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RITA REMAGNINO

La peste scarlatta

Quasi due mesi di quarantena con le librerie chiuse hanno invogliato molti di noi a rispolverare i classici che non leggevano da anni. A me è ri-capitato tra le mani un romanzo breve di Jack London, “La peste scarlatta“, pubblicato nel 1912 ma sorprendentemente attuale. Ambientata in California questa storia profetica si riferisce all’anno 2013

Quasi due mesi di quarantena con le librerie chiuse hanno invogliato molti di noi a rispolverare i classici che non leggevano da anni. A me è ri-capitato tra le mani un romanzo breve di Jack London, “La peste scarlatta“, pubblicato nel 1912 ma sorprendentemente attuale. Ambientata in California questa storia profetica si riferisce all’anno 2013 e riguarda un morbo in grado di uccidere in poche ore il 100% di coloro che contraggono l’infezione.

 

 

La pandemia si diffonde nel contesto di un mondo dominato dal “Consiglio dei Magnati dell’Industria”, composto dalle sette famiglie più ricche e importanti del pianeta che hanno ridotto gli uomini come atomi silenziosi. Uno scenario decisamente realistico che assomiglia in modo impressionante ai poteri, formali e non, che oggi contribuiscono a plasmare gli equilibri mondiali, i quali sarebbero per l’appunto nelle mani di dodici famiglie, per cui London ha sbagliato di poco.

 

 

In breve tempo gran parte degli esseri umani è annientata da questo morbo sconosciuto, per il quale non si trovano cure. Chi sopravvive si lascia andare agli istinti, alla paura e alla depressione, riportandosi con perversa frenesia a stadi inimmaginabili di crudeltà e barbarie. Gli stessi batteriologi che cercano un antidoto al virus muoiono uno dopo l’altro e vengono definiti “eroi” dal protagonista James Howard Smith, professore di Berkeley, esattamente come i nostri medici e infermieri alle prese con il Covid-19 nelle strutture ospedaliere.

 

 

A lungo persuaso di essere l’unico superstite della catastrofe, dopo 60 anni, ovvero nel 2073, il protagonista in veste di nonno si ritrova a raccontare com’era la civiltà del vecchio mondo a un pugno di ragazzi selvaggi riuniti attorno al fuoco. Durante una cena a base di granchi e cozze egli rivela anche di avere nascosto ciò che rimane della sua biblioteca in una caverna, nella speranza che uno dei nipoti possa un giorno ripartire da queste basi per ricostruire la società. Lo sconvolge l’idea di essere l’ultimo uomo “che ha una lingua e non può usarla, un pensiero e non può ritagliarlo dal grande oceano del pensiero” che “non può neanche più opporlo a quello altrui. E che non ha un destino.”

 

 

Ma alle citazioni poetiche, alle frasi in latino, ai riferimenti letterari del nonno, ai suoi “soliloqui sconclusionati”, i ragazzi rispondono distratti e disinteressati. La catastrofe ha impoverito il lessico, reso il linguaggio complesso e obsoleto, ormai i nipoti si esprimono in una sorta di gergo gutturale puramente comunicativo e privo di complessità grammaticale. “Quello che non si vede non c’è, punto e basta”, conclude sbrigativo uno di loro.

 

Sconsolato l’ex-professore osserva come l’uomo sia condannato a ripetere incessantemente gli stessi errori. Anche il barbaro mondo post-virus andrà avanti, si moltiplicherà, progredirà, costruirà, combatterà, distruggerà. I nipoti si guardino tuttavia dai nuovi “medici“, che nel 2073 non rappresentano i dottori che curano la salute degli ammalati bensì gli stregoni che si impossessano della mente degli uomini e usano le paure per soggiogare la comunità. Ogni riferimento agli odierni “esperti” di varie scienze è puramente casuale. Ma sarà proprio uno dei nipoti a svelare al vecchio, sul finale, che il suo sogno è diventare proprio come uno di loro.

 

Le capacità visionarie di Jack London, che dissemina lungo la trama del romanzo le sue convinzioni socialiste e darwiniste, emergono da frasi emblematiche quali: ““A quel tempo San Francisco aveva quattro milioni di abitanti…” e “stando al censimento del 2010 l’intera popolazione mondiale era di otto miliardi…”. E c’erano “apparecchi in cielo: dirigibili e macchine volanti”. Chissà che una rilettura «aggiornata» di questo romanzo non riesca a ridimensionare il culto attualmente tributato alle Scienze. Non è stata una grande idea, probabilmente, seguire come si segue una «fede» l’evoluzione del pensiero che ha avuto origine nel metodo scientifico, ovvero nel modello di ragionamento più accettato in Occidente e blindato dall’esterno in un percorso quasi obbligato:

 

• Relatività
• Fisica quantistica
• Indeterminazione
• Dinamica dei sistemi complessi
• Mente degli esseri senzienti

 

Si dà il caso che il mondo terrestre non sia un orologio svizzero ma un grumo di roccia che vaga all’interno di un Grande Pensiero dove imperano l’instabilità, le biforcazioni e l’effetto-farfalla. Un mondo siffatto non può essere altro che creativo, imprevedibile e indeterminato, qualcosa di simile al Grande Spirito dei Pellerossa, che non per niente si chiamava wakan tanka, che non è un nome di persona ma significa «il movimento sacro della vita». Possiamo inventarci tutte le scale di valori che vogliamo, ma al primo posto dobbiamo mettere sempre l’Etica della Terra, che non è solo una visione filosofica, ma la necessità di conservare la nostra specie, gli ecosistemi, il mare, i fiumi, le montagne e tutto ciò che abbiamo. Ma non attraverso l’attuale “agenda verde”, che è solo una diversa forma di economia mercantilistica.

RITA REMAGNINO

19 Apr 2020 in Cultura

32 commenti

Commenti

  • Grazie Rita di questa scoperta.
    Stamane ripensavo a quello che Marx scriveva nel 1846 (in Ideologia tedesca): “lo Stato è oggi al servizio di una classe dominante di cui difende gli interessi”. Banche e multinazionali padrone del mondo, governi occulti che comandano governi-marionetta? Concetto degno di un complottista. Povero Marx.
    Quindi, secondo Marx, noi oggi saremmo vittime di una classe dominante che ha capito non esserci business più redditizio della ‘salute’. Che non si accontenta quindi di dominare gli Stati ma vuol controllare anche il mondo della scienza e in particolare della medicina, della ricerca medica, dei farmaci. E gli Stati asseconderebbero le mire affariste di quella classe dominante. Questo renderebbe perfettamente logico quello che ci accade.
    Ovviamente sto solo immaginando cosa ne avrebbe pensato Marx, con cui io non vado in genere d’accordo.

    • Jack London, un grande della scrittura, sapeva benissimo che le categorie umane che si susseguono al comando della loro specie sono sempre le stesse. A parte “l’uomo integrale” di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto, a turno si passano lo scettro del comando il sacerdote, il re, il mercante, il presidente, il banchiere e “il dottore”, inteso come uomo di scienza.
      La gente comune si ribella come può, e succede anche in questi giorni.
      Non solo chi ha un’attività in proprio comincia a lavoricchiare sotto banco ma persino gli anziani (che dovrebbero essere la categoria spaventata a morte) si organizzano e raccolgono firme sulla piattaforma “change.org” per potersi riappropriare delle loro vite: http://chng.it/42HGBJkH
      La credibilità di chi ha detenuto il monopolio fino a ieri comincia a incrinarsi?

  • Grazie per questo richiamo a The Scarlet Plague, che anch’io ho molto apprezzato a suo tempo, come del resto lo stesso Jack London, autore che amo molto.
    Condivido pienamente, Rita, quanto dici sull’etica della terra, sul movimento sacro della vita e sullo spirito ecologico che dovrebbe animarci. E su tutto ciò che ne segue e ne è collegato. Certamente, se la terra ha un orologio, non è un orologio umano, men che meno tarato sull’umanità di oggi. Insomma, tutto condivisibile e quindi tutto giusto e ben detto.
    Solo, alcune precisazioni. Questo autore lo conosciamo bene. Ascrivergli “messaggi” avvicinabili a un certo attuale anti-scientismo e geo-complottismo mi sembra una forzatura. I filoni letterari di riferimento sono chiari e poco “tirabili per i capelli”, da Poe (The Masque of the Red Death) a Mary Shelley (The Last Man), per non parlare di altra letteratura post-apocalittica ben poco “rimorchiabile” a questi fini, una letteratura che difficilmente si presta a far da sostegno a certa recente fantapolitica. Oltretutto, London seguiva Darwin e aveva tendenze socialiste, se non marxiste (in verità, era più un avventuriero visionario che un intellettuale di qualche struttura, Filomati a parte), tutte bestie nere di un certo attuale messianismo intriso di creazionismo e supponente elitismo, soterico o catastrofista che sia. Già le forzature non mancano con le citazioni da Huxley, Orwell, Bradbury, persino da Dick, per arrischiare improbabili stampelle all’anti-scientismo e al geo-complottismo attuali. Aggiungerci pure London mi sembra una vera e propria appropriazione ancora più indebita.
    Il valore di questo testo, tra i meno conosciuti di London, è per me notevole e le descrizioni che contiene sono magistrali. Aggiungerci altro si può fare, è senz’altro legittimo e chiunque lo vuol fare è liberissimo di farlo. Ma è altrettanto legittimo rilevare, sia pure a titolo del tutto soggettivo e opinabile, che cosa London abbia detto e che cosa invece si cerchi a tutti i costi di fargli dire.
    Ti ringrazio, Rita, per non aver “piombato” il testo salmonescamente. Lasciar commentare chi è interessato a ciò che tu scrivi mi pare segno di disponibilità al dialogo e di attenzione agli interlocutori. Grazie.

    • Ho precisato nel post, infatti, che la trama del romanzo è infarcita di idee socialiste e darwiniste, e ci mancherebbe che un uomo come London non fosse stato figlio dei suoi tempi. Ascrivergli messaggi anti-scientisti all’inizio del Novecento sarebbe eccessivo, e il geo-complottismo era decisamente di là da venire, tuttavia egli mette inequivocabilmente in bocca al nonno la raccomandazione ai nipoti di stare alla larga dagli stregoni che si impossessano della mente degli uomini e usano le paure per soggiogare la comunità.
      Non è mia intenzione fornire false interpretazioni, ognuno intenda le parole dell’autore come crede, mi sono solo permessa di consigliare la ri-lettura di un testo sorprendentemente attuale e visionario. Il dibattito, caso mai, potrebbe svilupparsi sulle “fragilità” della scienza che oggi più che mai si è mostrata dilaniata al suo interno e alquanto insicura. Ma siamo uomini … non X-men, non ancora.

    • Grazie, Rita. Condivido pienamente tutto quanto hai espresso in questo tuo commento.

  • Rita, non è vero che le categorie umane siano sempre le stesse. Tu sai meglio di me che i conquistadores videro nelle popolazione del Nuovo Mondo la realizzazione del paradiso in terra. Colombo le descrisse come pacifiche e ospitali, generose e sagge, coraggiose e gentili, immuni alla bramosia e prive di ogni sistema economico. Non c’erano padroni o schiavi, capitalisti e proletari. Ma sembra prerogativa dell’Occidente esportare ovunque una specie di inferno. Chiedo scusa, volevo dire il progresso.

    • Oggettivamente l’idea di progresso sta diventando una palla al piede. Ma questa è un’epoca diabolica. E il diavolo, quando ha deciso di rubarti l’anima, cosa fa? Ti liscia il pelo. Nella ventinovesima prosa dello “Spleen” di Parigi, Charles Baudelaire mise in bocca a un predicatore una frase geniale: “Miei cari fratelli, non dimenticatevi mai, quando sentirete vantare il progresso dei Lumi, che la beffa più geniale del diavolo e avervi convinto che lui non esiste”.

    • Bellissimo, Rita, purtroppo sono incontri che non succedono a tutti. Il “Buon Diavolo” e il Poeta piissimo e sacrilego. “Mio Dio, Signore, mio Dio, fate che il diavolo non mi manchi di parola!”

  • Atterro tardi in Cremascolta ogggi, e mi limito a complimentarmi con Rita: questa è la Cremascolta migliore, sì.
    Poi, che Jack London non si identifichi con “Zanna bianca”, non tutti lo sanno, ma forse è meglio, perché la conoscenza dell’umanità, quanto male gli ha fatto!

    • Jack London ha sempre camminato per la sua strada da uomo libero e questa è una virtù rara. E’ stato l’americano (importato) aderente al partito socialista e al credo materialista. Uno scandalo. Ma anche l’autore di un libro (“Il vagabondo delle stelle”) sul trionfo dello spirito. In realtà non si è mai ben capito se la filosofia sottesa ai suoi testi fosse più darwinista che razzista, o viceversa. Ma la cosa è di poca importanza. Lui è sempre andato controcorrente sia che parlasse di Grande Nord, di mari del Sud, di metropoli, di fantascienza, di politica, di boxe o di cani, giusto per usare dei punti semplificatori. E’ stata un’originalità anche “La peste scarlatta” in cui si mettevano in guardia i giovani dai pericoli del canto delle sirene “dei dottori”, e dire una cosa del genere in piena Era di sviluppo in tutti i sensi, nel 1912, non era scontato. Al di là della sua scrittura scarna e brillante, London è sicuramente uno scrittore inarrivabile, è un autore che non tramonta mai, e se inizi a leggerlo a 12 anni com’è successo a me (“Zanna Bianca”!), poi diventa un tuo amico per tutta la vita.

  • Mi metto anch’io, Rita, nel coro di chi si complimenta con te.
    Io ammetto le mie lacune: mi manca la letteratura (ciò che invece non manca né a te né a Pietro né a Livio).
    CremAscolta – l’ho sempre pensato – è una piazza in cui c’è di tutto, anche dei grandi stimoli a esplorare nuove strade.
    A me ha dato moltissimo.
    E vedrò di colmare, almeno un po’, i miei vuoti in letteratura (ho sempre rinviato sine die – per mancanza di tempo o per assenza di volontà? – la lettura dei romanzi classici: mi vergogno a dirlo, ma mi sono fermato, per quando riguardi i classici della grande letteratura, ai russi).

    • Il momento è arrivato, Piero. I classici si studiano a scuola ma solo raramente si capiscono, perché la mente è altrove. Mentre nell’età della saggezza i classici “ci parlano” e offrono piaceri insperati. Figurati che l’anno scorso mi sono accaparrata tutta la biblioteca di Jules Verne, 54 volumi, perché ho deciso che quando sarò così vecchia da non avere più voglia né di scrivere né di studiare me li godrò uno dopo l’altro come gocce d’ambrosia. Magari il mio destino è un altro, ma una vita senza un progetto che vita sarebbe.

    • Bè, che il disastro sia stato causato dalla mano dell’uomo (i “dottori” di London) ormai è un fatto assodato. Persino Trump non più tardi di ieri ha dichiarato in conferenza stampa “un incidente è un incidente”, peccato solo che il suo intento fosse quello di gettare tutta la colpa addosso alla Cina, quando si sa benissimo che gli esperimenti di Wuhan si svolgevano sotto l’ala dell’Oms e con i finanziamenti di Usa e UK, ai quali vanno aggiunti i fondi stanziati dal filantropo Bill Gates.
      Si è trattato probabilmente di un concorso di colpe, del quale tutto il mondo oggi sta pagando le conseguenze. E qui torniamo al senso del limite totalmente assente nella specie umana. Questo è il problema, non c’è più etica, non ci sono più regole, c’è solo il business. E forse quella mente acuta di Jack London lo aveva previsto più di cent’anni fa. Chissà.

  • I classici sono quei libri che tutti avrebbero voluto leggere, ma che in pochi ha fatto, impegnati tutti a leggere i best seller. Se può interessare, da quel sondaggio di Robinson, settimanale letterario di Repubblica, ha vinto “Se questo è un uomo! di Primo Levi.
    Questa è la definizione di classico per Calvino:
    “I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»
    Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
    I classici sono libri che esercitano unʹinfluenza particolare sia quando sʹimpongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
    Dʹun classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
    Dʹun classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
    Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
    I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
    Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
    I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
    Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dellʹuniverso, al pari degli antichi talismani.
    Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
    Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
    È classico ciò che tende a relegare lʹattualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
    È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove lʹattualità più incompatibile fa da padrona.
    Il dato di maggiore evidenza nelle definizioni di Calvino (inserite in una trattazione organica che vi invito a leggere) è, a mio avviso,la RISONANZA: un classico si riconosce in quanto persiste in un immaginario pregresso e, nel momento in cui viene conosciuto, si carica di nuovi significati che cambiano a seconda delle esperienze personali e del tempo in cui si colloca il lettore. Possiamo sorprenderci a riconoscere in un classico che leggiamo per la prima volta un pensiero che abitava già nella nostra mente e sentirci come stupiti di questo nuovo incontro (che è un po’la sensazione del sublime):
    Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che lʹaveva detto lui per primo […] E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta dʹuna origine, dʹuna relazione, dʹuna appartenenza.

    • Non era mia intenzione promuovere la giornata mondiale della citazione, ma solo trovare spunti di riflessione nella “Pesta scarlatta”, un romanzo quanto mai attuale. Tutto qui.

  • Rita, i nostri guru-soubrette alla Burioni hanno continuato a negare che il virus fosse frutto di manipolazione umana, ad affermare il dogma del pipistrello o del pangolino, a spacciarci aria fritta come unica ‘verità scientifica’ e a bollare ogni altra ipotesi di ‘complottismo’. Ora, mi sembra che se Montagnier sostiene l’esatto contrario qualche dubbio dovrebbe pur sorgere. Invece no. Sento gente che adesso, dopo le dichiarazioni di Montagnier, nega il concetto stesso di ‘verità’, fa della filosofia d’accatto senza neppure capire quello che dice. Ma intanto non rinuncia alle ‘verità ufficiali’ foraggiate dal mainstream.
    Montagnier non fa ovviamente politica e si astiene dal fare congetture sulle cause di quello che, in mancanza di certezze, si può definire un ‘incidente’. Del resto, chi sospetta vi sia stato intenzionalità è subito colpito da scomunica. La ‘verità’ probabilmente non la sapremo mai.
    Mi piacerebbe però che, nel confronto delle idee, si abolissero quei termini insulsi, tipo complottista, negazionista, riduzionista, che denunciano pochezza di pensiero e pregiudizio. A loro si potrebbero di fatto opporre termini altrettanto idioti come anticomplottista, affermazionista o aumentazionista.
    E scusa se non parlo di London e di libri, ma mi pare che, più che di loro, qui il protagonista sia la peste scarlatta.

    • Errata corrige: “più che loro”. Approfitto per aggiungere un altro elemento fondamentale che ricorre nella tecnica di argomentazione dei benpensanti: la rimozione. Quando un fatto, un dato, una conseguenza logica non coincide coi suoi pregiudizi, il benpensante rimuove tutto quello che gli potrebbe far cambiare idea. Parla d’altro.

    • Mah! … più che di complottismo parlerei proprio di “incidente”, come peraltro ha confermato anche ciuffo arancione dal suo pulpito mondiale. L’uomo è sostanzialmente un idiota intelligente, uno che per idiozia si è giocato anche il Paradiso Terrestre, allegoricamente parlando. Direi che su questo punto ormai siamo tutti d’accordo. Ovviamente spero che Montagnier abbia ragione e che la Natura finisca per “rifiutare” il corpo estraneo, attenuandone così i suoi effetti letali. Il problema, tuttavia, è un altro. Secondo te, “i dottori” smetteranno di giocare in laboratorio? Non innesteranno più un virus dentro l’altro per vedere cosa succede? Sinceramente, ho i miei dubbi. Nel qual caso il Covid-19 sarebbe il primo di una serie … speriamo bene.

    • Rita, non posso esserne sicuro, ma anch’io penso sia stato un incidente. Solo che questo non mi tranquillizza, anzi. Temo che oggi “i dottori” siano una delle minacce più gravi per l’umanità.

    • Il sospetto che si sia trattato dell’idea malvagia di scienziati pazzi, indubbiamente c’è. Ma su questo punto non avremo mai certezze. In effetti c’è qualcosa di perverso nello spendere soldi pubblici (nostri) per droni, pattuglie, elicotteri che diano la caccia al cittadino che esce di casa per fare due passi, nel lasciare milioni di anziani abbandonati e isolati, nel proibire loro di incontrare i nipoti, nel mettere il plexiglas sulle spiagge tra una sdraio e l’altra, nello sconsigliare a membri della stessa famiglia di cenare insieme. Tra qualche settimana basterà una denuncia per distruggere l’attività di un parrucchiere, di un ristoratore, di un esercente e mandare sul lastrico milioni di famiglie. Io non ho idea di dove si voglia arrivare, ma “loro” lo sapranno? Oppure, stiamo andando incontro a una serie di altri “incidenti”? Kali Yuga.

    • Rita, se ai moderni apprendisti stregoni aggiungi gli affaristi senza scrupoli, ottieni una miscela micidiale per il mondo. E io non so se il Covid-19 sia si diffuso per errore o per calcolo, ma sono sicuro che la gestione mediatica e politica del problema è stata orchestrata ad arte da chi ne ha colto il terribile potenziale, sia come strumento di controllo economico e sociale sia come occasione di profitto. Temo che il virus sarà un fattore determinante nella nascita di un nuovo totalitarismo.

  • Rita 8:07: Ragazzi, ma come sei acida.

    • Rita, in queste settimane ho letto decine di articoli simili. Ma alla fine mi chiedo sempre: e dunque, cosa facciamo?

    • Ho come l’impressione che la gente “stia facendo da sè”. Ieri pomeriggio volevo fare due passi nella campagna dietro casa mia ma sono dovuta tornare indietro per … eccesso di folla. Idem dicasi per le attività produttive, se ti si rompe qualcosa e chiami un tecnico trova subito il modo di eseguire il lavoro.
      Nessuno si fida più di chi parla, in realtà, e l’auto-regolamentazione è diventata la norma. La qual cosa, ovviamente, implica anche molti altri aspetti del vivere quotidiano. Se è vero che negli ultimi decenni siamo stati schiavizzati da un potere fantasma, mi sa tanto che anche la “rivoluzione-reazione” sarà fantasma, e perciò più duratura perché gli sbottamenti fuochi e fiamme si esauriscono in pochi giorni.

  • La peste scarlatta…
    Titolo colorito.

  • Vedo ora, Rita, il tuo commento di ieri sul Vagabondo delle Stelle. Se tu hai letto Zanna Bianca a dodici anni, io sono stato molto meno precoce e The Star Rover l’ho letto più tardi, a quattordici. E ti confesso che a certe possibilità indicate in quelle pagine, a quell’età in cui tutto sembra possibile, ci stavo per credere. E un po’, ancora oggi, mi chiedo se certe esperienze ci siano proprio precluse. È un libro incredibile, uno dei migliori di questo autore.
    Vedo che stai continuando, come avevi anticipato tempo fa su questo blog, a offrirci buoni consigli di lettura o quanto meno stai condividendo con noi le tue letture, forse anche “riletture”, vista la clausura forzata. Grazie per questo.
    Certo che, Rita, quando adesso parlerai bene di “comunità” e di “comunitari”, auspicandone lo spirito e il destino da ritrovare, a giovamento dell’umanità, farai rivoltare il vecchio Jack nella tomba. Qui siamo agli antipodi, in presenza dell’individualismo, del ribellismo, dell’avventurosità personale più indomiti e inarrestabili. Meglio la “comunità” o personaggi come questo? Oppure, se invece di morire a 40 anni fosse morto a 70, forse sarebbe diventato anche lui più socievole, meno preoccupato della “piccola morte” e più di quell’altra?

    • Il vecchio Jack appartiene all’Era di mia nonna, era senza dubbio un grande visionario e ha potuto vivere una vita avventurosa (umana) in un mondo in buona parte ancora da scoprire. Oggi “avventure nel mondo” è un catalogo di viaggi turistici e chi va in vacanza esige tutti i confort. Ma siamo su un altro pianeta.
      Per lui non deve essere stato facile vivere continuamente in corsa tra una cosa e l’altra, senza mai perdere di vista nulla, spendendosi in nome della scrittura. Ma era un uomo libero. Chi di noi, oggi, può dirsi davvero tale? Dal mare al carcere, dalla foresta alle utopie, dagli animali agli uomini, dalle grandi sbornie alle meditazioni sotto le stelle. Per Kerouac e gli altri Beat è stato un padre spirituale, un modello, ma nessuno di loro è mai riuscito a raggiungerlo, in nessun senso.
      Cosa farebbe un uomo così nel mondo del politicamente corretto? Gli darebbe fuoco, probabilmente. London non ce l’aveva solo con “i dottori” ma anche con gli Oligarchi (sarebbe da rileggere pure il “Tallone di Ferro”, adesso che il tempo non manca), odiava le buone intenzioni finanziate dagli ultra-ricchi umanitari, già ai suoi tempi erano spariti i romantici giovani ricchi oziosi e i “nuovi” facevano solo danni.
      Non so cosa penserebbe della necessità di ricostruire delle “comunità”, e di ripartire da lì, ma se fosse vivo oggi potrebbe constatare di avere avuto ragione su molti fronti. Le sue previsioni si sono avverate quasi tutte. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il padre biologico fosse un astrologo ambulante irlandese … forse avrà ereditato da lui il “dono” della preveggenza.

    • Sì, era molto ambulante, poco astrologo, moltissimo irlandese, pochissimo sobrio. London era il cognome del patrigno che sua madre, Flora Wellman, sposò in seconde nozze. Jack London non si chiamava Jack London ma John Griffith Chaney, col London attaccato poi.
      Hai ragione, era dei tempi dei nostri nonni. Addirittura, mio nonno paterno era più vecchio di lui di nove anni e morì pochi anni dopo di lui. E hai ragione su come il mondo sia totalmente diverso. Se vivesse oggi, altro che Klondike, Australia e Mari del Sud. Figuriamoci la Corea. Oggi, per i Rimbaud di turno, Afriche esaurite. E Polinesie chiuse per gli ultimi Gauguin. Una serrata mondiale che rende le opere di questo autore molto poco attualizzabili, se non per la parte del ribelle, del titano, dell’insofferente a vincoli e costrizioni. Chissà come avrebbe reagito alla clausura da contagio. Non me lo vedo in mascherina e guanti oppure chiuso in casa. Va detto che nei mille acri di Glen Ellen avrebbe comunque potuto continuare a vagabondare, cavalcare, cacciare e vivere libero. Hai fatto bene a scegliere, in questi giorni di limitazioni e imposizioni, un personaggio simbolo di libertà e avventura. È il bello dei libri, dei buoni libri. L’importante è non identificarcisi troppo, se no si rischia di dar fuori di testa oppure, cosa forse peggiore, di montarsi la testa. La nostra auto-percezione e la percezione che di noi hanno gli altri dovrebbero divergere quel tanto appena sufficiente per migliorarci, non per illuderci.

    • Non credo proprio che London si sarebbe adattato alla clausura da contagio, e probabilmente neanche i miei due nonni: quello materno Cavaliere di Vittorio Veneto e motociclista dal pelo fulvo, sigaretta immancabilmente in bocca; quello paterno primo cambusiere di un mercantile che faceva la spola tra l’Italia e l’India via Suez, affondato con la sua nave e rimasto in fondo all’oceano per sempre. Gente indomita, d’altri tempi, tutta d’un pezzo, che ne aveva viste e passate di tutti i colori. Non si può imporre la clausura a persone così. Se riuscivi a infiammare il loro cuore, forse, li potevi anche convincere a combattere una guerra, ma chiuderli in casa proprio no. Negativo. E difatti con la “spagnola” mica si sono murati vivi in casa …..

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