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MARINO PASINI

UN VECCHIO OSPEDALE.

Una suora di clausura potrebbe, un giorno che le gira storto, maledire il giorno che si è fatta suora e s’è chiusa al mondo: e la marmellata, la conserva di mirtilli venirle troppo asciutta. Ma niente di grave succede a chi sta fuori dal convento. Sono travagli che si risolvono o no, al chiuso. Un

Una suora di clausura potrebbe, un giorno che le gira storto, maledire il giorno che si è fatta suora e s’è chiusa al mondo: e la marmellata, la conserva di mirtilli venirle troppo asciutta. Ma niente di grave succede a chi sta fuori dal convento. Sono travagli che si risolvono o no, al chiuso. Un prete, che è curatore d’anime, una domenica può svegliarsi depresso e la predica dirla di fretta con un sentore acido, ma  per i fedeli, pure se un filo sconcertati, il danno è lieve, se la fede è robusta.

Il risotto che aspetta dopo la Messa, lo stufato della domenica sarà sempre accolto con buon appetito tornando a casa, con le rondini che svolazzano, le campane che salutano fedeli e infedeli, bambini che si rincorrono nel sagrato del duomo gotico.

Ma per un chirurgo che quasi ogni giorno deve salvar vite, estrarre tumori maligni, rimettere in piedi sciancati da incidenti stradali, darsi da fare in operazioni così delicate che se sbagli di mezzo millimetro, la faccenda può essere compromessa, la depressione non è concessa. Che fa un chirurgo con un’emicrania, con brutti pensieri, mentre deve operare tre-quattro pazienti tutti o quasi i santi giorni? Che fa dopo aver scoperto che la moglie lo tradisce? S’infila comunque il camice oppure ogni volta che c’è un guaio si fa sostituire? E se le mani cominciano lievemente a tremare? la vista a velarsi, come se un lenzuolo trasparente si frapponesse tra lui-lei e il paziente?

Certe volte penso che la depressione è un lusso di merda degli impiegati del catasto, degli artisti a cui puzza l’alito, le studentesse di filosofia che hanno ingozzato troppo Nietzsche, mentre un chirurgo di Toronto, di Savona, mica ce l’hanno, non si possono permettere quei salutari e scemi pensieri ombrosi, come la depressione, che a insistere si fa seria malattia. Non possono, a meno che sono in ferie, al mare. Un giorno qualunque, o di sole, sbocciante di maggio, le rose rampicanti proprio di fianco al parcheggio dentro l’Ospedale, il chirurgo che arriva di fretta dentro la sua routine giornaliera deve essere concentrato. La sua giornata è sempre complicata e delicata. La possibilità  di ridare gioia e serenità a una paziente, oppure no. Con quale coraggio, o vigliaccheria tiriamo fuori argomenti lugubri sulla fine del mondo, mentre il lunedì, il mercoledì c’è un medico che in sala operatoria non può sgocciolare il proprio naso, perchè è un fastidio che rovina la concentrazione?

Capitò a chi scrive di essere ricoverato agli Ospedali Riuniti di Bergamo, il vecchio ospedale. Spuntava una boccia molla, come schiuma da barba in eccesso, tra la chiappa destra e la coscia. Zoppicavo. Una brutta ernia al disco. Quando è in ballo il dolore vero, senti la vergogna delle tristezze avventate, la noia su cui ricamavi, stupido, nelle giornate uggiose. Quando varcai il cancello d’ingresso dell’Ospedale di Bergamo restai di sasso. Che bella architettura. Non sembrava un condominio di periferia come quasi tutti gli ospedali, escrescenze del territorio costruite, tirate su guardando l’orologio, puntando solo sull’efficienza costruttiva, anche su qualche mazzetta da distribuire. La bellezza dell’edificio, di un ospedale non è contemplata. Gli ospedali costruiti dal secondo dopoguerra ad oggi non sono un percorso turistico. Prima, poteva capitare. Dell’architettura che si doveva incastrare nel territorio e avere una sua logica armonica, una volta si aveva rispetto. Con la mia valigetta da ospedale, il pigiama e le ciabatte e le mutande di ricambio mi guardai attorno. Non sembrava proprio un ospedale, ma un palazzo signorile con un giardino rettangolare. Ai lati le case, i padiglioni; a ovest ci stavano gli infettivi, ci passarono i malati di tubercolosi. Abitazioni sembravano, dei dipendenti del signorotto locale che tirava di sigaro nel blocco centrale: tre arcate nobili, un balcone monumentale e un frontone con il vortice spezzato da uno stemma. Pensavo all’operazione che poteva essere decisiva oppure no, che poteva togliermi il dolore, l’ernia, oppure no: avrei zoppicato per sempre. Anche i chirurghi sbagliano, sono umani; ma anche su questo non tutti sono d’accordo. Li vogliono sovrumani. Avrei subito un danno permanente? Per ogni paziente l’operazione la ricorda per la vita; momenti di cui conti i minuti, tieni in mano il respiro del tempo che scorre. Tutto prende un valore esagerato, o un valore zero, moltiplicato o sottratto per mille. Che mi fregava, quindi della bellezza di quel vecchio ospedale, il suo giardino, le opere d’arte che custodiva? Nel vecchio ospedale di Bergamo c’erano 157 pezzi d’arte. La sala delle dame del Settecento con i ritratti delle donne dell’alta borghesia bergamasca. Tre dipinti di Fra’ Galgario. Carlo Ceresa. Giovan Battista Moroni. Una biblioteca e l’archivio con documenti del XIV secolo.

Prima di un intervento chirurgico delicato e importante acquisti la sensibilità di un cieco, sei sordo a molte cose, che non contano più.  Il grosso dei dipinti stava negli uffici direzionali. Pensai: i caporioni come al solito si prendono il meglio. Non era così. Il motivo era un’altro: serviva una temperatura costante, per conservare i dipinti, quelli di valore.

Con me avrebbero operato, la stessa mattina, un operaio di Pisogne, lago d’Iseo, e un insegnante di Aosta. L’operaio di Pisogne passava il tempo a maltrattare le unghie e a guardare il pavimento; mi faceva sorrisi secchi, da foglia morta, anche se gli occhi erano dolci, gentili. L’insegnante pareva più tranquillo, leggeva un romanzo, e aveva un bel pigiama, non come il mio, regalo di mia madre, con la scatola bianca a incastro e la scritta “Pigiama moda da uomo”.

Nel nostro settore, Neurologia, passeggiavano lentamente malati con bende sulla testa, come se fossero reduci da un fuoco nemico. Una donna sui trent’anni, due occhi, due zaffiri, una bocca piccola che pareva il nodo di un palloncino, una grossa benda bianca in diagonale che le tagliava la testa. Mi dissero che aveva un tumore al cervello. Arrivò la mia mattina, quella dell’operazione. Fui il primo, le otto in punto. Il giorno dopo mi risvegliai rintronato come se avessi sbattuto la testa contro un lampione. Avevo una tabella di recupero precisa da rispettare. Stare disteso a letto e qualche camminata blanda. Ogni giorno qualche passetto in più. Stazionavo nel giardino. Guardavo la bellezza della corte, gli alberi maestosi che ne avevano visti di malati. Non zoppicavo più. Mi avventurai anche fuori l’Ospedale: proprio di fronte c’era un edicola. Non ricordo bene come ho fatto a uscire in pigiama; forse, mentre il guardiano al passaggio, all’ingresso chiacchierava, o era girato da un’altra parte. Ero uno stupido orgoglioso della ribellione, rientrando con i giornali sotto l’ascella, la voglia di una sigaretta. E dovevo tutto a un chirurgo, di cui ho pure dimenticato il nome. E non ho nemmeno ringraziato.

Me ne andai a casa, dopo una settimana senza neanche salutare quella donna così bella, dallo sguardo severo, con un mostro vigliacco nel cervello, con cui avevo scambiato poche, inutili parole. Era tornata la spavalderia ignobile, di cui oggi mi vergogno. Non sono più tornato al vecchio Ospedale di Bergamo, o forse sì, ancora quell’anno per una visita di controllo. Ora c’è un nuovo Ospedale, fuori città, la bella Bergamo, diventato famoso per la pandemia in corso. Per i chirurghi del vecchio, o del nuovo ospedale però niente cambia: la depressione, a loro, rimane un lusso che non è concesso.

MARINO PASINI

14 Giu 2020 in Senza categoria

6 commenti

Commenti

  • Anche Crema, Marino, aveva un “Vecchio Ospedale”, anche quello in un palazzo signorile con giardino, con i suoi bei quadri alle pareti, e anch’io quando da giovane incosciente/scapestrato su lambretta riuscii a spappolarmi il tendine d’Achille, e ci fui ricoverato per operazione e degenza, fui colpito dalla sua austera dignità.
    Una nottata da incubo, da solo, gran male e dal corridoio le urla soffocate del delirio di un mio prozio (fratello di mia nonna) che giust’appunto era stato Presidente dell’Opedale, che se ne stava andando da questa terra!
    Un bel gesso col “piede equino” per un mesetto, che diventò occasione per me di “centralità” nella “compagnia” e, perchè no, attenzioni particolari delle ragazze!
    Anche a me è ….andata bene, grazie ad un bravo chirurgo (Adriano “prufesur dai oss” non era ancora ….dei nostri!) non ….depresso!

    • Depresso no, non si può, per un chirurgo. Mai. E se dorme male un tempo si poteva consigliare la valeriana dell’ex-agente dei Servizi, dal nome in codice Betulla, prima editorialista del “Sabato” di Comunione e Liberazione, poi espulso dall’Ordine dei Giornalisti, ma rientrato a scrivere sul “Libero” di Vittorio Feltri. “Betulla” la faceva arrivare appositamente dagli Stati Uniti, per risparmiare, così ha scritto in un memoriabile editoriale, ma il “mortadella” Prodi, pare ci mise un balzello fiscale. E lui si arrabbiò. Non fu facile per “i Tango” di ieri stare sempre bene espressi, e mai depressi durante le operazioni chirurgiche, senza neanche la valeriana ad aiutare il sonno. Poi, la modernità ha incrementato le bevande rilassanti.

  • Caro Marino, cari amici, un colpo basso tirarmi dentro la discussione nel risveglio di un lunedì con una vaga scaletta di cose da fare di genere spiccio, tipo banca, poi in Ospedale per una partecipazione simbolica a una rivendicazione infermieristica post Corona… scaletta tanto vaga che da chirurgo mi sarei considerato una larva, e voi mi buttate lì così in faccia il mio passato con la lorica da guerriero e i sandali francescani?
    Capisco, per chi vede un chirurgo dalla parte opposta, può sembrare quasi superumano chi non si permette deviazioni comportamentali: ma come farà?
    Non diversamante da come farebbe chiunque ad afrontare la giornata no, una di quelle in cui anche la vaga scaletta che mi lega al mondo ora potrebbe sembrare ardua da afffrontare. E invece, soliti colpi di scalpello ben graduati, soliti motori rotanti dentro cavità umane dure, ma che se cedono ti trovi a sbudellare un tuo simile…
    Eppure quel problema di tuo figlio… quella telefonata…
    Ebbene gli ingredienti sono due: pilota automatico e assetto del gruppo. Mettere il pilota automatico quando la testa non c’è è una sensazione nota a chi “opera” ma chiunque abbia responsabità suppongo che “operi”, magari senza bisogno di riflesssi sempre così pronti. Ma come al tempo dicevo, lo fanno le mie mani, non io.
    Sono quelle mani che svelano il rapporto istintivo col Paziente, perché se davvero per un attimo si perde il controllo dell’arma rotante, la mano sinistra scatta ad interporsi fra il corpo inerme e l’aggeggio, e nessuno ha mai pensato dopo se e quanto si sarebbbe potuto ferire, solo un sospiro di sollievo perché chi conta non si è fatto male. Le cose si verificano, con semplice correttezza, senza partecipazione veramente cosciente e zero emotività, con tecnicismo da 6 +, ma di più non serve, il virtuosismo nella chirurgia storpia, tutto deve essere conforme al risultato atteso, e non di più.
    Ma il secondo ingredente è prevalente: il gruppo. Il gruppo non ti vede col mal di testa, ti ha assegnato un ruolo che tu hai accettato e tu lo porti avanti, e non conta il prezzo da pagare, e se la febbre ti salirà di più,
    ma ugualmente il risultato, di cui ti hanno eletto responsabile, e che conta sia sufficiente, che poi magari se qualcuno sapesse che quella è la giornata no varrrebbe un voto alto, un 8 +, ma allora sarebbe virtuosismo: al Paziente serve che tu ti guadagni e gli renda il tuo 6 quotidiano, nula di più interessa. Ci saranno ancora giornate sì, in cu rimonta l’entusiasmo, e lo manifesterai proponedo al gruppo progetti, che poi si trasformeranno magari allaresa dei conti in azioni chirugiche, tecniche nuove. E allora il gruppo ti guarda con aria scettica, ma nessuno ti dice di darti una calmata, che stai volando troppo alto quel giorno, perché dentro pensano: “se lo dice lui”. E ancora una volta senza di loro non l’avresti fatto, perché sei, testa o coda che sia, nel tuo gruppo, la tua forza.

  • Perchè, come diceva Altan: “sembran palle, ma a stringerle fan male!!!!!
    Grazie di tutto, prufesur dai oss!!!

    • E la sostanza è nel post sopra, sul flash mob degli infermieri, e magari venerdì che ho appuntamento con il D.G. potrei scrivere altro, o forse attenderò un report più completo dopo una carrellata generale.

  • Sono stato ricoverato anch’io (tu, Marino, sei giovane) all’Ospedale vecchio: mi ricordo una lunga camerata e mi ricordo – ero molto piccolo – quanto ho pianto, chiamando in continuazione mia mamma. Oggi il mondo è cambiato, anche l’ospedale e nessun bambino piccolo viene lasciato solo in un stanzone in compagnia con dei “vecchi” sconosciuti.

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