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IVANO MACALLI

L’Urlo

L’urlo di Munch sta perdendo colore. In verità anche i quadri antichi necessitano di restauro, perchè le vernici si ossidano, il colore screpola, il fumo di ceri o sigarette li ingialliscono. Una bella pulita , una verniciata, magari attenzione a temperatura e umidità dei luoghi deputati, e via. L’arte moderna invece, dalla chimica in poi,

L’urlo di Munch sta perdendo colore. In verità anche i quadri antichi necessitano di restauro, perchè le vernici si ossidano, il colore screpola, il fumo di ceri o sigarette li ingialliscono. Una bella pulita , una verniciata, magari attenzione a temperatura e umidità dei luoghi deputati, e via. L’arte moderna invece, dalla chimica in poi, e tutta la tecnologia per la ricerca di nuovi materiali, pone di fronte a questioni abbastanza inquietanti. La prima riflessione è che sono arrivati a noi gli affreschi di Pompei e le sculture greche. Se invece penso ora a quanto tempo attraverseranno magari i graffiti, non quelli delle strade, ma quelli ormai nei Musei, realizzati con bombolette spray e colori che più chimici di così non ce n’è, mi chiedo cosa succederà. Vale anche per tutte le altre tecniche e materiali, sia chiaro. In verità il problema del restauro delle opere d’arte moderne e contemporanee si pone da decenni, si è visto recentemente con la banana di Cattelan, ma questa è una sonora presa per il culo, e se anche non ne rimarrà traccia tanto meglio. Sono arrivati a noi gli antichi templi e le sculture orientali, quelle non distrutte dagli iconoclasti, i codici miniati medioevali, le piramidi e le incisioni rupestri della Val Camonica. Ora abbiamo i grattacieli degli archistar, i ponti, quelli che non crollano. E ci piace comunque attraversare un ponte di epoca romana.
Un piccolo post, tanto per chiedermi cosa resterà di questa modernità, per chiedermi se Citylife o Porta Nova- che non sono l’acquerello ottocentesco, l’acciaio dura di più, tra duemila anni si visiteranno come siti archeologici e di interesse architettonico o non esisteranno più. O anche, di questa modernità, dando per scontato che qualcosa rimarrà e altro no, con selezione naturale imprevedibile, rimarrà il buono, il mediocre o il cattivo? O ancora, le grandi civiltà avranno lavorato per il futuro o per il loro presente? E noi per chi stiamo lavorando. Forse per l’effimero che sono il tempo o la Storia’. E a questo punto ha senso chiedercelo? Penso di no. Di questi tempi poi con tanti pericoli incombenti, tipo quello dei complottisti che dicono che alla luce del sole non succede niente, perchè tutto è oscuro e pilotato nelle segrete stanze del potere. Quindi, cosa facciamo a fare?Ai posteri l’ardua sentenza.

IVANO MACALLI

27 Feb 2020 in Arte

20 commenti

Commenti

  • Ivano il tuo post mi ha fatto andare (complice l’ora tarda?!) a quel bel lavoro di Painter ignoto (bravo assai peraltro!) che ha ritratto “il celeste” (sic transit gloria padanae!) sulla (s)facciata sud dell’aborto in cemento armato della “scuola di CL”.
    E’ ormai un pezzo di storia del potere regionale lombardo che se ne sta andando.
    Ritornerò a fotografarlo, sarebbe peccato perderne traccia!

    • E’ proprio bello il disegno sul muro dedicato al “Celeste”, ai Sabbiù. Dove vanno in devozione a chiedere scusa tutti coloro che lo hanno votato due volte, e hanno voluto “il mostro” di cemento con i soldi dei contribuenti. Magari cacciassero quei soldi, anche con la colletta! Sono convinto che gli stessi, il voto a lui, al Celeste, lo darebbero di nuovo, se si dovesse ripresentare.
      Ivano pone questioni belle toste; quando sono a Citylife, a Milano, dove c’è un ottimo centro commerciale, con una libreria, alcuni piacevoli bar, pure un atmosfera raffinata (il contrario di Cremona Po), se si va in fondo al parco, nella direzione opposta dei grattacieli, resistono alcuni palazzi ottocenteschi, e c’è questo contrasto, tra passato e presente che fa pensare. Parte dell’architettura modernissima sarà in futuro visitata dai turisti, come oggi visitiamo le grandi bellezze del passato; anche se lo schifezzaio dell’architettura residenziale, costruita dagli anni ’60 fino a tempi recenti, e ancora oggi, non interesserà a nessuno.

    • Sai che non l’ho mai visto? Oggi però ci faccio un giro.

  • Sto fotografando in questi giorni quanto rimane e quanto rinasce dell’area nord-est che assumerà nuova fisionomia. Ritorno in questo modo al mio solito mantra che vorrebbe risparmiate alcune testimonianze della Crema industriale di un tempo. In una zona che qualche visionario potrebbe immaginare come il nuovo polo attrattivo della città, col piazzale della stazione riqualificato, con tanto di sculture e nuova piantumazione. Guardando a sinistra con la faccia alla stazione si ergono vestigia di quella che era la ferriera: lo scheletro di una torre e quello che rimane di vecchi capannoni. Tutto è visibile dalla nuova rotatoria che dovrebbe intercettare anche il nuovo sottopasso oltre allo sbocco su via Stazione del nuovo terminal dei pullman. In verità, a parte la demolizione che preannuncia il nuovo supermercato tra via Gaeta e il viale di Santa Maria io non ho idea di come potrebbe diventare il nuovo quartiere (?). Di fatto da via Stazione quei resti industriali rievocano un passato industriale direi glorioso e credo che nelle mani di un buon architetto potrebbe trovare nuova vita, anche come monumento e basta, senza chissà quale riconversione. Di fatto in tutte le grandi città nostre ed europee l’opera meritevole di risparmiare pezzi di Storia qualificano Amministrazioni che del passato locale si fanno vanto, a futura memoria e testimonianza, non per fini di millenaria archeologia, ma per fini più empirici. Ed empirico è il passato appena trascorso per testimoniare una continuità di cui, con vuoti temporali, non rimarrebbe traccia. Crema, dal passato industriale, seguendo le tracce della modernità è ormai diventata altro, preservando solo il centro storico, cancellando quei trascorsi che hanno permesso anche al centro di mantenersi quello che è. Il benessere economico dei decenni passati ha permesso tutto questo. Se la città appare bella questo lo dobbiamo anche all’industria che ha permesso anche a tante famiglie operaie, non solo ai ricchi, di far studiare i propri figli in un riscatto non solo economico, ma soprattutto sociale. E magari di restaurarsi l casetta nelle belle vie del nostro centro. Un po’ di riconoscenza quindi, salviamo fisicamente un pezzo della nostra Storia. Si mantengano quei pochi resti rimasti.

  • I colori sbiadiscono…Le cose cambiano…
    Dal post– “E noi per chi stiamo lavorando.Forse per l’effimero che sono il tempo e la storia.E a questo punto ha senso chiedercelo?”–
    Penso di si…

  • Un post tutt’altro che banale Ivano. Se ci volessimo orientare su cosa restaurare dovremmo rifare l’occhio alla dignità delle opere, perché nel tempo il concetto di restauro è cambiato. gli “antichi” restauravano, e come! Il oro splendidi templi costruiti in legno policromo sono stati presto restaurati sostituendo al legno il marmo. I romani sostituirono il marmo col bronzo delle statue. Gli Etruschi, che già conoscevano il periodo della fine della loro civiltà, non hanno fatto lo stesso ritenendolo superfluo essendo circondati da barbari, Romani compresi. Comunque ha funzionato e hanno ben selezionato le opere meritevoli.
    Adesso si è fatta strada una concezione di restauro che tenga conto anche delle manomissioni precedenti, a scopo restaurativo o meno (restauro dell’opera e della sua storia), ma soprattutto vige il concetto “ermentiniano” di “restauro timido”. Comunque per l”opera d’arte il fine del restauro è solo il ripristino conforme allo stato originale. Ma per le opere non figurative, cioè per le figure che noi facciamo individualmente o istituzionalmente, cosa varrà la pena di conservare? Dei Greci piangiamo su ciò che è andato perso, dei contemporanei credo valga l’opposto.

  • Passando ieri per Capergnanica, sulla strada che porta fuori paese in direzione Ombriano, ho fotografato una villa, credo ottocentesca, che intuivo da tempo, ma nascosta da incolta vegetazione. Credo disabitata, anche se ora lavori da vivaista fanno intuire la creazione di un viale, forse preludio ad un restauro. La villa mantiene tutto il fascino del tempo, atmosfera un po’ sinistra, colori, muffe, scrostature, e l’assenza di magari volgari residenti. Silenziosa, non maestosa con con buona dignità di metratura e davanti un grande prato. Sul lato destro verde misterioso a proteggerla da un’invasione visiva sfacciata così da far immaginare tante storie vissute nel tempo. Lungo il lato lungo del parco una siepe malandata ormai dismessa la fa appunto ammirare in tutta la sua bellezza. All’ingresso una disposizione ottagonale di leggere colonne a disegnare un portico sovrastato da un terrazzo con affaccio credo dalla camera da letto padronale. Sul lato sinistro un altro corpo di fabbrica, credo aggiunto successivamente che comunque non modifica la bellezza e armonia dell’insieme. Ad ombrarlo, al tramonto essenze sempre verdi. E qui immagino nascite, morti e magari bellissime storie d’amore, dolori, ce ne sono sempre, feste di campagna in un silenzio che all’epoca non era certo turbato dal frastuono contemporaneo. Ecco, così com’è, con un restauro solo conservativo, magari lasciando l’esterno tale e quale, senza evidenti interventi, lasciando appunto la patina del tempo, mi piacerebbe che si conservasse a futura memoria architettonica, senza essere la reggia di Caserta, ma solo una bellissima casa di campagna, credo con cascina attigua. Confidando, se in restauro, che la sovrintendenza, di cui in genere non godo grande stima, imponga di lasciarla esattamente com’è. Già un nuovo intonaco la snaturerebbe. Ma non sarà così. Azzerare il tempo è più pratico che preservarlo.

    • Sai, chi ci mette mano avrà la vita impossibile: il fantasma residente è mio amico, e ha promesso battaglia. Scherzi a parte hai mai dormito in una camera degli spiriti? Pensa che mi è toccato da dodicenne, nella casa di famiglia di mia nonna, sul cucuzzolo in cima a Polla, paesino ai margini del vallo di Diano di cui questo rudere di castello già ristutturato alcuni secoli prima e nuovamente fatiscente costituiva la casa del sindaco, titolo praticamente ereditario, e proprio io dovevo finire a dormirci in quel letto a colonne dove aveva dormito Garibaldi e chiuso i suoi giorni il primo cittadino? Sarà stato l’interruttore a pera che ho agitato nel mio sonno già all’epoca irrequieto, ma nel cuore della notte inizia ad accendersi e spegnersi la luce… altro che atmosfera!
      Ma almeno il giorno dopo ho potuto spiegare il mistero del fantasma!
      Quando poi ne ho ereditato e rifiutato un pezzo dopo una perizia sulle spese di restauro mi son reso conto che l’intero paese era un museo, ogni casa con le sue mura graffite con scritte di eventi storici, pestilenze… e così i paesi prima e quelli dopo sul corso del fiume Tanagro, e così buona parte d’Italia. Lo so che vuol dire lamentarsi della gamba buona, ma non c’è da meravigliarsi se il centro Italia l’hanno restaurato Inglesi e Tedeschi appropriandosene di fatto, mettendoci un’emittente radio propria in lingua madre, tanto da poterci alzare la bandiera e farne uno stato come gli Israeliani: noi, sempre con l’acqua alla gola e le cambiali in scadenza, dove andiamo? Ottima quindi l’idea di un criterio di selezione da non addetti ai lavori.

    • Per chi conoscesse o no la villa: il portico d’ingresso è pentagonale. Adriano, che fortuna il proprietario. Spero che per stile, classe, buon gusto, senso estetico il proprietario le corrisponda. Perchè non sempre i soldi sono di chi li sa spendere bene.

  • Marino, il tempo è comunque indulgente e magnanimo, porta bellezza dove non c’era. All’epoca Crespi d’Adda non avrà attratto frotte di turisti, ora è patrimonio dell’Unesco, e dell’Umanità. Ricordo qualche anno fa che un cremasco di cui non faccio il nome decantò su qualche giornale locale di sinistra la bellezza di piazza Fulcheria, ante fontana, a Crema Nuova. Io in zona ci sono cresciuto e quel quadrilatero d’angolo tra via Indipendenza e Boldori comincia a non dispiacermi, come altre vie di case popolari del quartiere. Del resto è avvenuto così anche per le case di ringhiera, affacciate su cortili interni, ormai recuperati come sui Navigli di Milano. Eppure un tempo erano case di operai, povere.Che strane cose fa il tempo.

    • Crema Nuova: le sue stradette, le vie alberate all’intorno, con diversi condomini popolari e vilette sono state un buon esempio, tutto sommato, di edilizia residenziale. Rispetto a viale Repubblica, e la zona giusto fuori Porta Ombriano. Grazie soprattutto agli alberi che, soprattutto nella parte violentata di Via Bacchetta nascondevano le magagne (oggi non più), le case INA più modeste. Non tutto è da buttare dell’edilizia residenziale dal miracolo italiano, ma molto sì; è tutto o quasi caos, dove gli edifici si mescolano a caso, e giusto fuori dai centri storici c’è lo sfogo, il pus costruttivo, palazzi tirati su in qualche modo, niente armonia, geometri e architetti da premio No-bel.

  • “Dei Greci piangiamo su ciò che è andato perso, dei contemporanei credo valga l’opposto.” Adriano, bellissima considerazione. Ma speriamo di no.
    Graziano: e quando ce lo siamo chiesto cosa cambia? Non so, non ho una risposta.

  • Marino, aggiungo: si ha un gran bisogno di Storia. Peccato che non insegni a tutti.

  • Forse molti della nostra generazione, Ivano, non sono ancora pronti a considerare in termini artistici certe opere d’architettura, certe soluzioni urbane realizzate nel corso del Novecento. Mentre nel campo della pittura e della scultura, almeno per quanto creato fino a qualche decennio fa, in parecchi (e io sono tra questi) riconoscono valore artistico a diverse opere, mi pare che considerare esempi di “bellezza” determinate soluzioni architettoniche, soprattutto a Crema, sia cosa alquanto rara e poco condivisa.
    Il discorso sulla cosiddetta “archeologia industriale” meriterebbe invece uno svolgimento del tutto a parte.
    Il tuo post, in ogni caso, centra in pieno il tema del che cosa lasceremo dopo di noi, delle nostre opere e delle nostre realizzazioni artistiche ma non solo, della loro significatività, forse della loro stessa sopravvivenza alla obsolescenza materiale e alla fatiscenza fisica. E in questo sono d’accordo con te riguardo all’importanza del quesito.
    Ma in merito alla risposta, le architetture più recenti, soprattutto novecentesche, specialmente quelle del secondo dopoguerra, forse per mia mancanza di preparazione specifica e per gusto particolare, mi sembrano davvero tra le più brutte che la nostra città, i nostri sobborghi, i nostri paesi, il nostro contado possano offrire.
    Non arrivo a dire, come ho sentito spesso dire a Crema, e non da sprovveduti in materia, che se si azzerasse tutto quanto edificato qui da noi dal primo all’ultimo giorno del Novecento non perderemmo granché, anzi miglioreremmo la città e il suo territorio, la sua urbanistica, il suo paesaggio, la sua bellezza. Ma anche senza essere così drastici, personalmente ho l’impressione che, a ben pensarci, sarebbero ben poche le cose di cui, così facendo, potremmo sentire la mancanza e molte di più le brutture e gli orrori che così verrebbero a mancare.
    Tuttavia, non essendo del ramo, mi rimetto al parere di chi ne sa più di me.
    Di sicuro, molti architetti la vedono diversamente e in base a ragioni forse fondate.
    E certamente non ho pretesa di tuttologo o ardire in campi altrui.

    • Pietro, ho provato a scartabellare, (io sono arrivato un cincinin prima di te e Ivano, ho fatto l’ingresso nel pianeta giusto una settimana prima che Badoglio annunciasse che l’Italia, con una delle tante “giravolte” che hanno caratterizzato la sua storia, aveva definitivamente “mollato” il “RoBerTo”, e qualche ricordo di Crema com’era, prima del “delirio/orgia del piccone/mattone” ce l’ho!) ma, passando in rassegna le “grandi opere” della ricostruzione post bellica, mi sono venute alla mente solo delle ….. gran schifezze!
      Dalla demolizione della “ciudera” con Alloggio e cambio di cavalli, sostituia dal “Platano&Platanino” (orrendi), e li a un passo, il “macello” sostituito dagli orridi capannoni delle “autoguidovie”.
      Per non parlare della demolizione del degnissimo palazzo che ospitava la Banca Popolare sostituito dalla nuova “moderna” sede, opera di nessun rilievo architettonico (anzi!) e dell’interramento della roggia “adrè a l’acqua” sostituita dal “novissimo mercato coperto” che sarà stato pure funzionale alla bosigna, ma di una bruttura ……!
      Ci hanno poi “dato dentro “con l’ex linificio e canapificio nazionale” con una speculazione edilizia tanto vergognosamente “condensata” quanto di pessima qualità architettonica (verde, assolutamente zero!) ed all’ex Pastificio Zucchi sostituito da una “casermone” solo un pochetto più studiato quanto a distribuzione dei volumi, ma niente più!
      Cheddire di “Crema nuova”, se non un lapidario (ops!) “l’urbanistica è un’altra cosa”?
      Il “sacco” è continuato poi in “zona pista” con un’altra bella speculazione che ha riempito il polmone verde esistente di scombicchierati casermoni messi uno accanto all’altro, con una progettazione urbanistica che dfinirei di tipo …..”random”!
      Attorno al ’68 è arrivata poi la generazione dei geometri diventati architetti con gli esami di gruppo, ergo: …”quod non fecerunt barbari …..”!
      In mezzo a tutta sta ignoranza, il centro storico, tutto sommato è restato incredibilmente praticamente integro e questo ascriviamolo pure a merito, soprattutto di qualcuno che a suo tempo ha “pestato i piedi”, e magari ….”al ga ciapat sè anche del menagram”!!!
      Morale?
      Dal primo e secondo dopoguerra ….”roba bèla: poc o gnent” !!!

    • Pienamente d’accordo su tutto, caro Francesco. Perfetto.
      Aggiungo che quel minimo di salvaguardia, davvero minimo, della parte più interna del centro storico non potrà mai compensare lo scempio fatto sul perimetro degli antichi fossati, nella successiva corona circolare entro le mura venete e nei nuovi sobborghi fuori le mura inventati o tollerati dagli sciagurati piani urbanistici del secondo Novecento.
      Anche a San Bernardino, Ombriano, Santa Maria e nelle altre municipalità un tempo autonome intorno alla città si è andati giù molto pesanti, trasformando dei paradisi urbani e paesaggistici in realtà devastate senza ritegno (caro Marino, sui “daini” potrei raccontartene delle belle, beninteso belle per modo di dire, ma forse le conosci già).
      Minimo comune denominatore? Azzeramento del verde.
      Poi, quando in certe aree l’unica cosa decente erano diventati gli alberi, loro abbattimento.
      Ancora oggi, non appena si ipotizzano interventi architettonici di valenza generale, molti cremaschi (molti dei pochi effettivi rimasti) incrociano le dita e passano ad accender ceri in chiesa ancorché atei, mentre nei luoghi da settant’anni deputati alla speculazione edilizia controfirmata e timbrata si ipotizzano cubature edilizie, cemento, asfaltature, parcheggi (vedi gli Stalloni, la trovata della “cerniera” con la zip da una parte sola e gli obiettivi d’insediamento di uffici, servizi e housing al posto degli attuali, preziosi, per alcuni ghiottissimi, tre ettari di verde in città).

  • Marino, Francesco, rispetto alle grandi città direi proprio che Crema non è messa così male. Niente da paragonare a Scampia, vele finalmente in demolizione o riqualificazione, Gratosoglio o Zen. Crema Nuova, già all’inizio vedeva nelle stesse vicinanze operai e i primi benestanti del boom economico. Credo che in fretta abbia perso le caratteristiche di quartiere solo popolare. E’ stata la fortuna delle piccole città dove demograficamente non è stato necessario, proprio perchè non c’erano i numeri, ghettizzare migliaia di persone in un’unica area, togliendo loro una possibile dignità. Come un destino inevitabile. Povero e delinquente sei e tale resterai. Questo, ritorno a Crema, ha impedito un degrado sociale e culturale riscontrabile nei grandi centri. Se si mettono tutti insieme migliaia di poveri sono ovvie poi le conseguenze. E in questo caso Amministratori e architetti andrebbero messi al muro. Mescolati in quartieri più dignitosi, in piccole isole, anche i poveracci potrebbero imparare qualcosa, senza avere sotto gli occhi solo la miseria e stili di vita contagiosi. Magari la mia è sociologia spicciola, ma di fatto la promiscuità economica o culturale è sempre di cattivo esempio, e per lo meno non avrebbe riservate le occhiate sospettose e pregiudizievoli di chi li osserva da fuori con l’autoesclusione rassegnata e conseguente. La dignità è anche di quartiere o geografica. Se io metto un delinquente tra altri delinquenti difficilmente troverà riscatto ed emancipazione. Magari, in ambiente sano potrebbe capire che altre vite sono possibili.

    • Giuste considerazioni le tue Ivano, concordo.
      Io ne avevo fatto oggetto di considerazioni rispetto alla qualità progettuale/architettonico/urbanistica degli interventi, che pure hanno un valore di rilievo rispetto al come si ri/costruisce una città!

  • Una domanda aperta non pietrifica;
    è un continuo bussare…
    Prima o poi qualcuno aprirà.

    • Graziano, vorrei avere la sua fiducia.

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