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ADRIANO TANGO

Sivestro e lo smaltimento del trizio

VI PASSO LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO SENZA TAGLI: “Il rilascio delle acque di bonifica radioattive in alto mare è la soluzione più sicura. Non modificherebbe di fatto i livelli naturali di radioattività e non porterebbe a un accumulo di quantità significative di elementi radioattivi nei pesci. I pescatori giapponesi temono però la diffidenza dei consumatori”.

VI PASSO LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO SENZA TAGLI:

“Il rilascio delle acque di bonifica radioattive in alto mare è la soluzione più sicura. Non modificherebbe di fatto i livelli naturali di radioattività e non porterebbe a un accumulo di
quantità significative di elementi radioattivi nei pesci. I pescatori giapponesi temono però la diffidenza dei consumatori”.
“Molto rumore per nulla.” Così il fisico Marco Casolino, ricercatore all’INFN all’Università di Roma Tor Vergata che da anni collabora con l’istituto RIKEN in Giappone, commenta il vespaio sollevato dal ministro per l’ambiente giapponese, Yoshiaki Harada, quando ha dichiarato che l’acqua radioattiva stoccata a Fukushima sarà dispersa in mare. Un clamore immotivato per due motivi.
Innanzitutto il ministro non annunciava una decisione presa, o un piano di smaltimento proposto, ma esprimeva solo una sua opinione. “Ha detto che sta finendo lo spazio per stoccare l’acqua e prima o poi bisognerà smaltirla in mare, cosa che si dice già dal 2013. In realtà però non è stata ancora presa alcuna decisione ufficiale, appunto per paura delle reazioni”, spiega a Le Scienze Casolino, che studia fra l’altro particelle ad alta energia e protezione dalla radiazione spaziale.
Casolino era in Giappone nel 2011 quando il terremoto e il conseguente tsunami hanno distrutto la centrale di Fukushima e ha partecipato alle indagini sulle fuoriuscite radioattive, realizzando anche uno strumento per misurare le radiazioni nel cibo grazie a fondi della Japan Science Foundation.
“Inoltre, anche se quell’acqua finirà davvero in mare, la contaminazione sarà irrilevante”, aggiunge: L’oggetto del contendere sono oltre un milione di tonnellate di acqua contaminata da trizio (un isotopo radioattivo dell’idrogeno), raccolta in serbatoi vicino alla centrale di Fukushima Daiichi. Per tenere raffreddati i resti dei reattori, in attesa dello smantellamento, bisogna farvi circolare un flusso continuo di acqua, che viene recuperata, purificata da gran parte dei radionuclidi, e riutilizzata. Ma all’acqua pompata si aggiunge quella che si infiltra dal sottosuolo. Una serie di interventi, con barriere sotterranee e sistemi di pompaggio e drenaggio, hanno molto ridotto queste infiltrazioni ma non le hanno eliminate. C’è quindi un surplus di acqua che ogni giorno va eliminato dal circolo e stoccato.Quest’acqua conserva una certa radioattività perché i sistemi di purificazione eliminano gli isotopi più pericolosi come il cesio-137, ma non il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno che entra a far parte
dell’acqua stessa e sarebbe molto oneroso da separare.

CHE NE DITE?

ADRIANO TANGO

05 Ott 2019 in Senza categoria

10 commenti

Commenti

  • Facile dire “bisognava pensarci prima”, prima del reattore? E tutti gli altri? Intendiamoci, il nostro pianeta è radioattivo, un palazzo ha un indice di radioattività decrescente da piano terra ai piani alti. Io che vengo da un’etnia di genti cresciute in terra vulcanica sono naturalmente più radioprotetto di un uomo delle pianure. Logico quindi che un milione di tonnellate di acqua contaminata non alteri significativamente la radioattività di base, ma il valore del precedente? Che facciamo, combattiamo la CO2 e ci annaffiamo di trizio?
    Scusate le righe tronche. Capita attingendo direttamente dagli articoli online.

  • Mi fai preoccupare, Adriano. Per i giapponesi ma non solo e non tanto.
    Ho una tacca di mira (piccola) al trizio: è la stessa roba radioattiva che dici tu e, se sì, vuol dire che quando vado al poligono mi contamino?
    Più in generale, non avendo la minima conoscenza del trizio, mi piacerebbe sapere che cosa ne pensi tu, che di sicuro ne sai in queste cose più di molti di noi, riguardo a tutta quest’acqua al trizio immessa in mare.
    Va bene che dal Giappone a qui c’è una bella distanza ma presto o tardi magari questo trizio ci potrebbe arrivare. E non vorrei uscire dall’acqua, quando torno da una nuotata, fosforescente come una mira di pistola.

    • Il trizio e’ un isotopo radioattivo gassoso dell’idrogeno e contiene un protone e due neutroni, si forma nella atmosfera dal bombardamento di raggi cosmici.
      Decade in12,5 anni(emivita) emettendo una radiazione beta debole che non passa attraverso la pelle ma puo’ essere pericoloso se inalato in grandissima quantita’ .
      Esso e’ un gas.
      E’ vero, in ambito militare e’ utilizzato come tracciante per permettere una buona illuminazione notturna del mirino ACOG senza l’utilizzo di batterie esterne ed anche nelle mire metalliche delle pistole, comunque sigillato con borosilicati per evirarne anche la minima diffusione.
      Stia tranquillo, non presenta alcun pericolo alla salute.
      Per Fukuscima non ci sono alti pericoli perche’ sarebbe altamente diluito e la radioattivita’ sarebbe ampiamente
      al di sotto della soglia fissata dalla UE che e’ anche inferiore di quella fissata dalla OMS.
      Per comprendere bene il tutto dovrebbe farsi mandare da Adriano la seconda parte dell’ articolo ed allora tutto sarebbe piu’ chiaro per le implicazioni sia sulla salute dell’ecosistema che su quella umana.

    • La ringrazio molto per la sua spiegazione. Lei è stato davvero cortese, esaustivo e tempestivo.
      In effetti sia Beretta che Block sono case molto serie e non mettono certo a rischio i loro clienti ma essendo ignorante in materia di trizio e col tipico allarmismo dei profani sul tema radioattività, leggendo il post avevo subito fatto il collegamento con le descrizioni del libretto in dotazione d’arma. Grazie ancora!

    • Accidenti al correttore: Glock, non Block.

  • Caro Pietro, dalla vignetta in cui Silvestro guarda perplesso una molecola di trizio, si deduce che è un isotopo. In particolare ha un protone in più, A proposito ma se non vi piacciono i temi, che insisteremo a sommiinistrarvi, almeno le mie immaggini cartonesche composte…
    Torniamo a noi. Il trizio si forma anche in natura per esposizione ai raggi cosmici, ma tranquillo, non è dannoso se non per ingestione o inalazione. Vuol dire che la pelle è una difesa sufficiente. Un bravo ragazzo insomma nel mondo degli isotopi. Le affermazioni tranquillizzanti per me vengono anche dal fatto che il gradiente termico limiita il rimescolamento delle acque profonde, ma se si esagera… Ma son io, che ho sparato da giovane al poligono, a che serva il trizio in una tacca di mira, tanto più che decade in elio. Spero non ti evapori il dispositivo di mira! Silvestro ci aiuti?

    • Grazie, Adriano, mi piacciono sia i temi che le immagini.
      E grazie per la rassicurazione sul trizio. Non ingerisco né inalo.
      Se Marco Casolino ha ragione, quindi, anche i giapponesi non corrono rischi. E così pure i loro pesci (e cetacei), almeno a causa del trizio (a causa dei giapponesi e delle loro flotte da pesca, invece direi di sì).
      Il fatto è che appartengo a una generazione che, molto spesso, quando sente parlare di radioattività, si allarma subito.
      Forse i nostri nipoti ci conviveranno con minori preoccupazioni.

  • ECCO, COME PROPOSTO DA EZIO IL RESTO DELL’ARTICOLO, LUNGO, NON POTEVA ESSERE SOMMINISTRATO TUTTO, ANCHE IL LETTORE PIù PAZIENTE SI SCORAGGEREBBE!
    MA, SILVESRTRO CONCORDA?

    Stoccare o smaltire
    Così, finora si sono accumulate oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva, stoccate in un
    migliaio di cisterne sul posto, e ogni giorno se ne aggiunge di nuova. Ma lo spazio sta finendo.
    L’esaurimento, già previsto per il 2020, è stato ritardato al 2022 grazie alla costruzione di nuove
    cisterne, ma non si può continuare così, se non altro perché in zona i siti stabili, elevati e pianeggianti,
    che offrono la maggiore sicurezza, stanno finendo.
    “E in ogni caso lasciare l’acqua lì non è una buona idea, perché se arrivano nuovi terremoti, cicloni o
    alluvioni si può disperdere”, spiega Casolino. “È già successo col terreno radioattivo rimosso dalla
    superficie per decontaminare l’area. L’hanno accatastato in giganteschi sacchi di iuta, ma qualche
    anno fa è arrivato un tifone che ne ha trascinato via una parte, disperdendolo di nuovo nell’ambiente.”
    Perciò, anni fa una task force del Ministero dell’economia giapponese ha esaminato a fondo cinque
    opzioni per liberarsi dell’acqua: farla evaporare, rilasciare l’idrogeno in atmosfera in forma gassosa,
    iniettarla negli strati profondi del sottosuolo, conservarla in depositi sotterranei, o diluirla e scaricarla
    nell’oceano. Nel 2016 quel gruppo di studio ha concluso che per sicurezza, costi e tempi, quest’ultima
    era la scelta migliore. Un’idea condivisa dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), dalla
    Nuclear Regulation Agency del Ministero dell’ambiente giapponese, e dalla TEPCO (Tokyo Electric
    Power Company), l’operatore che gestiva l’impianto e ora ne cura lo smantellamento.
    Già due anni fa, peraltro, il direttore della TEPCO, Takashi Kawamura, aveva presentato il riversamento
    in mare come una decisione già presa, suscitando in patria un allarme analogo a quello dei giorni
    scorsi e facendo poi una rapida marcia indietro.
    Il trizio
    I rischi concreti, come si diceva, sono in realtà irrisori. Anche se manca ancora un piano concreto su
    come procedere allo smaltimento, l’idea è diluire l’acqua per ridurre la radioattività entro standard di
    sicurezza accettabili – si parla dell’ordine dei 60.000 becquerel (Bq) per litro (un Bq è una
    disintegrazione di un nucleo al secondo) – e poi riversarla via via nell’oceano, al largo, in tempi che
    vanno da 5 a una quindicina d’anni.
    Sia la quantità complessiva di trizio da smaltire sia le dosi giornaliere previste non superano quelle
    rilasciate da altri impianti nel loro normale funzionamento. Per esempio, in Francia l’impianto di
    lavorazione del combustibile esausto di La Hague rilascia ogni anno nella Manica 12.000 miliardi di
    Bq, circa dieci volte la radioattività di tutto il trizio stoccato a Fukushima. Le massime concentrazioni
    di trizio rilevate nella zona di La Hague sono state di 7 Bq al litro, e al largo di Fukushima i livelli
    previsti sono ancora inferiori, con stime intorno a 1 Bq al litro e picchi massimi di pochi Bq al litro.
    Questi valori si scostano poco dalla radioattività da trizio già presente nel mare per effetto del fondo
    naturale e delle varie emissioni umane, e non superano quella di molti corsi d’acqua dolce. “Senza
    contare tutti gli altri radionuclidi”, aggiunge Casolino.
    “Già nel 2013 avevamo calcolato che il cesio-137 e lo stronzio-90 dispersi dall’incidente di Fukushima,
    pur inquinando molto il mare negli immediati dintorni della centrale, avevano prodotto un aumento del
    tutto trascurabile della radioattività non appena ci si allontanava un po’. Nei primi 100 chilometri di
    mare davanti alla costa nord-orientale del Giappone le perdite hanno aggiunto meno di una parte su
    100.000 alla radioattività già presente in natura con isotopi come il carbonio-14 e il potassio-40. Su
    tutto il Pacifico era meno di una parte su 100 milioni.”
    La radioattività ora in gioco non solo è molto inferiore, ma riguarda il trizio, che è molto meno
    pericoloso: all’esterno del corpo è innocuo perché le particelle beta che emette non superano lo strato
    morto della pelle; quello che beviamo, a differenza di altri radionuclidi, non si concentra nei tessuti ma
    per lo più viene eliminato con l’acqua. Perciò, anche se la sua radioattività per dimezzarsi (emivita)
    impiega 12,3 anni, la sua emivita biologica nel corpo è di 10 giorni, come per tutta l’acqua. Infatti la
    sua tossicità resta incerta e i limiti ammessi nell’acqua potabile sono molto variabili: il più stringente è
    quello dell’Unione Europea, a 100 Bq al litro, mentre l’Organizzazione mondiale della Sanità consiglia
    una soglia 100 volte più alta, di 10.000 Bq al litro, e l’Australia ammette oltre 76.000 Bq al litro.
    Quanto a livelli di trizio, quindi, l’acqua marina “contaminata” dallo svuotamento delle cisterne di
    Fukushima sarebbe addirittura potabile anche in Europa.
    La vera preoccupazione dei pescatori

    Il vero problema non è dunque sanitario o ambientale ma sociale: l’opposizione allo scarico dell’acqua
    viene soprattutto dalle cooperative di pescatori locali, che si stanno riprendendo con immensa fatica
    dai danni dello tsunami e dell’iniziale contaminazione del pesce, e sono terrorizzati dall’idea di vedere
    di nuovo svanire la fiducia riconquistata.
    Per il trizio, viste le scarse prove di tossicità, non sono stabiliti limiti nel cibo. Dato che non si
    concentra nell’organismo, un livello di 1 Bq al litro nell’acqua corrisponderà a circa 1 Bq al
    chilogrammo nel pesce (a La Hague vicino agli scarichi si sono rilevati valori fino a 20 volte
    maggiori).
    Una parte di questo trizio può essere un po’ più pericoloso di quello nell’acqua perché si fissa nelle
    molecole biologiche, e può essere incorporato nei tessuti e restarvi anche per anni. Quanto trizio sia
    metabolizzato così, e quanto più rischioso sia in questa forma, è dibattuto, ma i calcoli eseguiti sotto
    le ipotesi più varie mostrano che – per quanto pesce si possa mangiare – l’esposizione equivalente
    resta comunque largamente al di sotto anche degli standard di sicurezza dell’acqua europei. In linea
    di principio, quindi, non c’è ragione di temere per la commestibilità del pesce.
    “Il problema però è un altro”, rimarca Casolino. Riassumendo liberamente quanto ha detto in
    un’intervista uno dei leader dei pescatori: se gli scienziati ci assicurano che il pesce non sarà
    contaminato, noi ci crediamo; ma non crediamo che riuscirete a convincerne i consumatori.
    Dopo le dichiarazioni del ministro, il governo si è affrettato a precisare che nulla è ancora stabilito, e
    prima di qualsiasi decisione attende un ulteriore rapporto da un comitato di esperti. Ma come Harada
    ha lasciato trasparire, l’idea prevalente è che la scelta sarà lo smaltimento in mare.

  • Grazie, Adriano, sei stato molto gentile a pubblicare anche il resto dell’articolo.
    Vengo da un giro su un paio di nostre rogge e tra copertoni, fustini di detersivo e sacchetti di plastica sono contento per i giapponesi col loro trizio sotto controllo e sono sempre più imbufalito contro i cialtroni che abbiamo dietro l’uscio.

    • Che vergogna Pietro! Purtroppo dove si vanno a conciliare Nord e Sud? nella monnezza!

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