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MARINO PASINI

The Unions. I sindacati americani tra vecchie e nuove battaglie

Nel 1936 il presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Roosevelt, parlando della vita magra dei lavoratori, disse: ” un piccolo gruppo di persone concentra su di sè il potere economico, e manovra il mondo del lavoro e la vita degli altri. Per troppi americani la vita è tutt’altro che dignitosa; la libertà solo una bella

Nel 1936 il presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Roosevelt, parlando della vita magra dei lavoratori, disse: ” un piccolo gruppo di persone concentra su di sè il potere economico, e manovra il mondo del lavoro e la vita degli altri. Per troppi americani la vita è tutt’altro che dignitosa; la libertà solo una bella parola, e non realizzabile una vita felice, neppure serena”. Le ore lavorative, il salario, era deciso per gran parte dai “managers” delle aziende; e per cambiare di passo (come si dice oggi), Roosevelt inaugurò il “New Deal”, un piano di riforme economiche e sociali per risollevare il paese dalla “Grande Depressione”; e una delle idee, delle speranze di Roosevelt fu che il luogo di lavoro dovesse diventare un posto dove imprenditori e lavoratori collaborino attivamente nelle decisioni aziendali. Roosevelt fu un sognatore? Uno sprovveduto? Niente di tutto questo. Era un democratico, progressista, e caldeggiò, durante il suo mandato, “le unioni” dei lavoratori, le associazioni sindacali, come nessun altro presidente prima di lui. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, e nei due decenni successivi, i salari raddoppiarono, tanto che nel 1959, il Vice-Presidente americano Richard Nixon disse a Nikita Khrushchev che “gli Stati Uniti sono più vicini all’ideale di prosperità per tutte le classi sociali”. L’ottimismo di Nixon era esagerato, forse anche fasullo, ma l’economia andava a regime, i salari crescevano, le condizioni dei lavoratori anche. Era vero, però che i guadagni degli imprenditori, in quegli anni, crebbero molto, in modo esponenziale: improponibile il confronto con l’aumento della paga ai lavoratori dipendenti, che attraversarono fasi di risalita di stipendio a fasi di stagnazione (wages stagnated). I sindacati (The Unions), calati dal 12.2% al 7.5% fra il 1920 e il 1930; risaliti al 35% negli anni Cinquanta, nel 2018 si ritrovarono crollare al 10% dei lavoratori iscritti alle “Unions”. Steven Greenhouse, reporter del “New York Times” in un suo studio, scrive che “la quota dei profitti ai “businessmen” è risalita, oggi, al più alto livello dalla Seconda Guerra Mondiale, mentre per i lavoratori, stipendi e “benefits” sono al più basso livello dagli anni ’40. “La grande stretta” (The Big Squeeze), c’è stata, e il declino nello status, nei diritti dei lavoratori americani è un fatto. Molti i casi di lavoratori, anche con “low-rung jobs”, lavori o mansioni di second’ordine (centralinisti, camerieri, friggi patatine a “McDonalds, spostapacchi Amazon) vessati, controllati, cassiere donne a cui viene negato di recarsi in bagno fuori dall’orario previsto, e che non possono nemmeno chiedere di essere sostituite, perchè chi potrebbe sostituire la cassiera è occupata altrove. Perchè l’organico quasi ovunque è  sottodimensionato, di questi tempi, ed è la nuova regola nel mondo lavoro: understaffing is the new staffing. Sembrano tornati i vecchi tempi bui, come nel 1911 di un azienda tessile nel Sud degli Stati Uniti: 146 lavoratori che morirono asfissiati per un incendio, e per prevenire furti e soste non autorizzate, tutte le uscite erano state chiuse dall’esterno su decisione della Direzione. I lavoratori rimasero intrappolati, senza via di scampo. Morirono tutti. Le battaglie dei lavoratori americani, negli anni ’30 del Novecento, ebbero spesso successo, come alla General Motors, anche perchè il Presidente americano di allora era Roosevelt, un progressista, che aveva garantito il diritto ai lavoratori a riunirsi, e votato un decreto che costringeva le aziende a riassumere i lavoratori licenziati perchè attivisti sindacali, e puniva lo spionaggio, la schedatura dei lavoratori. Ci furono battaglie vinte, e mentre cresceva il peso dei sindacati nelle contrattazioni (bargaining leverage), cresceva la spinta verso l’auto-soddisfazione dei propri dirigenti, crescevano i loro stipendi, i casi di corruzione. “Perchè dovremmo noi iscritti alle “Unions” – disse nel 1968, George Meany, capo della potente A.F.L.-C.I.O. (la federazione americana dei lavoratori) – preoccuparci dei lavoratori non iscritti e che non vogliono unirsi a noi?”. C’era già presente, allora, un sottile disprezzo per quei lavoratori, soprattutto bianchi, che per Meany facevano parte della “maggioranza silenziosa” . Lavoratori, quest’ultimi, decisivi per la vittoria di Nixon (e per l’elezione recente di Donald Trump). Con la chiusura di tante aziende, la delocalizzazione, il passaggio in massa di lavoratori dalle manifatture (Manufacturing Jobs) ai servizi (service jobs) il declino, il tramonto delle “Unions” è realtà. Negli anni ’80, il sindacato dei controllori di volo del traffico aereo dichiararono pubblicamente il loro appoggio a Ronald Reagan. I sindacati americani non erano più soltanto una base elettorale sicura per i democratici. La contrattazione collettiva era diventata unicamente difensiva, e lentamente si perdeva qualcosa per strada, i diritti intaccati; anche i soldi, la paga, guardando le ore lavorative e il potere d’acquisto, è più bassa oggi rispetto al 1973. Nel 2008 con l’arrivo di Barack Obama, le “Unions” sperarono in maggiore attenzione, ma restarono in parte delusi, perchè la priorità di Obama, i suoi sforzi politici erano concentrati sull'”health care”, la riforma sanitaria. Non c’è stata, con Obama nessuna significativa legislazione chiesta dalle associazioni sindacali. Sono nate nuove associazioni a difesa dei lavoratori che vogliono tornare ai vecchi ideali di giustizia economica, senza approfittare dei vantaggi ottenuti dai dirigenti sindacali, e i non pochi casi di frode e corruzione. Come “The Fight for $ 15”, un movimento di base dei lavoratori nel settore dei “Servizi”. Ha già vinto varie battaglie con lavoratori di fast-food a New York City e altri Stati, con un nuovo genere di protesta. Non più scioperi, se non in casi eccezionali, ma proteste sui media, davanti al luogo di lavoro con lavoratori fuori turno, coinvolgimento delle amministrazioni locali, altre associazioni (qualsiasi),  collette in denaro per aiutare i lavoratori e le loro famiglie, boicottaggio dei prodotti delle aziende che non accettano la contrattazione. Altruismo e capacità di raccontare alla comunità i problemi dei lavoratori, è la nuova arma di queste nuove organizzazioni sindacali, come la “Coalition of Immokalee Workers” che difende i raccoglitori di pomodori in Florida.

 

Caleb Crain, State of the Unions. What happened to American’s labor movement?, The New Yorker, 26.8.2019

Kiran Klaus Patel, Il New Deal. Una storia globale, Einaudi 2018

Steven Greenhouse, Beaten Down, Worked up, Knopf 2019.

MARINO PASINI

27 Nov 2019 in Attualità

6 commenti

Commenti

  • Mi piace quello che hai scritto. Tuttavia non capisco bene il tuo punto di osservazione: ottimistico? E Trump in tutto ciò? Perché se il mondo non si libera di questo goffo, anacronistico individuo, di che parliamo?

    • Caro Adriano, c’è un libro di Sergio Romano, “Trump e la fine del sogno americano” edito da Longanesi; un libro non un “libello”, perchè i libelli sono altri, come “I Protocolli dei Savi di Sion”, e i libelli sono perlopiù roba anonima, come indica il vocabolario, e come furono i “protocolli” citati, che circolarono parecchio, spazzatura, solo falsità. Quello di Romano è solo uno fra i tanti libri dedicati a Trump, che risponde alla domanda che tu hai posto. La mia opinione non può avere pari qualità, quindi mi astengo, preferisco indicarti la lettura, per esempio di “The Secretary of Trump”, un gran bell’articolo della giornalista Susan B. Glasser, apparso su “The New Yorker” (un eccellente settimanale), il 26.8.2019 (come eccellente credo è “The Scientific american magazine”, nella versione originale, per gli appassionati di scienza – e io purtroppo sono un ignorante della materia -, mentre la versione italiana che tu leggi, credo sia italianizzata anche negli articoli, come il “National Geographic”, cioè, non la stessa cosa). Come spesso succede per capire meglio un personaggio, può essere utile partire da un dettaglio, che può essere decisivo, Il nuovo segretario di Trump, Mike Pompeo, con cui pare Trump, per la prima volta va d’accordissimo (non so fino a quando, ma è un fatto eccezionale) è un repubblicano che ha sostenuto con entusiasmo la candidatura di Marco Rubio, contro Donald Trump. Tagliando corto, Pompeo, dopo aver criticato pesantemente Trump dicendo che “sarebbe stato un Presidente autoritario che avrebbe ignorato la Costituzione americana e da combattere ad ogni costo”, ha cambiato idea del tutto, e oggi si è messo a lavorare con Trump, aiutandolo molto nelle sue debolezze, nelle sue stranezze, nel suo linguaggio,nel suo strabordare che potrebbe creargli grossi grattacapi. Pompeo è un cristiano evangelico che tiene la Bibbia sul tavolo, che crede, ora, che Trump sia una moderna “Regina Ester”, la biblica figura che convinse il Re di Persia a farsi generoso, e risparmiare il popolo d’Israele. Perchè ti parlo di Pompeo anzichè di Trump? Perchè credo che Trump non sappia un sacco di cose, sia abile ma “ignorante” su tante faccende, ma giochi d’intuito, e l’intuito ce l’ha sopraffino, ma tende a farla fuori dal vaso, e ora Pompeo, da novello fedele soldato, gli sta aggiustando un pò quelle che chiamiamo, “le sganassate”. Poi c’è la faccenda delle accuse processuali in corso, oltre la storia delle sedici donne che lo hanno accusato di molestie sessuali. Tutta roba che rischia di finire, se non è già finita, con un nulla di fatto. Sono stati scritti tanti articoli sui motivi del voto a Trump di operai bianchi disoccupati, o sottoccupati. Ma c’è un recente sondaggio fatto dall’università di Harvard, citato da “The Economist”, che non è un giornale di partito, ma un foglio conservatore, partigiano solo con i dati reali, il quale segnala che più della metà dei voti ottenuti da Trump (che vinse le elezioni, nonostante due milioni circa di elettori in meno, rispetto a Hillary Clinton) sono arrivati da bianchi maschi per niente poveri con un reddito superiore a 50mila dollari; che circa il 70% dei suoi elettori sono “antagonist with women”, e oltre il 60% hanno opinioni “razziste” con chi non è un americano bianco. Un libro che aiuta tanto a capire l’America di oggi, la “riscossa sudista”, dell’America che fu schiavista (e non fu soltanto sudista), un saggio utlissimo che sembra raccontare l’America di oggi, è “The Fall of the House of Dixie”, di Bruce Levin, in italiano: “La guerra civile americana”, Einaudi edizioni. Parte della documentazione sono le lettere che si scambiavano le mogli dei proprietari terrieri. L’autore ha spulciato gli archivi; i neri bruciati vivi nelle piazze, con tutta la popolazione: vecchi, donne, bambini che assistevano come a una festa a macabre impiccagioni. Intellettuali, schiere di questi, che giustificavano lo schiavismo. Un bellissimo articolo del “The New York Times magazine” di Nikole Hannah-Jones, in parte comparso su “Internazionale”, 11.10.19, spiega benissimo gli anni dello schiavismo, e come i bianchi del sud e anche del nord degli Stati Uniti non pensavano i neri uguali ai bianchi, ma inferiori, e la stessa dichiarazione d’indipendenza non fa cenni alla schiavitù. La Costituzione americana quando è stata preparata e promulgata intendeva preservare e difendere la schiavitù senza neanche nominarla.

  • Anacronistico ma rappresentativo della bassa lega politica mondiale attuale!

  • E’ il tempo, Marino, dei “diritti sociali”, sia negli Usa come in Europa.
    Non si tratta solo di “protezione” (reddito distribuito), ma soprattutto di “droit au travail” (per citare un obiettivo dei socialisti francesi della prima metà dell’Ottocento) e di un diritto a un lavoro non precario, non alla mercé del profitto delle multinazionali.
    Ma questo richiede la forza, l’autorevolezza (e lo stesso sogno) di un nuovo Roosevelt, che non vede all’orizzonte negli Usa (non credo che Sandes abbia questo profilo) ma neppure in Europa, al di là dell’attenzione ai problemi sociali presente nella relazione del nuovo presidente della Commisisone Ursula Von der Leyen.

    • Sono d’accordo, caro Piero, e da pessimista, smetto di esserlo quando vedo all’azione personaggi e gruppi e opinionisti, maschi e femmine che mi provocano brividi lungo la schiena, e come altri, mi rendo conto che sotto processo c’è l’intero sistema democratico, debole, malato di corruzione, e peggio di questo, zeppo di cose da rimettere in piedi, ma l’unico sistema che garantisce libertà, e che ha bisogno di nuovi slanci onesti, coraggiosi, che diminuiscano le disuguaglianze sociali. Oltre a combattere chi sta facendo arretrare anche i diritti civili, e potrei farne una lunga lista, come sta avvendo negli Stati Uniti, e non soltanto lì.

  • Sono d’accordo, caro Piero, e da pessimista, smetto di esserlo quando vedo all’azione personaggi e gruppi e opinionisti, maschi e femmine che mi provocano brividi lungo la schiena, e come altri, mi rendo conto che sotto processo c’è l’intero sistema democratico, debole, malato di corruzione, e peggio di questo, zeppo di cose da rimettere in piedi, ma l’unico sistema che garantisce libertà, e che ha bisogno di nuovi slanci onesti, coraggiosi, che diminuiscano le disuguaglianze sociali. Oltre a combattere chi sta facendo arretrare anche i diritti civili, e potrei farne una lunga lista, come sta avvendo negli Stati Uniti, e non soltanto lì.

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