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ADRIANO TANGO

La caramella di Stradivari 

La caramella di Stradivari di Gordon Bloom (uno dei numerosi avatara del cremasco Roberto Provana) è un’opera narrativa dalla trama semplice: in una Cremona evocata con puntiglio realistico e precisione topografica (e questo provoca un effetto di straniamento, data la natura fantastica della vicenda) approda un personaggio geniale e stravagante, il pasticciere Franz Linden, abilissimo nella preparazione di

La caramella di Stradivari di Gordon Bloom (uno dei numerosi avatara del cremasco Roberto Provana) è un’opera narrativa dalla trama semplice: in una Cremona evocata con puntiglio realistico e precisione topografica (e questo provoca un effetto di straniamento, data la natura fantastica della vicenda) approda un personaggio geniale e stravagante, il pasticciere Franz Linden, abilissimo nella preparazione di dolci sopraffini e nello stesso tempo grande maestro alchemico, capace di penetrare nei segreti più riposti della Natura. Dopo aver rilevato in città una pasticceria di buon livello, ma prosaica ed inevitabilmente rivolta al passato nella sua gestione priva di fantasia, Linden crea un suo personale laboratorio (con annesso locale di degustazione) attraverso il quale invade letteralmente  la gaudente ma sonnacchiosa città di provincia grazie alle sue creazioni culinarie, frutto a loro volta di un’ inventiva prodigiosa e della manipolazione dei segreti della Natura tradotti in gusto, suono, profumo, gioia. L’eterodossia del personaggio però, il suo disprezzo per le consuetudini e i luoghi comuni e, infine, l’ostilità e la persecuzione da parte del suo nemico giurato, il commissario Benito, lo costringono a fuggire dalla città, diretto in una località sconosciuta e misteriosa.  Lasciata a sé stessa, Cremona non può più godere del suoi stimoli e della sua gioia di vivere e precipita nel buio dell’incoscienza e della noia. Rimangono però i suoi discepoli (tra cui l’io narrante) che hanno il compito di conservare, per quanto è possibile,  le sue parole e il suo esempio, senza peraltro mai riuscire a far rivivere lo splendore e la beatitudine della sua presenza.
Il riassunto (soggettivo come tutti i riassunti) serve a dimostrare quella che, a parere di chi scrive, è la novità più ardita e intrigante di questo romanzo singolare; la figura di Linden assume i tratti di un altro Cristo, una divinità alternativa rispetto al Nazareno, e tuttavia destinata a riprodurre i caratteri e le vicende della suo soggiorno sulla terra: l’epifania, il trionfo fra la gente, lo scandalo, la persecuzione e l’esilio e, infine, un angoscioso senso di perdita: “Oh maestro, mio maestro, dove xiete” invoca l’io narrante, l’apprendista – apostolo – testimone, che ha assunto ormai la stravagante parlata del suo maestro (p. 243, edizione Chiado Books).
Del resto, l’estroso personaggio non ha mancato di mostrare, a tratti, la sua natura soprannaturale nella sua capacità di creare le più elevate raffinatezze dolciarie e soprattutto nel potere di produrre la vita, di animare ciò che è spento, di donare fertilità anche alle donne diventate sterili e a dotarle del potere di fulminare (letteralmente) gli uomini rozzi e goffi, negazione della  aristocratica raffinatezza di cui è portatore. Tuttavia, se di divinità si tratta, essa è ben lontana dall’esempio della figura di Cristo e della sua passione. Il potere magico di Linden si avvicina piuttosto alla virtus degli dei pagani, e alla loro capacità di godere e far godere, di allargare lo spettro delle sensazioni. Proprio come avviene nella magia di contatto, le sue facoltà si trasmettono naturalmente a tutti quelli che lo circondano. Ariana, la sua amante, emana energia vitale anche attraverso la sua camminata, come la Venere rappresentata da Lucrezio: “Quando passeggiava per la strada, lei che era sempre scivolata via furtiva e invisibile, sfuggente come un gatto freddoloso. ora magnetizzava l’attenzione della gente che si girava a guardarla (…) La sua nuova condizione la rendeva nobilitata e con essa ne usciva sublimata la sua visione della vita, delle cose” (p. 209). Una Beatrice a rovescio, che emana non spiritualità ma una solida attrazione sensuale.
Anche come alternativa alla tragicità della religiosità cristiana, incentrata sulla successione di passione / morte / resurrezione e sulla natura mortificante del suo messaggio, alimentata da un clero meschino e sessuofobo, l’universo di Linden accoglie anche il comico / farsesco, e potenzia una natura libera e slegata dalle convenzioni, come avveniva per il trickster,  il dio briccone e comico molto caro al pantheon pagano. Vengono da questo modello certe sfumature farsesche di Linden, a cominciare dalla palata italo – teutonica, il suo insaziabile desiderio di piacere, il carattere paradossale delle sue sentenze.
Forse perché è consapevole dell’originalità del suo personaggio, Bloom lo pone di continuo al centro della scena, e ne registra i caratteri più estrosi: l’edonismo, l’iperattività, e soprattutto la consapevolezza che, nel mondo, tutto è connesso attraverso legami sottili, che sfuggono ai sensi, in un unicum vitale e sempre rinnovato.  I sensi debbono tendere ad un’armonia sublime, i saperi a ritrovare quell’unità assoluta che era all’origine della creazione e il cui possesso equivale ad una autentica realizzazione. In questo ritratto affiorano certamente tratti autobiografici ben mimetizzati nella trama, dal momento che Bloom – Provana davvero ha intrapreso molte strade che tendono ad un’unica meta: dalla narrativa alla filosofia zen, dalla consulenza aziendale alle tecniche di apprendimento e alla cucina. Ma il romanzo esprime anche una visione del mondo e della realtà che appartiene a quel “pensiero magico” preindustriale che Levi – Bruhl ha individuato nelle popolazioni cosiddette primitive. E’ la stesso sapere fatto proprio dall’esoterismo, soprattutto da quella “magia bianca” benefica e generosa studiata da filosofi del Quattrocento come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, Pur non accogliendo l’irrazionalismo (l’esoterismo quattrocentesco concepisce una sua ben precisa razionalità), Bloom condanna però il razionalismo arido ed utilitaristico che spegne le emozioni e condanna all’aridità e all’insoddisfazione: così capita a Isadora Arnolfi, la proprietaria della pasticceria rilevata da Linden, che finisce per fare tutt’uno col blocco di marmo in cui è seduta, o di Benito, un fascista maschilista terrorizzato dalle novità e da tutto ciò che turba il quadro immobile delle sue certezze.
Gordon Bloom, che non è particolarmente interessato all’intreccio e tende piuttosto ad assumere un ruolo pedagogico (quando non addirittura di apostolo), deve però riuscire a trasformare tutta questa materia complessa in narrazione, in azione e dialogo, in una trama avvincente. Ci riesce attingendo stimoli da diversi generi romanzeschi, in primis il racconto avventuroso, incentrato, come di norma, sul rito di iniziazione di un discepolo ansioso di maturare ed eguagliare il maestro. Vengono poi creati un antagonista dai tratti odiosi (e dal bagaglio ideologico ben riconoscibile), che incarna il negativo, e una fanciulla contesa, non proprio giovane, ma certo un premio ambito da due uomini che esprimono una visione radicalmente diversa del mondo. La struttura del romanzo d’azione imprime dunque movimento alla trama, ma non è il solo genere al quale l’autore ricorre per offrire coerenza e compattezza al complesso di informazioni che offre al suo lettore. Va citata anche la narrazione didascalica, basata sul flusso di informazioni che passa da chi scrive a chi legge; genere che ricalca l’antico rapporto tra ierofante e iniziando e che sta alla base dei più celebrati poemi didascalici dell’antichità (da Le opere e i giorni di Esiodo alle Georgiche di Virgilio), Infine, per quanto questa influenza venga concentrata soprattutto nei capitoli finali, occorre accennare almeno al romanzo erotico e libertino, di cui Bloom mima perfettamente il ritmo e il corredo metaforico, in un’atmosfera che esclude il morboso, ma si lega piuttosto sul riconoscimento del piacere assoluto, che è in larga parte basato sul corpo e sulla fisicità. Con un linguaggio sapientemente in bilico tra i libertini francesi e il D’Annunzio delle poesie e dei romanzi erotici, l’autore cerca di esprimere la complessità e il valore liberatorio del godimento sensuale, che non coincide con l’abbandono irrazionale ed animalesco alla “voglia”, ma si rivela a sua volta un cammino verso la perfezione, arduo ma appagante.
La caramella di Stradivari, un romanzo fintamente semplice ed ingenuo, può contare anche sulla carta vincente costituita dalla lingua e dallo stile: una conoscenza davvero ammirevole del lessico che talvolta si traduce in metafore barocche ed elaboratissime, senza perdere mai però la sua precisione e la sua nitidezza. Una musicalità, un ritmo ricorrente nella pagina (costituito per lo più da una serie di aggettivi disposti in gruppi di due o di tre) contribuiscono a creare quel piacere intellettuale che all’autore preme tanto, e che i lettori (i “felici pochi”) sapranno senz’altro apprezzare.

ADRIANO TANGO

04 Feb 2020 in Cultura

4 commenti

Commenti

  • Cremascolta ha sempre apprezzato Gordon Bloom con tutti i suoi alleli, e personalmente farò in modo da metter le mani sull’opera quanto prima!

    • Il libro mi è piaciuto. Non è il primo testo di Gordon Bloom che ho apprezzato, come nel caso di De nimbo.
      La ricostruzione di Cremona e di certa “cremonesità”, magari con gli occhi di un non cremonese, è molto gustosa, per restare in tema alimentare.
      Sul “pensiero”, direi che l’autore di quanto sopra ne ha ben colto le radici e il senso.
      So che l’opera ha ottenuto buone recensioni. Anche su certi blog locali.

    • Ma Kusa et a tirà a mà President: “alleli”!!!!
      Siamo su una brutta china…..

  • Confesso di avere rinviato di qualche mese la lettura perché non mi attirava il titolo, ma quando l’ho letto, ho trovato una vera e propria summa del lungo e per certi versi affascinante percorso intellettuale dell’autore, nostro blogger a lungo.

    Non sono un critico letterario come Vittorio Dornetti, l’autore della recensione di cui sopra (lui, sì, che è un finissimo e acuto critico), ma posso dire, sulla base della mia sensibilità e della mia conoscenza dell’autore, che qui troviamo una sintesi superba delle sue numerose avventure culturali, dei suoi sterminati territori che ha esplorato (dalla psicologia alla filosofia, dalla medicina all’erboristeria… fino alla… cucina).

    In primo luogo ho visto nel protagonista la figura dell’imprenditore creativo, dell’imprenditore che ricorre a tutti gli stratagemmi per poter imporsi sul mercato (e sul mercato di una città per molti versi molto tradizionalista che è Cremona).

    La figura non solo di un imprenditore creativo, ma anche di una straordinaria sete di cultura e di sperimentare strade nuove.

    Un creativo su tutti i fronti, anche nel trasfigurare il rapporto sessuale con un ritmo crescente, addirittura travolgente (sono tra le pagine stilisticamente più efficaci e più coinvolgenti).

    Il prototipo di un nuovo uomo che l’autore ha cercato per decenni di costruire per sé e, in quanto consulente aziendale, per altri: un uomo nuovo che si tuffa dentro se stesso ed esplora tutte le sue potenzialità, potenzialità che poi diventano “realtà”.

    Un exemplum di quanto possiamo fare noi: noi che spesso viviamo alla giornata, camminiamo sulle strade del mondo senza osservare, tendiamo a spegnere la nostra sete di conoscenza, la nostra sete di sperimentare quanto siamo in grado di fare…

    Un exemplum di come non possiamo e non dobbiamo vivere da “passivi”, ma da “protagonisti”, anche “gustando” tutto ciò che è godibile (anche a tavola oltre che a letto), ciò che spesso, per pigrizia, non facciamo.

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