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MARINO PASINI

Tortelli, Vacchelli, e il lontano mare

La vita non è una linea retta, strada dritta come una fucilata, con gli ostacoli da superare o che cadono da soli, porte sbarrate o spalancate, fortuna, caso, necessità. A volte, si campa facendo una curva all’indietro, inaspettata manovra a ritroso. Una inversione a U. Una sorta di ritorno, di tuffo all’indietro nelle proprie origini,

La vita non è una linea retta, strada dritta come una fucilata, con gli ostacoli da superare o che cadono da soli, porte sbarrate o spalancate, fortuna, caso, necessità. A volte, si campa facendo una curva all’indietro, inaspettata manovra a ritroso. Una inversione a U. Una sorta di ritorno, di tuffo all’indietro nelle proprie origini, da cui pensavi di essere ormai straniero, distaccato. Di essere diventato un altro. Invece sei ancora quello, lo stesso di sempre. Non c’è stata rottura. Le origini ti seguono come un’ombra; che siano una coperta calda, un nodo di muscoli da cui non puoi slegarti, non si sa bene, ma arriva l’appuntamento, non cercato, quando la faccia allo specchio provoca una smorfia imbarazzata (forse di disgusto), e si scoperchiano gli anni, le pagine strappate riposte nei cassetti. Certe immagini scolorate salgono in gola come l’acidità di stomaco quando hai mangiato troppo risotto. Eppure, eppure il sapore in bocca potrebbe essere dolce,  tenero, quasi; gli odori perduti tornano sotto il tuo naso, e non puzzano.

Da dove vengono? Non c’è vento là fuori: in questa nostra pianura che pare tirata col righello, il vento neppure esiste. Chi ha mandato sotto il naso i vecchi odori? Da quale padella vengon fuori?

Un recipiente alto un metro, di moplen, color arancio, una madre che lo riempiva con pentole d’acqua calda, una dopo l’altra; fa niente se l’acqua delle prime pentole si raffreddava all’aria… Se un bagno privato non ce l’hai, bisogna industriarsi, per lavarsi. La sedia vicino al recipiente con il sapone per i panni (che ancora oggi, a volte acquisto, e non sempre per una ragione: è in vendita doppio, al supermercato, è grosso, e se ti cade sui piedi nudi, stai certo che imprechi). Le scarpe di cuoio lucidate che brillavano, la domenica mattina, sotto un’altra sedia, e sullo stendibiancheria stesi i pantaloni stirati, con la piega in mezzo, la cravatta del babbo che penzola. I poveri, almeno la domenica debbono sembrar eleganti. E’ una regola. Sul tavolo della cucina i quartini disposti come soldatini, di pasta tirata a mano, riempiti di amaretti tritati, pane grattuggiato, noce moscata, pizzichi di mostaccino, bucce di cedro, uva passa e tuorlo d’uovo. Il recipiente dove nuotava il burro fuso. Nel salotto-camera da letto, il lungo tavolone di legno con le riviste: la Domenica del Corriere, Stop, Amica, Gente, Confidenze, e pure un mensile in tedesco per mia madre, che non terminò le elementari, con i modelli, gli inserti per fare un tailleur, i metodi per stringere le camicette, i paltò alla moda spiegati in tedesco, e i tratteggi per i gessetti, per dove tagliare, stringere, cucire. Riviste che arrivavano la domenica mattina, e dopo qualche giorno venivano riportate indietro all’edicola, dello zio, in Via Kennedy. Si risparmiava su tutto, sempre, un’abitudine obbligata il risparmio, come il respirare. Quasi non ci si faceva caso, ma non era vero. Era dura. Il bottiglione di vino rosso Folonari con il tappo a vite; un vino leggero che veniva ancora aggiunto d’acqua a tavola, e il gusto diventava simile alla spuma dell’oratorio. Nell’acqua del rubinetto si aggiungeva una polverina bianca, una bustina di frizzina, per farla effervescente.

Chissà dov’era il mare. Poteva essere oltre San Bernardino, al di là delle montagne o giù da Rubbiano di Credera, o lontanissimo che mica lo sapevo, dov’era il mare, finchè non imparai un pò di geografia. Tanto non si andava mai al mare, d’estate. Non si andava da nessuna parte. In casa mi ripetevano di stare lontano dall’acqua alta e scura del canale, non avvicinarmi alle sue sponde; avvertimenti continui, giusti, tanto che appena imparai a stare a galla, una delle prime avventure fu tuffarmi nel Vacchelli. Fu un atto di ribellione, una risata pazzesca, una conquista. Uno scorcio di paradiso gelato che nemmeno il cartolaio vendeva a pochi soldi, fra le cartoline in vista nel negozio, tanto era brutto da incorniciare, il canale. i paesaggi in bella vista erano la piazza San Martino, la statua del Garibaldi, il naviglio prima che lo ricoprirono per farci il Mercato coperto, la Cattedrale, Santa Maria, il Torrazzo. Il Vacchelli, mare di noi poveri, non meritava una cartolina. Sapeva di pescatori affogati, operai che nel dopolavoro si facevano lo shampoo anche all’inguine, di baci rubati e schiaffi alle guancie per cacciar via i tafani, gatti morti che avrebbero terminato la corsa, rimbalzando contro la chiusa del viale. Il Vacchelli custodisce segreti di suicidi passati per cadute disgraziate. Mi piaceva il Vacchelli, brutto com’è, con la sua immagine, la ferita al territorio cremasco, voluta dai potenti agricoltori cremonesi che usano l’acqua del Vacchelli per irrigare il mare verde della Bassa. Mi piaceva la sua acqua scura e gelida e nervosa, che corre a gran velocità, che fa paura se ci caschi dentro fuori stagione. E il vederlo il Vacchelli, in Via Gaeta, all’imbrunire d’inverno, l’acqua color acciaio, la Ferriera in disarmo, l’odore del formaggio Milkana, era una malinconia che strozzava. Eppure, eppure, nel mio disamore per il cremasco, di cui m’importa sempre meno, so bene che le origini mangiano sempre nel tuo piatto, nelle inversioni a U; è l’acqua gelida e scura del Vacchelli che sento nelle ossa più di ogni altra cosa.

MARINO PASINI

19 Mag 2020 in Ambiente

14 commenti

Commenti

  • Marino, i tuoi post mi piacciono sempre perchè trasudano vita vissuta, nella quale tutte le volte trovo spunti, collegamenti (pur non essendoci mai frequentati, anche per la piccola ma determinante differenza di età, ma solo intravvisti per caso), alla mia di vita!
    Il canale Vacchelli. Anche per me era oggetto di stentorei “caveat” da parte di nonni e genitori! E via con gli esempi terrifici di morti annegati e cadaveri gonfi portati fino alla “tumba” dal vial da Santamarea!!
    Poi da grandicello, già studente universitario, più autonomo, ne sono diventato frequentatore assiduo, scoprendo e approfondendo amicizia/frequentazione con altri habitué coi quali mi ritrovavo nella bella stagione al “casello 21” a passare ore all’aria aperta, magari a prendere il solo biotti e….ocio ka ria al treno!
    Uno di loro , davvero “eliomaniaco” allargava le dita dei piedi esponendole al sole, per ….faga ciapà al sul anke a lur!!!!
    E poi c’era il gioco/esercizio “dal pilù”: lasciarsi trascinare dalla corrente, draiati a piedi in avanti (dirigendosi con le braccia), fino ad appoggiarli saldamente al “pilone” di un ponte/puntesela, e giocare con la spinta della corrente con esercizi di ….. idrodinamica applicata; qualche volta accogliendo poi sulle spalle i piedi di un amico e così via, finchè la pressione della corrente non portava via tutti!
    Gran ricordi di unperiodo felice e spensierato di una vita fatta di cose, amicizie autenticamente semplici e dirette!

  • A me che piace moltissimo negli scritti di Marino è la ripetuta dichiarazione d’amore nei confronti dei suoi genitori e della sua Storia. I tuoi ricordi Marino, sempre molto circostanziati e di un’onestà intellettuale disincantata, disarmante, mi ricordano la canzone di De Gregori e il contributo che tutti noi diamo all’edificazione del reale. Nessuno escluso. Bravo.

  • Caro Francesco, la tua descrizione del Canale Vacchelli, i giochi ai piloni, i pomeriggi al sole “biotti”….
    Il tuo commento è ben più brillante di ciò che ho scritto, con il tuo stile personale, anche barocco, alto/basso che trovo piacevole, allegro, senza troppi fronzoli parapoetici. Ci sono tante storie nella tua soffitta che potresti squadernare, piccole scheggie di memoria. C’è solo da togliere la polvere.

    Caro Ivano, ti ringrazio molto. E’ imbarazzante risponderti. Preferisco non farlo.

  • Credimi , Marino, la polvere va via da sola intanto che vengono fuori dalla ….soffitta, e vengono fuori da soli, solo che ci sia uno bravo vero, come te che butta li dei ….pretesti! E grazie per i complimenti!
    Sai, su questa piazza è assai facile …. purtà ea del mal laurà, complimenti pochini, e allora tanto vale ringraziare!

    • Caro Francesco, di complimenti ne arrivano pochi perchè ci si vergogna della propria mediocrità, che è tanta, e si sopporta male se un’altro, intendo il tuo caso, scrive piacevole. Il tuo fresco linguaggio scritto è tanta manna, leggendo certe pomposità dotte, tirate metafisiche, la fine del mondo, il sovrannaturale, gli alieni che ci rubano la merenda. Il papa che dovrebbe farsi il bagno in una vasca d’oro massiccio, perchè sennò gli manca l’autorità, ed è un poveraccio come il Pulver di S.Trinità, a cui portavo la carta e il cartone a mucchi, e mi guadagnavo il ghiacciolo. Il tuo saltare dall’italiano al dialetto, dalle stoccate alla risata, con uno stile davvero personale è boccata di primavera.
      Caro Pietro, il “mio Canale” era vicino al ponte di mattoni rossi di Santo Stefano, quando già lavoravo, ma da ragazzino capitava di andare in bici a Vergonzana, poi lo sterrato, e un’altro ponte di mattoni rossi, dove ci si tuffava, e si passavano i pomeriggi d’estate. Eravamo tutti maschi; le ragazze scarseggiavano, o se le fregavano altri. Così non parlavamo d’altro, cioè di ragazze, con gli ormoni a mille, roba da arrampicarsi sui vetri dalla voglia, e neanche cadere con l’energia sprecata che avevamo addosso.

    • Allora si era a un tiro di schioppo, Marino. Ma forse erano anni diversi. Se parli del vino Folonari, sei già avanti. Io ero al Torazzi che vino ragazzi. Sul moplen (e mo e mo) siamo lì.

  • Caro Marino, comunque il punto migliore per i tuffi resta, secondo me, il ponte sul canale dove passa la ferrovia, dietro l’azienda agricola dei Marcarini, alle Colombare, vicino al confine tra Crema e Cremosano.
    Tu da dove ti lanciavi? Io parlo, per quanto riguarda la nostra “banda” del Duomo, degli anni dal ’63 al ’68.
    Colpisce, col senno di poi, la massiccia, prolungata, impunita inosservanza, da parte dei cremaschi, per più generazioni, dei divieti di balneazione (e di tuffi più o meno acrobatici) che il Consorzio Irrigazioni Cremonesi da sempre attesta con tabellazioni e segnaletiche varie.
    Si vede che è più forte di noi.
    Grazie anche per questa ulteriore rievocazione di esperienze comuni, di quando l’età sembrava rendere tutto possibile, lecito e, soprattutto, divertente.

  • Scusa Marino se intervengo tardi, ma mi impegnano in duelli logico/farnetifcanti in altro post.
    Questo tuo mi è piaciuto particolarmente. “Una inversione a U. Una sorta di ritorno,”. Io l’ho provato, ma lo definirei piuttosto il morso di una pulce temporale, inconsapevole, intensa, acuta sensazione.
    Noto a voi, ormai intimi, che dopo i primi trent’anni di Crema e ancora viaggi esteri nelle ferie, per far vivere già dall’infanzia ai miei figli quel senso di cittadinanza illimitata di cui anche tu sei seguace, mi riavvicino ai luoghi di prima gioventù, rappezzo i ponti tagliati alle spalle, ritorno riconoscendo posti, ma pensando che fossero abitati solo da turisti, nuove genrazioni, spazio e tempo avevano subito troppe deformazioni nei miei orizzonti. E invece un incontro, e mi ritrovo adolescente, col sentito di quell’adolescente, e come la puntura della pulce dopo il morso segue la papula, il bruciore, e poi il prurito che noi chiamiamo domande esistenziali.

    • Grazie Adriano. Il Canale Vacchelli nell’uso della memoria, che è anche falsaria, che aggiusta, è diventato quasi un luogo poetico, ma non lo era. Per un cremasco, d’estate che sfogo c’era? Non una piscina comunale, che arrivò quando ero già adulto, non un fiume balneabile: da quando ero ragazzino il Serio, che è un torrente che si placa e diventa un piccolo fiume che va a morire nell’Adda, era intossicato dai veleni e quindi niente tuffi, niente bagni. Restavano i fossi, le “spociche d’acqua” dove ho imparato a nuotare, e un canale che attraversava il territorio cremasco. Non c’era altro. E non tutti avevano la seconda casa, i genitori che andavano in vacanza, come l’amico Marco che partiva a giugno per la Costa Azzurra e tornava ai primi di settembre, quando apriva la scuola. Noi cremaschi d’estate e per forza stanziali avevamo da bollire nell’afa. Mia madre si ficcava un fazzoletto bagnato sul collo. Si aspettavano i temporali di metà agosto. La pianura Padana è un forno d’estate, un brutto posto (dopo la primavera che è la sua migliore stagione); se provavi a stare sul balcone all’imbrunire le zanzare ti tormentavano; oggi ci sono le zanzariere che aiutano, e il granoturco assommava umidità all’umidità. Stare con le finestre spalancate voleva dire schiaffi per uccidere le zanzare. Restare a Crema d’estate era una condanna (lo è ancora), con tutto il ben di Dio che offrono come refrigerio le montagne, le alte colline, il mare. Oggi, dirlo, pare una cosa ovvia, ma negli anni ’70 non era così frequente che le famiglie partivano per le vacanze. Non tutte. E passare l’estate al Canale Vacchelli era un’estate misera.

    • Verissimo, Marino. Bravo, “la memoria è anche falsaria”, perché “aggiusta”. Soprattutto a una certa età.
      In effetti, quando si era ragazzini, il periodo di maggior utilizzo del canale (sempre di nascosto dai genitori), soprattutto per tuffi e nuotate, era nelle due o tre settimane tra la fine delle scuole e san Pietro, quando si partiva per le vacanze. Poi, nei due mesi successivi, per girare in campagna, l’ideale era (e ti confermo che è ancor oggi) l’orario tra le cinque e le otto del mattino.
      Comunque, nuotare contro corrente nel canale, per tratti abbastanza lunghi, era un ottimo modo per imparare a farsi fiato e capacità di resistenza, soprattutto quando la corrente tirava forte. E il rischio di finire nei sifoni e nelle chiuse esisteva davvero. Tant’è che qualcuno ci finì effettivamente. Ma a quell’età infantile, quando non si hanno responsabilità familiari. professionali e sociali di alcun genere, è normale correre rischi, anche perché il rischio più grande sembra quello di non riuscire a correre, ogni giorno, qualche nuovo rischio.

  • ….ed anche il rischio, Pietro, nuotando contro corrente con la testa in acqua ( senza tano guardare davanti, tanto non è che si procedesse granchè), di sbattere contro un ex maiale bello gonfio che scendeva con la corrente!

  • A me, Francesco, per fortuna l’incontro col maiale gonfio è mancato.
    Però ancora oggi, quando si parla di queste cose tra vecchi amici, i racconti su quello che la corrente ci faceva passare sotto gli occhi, a una spanna di distanza, vanno dal raccapricciante all’esilarante. Ovviamente, la tara è sempre d’obbligo.
    Oggi si vede passare molta meno roba del genere. Proprio un’epoca di decadenza.
    Non ci sono più le carogne di una volta.

    • Si, Pietro….. metà fora e metà dentre!!!!

    • Ti ringrazio, Pietro. Hai aggiunto dettagli importanti, che dettagli non sono. Non mi sono più tuffato nel Canale Vacchelli, anch’io mi sono imborghesito, fianco al Canale cammino e stop: piglio l’auto, un’ora e venti di strada e a Padenghe sul Garda c’è una lunga spiaggia dove qualche volta, d’estate prendo il sole e mi tuffo nell’acqua viscida e scura del lago. A Bardolino, Lazise, l’acqua del lago è verdognola, più invitante, ma da Crema la distanza è maggiore. E quando il lontano mare fa salivare, manca troppo, mi sparo la gita in giornata: prima del coronavirus, con il treno presto presto, arrivavo a Camogli prima delle nove del mattino, ora in cui aprono i lidi. Ci prendevamo due lettini a bordo acqua, brontolando per i sassoni della spaiggia, ma felici come principi e principesse, e tiè al Canale Vacchelli, i suoi tafani, il mare dei poveri, le carogne che viaggiano con la corrente. Una gita al mare in giornata costosa, ogni tanto ci vuole, anche per noi gente di pianura. Che il mare è un sogno, un desiderio, sta lontano.

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