menu

ADRIANO TANGO

W l’Italia ʍ il Coronavirus!

Ormai in qualche casa, fra amici e conoscenti, siamo alla prima conta dei guariti e dei deceduti, e non è più una notizia televisiva il virus, ci tocca, e così abbiamo capito senza più dubbi che questa è una vera guerra, e inaspettatamente, come in tutte le guerre, sventolano le bandiere. Questa in copertina è

Ormai in qualche casa, fra amici e conoscenti, siamo alla prima conta dei guariti e dei deceduti, e non è più una notizia televisiva il virus, ci tocca, e così abbiamo capito senza più dubbi che questa è una vera guerra, e inaspettatamente, come in tutte le guerre, sventolano le bandiere. Questa in copertina è in un condominio della zona viale Repubblica, ma ce ne sono tante! Tante da potermi far dubitare, quando finalmente sono uscito con la scusa delle banane che son finite, di essermi dimenticato una festa nazionale. Torno, guardo in internet… ma che vergogna!, che segno di abbrutimento paravirale, perso fra le pagine di un vecchio manoscritto che sto editando per occupare il tempo, mi sono dimenticato la festa del tricolore! Ma, visto che internet è finalmente aperto, scopro anche il fenomeno “fratellanza dai balconi” che già si accompagnava prima alla bandiera nazionale; non solo, ma anche all’inno di Mameli, cantato in coro da quei balconi!
Sembrerebbe che, essendo in declino la tendenza a votarsi a un Santo (vedi il post di Marino), e nell’improduttività di votarsi a un microscopio, l’amor di patria abbia ripreso quota. Come adesione al valore nazionale contro atteggiamenti e comportamenti altrui che finalmente sollecitano una sana indignazione? (vedi il post di Rita). E ancora, se è semplicemente un fenomeno reattivo, fenomeno salvifico o salvinico? La seconda la escluderei, in quanto di segno opposto alle quotazioni delle azioni del leader leghista.
Ripercorro i banchi della memoria, e mi rendo conto che il fenomeno è reale, e non riguarda solo i tricolori, si è esteso ai messaggini e relative vignette, barzellette, ma anche belle pagine quasi ampollose di amor patrio, così ponderose che ci sembra facciano fatica a viaggiare in etere fino a incastrarsi nel nostro scatolino magico.
Ma quando mai si era visto! E allora perché non prima?
E come si spiega questa reazione ubiquitaria, che attraversa e unisce la Nazione più velocemente del cavallo di Garibaldi e più tenacemente di tutte le diplomazie di Cavour? Che non cito a caso, perché sembrerebbe quasi esserci una regia occulta dietro tutto ciò; ma possibile che tutti i nostri dietrologi non abbiano ancora congetturato niente?
Certo, il fenomeno è quanto mai gradito alla politica, spiana la strada al sacrificio, dà un senso prontamente assimilabile al monito del Presidente del Consiglio “Mai come adesso l’Italia ha bisogno di essere unita…”

Come tutte le cose difficili su cui mi soffermo alla fine la risposta dove me la ritrovo? Nella biologia, nell’etologia, nelle pulsioni più semplici dell’essere vivente: paura = adrenalina = azione.
Una sorta di ritorno del figliol prodigo sotto l’ombra protettiva della bandiera stimolato dall’ignoto, l’invisibile nemico che ti si attacca con le spicole e non lo sai.
E così finalmente di colpo si cancella l’era del garantismo: una macchina bella, una casa, due case, e tutti i cuscini ammortizzatori della nostra vita finalmente perdono di significato, finalmente sappiamo che “si può morire”, ed è un fatto, non una teoria, sulle cui probabilità si possono fare dei calcoli.
E allora la voglia di fare, quella dell’Italiano che per tirare fuori il suo meglio deve avere le spalle al muro, sta uscendo. E sta uscendo anche da una pessima matrice in tempo brevissimo! Solo una settimana fa infatti vi scrivevo un report di viaggio in cui la mia più grossa paura era quella della pregiudiziale interregionale verso l’uomo del nord che porta il contagio cui potevo andare incontro,

e adesso… adesso nessuno si permetterebbe di dire “cose che succedono solo lì a…”, anzi, si ascoltano le posizioni dei Governatori delle varie Regioni, da nord a sud e viceversa, e si plaude quasi, se ne scopre l’intelligenza!
Bravi, bravi ragazzi italiani, continuate così, fate rinascere la nostra cultura più forte di prima, ma, come tutti i ragazzi cattivi che hanno toccato con mano le conseguenze dei propri errori, ricordiamoci ogni tanto di dire: “Non lo faccio più”, perché il virus fa il suo mestiere, che è quello di moltiplicarsi, ma le condizioni propizie le abbiamo create noi!

ADRIANO TANGO

18 Mar 2020 in Società

21 commenti

Commenti

  • E ora, dopo incomprensioni, arrivano anche solidarietà da parte dei francesi e dei tedeschi: ho appena sentito un concerto improvvisato, Bamberg, in Baviera, all’insegna di “Bella ciao”: un gesto di vicinanza a un popolo, quello italiano, che sta soffrendo e vivendo un dramma di proporzioni colossali (forse non ci rendiamo ancora conto del calvario che abbiamo ancora di fronte).

    • Come sempre quando ci sei dentro il diavolo sembra meno nero, ma visto da oltreconfine la nostra situazione deve far paura! Non ci lasciamo andare, ma nella nostra vita è un’epoca, non un episodio: qui vien lunga ora che si atttende un’immunità di gregge sufficiente. Tuttavia per spiegarmi il progresso del contaggio nonostante tuttto, mi viene in mente che ci si stia infettando in famiglia.

    • Sulla redenzione di tedeschi e francesi, personalmente, non punterei un euro. Ma secondo te, Piero, “O bella ciao” rappresenta gli italiani? Era un omaggio o una provocazione?

    • Caro Piero,
      Mary Pipher, una psicologa americana di 72 anni, che vive nel Nebraska ha pubblicato un articolo per il New York Times”, in questi giorni. Il titolo del suo scritto, intenso, è: “I love the world but I cannot stay”, che qualcuno troverà non proprio indicato, di questi tempi, perchè è uno scritto-menagramo. Dice, la psicologa, che non vorrebbe vivere senza l’energia vitale, fisica che ancora la sorregge, piuttosto bene, e le fa amare il mondo. Non vorrebbe essere investita dalla demenza senile, o finire immobile in un letto d’ospedale. Ha preparato, predisposto la “sua partenza”. Ha scritto le sue volontà, delle direttive, lasciandole ai suoi cari, figli, nipoti. Se dovessero essere nel dubbio, dice, “snuff me out”, spegnetemi come si spegne una candela. Vorrebbe avere il coraggio di sua nonna; quando andò a trovarla alla clinica, ormai alla fine dei suoi giorni, per una grave forma di leucemia, in un letto d’ospedale. Sapevo che stava soffrendo duramente, scrive, eppure quando le chiesi della sua malattia, la nonna replicò: “Parlami di te. Come va il college quest’anno?”. Quando Pipher si complimentò con lei per il suo coraggio, la nonna disse semplicemente: “E’ doloroso, molto, e finirà presto, un motivo in più per essere cordiale, anche allegra”.
      Mary Pipher dice di aver avuto amici con malattie terminali, i quali dicevano “goodbye” nei parchi con musica, e amici intorno a loro. Alcuni chiedevano bare di un pino speciale, altri volevano essere cremati e poi le ceneri sparse in bei luoghi. Chi pensava: “Dopo, finirò nella polvere, fra gli stracci; chi: vedrò il volto di Dio”. Un amico spera nel paradiso con temperatura ambiente, e una buona libreria (lo spera pure chi scrive). Un amico poeta: “I morti sono tutti intorno a noi / volteggiando l’aria con le loro ali” (Jean Nordhaus). Sua zia Grace amava i fiori, i gigli in particolare. Così, Mary Pipher decise di piantarne un pò sottocasa della zia, ma durante la stagione propizia non vennero su. Ma, un giorno, i gigli, che Pipher aveva “seminato” anche nel suo giardino, vide che spuntavano sotto la finestra del suo studio, e pensò che sua zia era in quei gigli, che voleva ringraziarla, per il pensiero.
      Mary Pipher ama la neve. Si ricorda le montagne di neve quando era ragazza, lì, nel Nebraska, alte dieci piedi, cumuli come muri nella strada. Spera, dice, che nei momenti finali la neve scenda spessa, ancora più spessa, giù dal cielo, e lei vorrebbe guardarla dalla finestra. Le piacerebbe scomparire in un “whiteout”, in un bianco-fuori, una tempesta, una tormenta di neve.
      Toccare ferro, incrociare le dita….

    • Penso che l’immagine dell’Italiano tipo ne uscirà modificata dopo tutto ciò, soprattutto se daremo uno scatto di reni che rilanci la finanza, ma ricordandoci il monito: produzione non vuol più dire far cose, di quelle abbiamo case e parco auto pieni, ma creare idee che si vendono, servizi, beni anche materiali, ma di classe e di tipologia raffinata, gastronomia compresa.

  • “The Indipendent”, quotidiano britannico, su cui collaboravano giornalisti di qualità come Edward Said, John Carlin (non è un giornale spazzatura come “The Sun”, per intenderci) scrive, oggi, che le persone con sangue del gruppo “A” potrebbero essere più vulnerabili rispetto a quelli con il gruppo sanguigno “O”. La ricerca, fatta dall’Università di Wuhan, parla solo di minor rischio per che chi non ha il gruppo “A”, in termini percentuali. La sperimentazione è stata fatta su 2.173 persone. Non sapendone niente, riporto solo la notizia; e se è già conosciuto da chi legge, tirate una riga.

    • Ci studierò,anche se di sciocchezze legate al gruppo, dalla puntura di zanzara alle diete, se ne sono dette tante. Grazie

  • Rita h.8.46.
    Avrei voluto risponderti senza nominarti, ma il sistema non sempre lo consente. “Bella ciao” rappresenta la maggioranza democratica di questo paese. Tu puoi sempre suggerire di intonare Faccetta nera. Per par condicio, mica tanto fortunatamente.

    • Ti sbagli. Se così fosse non ci sarebbero sollevazioni popolari ogniqualvolta la canzone viene usata fuori contesto. Né “Bella Ciao” né “Faccetta Nera”, anche noi come tutti i paesi del mondo abbiamo un inno nazionale che ci rappresenta e perciò, se altrove nel mondo vogliono onorare il popolo italiano, cantino quello. Ci fa piacere.

  • Facendolo ballare come al Papetee da sgambate leopardate? Se in quel modo ci rappresenta siamo a posto.

    • Che palle.

  • Sì comment. Oltretutto ho sentito il tuo idolo dichiarare che non ci vogliono medici appena laureati, ma specialisti, pneumologi. Che genio. Li vada a prendere al Papetee. Che palle quelle col paraocchi.

  • In arrivo a Crema 65 medici e infermieri da Cuba. Naturalmente non cureranno i nazionalisti.

    • Neanche i liberali europeisti e filoatlantisti.

    • Guarda che essere nazionalisti non significa avere la lebbra. I medici cubani sono nazionalisti, i medici e gli infermieri cinesi sono nazionalisti e vengono ad aiutare altri nazionalisti in difficoltà, com’è giusto che sia. Mentre i fenomeni della società liquida in un mondo liquido se la sono data a gambe. Si sono dileguati tutti al primo s.o.s., liquefatti nel nulla delle loro utopie.
      Tanto di cappello agli amici cinesi, che quando sarà tutto finito se ne torneranno orgogliosamente in Cina mentre noi italiani rimarremo altrettanto orgogliosamente in Italia. Non ho mai visto in vita mia tanti tricolori sventolare dalle finestre. Sembra di stare in un altro mondo. Ho l’impressione che dopo questa esperienza non saremo più gli stessi di prima, per fortuna.
      https://www.facebook.com/LombardiaNotizieOnline/videos/3242178465793005/

  • Mi ero soffermato sulla scelta di questo tema musicale: ma ci vedono così? La risposta è vedono così la situazione, identificandola con la resistenza, una pagina apartitcamente gloriosa e popolare. E così è forse che ci vogliono incoraggiare a proseguire, ora che hanno “toccato con mano anche loro”.

    • Stamattina alle 11:00 tutte le radio d’Italia hanno trasmesso in contemporanea su tutti i supporti possibili, persino sulle app, l’Inno di Mameli. Orgoglio italiano. Nè “Bella ciao” né “Lisa dagli occhi blu”.

  • BELLO CIAO

  • Più fortunati in Romagna,con file di Hotel sulla costa,
    per svernare i più a rischio.

Scrivi qui il commento

Commentare è libero (non serve registrarsi)

Iscriviti alla newsletter e rimani aggiornato sui nostri contenuti