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MARINO PASINI

Garofani rossi in offerta e giacche lise Principe di Galles

La grande giornalista Natalia Aspesi dice che il pettegolezzo è il sale della giornata soprattutto quando è uggiosa, e può darsi che abbia ragione. Ma non sono attratto dalle informazioni sugli amanti degli altri, i cornuti più o meno soddisfatti, sapere chi sventola i rosai in pubblico, e se li ha mai recitati. M’interessano le

La grande giornalista Natalia Aspesi dice che il pettegolezzo è il sale della giornata soprattutto quando è uggiosa, e può darsi che abbia ragione. Ma non sono attratto dalle informazioni sugli amanti degli altri, i cornuti più o meno soddisfatti, sapere chi sventola i rosai in pubblico, e se li ha mai recitati. M’interessano le cose semplici: quelli che guardano passare i treni e contano le carrozze, preoccupati perchè il giorno prima ce n’erano due in più; quelli che si fermano, mani intrecciate dietro la schiena, ad osservare il lavoro dei cantieri, e dopo un lungo silenzio guardando gli enormi caterpillar, le scavatrici, sbottano:  la tecnica fa passi da gigante: orpo!

A vincere la malinconia, una giornata storta, l’aiutino, a volte, lo fornisce la scemenza, che se non è pericolosa, solleva le pene. Come non sorridere, quando vedi per strada il cane che trascina il padrone con la sigaretta pendula, costretto al giretto fuori casa, calzoni Adidas a doppia striscia verticale e scarpe di cuoio nemmeno allacciate, mascherina in faccia, che parla al cane come se fosse un bambino? Come non ridere (con amarezza) quando leggi che i camion che portano le bare con un mucchio di morti, di veri morti, per qualcuno sarebbero documenti d’archivio, magari dell’Ungheria comunista con le bare dei rivoltosi controrivoluzionari del ’56? La scemenza, pure nel dramma, è irresistibile; e si capisce poi che un fracco di dittatori, uno più pazzo dell’altro, hanno avuto successo: la scemenza fermenta e sedimenta con qualsiasi stagione, ma ci consola dalla noia, qualche volta, e può essere uno spasso. E ha ragione Michele Serra, fra i tanti interrogativi di questa pandemia ci sfugge il sapere cosa sono quei quadri, i vasi greci, il balcone con vista, il giardino, anche il boschetto di casa Tajani, uno dei leader di “Forza Italia”. Perchè Alberto Angela, esperto d’irruzioni in vari pertugi di valore, non faccia un’incursione anche casa Tajani, che ci interessa poco per quello che dice, molto invece vogliamo sapere del suo salotto e il giardino, e le cose preziose che contiene. Gli amanti del bello non sono solo forzaitalioti. La bellezza va condivisa.

I settari, quelli fanatici per qualcosa, mi incuriosiscono: I bambini di Dio; Hare Krishna; la setta che adorava il Dio Sole in Piemonte; Scientology; Comunione e Liberazione; Ordine nero; Servire il Popolo; dei buddisti, pisani doc che prima del tramezzino a pranzo fanno quindici minuti di preghiera, di ginnastica per la mente; gli ufologi e quelli che leggono la mano; gli anarchici che sono quattro gatti suddivisi in quattro organizzazioni in conflitto tra loro; ma più di tutti, sono quelli di Lotta Comunista ad affascinarmi. Il primo maggio di ogni anno (purtroppo, non quest’anno), quelli di Lotta Comunista, adrenalina a mille, giacca finto principe di Galles tirata fuori dall’armadio, cravatta del padre borghese, sfilano per le vie di Milano. Non mancano mai alla grande Manifestazione, nel giorno dedicato ai lavoratori. Si muovevano a ventaglio, in fondo al corteo, un’ autovettura dipinta di rosso con un megafono in cima che sforna l’Internazionale a tutto volume, come un rosario, alternato a Bandiera Rossa. Organizzati e disciplinati per il loro giorno più importante dell’anno. Pare abbiano un decalogo per il primo maggio: niente matrimoni per quel giorno, niente funerali, nemmeno per i parenti stretti, se non in notturna. Alla Manifestazione non si può mancare. I militanti portano tutti il garofano rosso all’occhiello. Molti dei lottacomunisti si portano appresso pacchi del loro giornale, stampato e impaginato come negli anni ’50, il linguaggio d’antiquariato della Terza, Quarta Internazionale: le diatribe, i rinnegati, i reazionari, il capitalismo ormai moribondo, i socialtraditori, dal nostro inviato dal Politburo, dal Soviet Supremo del passato. Il tutto mescolato con i guai che aveva l’Oto Melara di La Spezia, la crisi economica, le fabbriche spostate in Polonia, la Rivoluzione che arriverà, non domani, ma dopodomani; e che pure la pandemia è frutto dei mali del capitalismo. Qualche anno ho sfilato al fianco di questi irriducibili mattacchioni, le fronti sudaticce, accalorati, ben istruiti sul Verbo, che fanno una strana faccia se provi a citare Trotskij. Il rinnegato!  Rinnegato sì, quel Trotskij, anche dai quiz di Canale 5 all’ora delle famiglie: pure avvertendo prima i concorrenti del quiz, non c’è verso che si ricordano quel nome lì: Trotskij, e chi sia stato. “Lotta Comunista” è stata fondata nel 1965, e  la voce enciclopedica per “Wikipedia”, pare sia stata scritta da loro. Movimento internazionalista extraparlamentare di estrema sinistra, per farla un tantino breve, hanno scritto. I lottacomunisti sono cresciuti fra i portuali di Genova e La Spezia; poi, durante la recente crisi economica hanno attecchito e convinto alcuni vecchi comunisti e qualche faccia universitaria di Roma e Milano. In campagna non si fanno vedere, li scambierebbero per Testimoni di Geova. I loro leader sono quattro: tutti maschi. Gli autori dei loro poderosi volumi sul marciume capitalistico sono otto: tutti maschi. Le donne, forse, spazzano il circolo e danno aria ai locali. in questa pandemia è buona cosa. La voce enciclopedica segnala che Lotta Comunista sta completando, anzi “portando-avanti-il-progetto”, l’edizione totale degli scritti di Carlo Marx, roba che gli “Editori Riuniti” delle Botteghe Oscure di Roma abbandonarono al volume ventiquattro, dopo che le rese in magazzino avevano incurvato la scaffalatura. In totale, dicono da “Lotta Comunista” si dovrà pubblicare cinquanta volumi degli scritti di Marx; lavoro immane, e imprescindibile. Ma quest’anno, causa pandemia, niente garofani rossi e finte giacche principe di Galles in Corso Buenos Aires a Milano. Niente sfilate, i pugni chiusi dei lottacomunisti, la rabbia sorda dei lavoratori precari, i ricordi della Breda, la Magneti Marelli, la Pirelli, i lacrimogeni, l’ombra di Bertinotti a volantinare prima delle Bertinotti-by-night a casa delle sciure aristocratiche, le bandiere rosse, le speranze tradite, quelli brutti a guardarsi, che le compagne non si filano, ma speranzosi che nel socialismo si sarebbe fatto l’amore di brutto. Molto è finito al macero, tanto a ramengo, qualcosa è rimasto, e quel poco è in Rete. Ci saranno anche loro, in streaming, quelli di Lotta Comunista? Chissà. Amanti del passato, costretti alla modernità. Ma come perdersi un loro Dibattito? Non si può, se la giornata è uggiosa, e per provare a dimenticare il fischio delle ambulanze, e ridere delle scemenze, almeno per un pò.

MARINO PASINI

30 Apr 2020 in Senza categoria

26 commenti

Commenti

  • “li scambierebbero per Testimoni di Geova” m’è piaciuto tanto. All’epoca da Bologna ero già migrato a Napoli, e il contrasto fra gli inamidati e misticamente assorti sfilanti e il sarcasmo della Napoli ruspante, dei vari don Gennaro e don Pasquale, seduti all’epoca ancora su sedie impagliate sui marciapiedi, ma mica contestativi! no, proprio divertiti, era uno spaccato destabilizzante di grande aiuto.

    • E’ bello il tuo commento, caro Adriano. Mi fa pensare alla grassa Bologna, il rosso caldo del mattone, e la fuga che puoi fare dalla pianura salendo per viale Saragozza, senza prendersi una goccia di pioggia, sotto i portici, fino al santuario di San Leo, e da lì sperdersi per le colline e fare tiè alla pianura, alla Padania, all’incubo padano di questi giorni. E alla bella Napoli, capitale dell’ironia, che in poche righe l’hai ben rammentata. Anche a Crema c’era una “piccola Napoli”. All’ex-Macello; in via Valera dove le sciure con la messa in piega precisa mai avrebbero voluto andarci ad abitare; nella via dove sono nato, via Suor Maria Crocefissa di Rosa, già dal nome, che fa tanto Napoli: le tre chiese a pochi passi, quella barocca di S.Trinita (sui documenti, c’è scritto S.S.Trinità), a cui avevano rubato le sculture sulle conchiglie della facciata, poi la chiesetta delle Suore della Carità tanto energiche e spazientite se non stavi ai loro comandi, e la chiesa delle Grazie, dei Comboniani, con il Seminario, e Pùlver che raccoglieva carta e ferro. E l’ortolano grasso che ci vedeva poco o niente, le galline a cui due volte al mese mia madre tirava il collo con la scopa, nella terrazza al piano rialzato della casa della Provana, che ospitò signorine molto truccate che segretamente confortavano signori con le scarpe lucidate e i calzoni con la piega in mezzo, all’oscuro delle mogli. E c’erano le domeniche mattina, le finestre dei cessi aperte (le famiglie che il cesso privato, l’avevano), e le donne cantavano gli acuti di Claudio Villa, della Zanicchi, Gianni Morandi o Massimo Ranieri. Sono nato, con orgoglio nella piccola Napoli, e capisco l’invidia altrui, perchè si sono persi un pezzo di Sud, al Nord.

  • E sarà una festa dei lavoratori, per la prima volta senza lavoratori , senza comizio in Piazza Duomo!
    Senza lavoratori in corteo, senza le bandiere dei Sindacati (senza l’amico Luciano Capetti, sindacalista storico della CISL, portato via dal CoronaVirus, ciao Luciano!) e nella nostra Italia, Republica fondata sul lavoro, sarà una giornata di grande tristezza!
    Caro Marino, nel pubblicare il tuo bel pezzo, sono stato a lungo incerto su quale foto di copertina allegare (ebbene ti ho dato questo ….vizio, e sono pure lusingato dal fatto che ti fidi delle mie scelte da mettere a corredo di “figli” che sono tuoi!) e poi, ho deciso di andare sul “classico”, anche perchè il primo maggio, almeno per me, è il rosso delle bandiere , magari con l’asta di legno bello pesante della tradizione , perchè ….non si sa mai!
    Viva il 1° Maggio!!!

    • La fotografia da te decisa, caro Francesco, va benissimo. Il Primo maggio e il 25 aprile sono per me le due feste, le ricorrenze più significative. Ho l’abitudine di assemblare, male o decentemente più cose che riguardano una storia di cui scrivo. E i lottacomunisti, nel loro essere scorie, specchio distorto, pure comico, allucinato, ombre di un passato che è stato nobile, prezioso, si mescola al presente sempre doloroso, faticoso per molti lavoratori.

  • Sono le 00:00 si chiude questo 1°Maggio che, francamente, avrei preferito non vivere.
    Una festa del lavoro e dei lavoratori che non è stata affatto una festa, anzi per il lavoro ed i lavoratori in questo martoriato Paese le previsioni sono davvero pessime.
    Come redattore di CremAscolta registro con grande tristezza tutto ciò, anche rispetto a quanto poco siamo in grado di elaborare su questo tema.

  • Solo un ricordo, Marino: “Lotta continua” non l’ho mai incrociata se non indirettamente quando ho visto l’evoluzione del “gruppo di Castelnuovo” (un gruppo di ispirazione cristiana e dedito alla causa degli ultimi) che, … complice l’antimilitarismo, è approdato a Lotta continua.
    Lo ricordo molto bene: tutti ragazzi di grande slancio morale e ideale.
    Un gruppo (che io ricordi) che si è sgonfiato dopo il delitto Calabresi in cui era implicato Adriano Sofri.

    • Caro Piero, scusami ma confondere “Lotta Continua” con “Lotta Comunista” (movimenti entrambi accomunati con l’aver scritto un sacco di sciocchezze, e non solo quello) se li confondi, è come mettere insieme due gatti che non si frequentano nello stesso cestino. La sinistra estrema si è sempre azzuffata, divisa, nella sua storia; oggi pure. “Lotta Continua” , forte a Milano e Torino, si sciolse con un congresso. Alcuni finirono nelle Brigate Rosse, Prima Linea, con il terrorismo; i capi: una parte finì alla corte del Psi di Craxi, del quotidiano “Reporter” che durò dalla sera alla mattina; Viale si dedicò all’ambiente; altri approdarono alle tv di Berlusconi, come Carlo Panella che scrisse da Teheran dei barbuti iraniani che inneggiavano alla rivoluzione di Komeini, come a una grande rivolta. Enrico Deaglio, poi un ottimo giornalista, era direttore responsabile, con Adriano Sofri direttore in pratica del giornale negli anni bui dei titoloni che incitavano di farla pagare al commissario Luigi Calabresi. Un passato vergognoso di cui, purtroppo i figli del commissario, e la moglie, quegli anni se li ricorderanno per sempre. “Lotta Continua” faceva paginoni sull’operaio sociale, tutta pattumiera finita nella spazzatura incondizionata, perchè allora non si poteva ancora riciclare la carta. Non mi risulta che uno dei loro leader sia finito in fabbrica o agli altiforni. Neanche l’ottimo Gad Lerner, che tiene seconda casa nel Monferrato, dove può guardarsi con piacere le belle colline, per rilassarsi e guardarsi il Rolex al polso, accettare con piacere i bei soldi che riceve dalle televisioni, dai giornali capitalistici, lamentandosi però delle zanzare che d’estate nel Monferrato sono fastidiose assai. Il ciarpame politico dell’estrema sinistra, teorico, che sperava nella crisi, la caduta, il crollo, la fine del capitalismo, ha sempre preso sberle in faccia, ma i capi e i capetti di questo movimento non hanno fatto una brutta vita, tutt’altro, hanno potuto godere a fondo del benessere capitalistico. Persino Goffredo Fofi, eccellente critico letterario, scrisse un libro “Il cinema italiano: servi e padroni” dove accusava Antonioni, Fellini, e Luchino Visconti di “cinema borghese”, negativo, quinta colonna del capitalismo, e oggi che fa Goffredo Fofi? Scrive come collaboratore fisso al “Sole 24 Ore”, il vangelo rosa del capitalismo italiano. Ma l’ipocrisia ha sempre attraversato i pensatori, i teorici dell’ultrasinistra.
      “Lotta Comunista” è un piccolo movimento di ortodossi, legati a un passato morto, che scrivono un giornale ancora con lo stile e i proclami di quasi un secolo fa, ma che il Primo maggio di ogni anno, spuntano fuori, e durante la grossa manifestazione milanese, fanno un figurone. E’ la loro sagra, la loro festa.
      Oggi, il ciarpame teorico dell’ultrasinistra che elettoralmente conta niente, ha trovato sponda fra i destrorsi, che confusi mentalmente quali sono, e per la pochezza di filosofame da strapazzo a destra, si abbeverano leggendo i teorici dell’ultrasinistra cercando una giustificazione alla loro confusione mentale. Un patto fra coloro che odiano il capitalismo (magari sono gli stessi che hanno avuto genitori benestanti, hanno due o tre case di proprietà, un buon stipendio) e cianciano contro le colpe del Capitale, il grande male dell’umanità.
      Sono solo degli ipocriti che vivono bene, e non sanno nulla del popolo basso, dell’arrivare con fatica alla fine del mese, il popolo basso che preferisce passare ore davanti allo schermo ai quiz di Canale 5 piuttosto che leggere le teorie di Chomsky e i suoi attacchi al capitalismo che sciorina da una vita; Noam Chomsky che si gode il suo buon stipendio da docente emerito e non da operaio agli altiforni della Franco Montini Spa di Roncadelle, che ho ben conosciuto.
      Cosa accomuna i lottacontinuisti, i lottacomunisti, i teorici come Chomsky, e i suoi affezionati lettori? La noia, il tirar sera, qualcosa che entusiasmi le ore sbadiglianti della giornata.

  • Noam Chomsky? Un povero pirla praticamente. Come i suoi 4 lettori. Ovviamente.

  • No, Marino, nessuna confusione.
    Mi sono limitato a riferire ciò che più a sinistra a Crema ho avuto l’opportunità di conoscere (e da vicino: Luciano Benelli, il leader, era un mio carissimo amico).
    Ho avuto, a dire il vero, incontrato anche un futuro terrorista: era un mio allievo alle Magistrali, allora comboniano.
    Non ho mai frequentato l’ambiente milanese o… torinese (è a Torino che il mio ex allievo è diventato un terrorista rosso).

    A proposito di Lotta continua locale, ho sentito che, dopo lo scioglimento, qualcuno del gruppo aveva affiancato il terrorismo (solo voci che non ho mai potuto verificare, anche se la voglia di farlo l’ho sempre avuta).

    • Ho conosciuto il gruppo cremasco di “Lotta Continua”, che aveva all’interno soprattutto operai, o chi aveva lavori precari o malpagati, qualche studente; era frequentato anche da qualcuno che veniva dalla campagna. Il gruppo cremasco era sinceramente popolano. Li vedevo con il loro giornale, ma non saprei dire se ci capivano qualcosa dei paginoni dedicati alll’operaio sociale che “Lotta Continua” propinava continuamente. Ricordo paginoni di teoria marxista, struttura e sovrastruttura. e altre corbellerie simili. Roba da spaccarsi la testa. Il leader, poi non più visto a Crema, era uno grosso stangone, un tipo gentile, flemmatico, barba e voce da baritono. Era un gruppetto nutrito, per la piccola realtà di Crema, una ventina di persone, se ben ricordo. Bisogna ricordare che l’ultrasinistra negli anni ’70 fu per certi versi un fenomeno comico, con una marea di sciocchezze sparate che a ricordarle si andrebbe pancia a terra dal ridere; poi, con il terrorismo divenne anche tragico, e sparse una scia assurda di sangue innocente; non a Crema, dove più che altro si scimmiottava ciò che avveniva nelle grandi città. A Crema c’era anche uno sparuto gruppo di militanti del “Pdup”, il Partito democratico di Unità Proletaria, costola del giornale “il manifesto”, quattro o cinque persone in tutto. Ma il gruppo più interessante, con le ragazze più belle, quasi tutte borghesi e benestanti di famiglia, frequentavano il Movimento Studentesco dei milanesi Capanna, Toscano e Luca Cafiero. E per il fatto che c’erano ragazze, vedevo bazzicare alle riunioni gente che di politica ne masticava poco o niente. Purtroppo, anche nella cellula del Movimento i “brutti”, pure squattrinati mi sembrò che combinassero poco, mentre i leader, un paio bellocci, dopo il Dibattito, mi risulta che per loro c’era da fare. Anche il Socialismo rivoluzionario non è proprio per tutti: c’è sempre qualcuno che “scopa” più degli altri.
      In tempi più recenti, gli ultrasinistri, piuttosto di veder realizzato un governo socialdemocratico in Europa, in Italia, in Francia si cacciavano all’opposizione, per il tanto peggio, tanto meglio. Oggi, questa gente ha diversi punti in contatto con la destra populista, parla contro le lobbies ebraiche, il cosmopolitismo, dimenticando che sono gli stessi termini che usavano i nazisti negli anni ’30.
      Così m’inventai una barzelletta sugli ultrasinistri. Questa: ma perchè, cari estremisti della Mutua non sprizzavate entusiasmo per le socialdemocrazie dei governi di Olof Palme, di Willy Brandt, non votavate i socialisti di Jospin in Francia, non era brava gente, con buone idee? Perchè volevamo un governo con la sinistra più in là. Come più in là? Che avesse obiettivi più in là. Più in là dove, perdinci? Una sinistra più in là. Perlomeno il povero vecchio Pietro Ingrao, lui che era un incontentabile, ammise nella sua autobiografia, dove sarebbe dovuta andare la vera sinistra, il socialismo quello giusto, quello più in là. Lo voleva sulla Luna. Infatti, la sua autobiografia s’intitolò, con sincerità: “Volevo la Luna”.

  • Alludi all’ing. Sergio Slossel?
    Di sicuro era uno degli esponenti più rappresentativi (anche lui veniva dall’esperienza cattolica – con la moglie Mariolina era spesso invitato dalle parrocchie per tenere conferenze – e in particolare dall’esperienza intensa di “Mani Tese” a fianco di don Venturelli).
    Ma il leader era Luciano Benelli: era la mente.
    Io non ricordo il target popolano: ricordo diversi futuri insegnanti e solo un operaio, Lupis.
    Del resto, prima di passare a Lotta Continua, il gruppo aiutava i ragazzi provenienti da famiglie povere a fare i compiti a casa.

    • Piero, la tua memoria cremasca è certo più nitida, di cose e persone, della mia. Il tipo massiccio, non credo fosse l’ing.Slossel che mi pare di ricordare, era una delle famiglie della sinistra extraparlamentare, non l’unica. Del gruppo “Lotta continua” cremasco ricordo almeno tre operai, di cui due li frequentavo, soprattutto Maurizio Vailati, e una ragazza, una studentessa liceale, Maria Grazia Dell’Acqua, poi trasferitasi nel milanese. Più tardi alcuni di questi li vedevo al Bar Crema di Via Mazzini (allora frequentato anche da perdigiorno, studenti che bigiavano scuola, ribelli di poca o persascuola che pensavano a come racimolare soldi per andare a Katmandu; qualche studente benestante del Movimento Studentesco, del “Collettivo”). Comunque i lottacontinuisti, convinti che la Cina fosse vicina, entusiasti per tutte le lotte che venivano da lontano, che non hanno alzato neppure un sopracciglio quando i terroristi rossi hanno fatto fuori barbaramente Walter Tobagi, Emilio Alessandrini, mi facevano più freddo che caldo. Non ero dei loro.
      Ricordo le passioni dell’ultrasinistra per il Che, Fidel Castro, i Tupamaros, Mao, il Chiapas, i sandinisti del Nicaragua, paese dove hanno trovato riparo e ristoro alcuni terroristi. A proposito del Nicaragua, di Daniel Ortega, che “il manifesto” tanto incensava; ho letto ieri su un giornale francese le violenze del governo sandinista di Ortega contro gli indigeni di una riserva, una foresta tropicale la seconda più grande d’America dopo l’Amazzonia. Ortega non ha decretato restrizioni, scrive “Le Monde”, contro la pandemia in corso giudicata “segno di Dio”, un avvertimento del Signore. Nel frattempo, il governo di Ortega si è alleato politicamente ai coloni ispanici alla ricerca di terre fertili, costringendo gli indigeni a sloggiare, e se non sloggiano, li ammazzano. Dal 2015, dozzine d’indigeni sono stati uccisi, minacciati, le donne violentate dalle spedizioni punitive dei coloni, e molte piccole comunità indigene hanno dovuto andar via dalle loro terre, per restare vivi. La collezione dei miti, mai vicino casa, mai un giudice come Alessandrini, un avvocato come Ambrosoli, di gente come Daniel Ortega, è folta nel cuore dell’ultrasinistra. Avessero chiesto scusa una volta; una volta scritto: siamo degli stupidi, abbiamo creduto a degli impostori. Macchè. E i rari articoli di “autocritica” erano fasulli: gli stessi che li scrivevano cadevano di nuovo in bambola, alla prima occasione, con il nuovo guerrigliero che veniva da lontano. “il manifesto” di due anni fa arrivò a difendere persino Cesare Battisti: lasciatelo stare, lasciatelo in pace, in Brasile, hanno scritto. Secondo “il manifesto” c’era “un’accanimento” dell’autorità giudiziaria italiana. Conservo la pagina a futura memoria.

  • L’ing. Slossel era ateo e ha preteso come meoria un rito funebre civile

  • So bene, Adriano, che Sergio Slossel è diventato ateo, ma veniva, come tante persone allora impegnate per la “causa degli ultimi”, dal “dissenso” cattolico e ancor prima dalla ortodossia cattolica.
    E’ il cammino di tanti, allora, ma non di tutti: chi ha aderito all’agnosticismo, chi a una fede più “matura”, più di carattere evangelico che cattolico.
    Nei miei “Appunti di viaggio” ho dedicato un cammino a queste esperienze interiori (cap. “Un Dio che non muore”).

  • Maurizio Vailati, Marino, detto… Lupis. E’ lui che ha pubblicato una memoria nel libro a cura del centro Ricerca Galmozzi “Soffiava il vento a Crema”.

    A proposito di terroristi, ho due ricordi:
    – ero davanti alla Statale quando i terroristi rossi hanno ucciso il magistrato Galli dentro la stessa università: puoi immaginare il clima di quelle ore!

    – ho avuto la fortuna (io la considero tale) di intervistare un terrorista nel supercarcere di Bergamo: Enrico Galmozzi. Quello che mi ha colpito è stato il suo travaglio interiore e in particolare la sua confessione di essere stato un combattente per degli “ideali”, giusto “la causa degli ultimi”, la bandiera di tutti.
    Avrei voluto intervistare anche il mio ex allievo Grassilli diventato terrorista a Torino, ma non sono riuscito a rintracciarlo: comunque, dopo avere cercato la documentazione in Internet, compresa la sentenza di condanna, gli ho dedicato un paragrafo intenso nei miei “Appunti di viaggio” editi dal Centro Ricerca Galmozzi.

    • No Piero, Maurizio Vailati detto “il Tubis”.
      Credo che di lupi non ne abbia mai visti.

    • Siì, Piero, Maurizio Vailati, lo conoscono quasi tutti come “Tubis”. E’ una persona che ho frequentato, in passato; oggi, non più. Ma ritengo sia giusto chiamarlo con il suo nome e cognome. Non mi risulta che sia contento quando lo chiamano “Tubis”. Militò nel gruppo di “Lotta Continua” cremasco.
      A proposito di Guido Galli, che fu un grande e onesto magistrato, ci volevano dei criminali, pure imbecilli, come quelli di Prima Linea, per ammazzarlo. Tra gli esecutori ci fu Sergio Segio, che ha scontato la pena, con gli sconti, i vizi di forma e altro, ma ha tutto il diritto di vivere la sua vita privata. Quello che trovo disturbante è he pare racconti in giro (invece di tacere) che “Prima Linea” fu “non un gruppo terroristico ma un organizzazione combattente di sinistra”. “Prima Linea” si macchiò di un numero pesante di omicid. Fu un organizzazione criminale. Tra i killer del gruppo c’era Roberto Sandalo, poi diventato responsabile della comunicazione di Comunione e Liberazione. Anzichè rendersi conto di aver seminato sangue innocente, pure di persone di alta qualità morale, e creato dolore immenso alle loro famiglie, fatto arretrate anni di battaglie della sinistra in Italia, questi ex-criminali, ora a spasso, anzichè il pudore di tacere su certe faccende, vanno in giro a pontificare, come se fossero stati dei “combattenti degli ultimi”. Sono stati degli assassini e basta, che hanno distrutto la vita a molta gente. Punto. La tomba, semplice, fra altre, con la scritta “Guido Galli, magistrato”, è nel piccolo comune di montagna di Piazzolo, in Val Brembana, nel bergamasco. Ci sono stato, in visita alla tomba, in uno dei miei giri per le montagne lombarde. Mi auguro che ci stia stato anche Sergio Segio, a metterci un fiore alla tomba di Guido Galli, e chiedergli scusa, che è poca cosa, in confronto al dolore creato. Ma non saprei dire, visto quanto pontifica in giro, se a Piazzolo ci ha mai messo piede, l’ex terrorista, che fu fanatico e sanguinario Sergio Segio. Sono ben contento che oggi fa buone cose, ma serve il coraggio, o la dignità se ce l’ha, di guardarsi allo specchio e capire il dolore assurdo creato agli altri.

  • Grazie, Rita, per la correzione: sì, Tubis.

    Due parole sul terrorista che è stato mio allievo. Anche qui devo correggere il nome: si tratta di Giancarlo Santilli (sto controllando il testo della sentenza).
    Apparteneva ai “Nuclei Comunisti Territoriali”, il braccio armato di Autonomia operaia organizzata (che aveva come punto di riferimento la rivista “Rosso”).
    I Nuclei in questione sono stati protagonisti di una serie di imprese: rapine a banche, negozi e uffici al fine di garantirsi i mezzi di finanziamento, incendi di edifici, attentati a sedi di partito, sabotaggi negli stabilimenti della Fiat e della Lancia e attacchi a rappresentanti sociali.
    Santilli è stato condannato a 22 anni di carcere.

    • Piero, come può essere maturata la scelta per la lotta armata, armata al punto di uccidere deliberatamente dei “servitori” dello Stato?
      Erano tuoi alunni, ci dici, eri stato in grado in qualche modo di “sentire” che c’era qualche cosa in loro che avrebbe potuto portarli ad una scelta così tragicamente coinvolgente?

  • Francesco, io avrei virgolettato il “maturata”, nel senso di evoluzione nel bene e nel male, come hai fatto bene a circoscrivere “servitori” dello Stato. Che ai tempi del terrorismo davvero furono colpiti i “servitori dello Stato” mi pare azzeccato. Come sarebbe legittimo concordare che la vecchia classe politico-dirigente poco aveva a che fare con quella di adesso, spesso con competenze approssimative e tutto il corollario folkloristico che
    l’ accompagna. Te lo vedi un Crozza satirizzare i politici di un tempo? Magari c’era Noschese, prima del terrorismo, bravissimo,( nei tempi bui della lotta armata non ricordo una gran voglia di ridere), ma che io ricordi non mi pare trovasse argomenti tali da superare in macchietta l’originale. E non solo per la sua eleganza. Ora, nell’avanspettacolo che è diventata la nostra politica, la presa per il culo è diventata facilissima. Già macchiette di loro, è gioco facilissimo demolirli fino a confonderli. A parte pochissimi, ora, direi che buona parte dei nostri politici, per tantissime ragioni, anche con analisi spicciole, magari pressapochiste o populiste, della serie “sono tutti uguali”, non so se si potrebbero classificare come “servitori dello Stato”. Forse di loro stessi, e spesso tanto bravi da gambizzarsi da soli.

  • Erano tutti “idealisti”, Franco, quelli che dopo avere visto fallire i loro “ideali”, hanno optato per la lotta armata per tradurli in realtà. Basterebbe rileggere “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, un libro in cui raccoglie una miriade di interviste a terroristi e a ex terroristi, non pochi dei quali – anche quelli più feroci – provenienti dal mondo cattolico.
    Il mio allievo Giancarlo Santilli era un seminarista comboniano.
    Tra i più famosi: Renato Curcio e Mara Cagol (quest’ultima: scout, Azione Cattolica, Mani Tese, era tra i giovani che accompagnava la messa con la chitarra).
    Non ricordo esattamente se il terrorista che ho intervistato a Bergamo provenisse dal mondo cattolico, ma ricordo benissimo che confessava il suo idealismo, il suo avere sposato la causa degli ultimi.
    Non era, addirittura un prete Camillo Torres?

  • In tema di terrorismo, vorrei ricordare una terrorista non cremasca, ma figlia del conte Augusto Premoli, senatore della Repubblica, nato e sepolto a Crema: Marina Premoli, laureata in lettere e professoressa, militante di Prima Linea. E’ balzata alla ribalta della cronaca, tra l’altro, quando il 3 gennaio 1982 lei, Susanna Ronconi, Federica Moroni e Loredana Biancamano sono evase dal carcere di Rovigo grazie a un colpo grosso ideato e organizzato dal compagno di Susanna Ronconi, Sergio Segno (che tu Marino hai citato in questi giorni). Un’operazione che è costata la vita di un pensionato, Angelo Furlan.
    Marina Premoli ha già scontata la pena e oggi è in libertà.

    • Tutti gli interventi che si sono succeduti, i commenti relativi al terrorismo “rosso” italiano e cremasco sono azzeccati. Adriano ha ricordato in due parole la difficoltà nel definire la fede, qualunque sia, di ciascuno di noi che se ne va. Francesco a fare la domanda giusta al professore Piero Carelli, che certamente amava, e lo si capisce, il suo lavoro d’insegnante. Ivano ha citato giustamente la parola “servitori”, sottolineandola; oggi, direi servitori della comunità, anche di quelli che la parola “Stato”, la guardano, a torto, in modo storto. Piero Carelli è una miriade d’informazioni, come quando ha citato Marina Premoli, di cui non sapevo nulla. L’oblio del passato, anche non così lontano, c’è; poi ci sono quelli come Piero, che della cremaschità ha molte cose che potrebbe raccontare, ricordare, e scoperchiare l’oblio.
      Nel libro del 1978, Rizzoli edizioni “Il terrorismo italiano” Giorgio Bocca (che fu nella lista tra quelli da eliminare)
      ricorda la quantità impressionante dei gruppi, dei militanti, spalleggianti, fiancheggiatori del terrorismo, rosso e nero. Degli attentati, le persone gambizzate (che magari dovevano subire poi diverse operazioni chirurgiche, e zoppicare per il tempo che a loro restava), la scia di sangue. Assurda. Criminale.
      Credo che il vento, l’aria, l’influenza di un periodo storico, seminato da pessimi maestri, come Toni Negri e gruppi come “Potere Operaio”, il delirio delle formazioni extraparlamentari, le connivenze dei Servizi Segreti con i neofascisti, il mondo spaccato in due, l’America (l’altra Europa, l’Amerika), e l’Urss (di cui non pochi allocchi speravano in una riforma socialdemocratica) sono tra le cause del terrorismo di quegli anni, oltre il parolaio politico che negli anni ’70 si tagliava a fette, si respirava, soffocante, e produceva il delirio di molti, la deriva terroristica.
      Poi, i più si sono tappati le orecchie, anche a ragione: basta con il linguaggio politichese. Basta con la militanza, il collettivismo. Non c’è alcun sol dell’avvenir. Giusto. Sono poi spariti i due blocchi; l’Urss si è dissolta come neve al sole, e sono comparsi i fautori dell’individualismo cronico, la scuola degli economisti di Chicago, il liberismo economico, la dittatura del Mercato; e come al solito, si è passati da un’estremo all’altro. La politica è diventata una professione, o un settore specifico, come la botanica, o l’igenista dentale.
      Oggi tira il vento del populismo, che pare in affanno con il dramma del coronavirus; con governi populisti, o con alleati populisti che dimostrano l’incapacità totale di gestire situazioni d’emergenza, come sta avvenendo negli Usa e in Gran Bretagna (che qualcuno chiama ormai la piccola Bretagna).
      Ne approfitto per scusarmi di un mio recente intervento, scritto con i piedi, non corretto nella scrittura, e trascinoso nell’argomentare. La critica più feroce deve essere sempre la propria, con se stessi. Cosa che manca, mi pare, ancora, nella galassia degli ex terroristi.

  • Fai bene, Marino, a parlare di delirio.
    Oggi abbiamo gli anticorpi per guardare a quella stagione con un occhio critico, ma dovremmo tuffarci in quella temperie culturale.
    Io l’ho vissuta (e in parte anche tu). Ho vissuto il travaglio di chi cattolico del dissenso, leggendo i teologi della liberazione latino-americani, ha avuto, anche a Crema, la tentazione di scegliere l’opzione della violenza rivoluzionaria contro la violenza del regime, a fianco dei poveri, degli oppressi, degli sfruttati (come si diceva allora).
    Capisco bene quindi come in Italia tra i terroristi più spietati ci siano stati giovani provenienti dal mondo cattolico: tutti “idealisti”.
    Non si tratta di giustificare: ci mancherebbe!
    Si tratta di capire.
    E di capire la rabbia sociale che, con molta probabilità, riesploderà nel dopo-Covid.
    Leggerla con occhio critico e memori della lezione del passato.

  • Visto che si è fatto il nome dell’ing. Slossel come uno dei leader di Lotta Continua di casa nostra, ritengo doveroso spendere due parole a suo favore.
    Era un… gigante buono, generoso, dalla grande tensione ideale e morale. Aveva fatto della sua casa (e di Mariolina, la moglie) un porto di mare: quanta gente attirava con il suo entusiasmo, col suo carisma.
    Anch’io ci sono stato.
    Con lui poi ho avuto l’opportunità di condividere la breve ma intensa avventura di “Scuola perché”, un giornale scritto a insegnanti e da genitori “democratici”: era un vulcano di idee e di proposte.
    Era poi un ingegnere… ingegnoso (Adriano lo a meglio di me).

  • Non è per nulla ozioso rileggere alcune pagine di quegli anni: quegli anni stanno per tornare.

    Proprio per capire come si innesca un processo di “radicalizzazione” (che pu verificarsi anche oggi), ritengo utile ricordare la figura di Luciano Benelli, la mente di quel gruppo che è diventato col tempo Lotta Continua (mi riferisco sempre a Crema).
    Una solida cultura religiosa alle spalle (viene dal seminario), è lui che, stimolato da don Milani, è lui che aggrega intorno a sé un gruppo con cui apre un dopo-scuola (giusto nello spirito della Lettera a una professoressa) per i bambini delle famiglie più disagiate.
    Nel frattempo frequenta la sede milanese di “Mani Tese” (mentre frequenta la Facoltà di Scienze Politiche) ed è lì che incontra i “Proletari in divisa”, un’emanazione di Lotta Continua, che promuove attività antimilitariste in caserma.
    Ed è da quell’incontro che nasce la sintonia con Lotta Continua.
    Si tratta tuttavia di una sintonia che ha poco a che vedere con questioni ideologiche: il gruppo guidato da Luciano Benelli è molto pragmatico e sta alla larga dalle diatribe ideologiche allora forti nella sinistra della sinistra.

    Puntualizzo: tutto nasce dalla spinta religiosa a sposare “la causa degli ultimi”.
    E’ la causa degli ultimi del Terzo mondo che spinge il gruppo a denunciare il traffico delle armi con cui gli Occidentali foraggiano i satrapi africani ce massacrano la povera gente.
    Da qui la scoperta di tutto ciò a che vedere con le armi: l’anti-militarismo.
    E da qui, per una ragione fortuita, l’adesione al marxismo (un’adesione, tuttavia, non… ideologica).

    Luciano Benelli, leader e mente del gruppo (è lui che ha redatto sostanzialmente un documento antimilitarista di otto pagine poi diffuso non solo a Crema, ma anche a Milano (durante un esame universitario, Luciano scopre che il docente ne era in possesso).amava la montagna,
    ma anche la montagna l’amava
    e ha voluto tenerselo per sé.

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