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ADRIANO TANGO

Tute bianche e palloncini rossi, e un unico spirito di dedizione

L’invito alla simbolica partecipazione a questo così definito “flash mob” mi è arrivata da cari ex collaboratori sulla posta. Ottima occasione per studiare che cavolo è un flash mob, mi son detto, ma neanche il tempo di capire e, anche se non vestito con gli indumenti bianchi prescritti, mi ritrovo lì, con un palloncino rosso

L’invito alla simbolica partecipazione a questo così definito “flash mob” mi è arrivata da cari ex collaboratori sulla posta. Ottima occasione per studiare che cavolo è un flash mob, mi son detto, ma neanche il tempo di capire e, anche se non vestito con gli indumenti bianchi prescritti, mi ritrovo lì, con un palloncino rosso in mano e un cartello al collo con la scritta “rispetto”. E con fotografi, Sindaco, ed esponenti della Giunta di fronte, sulle prime non è che mi sentissi proprio così rispettabile, ma poi l’emozione, quel vecchio senso di appartenenza, hanno fatto presa.
Ordinatamente il piazzale, ex campo dei Cubani, si è totalmente riempito, fino al retrostante ex tribunale. Applauso fragoroso alla comparsa di un drappello infermieristico in tenuta da “isolamento totale”; altri del personale in servizio applaudivano da finestre aperte e balconi.
E poi alle 10,30 il volo dei palloncini e i cinque minuti di meditazione a braccia conserte.
Ma a questo punto preferisco uscire dalle mie emozioni e dar la parola al comunicato ufficiale:

“Sembra impossibile, ma è ancora così.
Nonostante gli sforzi e l’intervento decisivo per fronteggiare l’emergenza Covid-19 in Italia, la professione infermieristica è ancora troppo sottovalutata in Italia. Per non dire svilita, quando gli stessi operatori sanitari che sono stati in prima linea, rischiando la propria vita per salvare quelle altrui, ottengono una gratificazione economica che per nulla rispecchia le professionalità, i valori e lo spirito con cui si adoperano ogni giorno.
Per porre la questione all’attenzione di tutta l’Italia, il Movimento Nazionale Infermieri ha lanciato l’idea, prontamente recepita dal personale sanitario e spinta dai social, di scendere in piazza per un flash mob, Lunedì 15 Giugno alle ore 10.00
In tutti i luoghi più importanti del Paese, da Nord a Sud, gli infermieri e gli operatori sanitari scenderanno in strada per chiedere l’attenzione e il rispetto che meritano, affinché i decantati “Eroi” e “Angeli” dell’emergenza Covid-19 non finiscano nel dimenticatoio.
Tutto il personale dell’azienda sanitaria, infermieri del territorio,infermieri delle RSA, case di riposo, vuole specificare il significato dell’iniziativa, ben più profondo delle pur spettacolari immagini che potremo ammirare.
Questo flash mob ha un valore davvero speciale per tutta la comunità sanitaria italiana, a partire dagli infermieri. Ci hanno definito “Eroi”, “Angeli” e in mille altri modi, ma abbiamo il forte timore che, alla fine di tutto, torneremo invisibili.
Come noi infermieri, sono numerose le figure sanitarie e non che mettono a rischio la propria vita per salvare quella degli altri. Nei momenti di calamità impreviste, come accaduto durante la pandemia, questo dato di fatto emerge con una forza dirompente, ma in molti non considerano che questo slancio altruistico dura 365 giorni all’anno.
Nel lavoro quotidiano, siamo sempre a rischio e senza festività, senza vivere con i nostri cari le festività comandate, siamo sempre reperibili e impegnati in turni massacranti. Fisicamente ed emotivamente.
Siamo gli stessi infermieri a cui molte persone, in periodo pre-pandemia, si erano rivolte maleducatamente per cinque minuti in più di attesa, gli stessi che qualcuno ha la presunzione di mettere in discussione dopo una ricerca su Google, ma siamo anche gli stessi che mettono questo in secondo piano per dare spazio alla cura del prossimo.
La realtà è che purtroppo non siamo sufficientemente considerati, valorizzati e tutelati per il lavoro che svolgiamo.
Senza nulla togliere alle altre professioni, il nostro lavoro è sempre pieno di rischi: contagi diretti o indiretti, malattie professionali, infortuni, ma sempre con l’unico scopo della salute degli altri. Intesi come individui e come collettività.
Anche se forse non tutti ne hanno pieno consapevolezza, quando un infermiere commette un errore, ad avere la peggio è la persona che ha affidato la sua salute nelle nostre mani, chiedendo di risolvere un problema di salute.
Se per qualsiasi causa cadiamo in errore, anche quando si tratta di circostanze inevitabili, il professionista non può gettare via la persona, come potrebbe accadere con un prodotto danneggiato in un reparto di produzione.
Il nostro destino, a causa di protocolli e linee-guida che ci caricano di responsabilità, è quello di chi vede il già minimo margine di errore ridursi sostanzialmente a zero.

Nonostante l’emergenza Covid-19 abbia portato alla luce la valenza del nostro lavoro, per ciò che facciamo, non solo per l’impegno e la professionalità, ma anche e soprattutto per le enormi responsabilità che abbiamo nei confronti di chi curiamo, non abbiamo ancora il giusto riconoscimento. Sociale, prima ancora che economico.
L’iniziativa del flash mob porterà sugli schermi di tutta Italia immagini bellissime e molto forti, ma ha un significato molto più profondo.
Vuole ricordare e mostrare sincera vicinanza alle famiglie di tutte le persone che non ce l’hanno fatta, ai nostri colleghi che sono morti donando la loro vita per gli altri, a chi si è ammalato e non è riuscito a dare un contributo, ma soprattutto a chi non deve ritornare invisibile.
L’intera popolazione del Cremasco ci ha sostenuto e valorizzato, in moltissimi hanno contribuito con donazioni dirette e in moltissimi ci hanno mostrato sostegno concreto e psicologico: ringraziamo sinceramente tutti, ma proprio perché questo non cada nel vuoto, chiediamo di non tornare invisibili.
Spero che questo messaggio arrivi non solo al tessuto sociale, ma anche e soprattutto agli organi Governativi.
Cosa sarebbe successo se la comunità ospedaliera e sanitaria non avesse operato con questa immediatezza, con questa generosità, con questa fatica oltre i propri doveri?
Noi non ci siamo posti domande: abbiamo dato il massimo e anche di più, come sempre.
C’eravamo, ci siamo, ci saremo.
Con il solo scopo di porgere una mano per aiutare il prossimo.
Sarà necessario il sostegno di tutti, oggi e in futuro, per essere riconosciuti nei termini e modi adeguati a noi e tutte quelle figure che intervengono nei momenti di criticità massima.

Chi è stato lì dentro a ragione chiama laici i cittadini esterni, e li considera un bene da accudire, la propria religione laica, il senso della propria vita a prescindere dal professionale.

Sottoscrivo ogni parola.

ADRIANO TANGO

15 Giu 2020 in Sanità

10 commenti

Commenti

  • E il mio, di sostegno, come mi ero impegnato a fare già nella fase iniziale del contagio, ci sarà ad ogni livello con il fine di valorizzare come si deve, sia a livello sociale che economico normativo, tutta la …”filiera” (si può dire così?) degli operatori della Sanità, soprattutto a partire dai livelli da sempre, erroneamente (quanto erroneamente!) poco considerati, quando invece svolgono con continuità e grande responsabilità il compito fondamentale: quello del contatto diretto, reale, con chi soffre, con chi ha maledettamente bisogno di una “persona” che lo aiuti!
    Da loro deve partire l’opera di riassetto della sanità pubblica distribuita sul territorio secondo principi di razionale, efficientemente gestita solidarietà, mettendo in secondo piano quelle considerazioni strettamente economicistiche di “risparmio” ( per il “pubblico” e speculazione per il “privato”!) che tanti danni hanno fatto subire alla nostra popolazione lombarda.
    Grazie prof/brother Adriano per la tua presenza anche a rappresentare tutti noi di CremAscolta!

    p.s. e per una volta, considerata la eccezionalità e ed importante finalità del gesto, metterò a tacere il mio spirito eco/ambientalista che vorrebbe fossero messi al bando i palloncini da lanciare nel cielo e nel mare, per il tanto danno che fanno soprattutto agli animali che li popolano!

    • O.K.paloncini, e speriamo che questi non vadano nel fiume!
      Sul ruolo infermieristico, abolita ogni denominazione del tipo paramedico.perché non parano proprio niente, si avvia la cultura assitenziale verso un ruolo dirigenziale a tutti gli effettii. Secondo il modelo dipartimentale americano, in base al quale Ospedali come Bergamo e Como sono costruiti funzionalmente allo scopo, vedono anche fisicamente una figura infermieristica al centro del flusso, on o senza degenza, di ammalati. Ciò è normale se pensiamo che la continuità di assistenza è da sempre infermieristica , e se vediamo il niuovo infermiere come un professionista con una laurea quinquennale in scienze infermieristiche.
      Del resto gli Ospedali inglesi di inizio secolo scorso non li ha forse progettati dalle fndamenta Florence Nightingale, la “signora con la lanterna” della guerra di Crimea? Lei è lacapostipite della nuova ifermieristica. Prima l’infermiera era una donna di malaffare, o tale considerata, perché una ragazza da marito mai si sarebbe abbassata a tanto! Ma Florence, figlia dell’Inghilterrra bene, arrivò a farsi ripudiare dalla famiglia per la sua missione.

  • Credo Adriano che, in proposito, qualcosetta ci sarebbe da dire anche sul tema pubblico/privato!
    Io leggo il Fatto e ieri FABIO PAVESI titolava :
    “La Banda delle Quattro: ecco chi gode con la sanità privata”
    Le famiglie Rotelli, RoccaAngelucci e De Benedetti: basta tenere a bada i costi, che a farti guadagnare (e molto) ci pensa lo Stato.
    La ricetta è di una semplicità disarmante.
    Basta tenere sotto controllo i costi e i profitti, spesso plurimilionari, sono assicurati.
    Non si può sbagliare. Del resto la domanda è in crescita e i ricavi sono di fatto garantiti in buona parte dalla mano pubblica.
    È il business della sanità privata, dagli ospedali iper-tecnologici alle case di riposo per anziani fino alla diagnostica complessa, che ha visto decollare attori e numeri negli ultimi anni.
    Un business ricco e in cui la politica ha un ruolo determinante.
    Il segreto per gli operatori privati è accreditare le strutture al Servizio sanitario nazionale che così, a fronte delle prestazioni rese, paga a piè di lista garantendo gran parte degli introiti.”
    Mentre il Ministro Speranza, per parte sua:”…. IL MINISTRO , mercoledì scorso in Senato, ha appeso il suo programma a una citazione di Papa Francesco: “Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla”. E per non sprecarla bisogna smantellare quanto fatto finora dai governi di ogni colore: una linea d’azione abbozzata già prima del Covid-19, specie per la disastrata sanità del Sud, che allora perònon aveva speranza di imporsi
    e ora invece pare una necessità condivisa.
    Cosa serve ora alla sanità pubblica e quanto costerà? Sulla seconda domanda non c’è una risposta univoca,
    ma – a quanto dicono anche al Tesoro – una rapida ricognizione porta il conto a spanne nella forchetta tra 20 e 30 miliardi, in parte una tantum, in parte strutturali.
    Partiamo dalla carenza di personale, che appartiene alla seconda categoria: il Ssn nazionale ha perso 42.800 occupati nel decennio 2008-2018 (dati Upb) e l’età media degli addetti supera ormai i 50 anni.
    In questi mesi – coi decreti Cura Italia e Rilancio – sono state assunte 26mila persone,ma la metà solo per pochi mesi…..”
    Chennedici?

  • Già, Franco: le risorse per ripartire. Ma le risorse ci sono: ci sono non pochi miliardi già stanziati nel passato ma mai spesi e ci sono i 36/37 miliardi che l’Europa ci mette a disposizione giusto per la sanità (soldi che ancora ieri sera Conte, pur di non scontentare i 5 Stelle, diceva che non servono).
    Per un sistema sanitario almeno vicino al modello tedesco più lo studio, più mi rendo conto che noi siamo lontani mille miglia): non andrebbero spesi in questo modo tale Fondo, appunto per introdurre, con le necessari adattamenti, del modello tedesco?
    E quel modello prevede molta medicina territoriale e quindi molti infermieri territoriali.

    • E perchè, Ivano, dovrebbe volertene Galmozzi?
      Mi pare che dica cose sacrosante e coerenti con il recuepero di una impostazione social/territoriale della Sanità diffusa sul territorio, la pesante carenza della quale ha provocato i pesantissimi danni provocati dal contagio!
      Mi pare che siamo in sintonia su questa visione no?

  • Grazie, e, visto che da venerdì parte il mo viaggio sulla scia del corona con l’incontro con il Drettore generale al mattino, Pellegata, e Attilio Galmozzi la sera, e poi avanti in giro per i reparti, forse fra un mese potrei essere più preciso, ma due idee già ci sono. Ho una gran paura della corsa alla mattonificazione. Con le Aziende Ospedale abbiamo dato una potata decisa a cose vetuste e costosissime, una sorta di auto d’epoca con cui si faceva andare la Sanità. Ora piangiamo sui tagli e sulla cocncorrenza pubblico-privato. Altre regioni nvece hanno avuto tagli feroci per il rientro nei bilanci, e ce l’hanno fatta. Adesso spero sia chiaro che servonoo cose e non case, e cose non facilmente aggredibili dalle organizzazzioni, col termine generico intendendo dalle mafie e quelle ancor più impentrabili col colletto bianco.
    La parola rete è sulla bocca di tutti, e non dissento proprio per niente. L’occasione è ghiotta per la nuova rivoluzione, ma senza buttar via il famoso bambino… Teniamo presente che la graduatoria mondiale di merito dei sistemi sanitari è fatta su un dato concreto: la sopravvivenza a comuni malattie, e dove gli Stati Uniti facevano rizzare i capelli in testa con la massa di morti assurda per quanto spendevano, noi con poca spesa brillavamo fin’ora. Il loro problema è noto: frazionamento, scoordinamento che ingoiava le vagonate di dollari che spendevano, perché non è vero che risparmiassero. Noi ce la cavavamo sulle dieci più comuni malattie note, egregiamente. Con ciò voglo dire che una cultura della rete esiste e funziona, ma bisogna potenziarla.
    E poi, visto il post su cui siamo, non lasciamo irrisolto il problema della valorizzazione di quanti già sono sugli spalti, perché altri, più giovani e con corsi completi di laurea quinquennale unitamente ai triennali, siano invogliati a restare. e medici che guardino come uno svilimento l’idea del lavoro in una struttura non ospedaliera. Questo punto d’orgoglio deve essere l’arma vincente fra pubblico e privato: gli elementi migliori se li deve tenere il pubblico, i mercenari vadano, ma siano guardati con diffidenza.
    Ultimo, ricostruita la rete, sorveglianza. Non che manchi, i NOCS ancora ora nel residuo di attività che portano avanti sono come gli orchi delle fiabe, ma l’intervento inquisitorio è sempre normativo, manca qualcosa che configuri il risultato, manca nella filosofia DRG, paradossalmente bisogna andare ai grandi numeri per ritrovare qualcosa di rappresentativo dell’efficienza terapeutica, mentre l’autovalutazione deve andare giù nel piccolo, con l’aiuto dell’informatica, per drae agli operatori la “sensazione” della reale utiltà del loro lavoro, e magari così facendo si smascherano anche tanti ladri, perché ci sono..

  • n.d.r.: Il tuo bell’intervento Adriano (sei uno ….informato sui fatti!”) merita una ….ripulita, e gliela do subito!

  • Francesco, assolutamente d’accordo. Anche solo trovare qualcuno per un’iniezione é un problema.

    • Che mi vlete fare l’iniezione? Effetivamente potevo anche rileggerlo. Ma pace, se non mi fate l’intramusclo farò di meglio. Scherzo, e per l’iniezione ti ho capito ivano. Ma credo che al bisgno la sede della croce rossa, con tanto di sede inclusa in mura storiche, possa indirizzare.
      Riletto a lancio avvenuto per constatare gli errori, noto un’assenza grave di ruolo.
      Studente al secondo anno in medicina ebbi l’occasione di visitare un’ospedale militare grtazie al passato militare di mio padre. Mi colpì un reparto vuoto ma perfetamente attrezzato, fino alle posate sui comodini, come si usava allora, pronto per emergenze.
      In Spagna sono stato soccorso e ospitato in un Ospedale della Cruz Roja, militare in quel paese con contributo di volontari civili, per un semplice guasto al camper. Che c’entravano loro con il mio guasto a Tarragona di sabato sera? Eppure spinsero dentro i cortile il mezzo, ci invitarono a cena alla mensa, mi trovarono un meccanico aperto di domenica, e per la mia famiglia si interessarono di tutto quanto servisse per la ripartenza.
      Arrrivo al punto: un maggior coordinamento fra protezione civile e sanità miliitare sarebbe un volano magnifico e libero di dedicarsi alla specializzazione per le macroemergenze.
      Ma forse sogno: se manco i Carabnieri e la Polizia si riescono a integrare…

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