menu

WALTER VENCHIARUTTI

La famiglia cremasca

Sabato  7.12 c.o la sala Cremonesi del CCSA alle 16.30  verrà presentato in anteprima il volume  “LA FAMIGLIA CREMASCA – Dalle suggestioni storiche alle tensioni moderne” a cura del  GRUPPO ANTROPOLOGICO CREMASCO.    

Sabato  7.12 c.o la sala Cremonesi del CCSA alle 16.30  verrà presentato in anteprima

il volume  “LA FAMIGLIA CREMASCA – Dalle suggestioni storiche alle tensioni moderne”

a cura del  GRUPPO ANTROPOLOGICO CREMASCO.

 

 

WALTER VENCHIARUTTI

27 Nov 2019 in Antropologia

43 commenti

Commenti

  • LA FAMIGLIA, istituzione nata con l’uomo ĕ da sempre destinata a segnare l’ascesa e il declino, l’alba e il tramonto delle società. La sua trattazione è stata cavallo di battaglia dell’antropologia ufficiale, culturale e sociale, oggetto di indagini anche contrastanti seguite dalle diverse scuole di pensiero e dagli indirizzi culturali prima evoluzionisti e poi strutturalisti. Quest’anno il Gruppo Antropologico Cremasco presenta un monografico che indaga le realtà parentali dei Cremaschi di ieri e di oggi. Più di una dozzina di autori si sono cimentati in questo delicato compito. Sono protagonisti di analisi, spesso introspettive di self-anthropology, i padri, le madri, nonni e nipoti, single, famiglie allargate, gruppi rurali , urbani, stanziali e itineranti.
    Il volume verrà presentato Sabato 7 c.m. in Sala Cremonesi c/o il CCSA alle 16.30. da quattro autori
    -Trasformazioni economiche e familiari: la famiglia rurale – Elena Benzi
    -La nóna biànca (La nonna Bianca) di Valeriano Poloni
    -Custodi del folclore di Annalisa Andreini
    -La famiglia a tavola, dai nonni ai nipoti di Adriano Tango

  • Mi sono accostato attivamente alle attività del GAC avendone compreso tutto il valore documentativo per le future genrazioni. Spero quindi che nulla di questo impegno vada perso, contando su una conservazione puntuale di questi preziosi documenti a partire dalla biblioteca cittadina. Sembra sempre infatti che si scriva per una selezionata e ristretta cerchia di estimatori, poi improvvisamente dopo molti anni si riceve una richiesta, magari un laureando che proprio ha bisogno del tuo scritto e lamenta che non lo trova presso le biblioteche, o in acquisto. Collaborando con il GAC ho imparato, dal raffronto fra le tradizioi di varie regioni, che ciò che valeva per la Crema che è stata, non è importante solo per Crema, che ci sono tratti di universalità, o comunque di opportunità di raffronto per una visione storico-antropologica completa. E poi sono opere di pregio, scritte da persone abituate alla forma e a centrare il tema, di buona veste editoriale.

  • Una felice intuizione quella del Gruppo antropologico cremasco: sondare una istituzione che oggi presenta tratti in gran parte diversi rispetto a quelli che noi non più giovani abbiamo conosciuto.
    Cambiamenti in meglio o in peggio?
    Di sicuro dobbiamo evitare sia di idealizzare la famiglia che fu, sia di esaltare tout court il nuovo che avanza (un nuovo per lo più made in Usa).

    • Per questo ho scelto il tema della famigliia a tavola per il volume: la famiglia come una cosa che si mangia, faciile dire il meglio e il peggio.

    • Bella storia questa della famiglia cremasca! Mia madre preparava tortelli cremaschi talmente buoni, che non mi è più capitato di mangiarne altrettanto buoni, come i suoi. Si alzava quasi all’alba e con il mattarello lavorava, tagliuzzandolo quadratini di pasta che poi riempiva. C’era il burro fuso che galleggiava; i tortelli erano belli gonfi, spessi, un piacere intenso. Fa niente se il vino rosso era il Folonari con il tappo a vite. Prendevo due, tre porzioni, che poi digerivo il giorno dopo, ma valeva la pena aspettare la digestione; lo stomaco protestava, ma poi la sera, una minestrina…Comunque, una piccola variazione sul tema: esiste pure la famiglia casalasca, completamente dimenticata dal TG1, dal TG3; fior di cronisti ben stipendiati, credo, per i quali il fiume Po è esondato “nel cremonese”, a Casalmaggiore. Sono oltre 45 chilometri, da Casalmaggiore a Cremona, e i casalaschi quando vogliono uscire da Casalmaggiore e farsi una passeggiata in una città più grande vanno a Parma. La guida rossa del Touring dice che nella provincia di Cremona ci sono tre territori ben distinti con pari dignità, e distanti fra loro: il cremonese, il cremasco, il casalasco. Studiare la geografia dovrebbe essere un obbligo per un cronista che rispetta il suo mestiere. Invece non è così. Il fatto che passo molto del mio tempo nella metropoli di Milano, non c’entra nulla con il rispetto per i piccoli territori che vengono completamente baipassati dai cronisti ignoranti in geografia. Cronisti ignoranti, che tornino a scuola, che ritornino a studiare! Il casalasco esiste, come il cremasco, ed è un’altra cosa rispetto al territorio cremonese. Geograficamente, storicamente. Purtroppo, si è abituati all’inconsistenza, all’insignificanza, e si tace anche quando un territorio pur piccolo viene completamente scambiato con un altro. Sarebbe come dire che Vigevano è “nel pavese”. Balle. Vigevano è in Lomellina, in provincia di Pavia. Questo si deve dire. Voghera è la piccola capitale dell’Oltrepò, non nel pavese, ma nell’Oltrepò, in provincia di Pavia.

    • Infatti, caro Marino, erano tutti piemontesi, in buona parte del vecchio alessandrino. Tra loro puntualmente divisi da storie, tradizioni e antagonismi ben documentati. Il confine al Ticino è molto risalente. La Lombardia di oggi è un patchwork abbastanza recente, fatta salva la parte nordorientale.
      E anche le loro famiglie, come le nostre, erano ben diversificate tra quelle di città, dei sobborghi o frazioni, del contado, dei nuovi arrivati per immigrazione e degli entourage al seguito degli amministratori (un tempo podestarili) venuti da fuori. Solo da circa mezzo secolo un (parziale) rimescolamento è avvenuto, con qualche effetto. A Vigevano e Gambolò come a Crema e circondario.
      Sul Casalasco, hai ragione. Per me, si tratta di un territorio che presenta spesso delle belle sorprese.
      A proposito, visto che il più vecchio sono io, ti propongo di darci del tu.

    • Chiedo scusa, “fatta salva la parte nordoccidentale”.

  • Interessante il titolo “La famiglia cremasca”, come interessanti le tracce di universalità regionali riscontrate da Adriano. Naturalmente non ci si aspetta che le nostre famiglie si differenzino moltissimo dalle famiglie palermitane, anche se le identità specifiche si differenziano per tempi e modalità di manifestazione di affetti parentali, da padre padrone come un tempo, ad esempio, come senz’altro il gruppo avrà analizzati il ruolo della donna e dei rapporti di potere che caratterizzano anche le famiglie contemporanee, come i rapporti tra genitori e figli che hanno sempre rappresentato un aspetto interessantissimo all’interno delle stesse, come lo sono stati e lo sono ancora i rapporti economici e i relativi poteri contrattuali. Ma senz’altro il GAC non ha bisogno di sollecitazioni e sono certo che il tema sia stato analizzato dai molteplici e unici aspetti, tanto per non generalizzare. Lo leggerò con interesse. Del resto il tema, da varie angolazioni è stato affrontato spesso su Cremascolta, segno evidente che in una forma o nell’altra il ruolo della famiglia rimane intatto come nucleo fondante delle società in genere, non solo cremasca.

  • Può darsi, caro Pietro, che dicano che sono permaloso, quei cronisti (ignoranti in geografia) che dimenticano il casalasco, il cremasco (è successo più volte sui giornaloni e sulle tv nazionali), mentre “La Provincia di Cremona” sulla faccenda tace, anzi gongola, ma è il piacere misero che può avere solo un capoluogo di provincia isolato, che così si sente importante, e non più isolato, quando in effetti lo è. La geografia, la storia dei territori è una cosa, e l’intruppamento amministrativo è un’altra cosa, come tu sai; per esempio Novara è in Piemonte con una gamba sola, non con l’altra; la provincia di Piacenza pure è in Emilia solo in parte; mi fa sorridere che a Crema pubblicizzano gli spettacoli teatrali a Casalbuttano, a Soresina che sono roba perlopiù mediocre, e nemmeno uno nei grandi teatri di Milano, di Pavia, Brescia, Bergamo. E’ la miseria culturale che accetta la burocrazia dettata dall’amministrazione politica, purtroppo accettata con rassegnazione da tutti i cremaschi, i casalaschi, con i cronisti dei giornali locali che stanno muti, perchè tengono famiglia, oppure fanno titoloni per quel poco che passa il convento, e ricevere pacche sulla spalla dal loro superiore.

    • Ai tempi di RECITARCANTANDO ho frequestato spesso Casalmaggiore, facendo conoscenza diretta, sul campo, del brillante simpaticissimo Sindaco Araldi, il quale con una punta ironica di snobismo definiva Cremona “una appendice ininfluente del Casalasco”!!!

  • Ma sì, Marino, certo, le perimetrazioni amministrative dei territori coincidono solo in parte, e a volte poco, con i confini storici tradizionali e culturali delle popolazioni esistenti. Per non parlare delle caratteristiche etniche e linguistiche. E la sovrapposizione dei diversi ambiti diocesani aggiunge varianti ulteriori. Sull’attuale provincia di Cremona e sulla sua artificialità la discussione dura da secoli e si sprecano le biblioteche. Inoltre, guarda anche solo il dentro e fuori dal Comune di Crema dei Comuni, storicamente ben differenziati, intorno alla città: sotto San Marco ciascuno per conto suo, in epoca napoleonica tutti cremaschi, poi con gli austriaci di nuovo pelabroch, raanèi e laabulète, infine col fascismo tutti cremaschi di nuovo. Va però detto che non cambiano solo le mappature territoriali amministrative ma anche le composizioni demografiche. Guarda la composizione della popolazione cremasca di città attuale: su oltre trentamila, non ricordo chi ha stimato (a spanne) che circa un decimo abbia nonni cremaschi e che circa un centesimo sia di famiglia cremasca paterna e materna anteriore alla disgrazia di Campoformio. Talché in genere per famiglia cremasca si finisce, in pratica, per appuntarsi soprattutto, anche per peso statistico ormai acquisito, sulle realtà dei paesi e del contado circostante divenute inurbate (la “casa cremasca” del Museo ne è un esempio evidente). Ma tutto questo è un problema? Io sarei meno pessimista di te, Marino. È tutta ricchezza e risorsa in più. Noi cremaschi siamo capaci di avere amici a Milano come dici tu ma anche a Lodi (non tutti i bagià i è larg da boca e strècc da ma) e persino a Cremona. Viviamo in tempi di immigrazioni e sconvolgimenti etnici tali che forse ci conviene cominciare a pensare che, dopo secoli di legnate reciproche, siamo tutte foglie dello stesso carciofo. Certo, quelle cremasche autoctone sono, prudentemente, foglie abbastanza spinose.

    • Preciso che la citazione dal Piantelli (Vinci, 1951, pp. 395-397) era molto affettuosa. Sono stato anch’io per sette anni un felice pelabroch e ho avuto pure avi laterali raanèi. Vista la telefonata ricevuta poco fa da un carissimo remulàs, per equità vernacolare rammento che noi cittadini siamo schilì, schitagì, sbildrì. Questo da parte del nostro circondario, riguardo alle famiglie cremasche intra moenia. Dalle terre di mezzo tra Crema e Cremona ci giunge la nota definizione: i pantelù da Crèma, a magnà i süda, a laurà i trèma. Per i baggiani siamo brüsacristi, cosa forse vera illo tempore.

  • Sto… bevendo a sorsi il libro sulla famiglia cremasca.
    Siamo in presenza di un testo che dovrebbe essere letto non solo dagli attempati come noi per ricordare come eravamo, ma anche e soprattutto dai giovani che ben poco sanno come si viveva anche solo 50 anni fa.

    Walter Venchiarutti, ad esempio, dopo una introduzione dotta, di carattere antropologico (l’antropologia è il suo pane), non manca di manifestare la sua nostalgia per la prima stagione della sua vita quando ascoltava incantato i racconti del nonno, quando il nonno lo portava in aperta campagna ad ascoltare in religioso silenzio il canto degli uccelli, lo scorrere dell’acqua del fiume, lo stormire delle fronde, quando provava un infinito senso di pace alla visione di un paesaggio agreste.
    Una sorta di amarcord. Oggi tutto quel mondo è scomparso: i nonni non sanno più raccontare e incantare i nipoti e i nipoti non sanno più ascoltare, dopo la transizione dalla civiltà delle parole alla civiltà delle immagini.
    I nonni poi hanno ben poco da insegnare perché sono gli stessi nipotini che insegnano ai nonni tutto ciò che ha a che vedere con le moderne tecnologie (siamo in presenza di una didattica invertita).
    Un giudizio, il suo amaro: la casa dei nonni, un tempo il luogo delle meraviglie, è diventata una succursale della Caritas e il nonno si è trasformato in un tappabuchi.
    Walter confessa un senso di inadeguatezza nei confronti del ruolo svolto dai nonni: lui ha ben poche certezze valoriali da trasmettere ai nipoti.

  • Adriano Tango, invece, si pone da un’altra prospettiva. Ricordando la famiglia patriarcale, sottolinea degli aspetti non positivi: mai nessuno a tavola “si sarebbe permesso di toccar cibo prima del capofamiglia”. Era questi, poi, che , sempre a tavola, dava e toglieva la parola, “spegnendo così la comunicazione, il giusto ritmo circolare delle idee, programmi, aspirazioni”. Era sempre lui, inoltre, che somministrava i moniti.

    Due punti di vista diversi: Walter Venchiarutti rievoca quei tempi con una certa nostalgia sottolineando il molto che abbiamo perduto; Adriano Tango, a sua volta, mette in luce (parlando però solo del momento della tavola comune) il ruolo soffocante del capofamiglia.

    Due aspetti non in contraddizione: la famiglia patriarcale aveva i tratti dell’uno e i tratti dell’altro.

  • Caro Piero, hai colto nel segno, anche se non ti perdono la tendenza a sollecitare la mia vanità egoica. Nell’intervento dedicato all’ ANTROPOLOGIA DEL NONNO ho utilizzato il metodo dell’antropologia introspettiva (self- anthropology) per esaminare il rapporto familiare intercorso tra il sottoscritto e l’avo paterno. Nell’introduzione passo in rassegna le fasi dell’antropologia storica: dall’analisi del lontano (dove l’ALTRO è l’extraeuropeo distante nel tempo e nello spazio) all’antropologia del vicino (l’uomo comune che frequenta il metrò e passa il tempo libero al bar e al centro commerciale) per approdare all’antropologia diretta (dove l’intervistato e l’intervistatore sono la stessa persona). Le motivazioni che mi hanno spinto a questa scelta sono state d’ordine pratico e anche sentimentale. Con l’età ho acquisito dimestichezza a trattare i ricordi passati e le esperienze vissute in età giovanile, inoltre ho la fortuna di aver quattro nipoti diretti. Tutto ciò mi ha esonerato dal cercare altrove storie similari.
    Nel testo elenco i tanti ruoli assunti dal mio lontano capofamiglia : -Il nonno mago. Non mi stancavo mai di sentire i suoi racconti che parlavano e di streghe, animali fantastici, grazie alle capacità affabulatorie e di ascolto che oggi sono scomparse. -Il nonno naturalista. Ricordo lunghe passeggiate estive per la campagna soresinese dove ho imparato ad apprezzare il paesaggio, il canto degli uccelli, la bellezza delle piante e lui che mi invitava a respirare a pieni polmoni. –II nonno maestro di vita. Era un esempio di saggezza e di amor patrio. Aveva lasciato la ricca fattoria del suocero in Brasile per venire in Italia e combattere sul Carso, per difendere la Patria e la casa nel Friuli, invaso dalle armate austro-tedesche. L’amore per la storia l’ho derivato da lui. -Il nonno capotribù. La dimora del nonno era la “casa vecchia”, un sicuro porto di mare dove a tappe approdavano parenti lontani e i compaesani di Osoppo. – -Il nonno giudice di pace. A lui ci appellavamo tutti per avere consiglio autorevole e nonostante il papà, gli zii, le nuore fossero più che maggiorenni, le indicazioni che dava erano eseguite alla lettera. –Il nonno amico generazionale. All’insegna della complicità, della confidenza e del rispetto il mio rapporto con lui era preferenziale in quanto vedeva in me la continuazione della famiglia, il cognome che avrei trasmesso ai successori.
    -Il nonno tappabuchi . Oggi volendo fare un paragone, il bilancio nei miei confronti non risulta attivo. La mia scarsa disponibilità, la poca attenzione ad ascoltare non fanno di me un narratore e neppure amabile conversatore. Le istanze femminili e i diritti della prole hanno generalmente ridimensionato i poteri di autorevolezza di quello che un tempo era considerato il patriarca. In un mondo che cambia continuamente l’esperienza del vissuto conta relativamente e nel campo delle conoscenze informatico-virtuali è necessario l’ausilio dei nipoti. Ai nonni pensionati compete il ruolo di autisti e di babysitter. Esistono comunque delle eccezioni e in questo devo ammettere che il ruolo svolto da mia moglie, come nonna, è alquanto diverso. Sarà dovuto alla dolcezza materna, alla pazienza nel saper ascoltare più che predicare, alla disponibilità nell’accantonare gli impegni superflui per dare ascolto alle problematiche dei nipoti. Quasi naturalmente, senza accordi preliminari, si sono divisi i ruoli: lei comprende e io rimprovero. Tutt’oggi provo grande invidia per l’ottimismo e la paziente le capacità che il mio avo paterno dimostrava nel risolvere piccoli e grandi problemi, nel riuscire a fronteggiarli con calma, coerenza e armonia. Così se penso a quanto ho ricevuto, mi assale un senso di inadeguatezza quando metto a confronto l’esiguo bagaglio di certezze valoriali che riuscirò a trasmettere ai miei nipoti.

    • Vorrei di seguito segnalare con un commenti riassuntivi alcuni interventi presenti nel volume del Gac dedicato alla FAMIGLIA CREMASCA. Inizio dall’intervento di Adriano Tango “La famiglia a tavola, dai nonni ai nipoti”.
      Al di là delle solite edulcorate visioni espresse da una interessata pubblicità sostenuta da dietisti e sedicenti diaristi dell’alimentazione più o meno interessati alla food speculation, l’autore individua le principali cause di quella che potremmo definire “decadenza alimentare”. La convivialità costituisce un elemento altamente aggregativo. Ogni rapporto amoroso o di amicizia nasce e progredisce quando è supportato dalla buona tavola. Nella famiglia patriarcale contadina al Regiur spettava il posto a capotavola e sedeva sul Cadregù. Solo a lui era permesso iniziare un discorso mentre tutti i commensali ascoltavano in religioso silenzio e rispondevano quando erano esplicitamente interpellati. Durante il pasto bastava un suo sguardo a rallentare l’eccessiva voracità o accelerare il consumo degli alimenti. I bambini si cibavano seduti sullo scalino del focolare (al midal), le donne spesso mangiavano in piedi sulla soglia di casa,mentre attendevano il rientro del marito a cui dovevano premurosamente accudire. Lavoro, spreco di energie, clima e inquinamento sono altrettanti fattori che contribuiscono ad influenzare il metabolismo umano. Le scelte alimentari in questi ultimi decenni non sempre sono state rispondenti ad presunte necessità, intese a garantire le difese della genuinità e la tutela della salute. In particolare sono tre i fattori principali che hanno contribuito a modificare le consuetudini alimentari:
      1 – il boom economico postbellico ha ridotto la povertà. Alle patologie dovute a carenza nutrizionale (rachitismo, pellagra scrofolosi ecc.) ne sono subentrate altre non meno temibili dovute all’ eccesso di cibo “della pancia piena di buone cose” ( aumento di diabete,colesterolo, pressione arteriosa) e soprattutto frenetico sviluppo industriale: inquinamento atmosferico e utilizzo improprio della motorizzazione (polveri sottili e mancanza di movimento fisico)
      2-il confronto con popolazioni interne ed estere. L’euforia culinaria del dopoguerra, il consumo di carne (hamburger), grigliate e fritti, eccesso di zuccheri, superalcolici e cioccolata, propri dello stile american-live
      3 -l’industrializzazione e la tecnicizzazione delle preparazioni alimentari. La confezione e conservazione del cibo in barattoli metallici o di vetro. L’utilizzo di tostapane e microonde hanno sostituito gli usi familiari della dipendenza dalla mamma per la preparazione dei pasti, così come il passaggio per i lavoratori pendolari dall’utilizzo della schisèta (portavivande) al pranzo della mensa.
      Cosa si mangiava e quando si mangiava? Cosa si mangia e quanto di mangia?
      Le comparazioni nutrizionali di ieri e di oggi, gli appuntamenti della colazione, del pranzo e della cena, le differenze e cambiamenti di abitudini nella scelta degli orari e delle vivande sono diretta derivati dalle nuove mode acquisite e dal confronto con presenze allogene. I reciproci scambi hanno influito non solo sull’alimentazione. Hanno cambiato usi e costumi culturali, modi di vita delle nuove e delle future generazioni, purtroppo non sempre si è trattato di migliorie.

  • Tra le diverse tipologie che costituiscono la galassia familiare nel libro vengono prese in esame la famiglia scout, la famiglia itinerante e la casa famiglia.
    -Alla base del rapporto parentale analizzato da D. MARCO LUNGHI troviamo “La visione antropologica del rapporto tra la famiglia di oggi e il metodo scout”. Lo scoutismo con i suoi stili di vita (rapporti sociali, rispetto per l’ambiente, il senso dell’esistenza) fornisce una visione comportamentale che trova nel cristianesimo il punto di riferimento valoriale e costituisce un importante complemento educativo perchè viene a completare la pedagogia educativa del singolo. Propone e sostiene i principi di amicizia, cortesia, obbedienza, rispetto, come recitano le leggi presenti nella guida dello scoutismo. Il giovane affronta, fin da bambino l’avvicinamento al mondo naturale, la consuetudine ai giochi e alla competizione, il rispetto delle regole comunitarie del branco, impara così a vivere collegialmente in modo solidale, non predatorio, con lealtà e disponibilità amichevoli, tutto si svolge in una vera e propria famiglia allargata.

    -Secondo gli studi dedicati da René Guénon alla tradizione i popoli sedentari, dediti all’agricoltura, emuli di Caino, hanno per primi dato origine alle arti plastiche (architettura, pittura ecc.), nell’insieme caratterizzano una natura prevalentemente razionale e materialista. Per contro i nomadi, dediti come Abele alla pastorizia, con vocazione preminentemente metafisica, avrebbero dato vita alle arti fonetiche (musica, poesia). Il magico mondo dei giostrai, composto da famiglie perennemente itineranti, è stato oggetto di una attenta analisi corredata da intervista e un avvincente servizio fotografico. DONATA RICCI, in punta di piedi e con delicatezza si è avvicinata agli esercenti dello spettacolo viaggiante che costituiscono una galassia di categorie eterogenee: ex circensi, sinti, dritti, ex sedentari, personaggi che incessantemente percorrono, ad intervalli fissi, degli itinerari programmati. Periodicamente sostano per presentare spettacoli e giochi. Figli illegittimi dei luna park, antesignani di Gardland, Mirabilandia, Disneyland, sovente sono guardati con sospetto e poco tollerati dagli stanziali. Le confidenze tratte dal racconto di una girovaga con la sua casa viaggiante, la famiglia, i problemi di precarietà e le speranze, aprono alla conoscenza di uno stile di vita apparentemente libero e divertente, picaresco e pittoresco, non privo però di sacrifici e spesso oggetto di emarginazione.

    -“La casa-famiglia è una vera famiglia sostitutiva dove le figure responsabili, materna e paterna scelgono di condividere la propria vita in modo stabile, continuativo, definitivo, oblativo con persone provenienti dalle situazioni di disagio più diverse”. La singolare esperienza che contrassegna la storia del nucleo familiare di PRIMO LAZZARI autore dell’intervento “La casa famiglia. Il filo d’erba” costituisce la vicenda di una coppia di genitori. Lui approdato dal servizio civile, lei attraverso le prime esperienze di volontariato femminile. Entrambi decidono di vivere una vita di comunità fondata sul principio del servire i poveri. Alla fine degli anni ’70 la famiglia dell’autore apre le porte all’ accoglienza di alcuni “fratelli” dimessi dal manicomio, malati mentali, psichiatrici, persone che da sempre vengono tenute ai margini della società. Con questi compagni di viaggio la giovane coppia inizia la vita in comune, non priva di difficoltà “Le nostre figlie sono cresciute con anziani, disabili, usciti dalle prime case dei matti. Questi strani personaggi sono stati i loro nonni, gli zii, con i quali sono cresciute e hanno sperimentato la bellezza di esser scelte, amate e coccolate”. La famiglia di Primo e Franca sperimenta così la pedagogia della debolezza, della precarietà. La potenza divina sembra servirsi dei piccoli e dei più esposti per manifestare le sue meraviglie. Insieme a questi nuovi compagni “scelti da Dio” come suoi rappresentati si impara perché educano ad educare. Ĕ sperimentato, quando un bambino vive in un istituto spesso cresce in modo disturbato con caratteristiche di ritardo e di aggressività. L’amore di una coppia di genitori può compiere veri e propri miracoli perché i bambini possono crescere in modo equilibrato con affetti personalizzati e punti di riferimento. L’insegnamento che perviene da questa storia, raccontata in prima persona, ci insegna che la lotta e la contemplazione, la vita interiore e la condivisione viaggiano di pari passo.

  • Dall’Argentina al Cremasco, dalla letteratura mondiale alle diatribe nazionali, prosegue la presentazione dei lavori dedicati alla Famiglia.
    -LAVINIA CONTINI, docente cremasca di antropologia a Buenos Aires, propone una significativa ricerca dal titolo “In nome del padre e della madre”. L’indagine fa il punto sulla situazione degli studi dedicati alla parentela che da sempre hanno coinvolto il mondo dell’antropologia. Intorno a tale interesse sono state formulate tesi spesso contrastanti: da quelle evoluzioniste (Fraser, Tylor) alle strutturaliste (Durkheim, Lévi Strauss). La tematica legata ai gruppi consanguinei è un argomento difficile, certe volte anche ostile poiché presenta termini tecnici, percentuali, statistiche che possono dissuadere l’approccio ai non addetti ai lavori. Ciononostante affrontarla è utile in quanto significa raggiungere il cuore pulsante di un intero sistema sociale. Ascendenza, discendenza, alleanze, consanguineità e affinità possono costituire un accesso privilegiato per esplorare gli aspetti più significati di una comunità. Permettono infatti un viaggio nel tempo che favorisce la conoscenza della memoria storica e affronta il cuore di una cultura. In seno alla famiglia la terminologia di parentela è una spia molto eloquente. Riflette l’esercizio delle funzioni sociali, politico-economiche, sopravvivenze che riconducono al suo processo storico. Studiare le dinamiche matrimoniali endogamiche o esogamiche non significa solo approfondire le relazioni e i percorsi biologici ma vagliare le ragioni primarie dei legami morali e giuridici. Le considerazioni sull’ incesto, intese come permessi e divieti sono rapportati alla valutazione dei comportamenti sessuali ritenuti leciti o tabù. L’autrice che da anni svolge ricerca sul campo in Argentina riporta l’esempio etnografico della tribù Wichi del Chaco.

    -Torniamo a casa con il saggio di ELENA BENZI, riguardante le trasformazioni subite dalla famiglia rurale cremasca di ieri che oggi non esistente più. Il matrimonio nella civiltà contadina solitamente non seguiva regole strettamente legate al concetto di amore ma adempiva ad esigenze di opportunità economica a cui sovraintendevano gli anziani. Tra i fittabili questi criteri erano motivati dal consolidamento del capitale, l’ampliamento dei territori, lo sviluppo delle proprietà e delle attività, mentre nell’ambito dei semplici lavoranti e dei giornalieri le ragioni di unione coniugale solitamente derivavano da fattori connessi al rispetto della condizione sociale. La struttura della famiglia seguiva stereotipi di tipo patriarcale. Al capofamiglia ci si rivolgeva con il “Voi” sia i figli che la moglie. Il numero a volte impressionante dei componenti familiari dipendeva dal lavoro manuale che necessitava di numerose braccia e dalla necessità del reciproco aiuto. La moglie trovava accoglienza nella casa del marito. Così vivevano sotto lo stesso tetto padre e madre naturali, i figli con le mogli , i fratelli scapoli e i nipoti.

    -DANIELA RONCHETTI tratta il tema del rapporto tra padre e figlio nell’ambito della letteratura sans frontieres. Alcuni testi significativamente evidenziano la figura del padre depositario dell’autorità e al tempo stesso modello di norma comportamentale. Nel tempo la dialettica tra padre e figlio evolve in conflitto, I figli rifiutano le parole dei padri, la trasformazione è epocale “non esiste più un universo omogeneamente strutturato, è rottura con la tradizione e la trasmissibilità dei valori alle nuove generazioni”. Si parte dall’OTTOCENTO, momento di passaggio da una struttura sociale solidamente ancorata a certezze secolari ad una visione diversa dove i padri appaiono superati, estranei al mondo in cambiamento “la frattura diventa incolmabile e non esiste possibilità di confronto”.(G. Verga/I Malavoglia, L. Pirandello/I padri e i figli, T. Mann /I Budenbrook). Nel NOVECENTO lo scontro prosegue e diventa sempre più evidente. Alla denuncia del rapporto repressivo da parte dell’autorità paterna fanno da controaltare i rimproveri rivolti alla generazione dei figli: “inettitudine, situazione favorevole ereditata senza fare nulla e solo grazie al lavoro dei padri, mancanza di iniziativa e di senso della responsabilità “ (F. Kafka/Lettera al padre). Non mancano però singolari testimonianze letterarie dove la parola del padre testimonia l’aiuto nel difficile processo di crescita e i consigli al rigore morale si accompagnano alla comprensione offrendo un modello di sviluppo alle identità giovanili e alla formazione della dignità umana (P. Florenskij/ Non dimenticatemi). L’alba del SECONDO MILLENNIO vede i legami dell’infanzia dissipati nell’abitudine e nel rancore (Alessandro Piperno/Il fuoco amico), la famiglia diventa il luogo delle cose taciute, la routine. L’ipocrisia e l’individualismo spingono a non guardare la realtà in nome dell’apparente quieto vivere (Gaia Manzini/Ultima luce). Dal romanzo di Fabio Genovesi (Chi manda le onde) prosegue il quadro di una crisi dovuta alla mancanza di figure di riferimento. La famiglia non è solo nucleo ma anche specchio della società che la produce e la mancanza attuale di regole e norme inducono alla fragilità del rapporto di coppia (Simone Giorgi/L’ultima famiglia felice). Nel libro di Melania Mazzucco/Sei come sei l’autrice si avventura nell’universo di una coppia gay e ci offre uno spaccato delle problematiche sociali e del disagio che investono alcune famiglie di oggi, quando difficilmente vengono accettate.

    -Nelle considerazioni poste a conclusione del “FAMILY DAY di Verona 2019: un’occasione mancata? MARINONI CLAUDIO si pone già nel titolo una domanda pertinente. Due visioni contrapposte si sono scontrate:
    quella dei fautori della “FAMIGLIA TRADIZIONALE” che rifiuta ogni apertura alla modernità ed esclude la normativa in materia di aborto, fine vita e divorzio e la componente “MODERNISTA” che accetta senza preclusioni la famiglia allargata (conviventi, coppie di fatto, unioni gay, con richieste di riconoscimento giuridico civile in materia assistenziale e previdenziale). La questione ha avuto ampia eco nei toni aspri della stampa e il dibattito ideologico che ne è seguito sui mass media hanno insieme contribuito a esasperare gli animi, creando una sterile contrapposizione nel non ricercare soluzioni condivise. Secondo l’autore si è assistito ad una serie di monologhi che hanno escluso un dibattuto costruttivo. Le associazioni progressiste rifiutano qualunque messaggio etico di matrice cattolica senza vagliarlo criticamente, sui fautori delle famiglie allargate pesano invece le accuse dei movimenti cattolici che vedono nelle aperture moderne il tentativo maldestro di manipolare le leggi divine e morali a cui l’uomo deve attenersi. In tal modo si avvantaggerebbero l’individualismo e l’egoismo che fanno capo a vizi privati.

    • PENSO CHE WALTER VENCHIARUTTI ABBIA COLTO NEL SEGNO. IL TESTO EDITO DAL GAC MOSTRA MOLTI APPROFONDIMENTI SUL TEMA, ANCHE IN FORMA DI EXCURCUS MIRATI. UN ESEMPIO DA SEGUIRE SOPRATTUTTO PER UNA TEMATICA COSI’ DELICATA E FACILMENTE STRUMENTALIZZABILE COME QUELLA DELLA FAMIGLIA. SI VEDANO I COMMENTI DA ME RIPORTATI RELATIVI AL FAMILY DAY DI VERONA.

  • Grazie, Walter, di avere sintetizzato così bene, la struttura della vostra ricerca e quali territori ha occupato: una sintesi che non può che essere uno forte stimolo alla lettura di un libro che annualmente offrite alla comunità.

    Per quanto riguarda il tuo ruolo di nonno, posso dire che non puoi rimproverarti nulla: i tempi sono senz’altro cambiati, ma tu il nonno lo fai e non solo come “tappabuchi” (magari, sfrutti proprio come momenti in cui tappi un buco per fare il nonno, stimolare, suggerire, suscitare curiosità e apprezzamento per tutto quanto è bello, incoraggiare i nipoti a svolgere la loro “ricerca”).

    Mi limito a soffermarmi su alcuni passaggi.
    Elena Benzi ci ricorda che le famiglie rurali sono mediamente più numerose di quelle cittadini: il 65% dei casi contando due o tre figli.
    Chissà che sia da qui che si verifichi il miracolo dell’inversione di rotta iniziata in Italia nel 1995 (il primo paese al mondo, seguito dopo cinque anni dalla Spagna e dalla Germania)!
    Ho qualche dubbio, però, perché, come dice sempre la Benzi, la famiglia rurale sta sempre più assomigliando a quella cittadina (anche perché ormai un’azienda agricola è già super-tecnologica e e ha sempre meno bisogno di manodopera).

  • Non intendevo dire che fosse soffocante, certo eccessivo. D’altra parte a tavola non si litigava proprio per questo autorevole monito all’osservanza delle buone maniere. Inoltre i padri, che spesso rientravano da mete prossime, ma per i bimbi fuori dal mondo (il loro) erano portatori di piccoli misteri. La loro narrazione era rivota alla consorte, ma i bimbi bevevano quei racconti di esotiche contrade poste dietro l’angolo del primo caseggiato del paese. Quindi non si trattava di una vera imposizione, solo un eccesso di accentramento, mica una diittatura! Del resto quando mio padre, che dirigeva un reparto di aereonautica leggera, tornava a casa e posava il giubbotto di pelle con collo in pelliccia, io andavo ad annusarlo, tentando di indovinare le avventure di cui era stato testimone. E nella mia fantasia di bambino quella pelliccia era rigorosamente di lupo (sarà stata manco una marmotta!) Non c’era il dovuto equilibrio, infatti i Papà cascavano dalle nuvole apprendendo dalle consorti particolari o rivelazioni sulla vita dei figli che avevano forse ogettualizzato e ignorato, nonostante qualche carezza e delle premure.

  • Ma,forse si dovrebbe aver letto il testo, ma io rimango stupito che tra le classificazioni esistano ancora famiglie rurali. Dove sono, cosa sono? A me pare che a far figli rimangano solo le famiglie extracomunitarie, magari impiegate come manovalanza nelle nostre poche cascine esistenti, ormai diventate intensive, coi bergamini indiani intenti ad azionare mungitrici elettriche, ma da qui a considerarle famiglie rurali ce ne corre. Sempre se per rurali si intendano quelle famiglie di campagna tradizionali che un tempo nei latifondi aumentavano anche a colpi di reni dei padroni. Ma magari mi sbaglio, Elena Benzi si sarà pur avvalsa di dati statistici.

  • Elena Benzi è un’imprenditrice agricola e si riferisce alle famiglie, come la sua.
    Di sicuro due coniugi che conducono un’azienda agricola ha qualche stimolo in più a programmare più figli per assicurarsi una continuità, stimolo che non c’è o è più tenue in famiglie “cittadine”.

  • La famiglia ha avuto un’evoluzione, ma, stando ad alcuni saggi, c’è una costante: le donne, seppur formalmente, dovevano dare del “voi” al marito (un voi non sempre ripagato) nei confronti del quale era necessaria la dovuta “deferenza”, di fatto però, al di là del formalismo, nelle famiglie il “predominio” era loro (Elena Benzi). Edorado Edallo poi racconta di suo padre che una volta ha chiesto a un amico: “A casa tua, comandi tu o tua moglie?” Così l’amico: “Comando io. Nel senso che mi comando di fare quello che vuole mia moglie”.

    La storia non cambia. Le donne hanno dovuto faticare a conquistare un loro status nel mondo professionale e nella stessa società, ma sono sempre state loro a “comandare” nella loro casa.
    Un’attitudine al comanda che oggi applicano bene al di fuori della “domus” (da cui… donna!) dove dimostrano una determinazione e una volontà di affermarsi che spesso è superiore a quelle di un maschio.

  • Ringrazio Walter di aver nuovamente sottolineato i concetti espressi nella mia esposizione. Purtroppo quando le risposte si affollano il ritmo si perde, il sitema ingarbuglia l’ordine e tutto assomiglia a una trasmissione politica televisiva, ma noi siamo di ben altra pasta, ed evitiamo il bailame. Certo, ho espresso negatività, ma anche qualche speranza. Se la comunicazione è una priorità soprattutto per i giovani non ci retraiamo avanti a un dovuto senso di colpa di padri e madri che hanno instaurato il disimegno al dalogo familiare, facciamo un mea culpa e recuperiamo! Ho anche individuato un alleato nel corretto nutrizionismo: per una volta nei media, aberrazioni ridicole escluse.

  • Hai fatto un lavoro egregio, Adriano, nel denunciare mode nutritive (che non solo provengono dagli Usa) sbagliate e nel suggerire, pur in condizioni molto diverse rispetto solo a qualche decennio fa, un’alimentazione fondata sulla scienza dietetica.
    Mi fa piacere leggere che la tua denuncia non riguarda solo i “contenuti”, ma pure i “comportamenti”, come ad esempio bypassare di fatto la prima colazione (che invece dovrebbe essere sostanziosa), e “appesantire” la cena (essendo in molti casi l’unico pasto che si consuma insieme) in netto contrasto con la tradizione dei nostri padri e nonni.
    Ho imparato molto anch’io: grazie!

  • Fai bene, Claudio, a scrivere che sul tanto discusso “Family day” si è fatta “un’operazione più o meno velata di manipolazione del messaggio dell’avversario” e ci sono state “sleali strumentalizzazioni”.
    Così fai bene, quando allarghi il discorso, sostenere che in ultima analisi, parlando di famiglia, dovremmo porre domande sulla natura stessa della convivenza umana”.
    Sono invece meno fiducioso di te quando ti poni il quesito: “può una società che si definisce moderna e civile ammettere conflitti e divisioni ideologiche su un tema tanto rilevante come quello della famiglia?”
    Io ritengo che siamo di fronte a uno dei temi “divisivi” perché fanno riferimento a orientamenti e a tradizioni culturali profonde.
    L’abbiamo visto in tema i divorzio, di aborto, di fecondazione assistita, di unioni civili…

    Sono convinto, comunque, che in parlamento si possa realizzare un ragionevole compromesso tra posizioni e sensibilità molto diverse: per me un capolavoro di mediazione è rappresentato dalla 194 una legge che è tutt’altro “pro-aborto” (facile come è nella prassi oggi). Semmai un accordo ci vorrebbe per investire risorse perché davvero si “prevenga l’aborto” (che rimane sempre una ferita per la donna che abortisce), perché cioè si “applichi” – come è giusto che sia – la stessa legge.

    • Caro Piero, sono d’accordo con te, la strumentalizzazione e’ sempre dietro l’angolo, anche se penso che un paese moderno come l’Italia dovrebbe manifestare a livello di dibattito pubblico e di mass-media posizioni chiare ed inequivocabili, anche attraverso un’informazione scientifica di qualita’. Spesso osservo sulla stampa divulgativa un’operazione velata di semplificazione e di riduzione ai minimi termini con chiare posizioni pre-concette: ben vengano quindi kermesse filosofiche, articoli specialistici e festival scientifici, come Bergamo Scienza, dove si affrontano in modo approfondito ed articolato tematiche di ampio spessore, come il tanto discusso ‘Fine- Vita’. A noi il compito di trarne un messaggio anche per non addetti ai lavori.
      Quanto alle tradizioni culturali profonde, penso che sia giunto il tempo anche per noi Italiani di superare preclusioni e pregiudizi vari (i famosi eidola di Bacone) per raggiungere, se non una visione disincantata ed edenica della famiglia, quanto meno una nozione meno intrisa di dogmatismo e di pervicace appartenenza ad uno degli schieramenti in gioco: sul tema penso che un documento utile sia quello recentemente apparso nella rassegna ‘Torino Spiritualita’ (anno 2018) a cui faccio riferimento in una nota centrale del mio contributo.

  • Pennellate…impressioniste.
    Il numero di figli proporzionato a quanto hai da lasciare? Non un atto d’amore? Non una rinascita continua, un perpetuare la specie, il senso della famiglia? Se così fosse il calo demografico sarebbe stato ben più drammatico, o salvifico se si vuole. Siamo in troppi sul pianeta e la sopravvivenza, l’essere contenti di essere al mondo, riservata a pochi: terreni da calpestare, boschi da attraversare stanze silenziose dove aggirarsi compiaciuti dell’avere quello si ha, un nome importante da tramandare, oppure il barcamenarsi, segno distintivo di chi ha meno da lasciare, senza estenuanti, magari feroci spartizioni ereditarie, un’antropologia che la chiave di lettura è solo quello che si è, senza troppa enfasi, non quello che si ha. C’è qualcosa che non funziona, appunto, nella lettura antropologica del mondo. Non scienza esatta, che basterebbero le statistiche a quantificare mononuclei o famiglie allargate, con le maggioritarie espressioni di mezzo, ma proiezione del proprio pensiero che a quel punto è sociologico o ideologico, tra famili day e arcobaleni, tra chi una famiglia l’avrebbe desiderata e chi proprio non c’è riuscito, perchè la massificazione è rasserenante, parte di quel tessuto che alla fine non rinuncia alla tradizione perchè così fan tutti o quasi, protezione, pacifico confronto. Una ragazza di una certa età, sposata da poco, e i risvolti non solo psicologici alla rivelazione anagrafica del proprio stato civile, a differenza di prima con la dichiarazione di nubilità. Così che la solitudine del mononucleare diventa un senso di colpa o una vergogna, il senso di una fragilità che gli altri subito classificano come operazione mai riuscita. Roba da zitellona, dispregiativo o scapolo, benevolo. Controcanto, si muore soli, ma si vive anche soli: vedovanze, matrimoni bianchi, tradimenti da prova Dna, divorzi, figli altrove, lavoro o insofferenti alla famiglia o nuove famiglie, così che prima o dopo la stagione della solitudine arriva per tutti, incapaci ad affrontarla perchè non avvezzi, e allora è un rompere i coglioni a tutti i rimasti, tranne quelli che di quella cosa han fatto, volenti o nolenti, la loro cifra stilistica. Imparando molto, io credo. Che non è spartizione dei ruoli, che siccome l’hai sempre fatto tu continua pure a farlo, salvo precipitare nel panico quando il supporto non c’è più. E quindi niente nostalgie, sentimentalismi, rimpianti di bei tempi passati, ricordi, fotografie e tutti i surrogati possibili, un abito tenuto, neanche più le lettere ormai scomparse, le fotografie riversate sul pc che basta un incidente e le perdi tutte perchè tanto si stampano sempre domani. Tanto la propria solitudine non riempie la vita comunque? Poi, ogni famiglia non è diversa da tutte le altre, a parte i rituali obbligati? Quindi, non sarebbe meglio star soli? La specie? Che non diventi un obbligo perpetuarla. Insomma, l’antropologia ha il suo bel da fare a raccontare, classificare un mondo in continua evoluzione che se ne frega di categorie codificate come necessarie, illudendoci che forse i pochi anni concessi sarebbero più facili. Tutte balle nella ruota della vita.
    Sia chiaro, niente di troppo analitico, solo pennellate come dice Piero, impressioniste.

  • E che pennellate, Ivano!

    Io, che antropologo non sono, ho azzardato una semplice congettura a proposito di quanto scritto da Elena Benzi.
    Di sicuro il problema è più complesso.Si fanno figli per amore? Ho qualche dubbio. Credo che, in ultima istanza, il motivo è più… terra terra: magari anche il bisogno di avere un bastone durante la propria vecchiaia.
    Il numero dei figli, poi, è legato alle condizioni economiche. Questo non significa che i ricchi fanno più figli: semmai è il contrario. Malthus invitava proprio gli operai a seguire il modello di vita dei ricchi.

    I tempi poi sono cambiati: una volta i figli non erano programmati, ma… arrivavano. Oggi la sessualità è sganciata dalla procreazione e questo è un fatto positivo: l’homo sapiens finalmente ha il potere di decidere con responsabilità “se” avere figli e “quanti”.

    Un fatto pare certo: stando la normativa italiana di tipo previdenziale, le pensioni vengono pagate da chi lavora. Meno giovani nascono, quindi, meno contributi vengono versati e di conseguenze meno pensioni vengono garantite. Almeno che arrivi manodopera (o mentadopera) da paesi terzi.
    E’ vero che si muore… soli, ma una copertura sociale per affrontare la vecchiaia (o magari l’infermità della vecchiaia) ci dà un minimo di sicurezza.
    No?

  • Io N., accolgo te, N., come mia sposa.
    Con la grazia di Cristo
    prometto di esserti fedele sempre,
    nella gioia e nel dolore,
    nella salute e nella malattia,
    e di amarti e onorarti
    tutti i giorni della mia vita.

    La sposa si rivolge allo sposo con queste parole:

    Io N., accolgo te, N., come mio sposo.
    Con la grazia di Cristo
    prometto di esserti fedele sempre,
    nella gioia e nel dolore,
    nella salute e nella malattia,
    e di amarti e onorarti
    tutti i giorni della mia vita.
    Ma non c’era anche “in ricchezza e povertà” nel rituale carnevalesco del matrimonio?
    Io e Viviana, di più io, siamo ben contenti di non aver condiviso con nessun ospite con l’abito della festa questa retorica falsa promessa. Magari adesso ci informeremo, per la reversibilità, su quale ridicola formuletta si basa il matrimonio civile. Se bastasse un sì io sarei più propenso. Piero, quanto alla copertura sociale, se per sociale intendi coniugale, sai bene anche tu che spesso il matrimonio è un’assicurazione, e non sempre per la vita. Altrimenti consideriamo una coppia sposata una società per azioni, comoda se c’è molto da condividere o magari poco dopo da spartire. Non a caso sono stati inventati comunione o separazione dei beni, e forse per quello che in ricchezza e povertà non c’è più. E dei contratti prematrimoniali, addirittura quante volte la condivisione mensile o settimanale del talamo coniugale, cosa dici? Non c’è niente da fare, quando il pubblico si intromette nel privato tutto va a puttane. Dove c’è un rituale o una convenzione tutto è falso. Meno male che sempre più giovani si sottraggono a queste fariseiche (?) messe in scena. Scusate: cazzeggio delle 07:46

  • Dobbiamo, certo, Claudio, liberarci (tutti) dai pre-giudizi e affrontare temi così delicati con un occhio disincantato, ma – ripeto – si tratta di una strada in salita.
    Tutto poi si complica quando entra in gioco la politica che strumentalizza da una parte e dall’altra (nel caso del Family day è stato evidente) e quando entra in gioco la politica “semplificando” ciò che semplice non è, si accendono “passioni” che impediscono ancora di più il disincanto.

    Non sono questi i tempi del confronto franco e della mediazione di punti di vista diversi, ma io continuo a ricordare che il parlamento italiano ha creato questi momenti: vedi non solo la 194, ma con qualche concessione di troppo a una parte, la stesse legge 40 sulla fecondazione assistita e pure lo stralcio della stepchild adoption).
    Arriveranno tempi migliori, ma perché arrivino, occorre crearne le condizioni. Da parte di tutti.

    • Sono in perfetta sintonia con te, caro Piero. Penso che le due leggi a cui accenni siano un buon punto di partenza per raggiungere mediazioni piu’ condivise; sul tema della stepchild adoption e’ intervenuto recentemente il Comitato Nazionale di Bioetica con una nota molto puntuale e arricchente, anche se va detto che l’Italia e’ ancora molto lontana da una ‘normalizzazione’ giuridica come avviene nei paesi anglosassoni.

  • Che conta (sono d’accordo), Ivano, è l’amore, non la ritualità, non la veste esteriore (vuoi religiosa vuoi civile).
    Ma, come sai, la veste civile (che sia o non sia la veste del “matrimonio”) è utile per la tutela dei figli.

    Nel caso del matrimonio religioso (lo sottolinea anche Edoardo Edallo nel suo saggio), tuttavia, sono gli sposi i ministri del matrimonio, non il prete e quindi… l’intrusione pubblica è attenuata.

    Riprendendo i discorso dei figli, vorrei ricordare che noi italiani non solo abbiamo il primato della “peste bianca” (abbiamo il tasso di fecondità più basso nel mondo), ma tanti nostri figli – oltre 100.000 ogni anno – se ne vanno all’estero.
    Il problema c’è, non si può negare, a meno che, per riguarda l’aspetto previdenziale, optiamo per il modello Usa dell’assicurazione privata con tutti i problemi che comporta per le classi sociali più disagiate.

  • Stando al saggio di Bernardo Capetti e Stefano Coti Zelati, nella provincia di Cremona il tasso di fertilità è ancora più basso della media nazionale: 1,6 per le famiglie italiane (il tasso sale a 2,1 per le famiglie straniere).

    Le condizioni economiche non sono le uniche, ma contano, come contano i “servizi” che mancano (asili-nido e le alte rette da pagare), se è vero che in Francia (e da poco anche in Germania) gli incentivi dello Stato e l’offerta di servizi, sempre dello Stato, hanno elevato il tasso di fertilità: in Francia siamo all’1,9.

  • Occorre, Claudio, un clima più sereno che oggi non c’è: oggi viviamo di contrapposizioni frontali, di posizioni manichee.
    La nostra storia, comunque, anche se ha registrato momenti di acute tensioni, ha registrato momenti “costruttivi” che hanno coinvolto sia la maggioranza che l’opposizione.
    Non dobbiamo disperare, ma favorire il ritorno di questo clima.

  • Mi pare estremamente interessante il saggio di Annalisa Andreini e Maura Maria Sesini.
    Me, personalmente, ha colpito l’ultima parte che riguarda l’evoluzione della casa: da status symbol per le famiglie della middle class negli anni ’60 all’esplosione di euforia (con tanto di colori accesi) degli anni Settanta al lusso degli anni ’80 fino al “minimal” degli anni ’90 (colori più sobri, linee più essenziali e più pulite”
    E nel XXI secolo? Si stata andando verso un abitare fondato su basi scientifiche: case a basso consumo energetico (fino all’autosufficienza energetica), riduzione al minimo di emissione in atmosfera, ricco di piante che depurano e riducono lo smog interno.
    Le due autrici auspicano che il focolare domestico torni ad essere il fulcro della casa perché “la vera ricchezza risiede nello stare insieme, intorno a un tavolo e guardarsi negli occhi.

    Mi limito a una osservazione: abbiamo (mi ci metto anch’io) puntato a case spaziose, abbiamo coltivato (anche se in misura diversa) il lusso, tutte case che, una volta i figli se ne sono andati, rimangono parzialmente vuote, senza alcuna utilità e costose come prima.
    Non abbiamo ancora la cultura della “condivisione”. Airbnb ha registrato un successo straordinario altrove (non solo negli Usa), ma da noi condividere spazi (magari una camera da letto e un bagno che non usiamo più) con altri.
    Non sto facendo pubblicità alla grande piattaforma della Silicon Valley che sta drenando risorse ingenti da tutto il mondo (miliardi di dollari) – siamo in presenza di una economia della “condivisione” che condivide ben poco perché il grosso va alla piattaforma digitale – ma una modello di condivisione lo possiamo creare anche noi.
    Qualcuno dei nostri amici, è vero, ha realizzato dei bed & breakfast, ma non mi risulta che qualcuno di crema “ospiti” nella propria casa, pur avendo spazi adeguati, altre persone come hanno fatto i due neolaureati americani che hanno avuto l’idea quando si sono trovati a dover pagare un affitto più alto.

  • Ho or ora terminato la lettura del saggio – molto riuscito a mio avviso – di Lavinia Contini, che da antropologa di rango ci presenta un modello linguistico – culturale, ovvero la lingua della popolazione del Chaco argentino, in tutte le sue articolazioni. Con un’ampia premessa metodologica, che inquadra tutte le varie correnti dell’antropologia odierna, con richiami ai principali manuali ad hoc, per poi passare in disamina casi concreti dati dalla ricerca sul campo, dai rapporti tribali, ai gradi di parentela tra consanguinei, alle espressioni idiomatiche, che di volta in volta suffragano una o l’altra delle correnti, senza mai perdere di mira il fine concreto, ovvero quello di ricercare, attraverso prove dirette sul campo, le conferme o le smentite alle ipotesi iniziali. La tabella con i gradi di parentela nelle tre lingue – latino, italiano, wichi’ – e’ davvero utile ed assai perspicua. Un gioiello di antropologia strutturale sulla scia del grande ed a mio avviso ineguagliabile Claude Levi- Strauss.

  • Mi preme aggiungere una postilla agli spunti che ho tratto dal saggi dio Annalisa Andreini e di Maura Maria Sesini.
    La nostra è la società della opulenza e dello spreco (in barba a tutti i piagnistei): negli anni ’50 a casa mia c’era una camera per 8 persone e avevamo un “cesso” (dal latino) in cortile in comune con altre famiglie; oggi siamo in due con due camere e due bagni (tutte e due arredati). Uno spreco enorme. E… continuiamo a piangerci addosso e a maledire tutto e tutti.

    • Caro Piero, certamente siamo una societa’ di spreconi, ma non dimentichiamo che le buone abitudini (alimentazione, consumo energetico, mobilita’…) dipendono anche – e soprattutto – da noi. In questi giorni in cui aleggia il fantasma del fallimento del summit climatico di Madrid, penso che tutti abbiamo il dovere morale e prima ancora civile di interrogarci sui nostri comportamenti energetici e su quanto possiamo ancora fare per salvarci dall’autodistruzione. Penso che rileggere l’Enciclica di Papa Francesco ‘Laudato sii’, come ribadisci nel tuo volume ‘Oltre’ (Quaderni Caffe’ Filosofico Crema – 2019) sia un primo passo per portare tutti a soluzioni condivise quanto prima e ad interrogarci sul nostro futuro. Come suggerivo a Walter Venchiarutti, mi piacerebbe che il GAC dedicasse il prossimo numero proprio al tema dell’ambiente e della quanto mai necessaria ‘svolta ecologica’, anche in una citta’ virtuosa come Crema.

  • Riporto di seguito l’intervento riassuntivo che l’autore VALERIANO POLONI ha fatto del suo saggio apparso nel libro dedicato alla famiglia Cremasca editato dal GRUPPO ANTROPOLOGICO CREMASCO.

    ” Edoardo Edallo, a pag. 15 del suo contributo al testo, scrive che quando suo padre chiede all’amico: a casa tua comandi tu o tua moglie? L’amico dopo averci ben pensato risponde: Comando io. Nel senso che mi comando di fare quello che vuole mia moglie.
    Dalla mia esperienza, sia per quanto vissuto personalmente in famiglia, che per quanto conosciuto nelle famiglie delle mie zie, nonché in quelle del mio vicinato di via Adamello a Ombriano quando ancora portavo le braghe corte, non è emersa alcuna sorta di dubbio, circa la sincerità e la verità contenuta nella risposta data dall’amico al padre di Edallo.
    Concordo quindi che, già al tempo in cui le famiglie non erano ancora così idro-solubili come nella modernità contemporanea, era di solito la donna (la regiùra), a portare i pantaloni: an da la cà d’an galantòm cumànda la dóna e mìa l’òm.
    E non vi è ombra di dubbio che – ancorchè casalinga – li portasse benone, oserei dire a meraviglia, governando con senno: l’economia domestica (la quindisìna la sa metìa söl tàol)*; la priorità sulle spese straordinarie; la gestione della casa, l’istruzione e l’educazione dei figli etc.
    Nel ceto operaio, alla rilevante diffusione del maneggio dell’economia famigliare da parte della regiura, fa testo il noto motto dialettale, che rivolto esclusivamente alla figura femminile, ne da conferma: Se ’na dóna la gà le mà bǘse, ga và la cà a strǘse.
    Sull’educazione dei figli poi, direi di più, persino il ruolo normativo e sanzionatorio, che i pochi creduloni freudiani rimasti ancora in vita associano alla funzione paterna, era, di fatto, appannaggio da la regiùra. Di solito ai miei tempi, saltà la paghèta o tastà la sarlèta era la punizione sentenziata senza possibilità di appello dalla mamma, quando si bigiava la s. messa o la dottrinetta, mentre solo per i misfatti ritenuti (sempre dalla regiùra) più gravi, veniva coinvolto il padre con il minaccioso monito: stà séra gal dìse a tò papà.
    La particolarità della figura della nonna Bianca, che io e la mia famiglia abbiamo conosciuto quando ci siamo trasferiti da Ombriano a S. Stefano in Vairano, ha il pregio, e oserei dire il valore aggiunto, di sommare all’indiscusso ruolo di regiura, quello della saggia del villaggio, nonna di tutti, punto di riferimento per grandi e piccoli: di storia, cultura e tradizioni di una collettività.
    A lei, è dedicato il componimento in vernacolo che ora vi parteciperò, dopo la lettura di una sua breve nota biografica.
    Deceduta all’età di 96 anni, la nonna Bianca di cognome Barbaglio, fu un personaggio molto noto e apprezzato nella frazione di S. Stefano in Vairano, sua terra natia.
    Persona semplice, d’indole socievole e spirito arguto, la vegliarda Bianchina era molto benvoluta da tutti i santostefanesi per la sua cordialità e contagiosa allegria. Di ferrea memoria, era un inesauribile pozzo di ricordi della vita passata, di conoscenza di piccanti e vetusti proverbi, nonché di gustose citazioni tratte dalla tradizione popolare contadina. Oltre al singolare e gradevole aspetto, la caratterizzava una irrefrenabile motilità della lingua, che ben lubrificata e perfettamente connessa alle efficienti sinapsi del lobo frontale, sapeva intrattenere gradevolmente chi le faceva visita, carpendone l’interesse.
    Particolarmente devota alla Madonna, raggiunse il luogo dei molti il 30 aprile del 2011.

    LA NÓNA BIÀNCA
    (La nonna Bianca)

    Oh! che pèl la nóna Biànca
    la pól mìa tàs gnà ’n brìs
    la sò léngua la ta ’ncànta
    lé, da sóta dài barbìs

    Sarà perché l’è sénsa òs
    o perché l’è sémpre ’n mòia
    al sò fréno l’è mài pòs
    e la dìs chèl che n’à òia

    Che piasé stà l’é a sentìla
    sö pruèrbe e tradisiù
    lé la cünta töte ’n fìla
    tiritére e urasiù

    Da töt chèl che la disìa
    argót amò mé tègne a mént
    fòrse chèl che ma piasìa
    che mé adès óre fàf sént:

    Al sòldo al fà cantà l’orbo

    Àrdel bé, àrdel töt
    l’òm a bulèta cumè l’è bröt

    La cunsulasiù d’an disperàt
    lè èt an ótre a nà ’n malùra

    La rànda e la sàpa
    le fà scurtà la làpa

    Al pusé bé da la màma, angàna

    La và ’n perlé la pòrca a l’àlbe

    La gógia e na pesóla
    la mantègn la camisóla

    I falchèc,
    chèl ché i fà mìa da gióen
    i la fà da èc

    Quànt ché la dóna la ména l’ànca
    o l’è na vàca o póch ga mànca

    A l’asén, caàl e mül
    stéga dalùns dal cül

    Cé lèca danànc al sgrafégna dadré

    Òm sà, scurèse a la mà

    Préc e pói iè mài satói

    La bóca lè mìa stràca
    se la sént mìa da àca

    Trapaltràc quànt àrde andré
    mé ta pénse nóna Biànca
    ma pàr amò da èdet ché
    la tò léngua la ma mànca

    Ma danànc a la tò tùmba
    mé amò sénte la tò ùs
    bàt al cór cumè na bùmba
    ma sa fó, al sègn da la crùs

    Còn la léngua ciciarìna
    dì per mé la tò urasiù
    ta salùde mé Bianchìna
    e süghe i’òc da la pasiù.

  • Un testo da leggere e da meditare. Magari anche per fare i confronti con l’oggi nel bene e nel male.
    La cosa importante è che non perdiamo il “buono” della nostra tradizione (compreso lo stare a tavola insieme, senza tv accesa e senza, a maggior ragione, i cellulari). E importante è vivere il nostro tempo senza esaltazioni acritiche del passato e senza denigrazione del presente.

    A proposito di presente, mi sento di invitare i lettori a meditare il saggio di Primo Lazzari sulla famiglia… allargata, quella che lui ha scelto ormai da una vita (in perfetta sintonia con la moglie e le figlie): la casa famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII. Una scelta per me, piccolo-borghese egoista, “eroica”. Mi permetto solo una breve citazione: io ero giunto alla comunità convinto di servire i poveri. Camminando insieme a loro ho scoperto che io stesso sono povero, che in me ci sono ferite e fragilità, e che non mi potevo nascondere dietro a maschere ma accettare di essere ferito perché ho scoperto che la buona novella non è annunciata a quelli che servono i poveri ma la buona novella è data ai poveri”.

    Ti confesso, Primo, di essermi commosso nel leggere la tua storia.
    Sono orgoglioso di un allievo come sei tu.
    Un ex allievo da cui ho tutto da imparare.
    Nella mia giovinezza avevo pensieri puri come i tuoi, ma non ho avuto il coraggio che hai avuto tu: mi sono chiuso in me stesso trastullandomi con la penna nell’illusione di dare un contributo “intellettuale” a cambiare il mondo. Sei tu, Primo, che stai cambiando il mondo. L’unica rivoluzione silenziosa possibile è la tua: una rivoluzione che parte da una “conversione profonda” (metanoia), una liberazione dal nostro “ego” gigantesco, una apertura genuina a chi ha più bisogno.

    Grazie, Primo, per la tua lezione al tuo vecchio prof!

  • Concordo, Claudio.
    Non entro nel merito delle vostre scelte (interne alla redazione del Gruppo Antropologico), ma vorrei solo informarti che il tema che tu sollevi sarà il filo conduttore del corso edizione 2020 della Scuola di educazione all’economia: la Green Economy, ovvero l’economia circolare.

Scrivi qui il commento

Commentare è libero (non serve registrarsi)

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sui nostri contenuti