non aver capito niente!

    • Anch’io, caro Adriano ho fatto il ’68, ero un bravo dattilografo per la conquista del socialismo. Il signor bello ricco che mi dettava e che alla fine chiudeva il discorso lungo e ideologico, che c’era nebbia o un sole pallido, con “per il socialismo”, gli piaceva tanto che scrivevo a dieci dita guardandogli la barba, mentre scrivevo a memoria. Gli serviva un militante rapido, utile al socialismo. Ma, a Crema il ’68 è arrivato un filino in ritardo, forse perchè non c’era ancora internet, e i treni, si sa, a Crema sono lenti, così è arrivato intorno al ’72, e c’e stata un pò di bisboccia, ma insomma, in piccolo, come avviene nelle cittadine a misura d’uomo, come ricorda Graziano Calzi, poeta minimalista cremasco, che forse conosci.

  • Oggi a Milano, oltre al festival internazionale del documentario, che seguo, con documentari che a Crema non vedremo mai, c’erano migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo per un incontro Erasmus, che ha riempito il centro della metropoli, oltre i turisti che sono tantissimi, non i quattro asiatici che quando arrivano a Crema fanno alzare l’asticella del turismo locale. Pochi giorni fa, per il “Mi-To”, ho assistito a un concerto in un teatro di periferia, con quattro archi del Sud Corea di altissimo livello (tra l’altro vincitori di un primo premio a un concorso recente, importante), se questi fossero, per coaso, capitati a Crema ci sarebbe stato l’assessore alla Cultura, il Sindaco e il tappeto rosso, e tante parole a uffa, ma per Milano è solo una piccola cosa importante fra le tante opportunità. Nei primi anni ’90 pensai di trasferirmi nella metropoli vicina (ma lontana), ma mia moglie disse di no, e così sono diventato un pendolare per vedermi (e meno male che l’ho fatto) concerti memorabili, la prosa di altissimo livello, il cinema, la danza contemporanea, le mostre d’arte, e tanto altro. Quando sarò anziano e stanco, forse mi accontenterò anch’io del brodo insipido che passa il convento. O forse no. Magari me ne andrò a passeggiare (non più ai Mosi) ma a Nervi, partendo da Corso Italia, e a piedi fino a Bogliasco (che ho fatto più volte) e ritorno. Con il mare di fianco quasi sempre, che mi parla, e a rifarmi gli occhi, che per un provinciale, rifarsi gli occhi, è sempre buona cosa.

    • Da Boccadasse a Bogliasco saranno un bel 12-14 chilometri interamente lungomare. se stamattina dovessi scegliere tra il festival internazionale del documentario e una scarpinata tra mare e monti non avrei dubbi: scelgo senza esitazioni quest’ultima. Preferisco vivere “i paesaggi”, respirarli e annusarli, piuttosto che vederli su uno schermo piatto, sono fatta così.
      Credo di non conoscere neppure il “provincialismo”, anzi, a dire la verità si tratta per me di un non-problema. In fondo sono un animale totalmente adattabile, sto bene un po’ dappertutto. Devo dire, tuttavia, che ambienti spopolati e quasi privi di esseri umani come le isole Lofoten o la strada del Pamir hanno contribuito alla mia salute psicofisica molto più di un lungo soggiorno a Londra o a New York, dove in teoria c’è tutto ma in realtà non c’è un bel niente. O, almeno, niente di ciò che io vado cercando.
      Ma toglimi una curiosità – se hai voglia di parlarne, naturalmente – se subisci così tanto il fascino della metropoli perché non ti ci sei mai trasferito? Molti cremaschi per vari motivi sono andati a vivere a Milano, per quale motivo tu sei ancora qui? La distanza è minima.

  • Gentile Rita, perchè non me ne vado a vivere a Milano? A questa domanda ho già risposto, ma la risposta le è sfuggita. Anni fa pensai di trasferirmi nella metropoli e cercai casa, erano ancora tempi che i prezzi non erano alle stelle anche in quartieri non lontanissimi dal centro. Mia moglie disse di no, alla fine, e restammo a Crema. Poi nacque mia figlia e ci fu altro da pensare, il lavoro, l’asilo nido; con due genitori anziani (i miei) non in grado di aiutarci, e gli altri genitori, lontani parecchio da Crema. Per qualche anno, le mie passioni passarono in secondo piano. Ecco, cara signora perchè non ho levato le tende, e adesso è tardi per andarmene dalla cittadina. Fossi ancora giovane, certo che me ne andrei. Comunque, me ne vado spesso, se vuol saperlo, ho sempre la sacca vicino alla porta, pronta da mettermi in spalla. Genova? Da Brignole, tutto a piedi, Piazza della Vittoria (credo si chiami così, la piazza sventrata dal Duce, perchè Genova ha pure piazze belle grandi, nonostante sia schiacciata tra le colline e il mare), Corso Italia, e a levante, Boccadasse, sosta foto, piazzetta Lina Volonghi, a Sturla, sosta pasticceria prima di Quarto, poi Quinto, e comincia Nervi, la passeggiata Anita Garibaldi alta sul mare, pure malmessa, ma sempre un gran bella, sosta alla targa che ricorda una principessa russa che amava prendere una boccata d’aria davanti al mare; sosta alla Galleria d’Arte che conserva belle opere di pittori italiani del Novecento, il roseto, la focacceria sotto il tunnel che porta alla stazione; la vista lontana di Camogli; altra breve sosta quando comincia Sant’Ilario (e chiedere cosa pensano di Grillo, ai residenti, o forse è meglio di no), visitare il palazzo di cui non ricordo il nome, che conserva una bellissima opera dell’Ottocento, di cui ricordo la bellezza ma non l’autore; poi avanti, verso Bogliasco, sopportare dieci-quindici minuti di Aurelia sul marciapiede ed ecco Bogliasco, il porticciolo. Sosta pranzo, anche al sacco. Godersi il panorama. Caffè e sigaretta. Poi, si torna indietro sempre baciati dal sole e dalla brezza del mare. Partenza di buon ora la mattina in auto fino a Rogoredo, poi treno Milano-Genova; ritorno in giornata a casa intorno alle 21. Affamati, stanchi, ma su con la vita.

    • Non è mai troppo tardi per cambiare vita, io credo.
      Comunque quando viene in riviera di levante batta un colpo, sarò lieta di farle da cicerone.
      Quanto a Grillo, non è amato in patria. E mi fermo qui.

  • Credo che l’essere moderni, e quindi non provinciali, credo che le due categorie siano confrontabili, corrisponda ad un’apertura verso il nuovo perché altrimenti si rimane indietro. Ad esempio adesso, sono di moda le mostre virtuali con quelle stupidate tipo realtà aumentata. Non si vedono più le opere se non mediate da grandi slide, magari interattive, insomma tutte quelle diavolerie tecnologiche che beano i sensi di quelli che non se ne perdono una. Ecco, ripeto, l’essere moderni e quindi non provinciali, per molti corrisponde a questo, come se alla realtà si preferissero gli effetti speciali credendo di avere, appunto, una visione aumentata della realtà. Non vedo l’opera, ma la sua rappresentazione e questo basta. Sarà l’età? Mi sbaglio? Poi ci si lamenta che i giovani d’oggi sono invasati solo per la tecnologia. Sono fuori tema? Come quando si vedono quelle lunghissime file fuori dalle grandi mostre, magari sotto la pioggia, ma con tanta sensibilità e cultura non provinciale. I provinciali invece si accontentano della vasca in via Mazzini.

    • Rispondo qui a Ivano Macalli, a Rita R., e a Livio Cadè
      Caro Ivano, i provinciali sono quelli nati in provincia, e che hanno respirato a lungo l’aria della provincia e ne sono imbevuti. Non per questo, l’ho già detto, essere provinciali è un infamia. Tutt’altro, può essere una qualità, l’importante è tenere a bada il provincialismo che è una malattia pericolosa, subdola, che attecchisce facilmente chi vive in provincia ma si può combattere, se non si è pigri, se si è curiosi, aperti, e non si ha paura del confronto con realtà ben più stimolanti culturalmente. E si viaggia spesso. Ma non intendo ripetermi, sono cose che ho già scritto e non ho l’illusione che il provincialismo, dai provinciali, con altre miserie venga compreso. Dite pure che sono stupidaggini, non m’importa un fico secco. Vado avanti. Della vasca in Via Mazzini si accontentano molti cremaschi, e ci consumano le scarpe. Può essere confortante, in fondo la metropoli, le cittadone possono escludere, e si finisce per accontentarsi di quello che c’è, l’offerta culturale scarsa, e di qualità non granchè, del giretto fino a Porta Ombriano retro-marche, per tirare sera. Nelle piccole città non ci si sente esclusi, e molti trovano la faccenda tranquillizzante, vanno a letto, e pure russano felici e paciosi. Ma l’argomento è delicato, e i provinciali (razza a cui appartengo) so bene quanto sono permalosi, e un filino insicuri, anche frustrati, quindi, vada per i diecimila passi con andata e ritorno, Porta Ombriano e Porta Garibaldi. E lo spritz in piazza del Duomo con la sfllata con i paesani che guardano la cittadina con occhi languidi, e così ci si sente sollevati. Importanti.
      Cara Rita R.,
      Genova per noi, che veniam dalla pianura, dal mangiar umidità del granoturco e farci pizzicar alle caviglie dalle zanzare è il pugno in faccia che i portuali fecere il 30 giugno 1960 contro il governo Tambroni, e la convocazione del quinto congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova; Genova per noi è il carbonaro Mazzini, oltre quello che scrisse l’astigiano Paolo Conte; è un mare e l’aria salata che ci manca, a volte: son le meraviglie del Museo S.Agostino, i i torrenti che esondano, carogne, facendo i capricci come il violino di Paganini nella real via Unesco dove i turisti vanno a vedere le belle di Pallazzo Bianco, Rosso e compagnia bella. Genova per noi è una città vera, di lavoratori veri e non sciuretti come a Verona; è pure la puzza di urina e pesce marcio dei vicoli che fa tanto Marsiglia. E per uno di pianura è una bella novità, tanto differente, che pure l’urina e il pesce marcio lo aspira con piacere. Genova è la parlata strascicata e assonnata di quelli di Spèzia che guardano Genova di traverso, perchè a Spèzia non c’è niente da vedere, ma subito ti dicono, giri l’angolo che c’è il Paradiso: Le Grazie, Punta Bianca, Lerici, Portovenere, Palmaria, Tino, Tinetto, Fiascherino, Tellaro, Montemarcello, Le Cinque Terre, Levanto, mamma mia quanta bellezza, che tiene Spèzia: tiè a Genova. E se vorrà farmi da cicerone la ringrazio, l’importante è che non tenga il braccino corto e mi offra il bianchetto, prima di scarpinare per i Forti, e poi chissà, un iddilio trasformista, che va di moda, di questi tempi.
      Caro Livio Cadè, capisco che non sono simpatiche a lei le cose che scrivo, e va benissimo, ma che Milano sia provinciale per uno che viva a New York è esatto, pure a Parigi o Londra probabilmente. Milano ha solo due milioni di abitanti, anche meno, e la cintura metropolitana ammonta ad altri due milioni, quindi fanno quattro, che sono pochini rispetto a Londra o New York. Vede, caro signore, chi vive nella grossa metropoli vede gli altri dall’alto in basso, e il suo grandangolo mentale ragiona così, anche senza farlo apposta. Nelle metropoli grosse si ritiene di essere al centro del mondo, e in parte è vero, e questo comporta anche supponenza, alterigia, e considerare i più piccoli, un’inezia. Sono un provinciale, ma non sono uno stupido del tutto,e so bene le manie metropolitane, come fare la colazione all’una del pomeriggio con la Carla, la Marisa. Ostrega, due colazioni al giorno, e quando faranno il pranzo, o parlare come se il discorso metropolitano sia accomodato da una portaerei sul letto dei loro perchè, mentre il discorso di noi provinciali lo tiriamo col carretto.

      la cmpagna? Anche quella so flat, come dicono gli inglesi, con la “a” tirata, per dire che è così piatta, monotona?gust

  • La metropoli ha certo dei vantaggi, ma a me piace anche la tranquillità della campagna. Quindi, mi viene in mente quella vecchia idea: perché non fare le metropoli in campagna?
    In ogni caso, per uno come me che ha vissuto tanto tempo a New York e a Hong Kong, Milano è molto provinciale.

    • Caro Livio Cadè, riparto dal fondo, perchè non ho terminato lo scartafaccio. Se le piace la campagna cremasca, so flat, come dicono gli inglesi che sono venuti a visitarla, con la “a” tirata, per indicare che è piatta, forse anche monotona, è un parere legittimo. A furia di vederla sempre piatta, a volte la prendo a calci, sperando che vengano su delle collinette, delle asperità, tanto per cambiare. Comunque, presto vado in vacanza, perchè ho un cicerone, femmina, che mi spiegherà il levante. E’ bella, ricca, intelligente, e non troppo vecchia magari, quindi meglio di un cicerono maschio, Ma non credo che sono incontentabile, posso cedere su un fattore, ma non esageriamo oltre, della cicerona. Della campagna a cui mi piace tornare, ma non restare, la penso come Woody Allen. Che si fa in campagna se non allevi polli, granoturco, e vigneti, che nel cremasco viene il rosso scadente, e i maialifici poi fanno una puzza insopportabile, e la vista è quella che è, e non ci tengo un romanzone da scrivere, che poi il paesaggio non è così ispirante, mica è Cortona, o Pienza, o Ripatransone? Stia pure nella campagna cremasca, che io me ne vado anche altrove, a godermi altra bellezza. E stia bene e mi saluti il Vacchelli.

    • Che ci vuol fare? Crema o Parigi, cambia poco. Il problema è che la Terra è un pianeta provinciale.

  • Dal festival internazionale del documentario “Visioni dal Mondo” in corso a Milano dal 12 al 15 settembre.
    E’ la quinta edizione, quest’anno una trentina di opere, un concorso italiano e uno internazionale, con spaccati e storie anche di grande bellezza, proiettati al Teatro Litta e al Museo della Scienza e della Tecnica, ingresso gratis; per questa edizione più finanziamenti dal Comune di Milano, giovedì cinque proiezioni, oggi, nove. Fino ad ora, ho seguito per i tanti lettori di “Cremascolta”, le proiezioni di sei documentari, e il livello è alto, le storie intense, e il girato filmico di piacevole visione.
    “Minor”, Minatori, 35minuti diventati film, con 16 ore di girato e sei mesi di montaggio, è l’opera prima di quattro giovani della scuola Civica di Cinema di Milano “Luchino Visconti” (una delle tre della Lombardia, insieme alla Iulm che è prestigiosa, costosa, molto teorica e poco pratica, alla scuola “Michelangelo Antonioni” di Busto Arsizio, e alla Civica di Milano, che ha un numero di allievi ogni anno ridotto, e molte richieste che non passano dalla porta e restano fuori); “Minor” parla di minatori di un paese dell’alta Valtellina, Frontale, dove i minatori sono il presente, e il passato, e il cimitero del paese. Esperti a bucar gallerie, e restarci dentro anche 16 ore al giorno, ai vecchi tempi, poi 8-10 ore ogni dì, così esperti che venivano mandati in tutto il mondo a scavar gallerie.Perù, Ghana, Francia, e in parecchi finivano gli anni soffocati dalla silicosi. Racconto con molte interviste, storie che si srotolano, di fatiche, di un paese che non è in Sardegna, ma in Lombardia, girato con la macchina da presa troppo statica, qualche incertezza, ma ricco di testimonianze, di personaggi di una storia sconosciuta. Gli autori sono Matteo Bontempi, Giacomo Mantovani, Andrea Panni, Pietro Repisti.
    “Balladì – This is My village”, italiano-palestinese, sottotioli in inglese, 37minuti, racconta di un villaggio palestinese, Wadi Fulin, non lontano da Betlemme, che resiste all’accerchiamento dei coloni israeliani ultra ortodossi che lo stringono d’assedio, vicini un centinaio di metri, parte, parte. Terra aspra, rocciosa, pochissima acqua a disposizione del villaggio, perchè la fonte dell’acqua è ora nelle mani dei coloni. Le provocazioni dei coloni, le continue visite dei soldati israeliani, ma il villaggio che vive solo di agricoltura e che ha solo una stradina di accesso d’uscita, racconta, attraverso le interviste, la vita dei suoi abitanti le difficoltà, il dramma, la durezza di vivere in una situazione di guerra nell’aria, di ostilità, di rischio di scomparire, di venire cacciati per sempre, come avvenne già nel 1948, poi, ostinatamente i palestinesi tornarono a coltivare le loro terre. Documentario di qualità, girato con pochi mezzi, capace di suscitare indignazione nello spettatore, perchè vivere in quel villaggio, con poca acqua, l’ostilità del vicinato che è a un passo, il rischio che i bambini sconfinano e finiscono nel territorio occupato delle colonie, è un dramma vissuto e che ti rimane addosso.
    Autore Cristino Regina (regia, montaggio e produzione). Prima parte.

    riprendo sotto.

    ririririricipe delle pezze” 52minuti, è una produzione importante, con una colonna sonora, movimenti di macchina cinematografici a vari livelli di ripresa e varie persone a lavorarci. E’ la storia di Catello, un “pezzaro” di Ercolano che dai vestiti raccolti nella spazzatura, è arrivato ad avere un magazzino che serve set cinematografgici
    “Il principe delle pezz”

    • Mi scuso, ma ‘a tecnologia fa i capricci. Seconda parte.
      “Il principe delle pezze” 52minuti, una produzione importante, colonna sonora, più persone a lavorare all’opera, e movimenti di macchina a vari livelli, come qualunque film, al cinema. E’ la storia di Catello, un “pezzaro”, che ha cominciato raccogliendo vestiti nella spazzatura, forse utilizzando pure i contenitori delle Onlus, chissà, per finire ad avere un magazzino utilizzato da costumisti che hanno fatto recenti film che molti di noi abbiamo visto, da “Il divo”, a “La grande bellezza”, a produzioni americane, a richieste urgenti dalla “Scala” di Milano che abbisognava di una pelliccia di volpe con gli occhi azzurri, e Catello, in poche ore l’ha fatta saltar fuori. Un pezzaro che ha vestito premi Oscar, e che sogna di poter vestire lui direttamente i set, come Piero Tosi, e i graqndi costumisti. La macchina da presa segue il personaggio, la sua vita, e il racconto del suo sogno, intrecciando interviste ad alcune attrici, a Piero Tosi, e altri costumisti celebri. Tecnica, qualità del documentario, ma non scossa la poesia, l’emozione, e il racconto finisce solo per far sorridere e niente più.
      Regia Alessqandro di Ronza, Gekon Productions, montaggio Davide Franco.
      “Perturbazione Lucifero” 18minuti. Ambientato a Corigliano Calabro, tutto fatto da una sola mano, Adriana Ferrarese, che mischia una processione nel paese che termina con la Madonna che va verso il mare, con giornate di caldo eccezionale (un’anomalia battezzata dai meteorologi: Lucifero), con un gruppo di pescatori e la loro fatica quotidiana, il pesce anche putrido, le plastiche, la speranza quotidiana invocata dai pescatori e dai partecipanti alla processione, come una benedizione rituale, magica, contro le avversità. Fine seconda parte.

    • Che stare a Crema o Parigi cambi poco lo dicono anche i mistici dell’Occidente che guardavano a Oriente tanto ben catalogati e spiegati da Elemire Zolla; anche Herman Hesse meditava e dipingeva in un luogo tranquillo, ma ha messo su casa e giardino con vista lago a Montagnola, non a Scannabue, o Salvirola. E’ tutto uguale, dice lei, per l’inconsistenza della Terra, rispetto all’infinito, alle galassie; ma cosa vuole, ho fatto le serali, prima di altre fatiche coi quaderni e mi creda, anche un semplice ramino a Parigi, è sempre meglio di un ramino a Crema. Soprattutto adesso, che le spanne di differenza tra Parigi e Crema sono talmente tante, che se dovessi misurarle con i doppiometri da muratore non me ne basterebbe un bancale, di doppiometri. Perchè la differenza, abissale, tra Crema e Parigi è aumentata, dopo che in viale De Gasperi, di fianco allo Stadio Voltini hanno messo un “pollaio” (un passaggio di protezione per i tifosi foresti) inguardabile. Già viale De Gasperi non era una meraviglia, e nei giorni che non si gioca al pallone, non ci sono galline, purtroppo, e quelli che passano, in viale De Gasperi, con le galline, i pulcini, almeno potrebbero pensare a un tentativo di “campagna in città”, innovativo. Invece, abbiamo un pollaio vuoto, in attesa della tifoseria. Speriamo che la Pro-loco, per le corriere di turisti autunnali facciano in modo che non passano di lì, da quel viale, dal pollaio. Piuttosto che dicano ai turisti di risparmiare la spesa e tenere i soldi per un viaggio a Parigi, che sarà pure un niente nella galassia, ma è milioni di spanne, in tutto, migliore di Crema. Ma c’è speranza, con la Pergolettese subito retrocessa. Così smonteranno il pollaio e le corriere zeppe di turisti ripasseranno per viale De Gasperi.

  • E gli ultimi due documentari visti oggi, 13 settembre sono i migliori, pure i più applauditi dal pubblico abbastanza folto (rispetto all’anno scorso), con i giurati, giovani di sette università lombarde. (Quella di Crema, esclusa, forse perchè sta preparando le valigie).
    “Marisol”, un’opera prima di una giovanissima diplomata al Cenmtro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, Camilla Iannetti, che ha avuto solo un’aiutante come operatore di macchina, è un gioiello intimista, che parte male, per cinque minuti (e qui, ne ho discusso con Steve Delle Case, critico di lungo corso, che anche lui, pensava a qualcosa di noioso, all’inizio, di impacciato, una storia che non usciva dal guscio) e invece, il racconto si è schiarito, ed è arrivato diritto al cuore, intenso, commovente, dolce, con la famiglia (padre, e tre figlie piccole, tra cui Marisol che sta per far la Prima Comunione), seguite passo passo nella loro complicata vita, nel mentre scorrono i giorni importanti della festa della Madonna della Mercede con una processione rituale che coinvolge tutto un rione popolare di Palermo, e momenti di alta intensità. Il padre di Marisol vive inventandosi lavoretti, come le pannocchie vendute a 1 euro; fa il posteggiatore abusivo di notte, e alleva le tre figlie, con la moglie che è venuta a mancare. Non ero il solo ad avere gli occhi lucidi, e qualcuna vicina di sedia ha estratto il Kleenex, ma il racconto ha saputo, senza infingimenti, raccontando solo la realtà quotidiana, toccare corde sensibili. Se volete, tenetelo a mente: “Marisol”, tra non molto, su Youtube, è facile che riuscirete a scaricarlo.
    “Ma quando arriva la mamma?”, 65minuti, italo-svizzero, regia di Stefano Ferrari, è una produzione della Televisione del Canton Ticino. Ahmad, è un bambino sveglio, intelligente, costretto a imparare, oltre la lingua araba, l’italiano, poi il tedesco, ma ha la spina dorsale bifida, ed è costretto su una sedia a rotelle. Con un fratello adolescente e suo padre sta in una cittadina vicino a Bellinzona, mentre la madre e altri due fratelli sono rimasti bloccati in Iran. Il bambino deve essere operato, altrimenti rischia di non migliorare la sua situazione e di non riuscire, in parte, a camminare, rischia di peggiorare sempre di più, mentre il tempo passa. Alcune insegnanti della sua scuola prendono a cuore la faccenda e aiutano la famiglia, ma succede che Ahmad, con suo padre e il fratello vengono rispediti in Germania, da dove provenivano. Nuove scuole, nuovo adattamento nel centro rifugiati, mentre le insegnanti, tra cui una di queste diventa mezza mamma e accoglie spesso in casa la famiglia (spezzata) di Ahmad, si battono, scrivono petizioni, raccolgono firme, perchè il bambino venga operato in Germania, o ritorni in Svizzera, perchè la mamma di Ahmad, possa stare con suo figlio che ha bisogno di essere vestito, portato a scuola, oltre l’affetto di una madre. Finalmente il bambino verrà operato a Monaco, e rimesso almeno in piedi, con ritorno della sensibilità al piede sinistro. All’operazione e alla lunga post-operazione, il governo tedesco non accetta che la madre possa assistere il figlio.

    n il videotelefonino.

  • Ritornando al tema invece, pare che per passare dalla povertà al ceto medio, sentito di sfuggita in non so quale tg, ci vogliono mediamente 5 generazioni. É solo uuna media statistica, che però smentisce in parte il pensiero di Adriano e Piero. Se così fosse addio riscatto.

    • Scusate i congiuntivi e le doppie vocali. Colpa del correttore del cellulare.

    • Caro Ivano, fai bene a parlare del riscatto, mancato, dei poveri, nonostante le tante parole dette. Ricordo il tanto cianciare sulla meritocrazia, anche di un bravo editorialista, Francesco Giavazzi, sul “Corriere della Sera”. Anni fa, tentai di uscire dal reparto ferramenta, e fra le tante domande, il bussare a tante porte, trovai una bella opportunità, ma serviva l’inglese fluente, che non avevo. Oggi, ho fatto progressi, ma allora zoppicavo parecchio, scrivendo inglese, e la pronuncia, proprio non andava bene. Alla fine, passò una ragazza, che conoscevo, di ottima famiglia, che avevo potuto stare un anno in Inghilterra, dopo la scuola, e con l’inglese andava alla grande. Col cavolo che potevo permettermi un lungo periodo lontano da casa, con il mutuo da pagare, e altre incombenze, e un lavoro indispensabile, pure brutto, ma che mi dava da sopravvivere. La meritocrazia è una parola, come un’altra, purtroppo.

  • Leggo solo ora, Marino, sono stato via una settimana e, preso da altre cose, da altri accadimenti e compagnie ho “staccato” dal blog, se non per l’essenziale.
    Ti ricordi, no, come è evvenuto il nostro “incontro” (virtuale ed anche virtuoso assai!) ho sentito subito che ci avevi dentro un sacco di roba, di energia che era “cinetica”, ma anche, ancora “potenziale”, che poteve sprigionarsi bene in CremAscolta, anzi, di più, avrebbe portato una bella sventolata (della quale, francamente c’era bisogno!). Alla lunga, sai, si finisce per ….parlarsi addosso.
    Dai, stamattina leggendoti mi è piaciuto commuovermi per empatia, grazie Marino.

    • Caro Francesco, con la tecnologia pasticcio, lo avrai notato, e per questo chiedo scusa a te, e a tutti. Comunque, ti ringrazio. Ne approfitto per segnalare, per chi non l’ha ancora visto, un film appena uscito nelle sale, intenso, di qualità molto alta, una storia che prende il cuore, i nervi, e altro. E’ un film ambientato in Brasile, soprattutto negli anni ’50 del Novecento, dal titolo “La vita invisibile”, regia Euridice Gusmao. Lo si può vedere all’Anteo-Palazzo del Cinema di via Milazzo, a Milano, una multisala talmente provinciale, che è considerata una delle migliori in tutta Europa. Un film imperdibile, per chi ama il cinema. il buon cinema. L’ho visto con la spesa di 4,50 euro, proiezioni alle 11, prima di pranzo. Milano poi è così insignificante, che è attualmente la quinta città italiana più cercata dai turisti di tutta Europa, ed è vicina a Crema. Ma per molti cremaschi, afflitti da pigrizia cronica, convinti di aver tutto ciò che serve nel loro brodo cremasco, mica ci vanno, a Milàn.

  • E’ in aumento la domanda culturale per essere orientati su grandi contenuti,su grandi questioni…
    Ma avere una cultura cosa significa…Cos’è la cultura?
    Avere molte informazioni o avere il senso critico …
    E come nasce il senso critico… Dalle informazioni o da qualcos’altro che è dentro di noi e che si paragona con la realtà? E in che modo? …Questa è una bella domanda …

    • Caro Graziano, la cultura non ti orienta, non è la chiave per entrare in chissà quale tugurio dorato, a meno che sei un “barlafùs”, o uno di quelli che studia fino al giorno che ricevi il diploma, la laurea, e poi passi a “Eva Express”, a “Sorrisi e Canzoni”, ai tiggi di Mediaset. Siccome sei ben altro, la cultura è cibo, quindi pensa ad abbuffarti pure, di libri, storie, documentari, cinema, teatro, musica, che l’acidità di stomaco non ti verrà. Il Conte di Montecristo e Pinocchio, Anna Karenina e il Dottor Zivago, la Peste di Camus e tutto Simenon, le storie ferraresi di Bassani e il tuo senso critico verrà da solo. Ti farà da antibiotico contro la volgarità, la stupidità, la saccenteria, le menzogne intellettuali, i falsi liberali, le fedi intolleranti, i bigotti, quelli che corrono in soccorso del vincitore.

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